E ora chi dà la notizia a Chajkovskij?: Chuck Berry (1926-2017)


E così una domenica mattina la notizia si spande che il rock ‘n’ roll è morto. Per sempre ovviamente. Perché il rock ‘n’ roll non sopravvive a Chuck Berry.

Se non sai suonare ogni fraseggio di Chuck Berry, non sai suonare il rock ‘n’ roll“, firmato Keith Richards; quello stesso Keef che in un camerino prima di un concerto si beccò un pugno in faccia per avere osato toccare la chitarra del Maestro. “Se volete dare un altro nome al rock ‘n’ roll, chiamatelo Chuck Berry“, firmato John Lennon. Dovrebbe bastare a mettere adeguatamente in luce il fatto che con Charles Edward Anderson Berry, nato a Saint Louis nel 1926 e da questa notte nel mondo dei più, se ne va uno degli ultimi grandi artisti (questa volta la definizione è appropriata) del Novecento.

Della sua vita e della sua musica si sa a sufficienza: senza di lui blues, country e ritmi latini non avrebbero mai copulato in maniera tanto fruttuosa e feconda, e il mito americano del viaggio purchessia, meglio se in automobile, non avrebbe mai conosciuto ubiquo fascino (mi spiace, Whitman e Kerouac). Merita però sottolineare un aspetto forse rimasto in secondo piano della vicenda umana di Chuck Berry, e cioè che, ad onta della reputazione di uomo difficile, scontroso, solitario (inclinazioni caratteriali emerse prepotentemente dopo la detenzione di diciotto mesi subita a seguito di una condanna di dubbia fondatezza per violazione del famigerato Mann Act, pronunciata il 9 febbraio 1962), è stato tra i primi performer a rivendicare uguaglianza per gli americani neri (come altro leggere Brown Eyed Handsome Man, sapendo che buona parte dell’importanza del blues e delle musiche che ne derivano è in quello che i testi delle canzoni non dicono?) senza per questo fare apertamente politica, ed anche per aver posto questo piccolo ma ulteriore tassello per la costruzione di un mondo più giusto (“Non era la fama che cercavo; prima di Maybellene guadagnavo ventun dollari la settimana; all’improvviso diventarono ottocento! Non me ne fregava niente della fama. L’unica cosa che mi interessava era la possibilità di entrare in un ristorante ed essere servito, e questa era una cosa che mi sarebbe dovuta spettare in ogni caso. Era il 1955 e tutte le lotte per i diritti civili dovevano ancora iniziare. Mi piaceva l’idea che avrei potuto comprare qualcosa a credito e che il venditore sapesse che ero veramente in grado di pagare. Avrei potuto chiamare un hotel e non mi avrebbero automaticamente offerto le stanze più economiche dopo aver sentito il mio accento. Era questo ciò che più mi stava a cuore“, dichiarò più tardi) occorre celebrare il più grande chitarrista rock di tutti i tempi.

Ora Beethoven può ritornare. Ciao Chuck.
P.S.: la rimembranza si estende a James Cotton, ultimo della triade dei più grandi armonicisti blues assieme a Sonny Boy Williamson (di cui fu allievo) e Little Walter, che qualche giorno fa, ottantaduenne, ha preso definitivamente commiato. Ciao James.

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