🎼20/17 Presto – coda

Ed eccoci di nuovo a fine anno, come sempre tempo di bilanci e annesse riflessioni sui risultati. Qui entrambi a carattere precipuamente musicofilo, e quindi non mi dilungo oltre in considerazioni non pertinenti. Le liste sono di lunghezza variabile e, come sempre, non in ordine di apprezzamento di ciò che viene elencato. Tanti auguri a tutti.

Dischi notabili

1. Imperial State Electric – All Through The Night

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2. Smokey Fingers – Promised Land

Lodi è quanto di più lontano dal Sud nordamericano si possa concepire, ma il secondo album di questo quartetto annulla sorprendentemente la distanza geografica che separa la band dalla sua terra promessa: voce sterrata, chitarre che pungono, slide campagnola, ritmiche compatte e neanche una canzone brutta. Musica onesta, verace, intensa, saporita. Southern rock come raramente se ne ascolta, tra gli Skynyrd odierni e certo hard alla Little Caesar.

3. Metallica – Hardwired…To Self-Destruct

Dopo l’esito referendario, la seconda sorpresa dell’anno: l’età si sente, ma il disco non è solo mestiere, perché ha il pregio di porgersi sentito (in ogni senso), e infatti i pezzi sono strutturati perché i quattro riescano a suonarli dal vivo a lungo (più a lungo di così!) senza rendersi ridicoli. Probabilmente hanno messo troppa carne al fuoco, ma l’insieme resiste al vaglio di ripetuti ascolti e tanto può bastare, a questo punto. Congedarsi così dalla discografia sarebbe un trionfo.

4. Testament –  Brotherhood Of The Snake

In epoca di paranoie complottistiche cosa c’è di meglio di un concept album su una setta esoterica che attraversa millenni e civiltà? In epoca di sensazione di trovarsi sul promontorio estremo dei secoli (cit., vabbè) cosa c’è di meglio di una quarantina di minuti di thrash suonato come si deve dalla migliore formazione del genere rimasta in circolazione? Dinamica, potenza, impatto, melodia, tecnica, ispirazione. Aspettando il nuovo degli Overkill, lo scettro resta in mano a Chuck e i suoi.

5. Exumer – The Raging Tide

Mai sottovalutare la Germania, perché altrimenti poi ti tocca combatterla frontalmente, e a quel punto per vincere bisogna impegnarsi. Dopo il dubbio ritorno del 2012, ecco finalmente quello che fin da subito avrebbe dovuto andare dietro ai due storici lavori degli anni Ottanta. Nulla di nuovo ma tutto fatto con competenza, gusto e passione, e con ottimi suoni (anche il thrash old school beneficia  dell’impatto che le nuove produzioni, se ben dosate, sanno garantire). La maschera di ferro è tornata per restare.

6. Blackberry Smoke – Like An Arrow

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7. Monkees – Good Times

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8. Great Master – Lion & Queen

Il power è morto anzi no, perché non solo è in atto un’operazione di ristampa dei classici (ad esempio “Return to Heaven Denied”; in vinile, per giunta) ma c’è anche gente che continua a macinare imperterrita il genere come se fosse il ’99 o giù di lì. Disco fuori dal tempo e però di spessore compositivo notevole, con tutto ciò che lo stile richiede: voci altissime, melodia, doppia cassa, riff da stinco con patate al forno e ambientazione storico-fantasy. Non per tutti, ma se piace delizia.

9. Boulevards – Groove!

L’imperativo che costituisce il titolo dice tutto di questo pastiche di funk fine ’70-primi ’80, disco e house: suoni fedeli senza essere filologici, voce tra canto e recitazione, ritmi coinvolgenti e un’atmosfera edonistica che congiunge l’epoca delle spalline a quella del twerking. Tipo un Bruno Mars fatto bene. Il male, se chiedete a me, ma al groove si resiste a malapena; ambientazione perfetta un party estivo all’aperto, che sia estate o meno.

10. The Excitements – Breaking The Rule

Meno che l’esordio ma più di “Sometimes Too Much Ain’t Enough” (2013), il terzo LP trova i barcelloneti in forma scoppiettante, capaci di costruire un groove spesso e pieno di anima, che lo straripante carisma vocale della meravigliosa Koko-Jean Davis (s)veste di una sensualità mas que caliente. Soul ed errebì antiquo more, per ballare e commuoversi, per desiderare ed ottenere; in breve: per sentirsi vivi. Da avere rigorosamente in vinile.

L’altro 2016

Perché è il 2016 solo se ci credi.

Lord Finesse – Funky Technician

Uno dei migliori dischi rap di sempre (per quanto mi riguarda, nella Top 3 con “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back e “Straight Outta Compton”) e uno dei più ignorati. La old skool newyorkese all’apice delle sue possibilità: campionamenti di James Brown, virtuosismi inauditi ai piatti (mai sentito uno scratch così!) e un flow strepitoso del MC (il verso “I kick the tune like my man Beethoven” mi strappa un sorriso ogni volta). Ma soprattutto una fluidità di ascolto che gli album rap non hanno praticamente mai. Un capolavoro, punto.

Marvin Gaye – Trouble Man

Si comincia a riscoprirlo, ma resta comunque l’album più sottovalutato della sua carriera. Gran peccato, perché questa colonna sonora (del film omonimo) riassume al meglio il lato musicale del fenomeno blaxploitation, muovendosi “tra un funk in punta di dita e un jazz da nightclub” con atmosfere variegate ma sempre seduttrici, complice un sassofono ora guizzante ora ammaliante. Marvin canta poco (ma quando lo fa è subito spettacolo: la title-track è su ogni antologia del nostro che si rispetti) ma compone, arrangia, suona piano, chitarra e batteria e anche produce in maniera sopraffina. L’esperimento soundtrack non verrà mai ripetuto, ma l’album resta un fotogramma del fermento culturale nero degli anni Settanta che mantiene inalterato il suo fascino anche a distanza di oltre quarant’anni.

Mark Free – Long Way From Love

Ci sono (stati?) governi di “centro—-sinistra” e dischi di “AO—R”. Questo, ad esempio: la batteria è praticamente sempre una drum machine, le tastiere dominano e la chitarra si sente appena; dov’è il rock? Eppure gli arrangiamenti funzionano, la scrittura è di livello raramente eguagliato in quest’ambito e la voce altissima di Mark (ora Marcie) Free colora magicamente il tutto. Per amatori, probabilmente, ma qualificarlo guilty pleasure sarebbe riduttivo e ingiustificato: in fondo, per imparare ad apprezzarlo basta avere gli amici giusti.

The Shadows Of Knight – Gee-El-O-Are-I-Ay

Antologia di una delle più selvatiche band  del garage anni Sessanta, questo LP, uscito per l’inglese Edsel nel 1985, assomma gli episodi migliori dei primi due lavori della formazione di Chicago (entrambi classici del garage), aggiungendovi qualche brano altrimenti rimasto di difficile reperibilità (su 45 giri) e risultando nel complesso preferibile ai singoli  album per la sua capacità di racchiudere l’immediatezza del genere in uno spazio limitato. Mega biblìon, mega kakòn from the first psychedelic era.

Damnatio memoriae

Rolling Stones – Blue And Lonesome

Comprato appena uscito sulle ali dell’entusiasmo generato da talune recensioni, ascoltato subito e ripetutamente, piaciuto dapprima, accantonato poco dopo. Magari sarà anche vero che è nato spontaneamente, per caso, cazzeggiando in studio, ma la spontaneità non basta a far sì che la sensazione di raggiro ben orchestrato si dissipi; anzi, si accresce con gli ascolti (ed anzi decolla scoprendo che l’edizione limitata dell’album è un cofanetto doppio con “Blue And Lonesome” assieme a quell’altra sesquipedale presa per i fondelli nomata “Havana Moon”). Anche godibile ma decisamente superfluo; come ha notato taluno, se un disco del genere fosse uscito senza la celebre griffe linguacciuta non se ne sarebbe accorto nessuno. Non commettete anche voi il mio errore: piuttosto tirate su “Play Chess” dei Morlocks, che vi costerà un terzo e vi farà godere il doppio.

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Disc-oboli

Resoconto delle ultime acquisizioni orgesche.

BAD COMPANY – COMPANY OF STRANGERS
Per tutti o quasi i Bad Company sono quelli di Paul Rodgers. Di più, quelli dei primi due LP. Di più, quelli del debutto omonimo, oggettivamente uno dei migliori album di tutto il rock anni Settanta. Quelli degli anni Ottanta, del cantante Brian Howe e della svolta AOR sono scansati come la peste o, al più, visti come un male necessario in quella decade critica per il rock classico, in attesa del ritorno, nel nuovo millennio, della formazione originale.
Lungi da me l’apologia della Cattiva Compagnia a conduzione Mick Ralphs-Simon Kirke, ma non ho tema di affermare che c’è della qualità, e non poca, anche nelle uscite post-Settanta. Questo LP, ad esempio; pubblicato nel 1995, “Company Of Strangers” smentisce il suo nome riprendendo il sound più veracemente hard dei primi Bad Company, dopo anni di sbornie patinate, ed aggiungendovi una punta di radici americane, a creare un’atmosfera western, nonché l’ottima voce del carneade Robert Hart, clamorosamente simile a quella di Paul Rodgers (e quindi eccelsa). Non un capolavoro, ma, vista l’assenza di pezzi realmente deboli, nemmeno un fiasco. Anzi, un buon modo per rendere piacevole un viaggio automobilistico, reale o immaginario.

CREATION – OUR MUSIC IS RED WITH PURPLE FLASHES
creation

Spesso considerati alfieri di seconda fascia della psichedelia britannica, i Creation in realtà si esercitarono con un sound che richiamava il beat e il rhythm & blues secondo l’approccio mod dei primi, contemporanei Who, con giusto qualche coloritura corale e strumentale a sancire che ci si trovava nel bel mezzo della Swingin’ London. E si adoperarono in maniera assai egregia, se si deve dar credito all’aneddoto che vuole lo stesso Pete Townshend chiedere al chitarrista Eddie Phillips di entrare nel suo gruppo. Nonostante qualche singolo promettente e due LP (pubblicati solo in Germania), alla qualità delle uscite non corrispose un riscontro di fama altrettanto intenso, e nell’ottobre del 1967 i Creation “classici” erano già storia (ma, con qualche assestamento di formazione, il gruppo sopravvisse sino all’anno seguente). Questa eccellente antologia raccoglie ventiquattro brani che ricostruiscono la parabola sfortunata ma esaltante del quartetto, in bilico tra freakbeat da ballo (Making Time, Try And Stop Me, Cool Jerk) e affreschi psichedelici (Painter Man, Nightmares, Can I Join Your Band), con alcuni omaggi ben assestati (la rilettura di Hey Joe è lì-lì con la versione hendrixiana, e Like A Rolling Stone si conferma delizia anche in elettrico). Un documento imperdibile della vitalità del rock anni Sessanta, che pure a distanza di decenni mantiene inalterate vitalità e godibilità.

ROGER MCGUINN – BACK FROM RIO
roger mcguinn- back from rio
Jim “Roger” McGuinn sa cantare piuttosto bene ed è un chitarrista ineguagliabile; praticamente colui che ha importato l’elettrica a dodici corde nel rock, cavandone un suono immediatamente riconoscibile, l’inimitabile ed imitatissimo “jingle-jangle”. L’uomo, però, non ha mai brillato come autore di canzoni, e infatti la grandezza dei Byrds si deve alla penna di altri, suoi sodali (Crosby, Clark e Hillman) o meno (Dylan) che fossero. Consapevole dei suoi limiti compositivi, all’alba dei Novanta McGuinn ha radunato alcuni songwriter prestigiosi (Tom Petty, Jules Shear, Mike Campbell), dei turnisti d’eccezione (Michael Thompson alla chitarra), vecchi colleghi volatyli (David Crosby e Chris Hillman danno una mano con i cori ed in fase di scrittura) e qualche ospite di rango (oltre a Petty anche Elvis Costello, Dave Stewart, Stan Ridgway e Timothy Schmit), per partorire una raccolta di dieci canzoni che, col senno di poi, si rivelerà il suo miglior album solista. Di primo acchito, “Back From Rio” sembrerebbe il divertissement di una rockstar annoiata e in crisi di mezza età, e invece il dondolio argentino della Rickenbacker, calato nell’era della globalizzazione e della contaminazione sonora – e confezionato di conseguenza – funziona ancora egregiamente (King Of The Hill, tipico sound byrdsiano a cura di McGuinn e Petty, finì persino al numero due dei singoli nell’inverno 1991, mentre l’intero album arrivò al n. 44 di Billboard) e costituisce una forse inaspettata ma riuscita dimostrazione di vitalità da parte del chitarrista. E proprio questa esibita capacità di McGuinn di aggiornare il proprio classico sound senza snaturarlo rende “Back From Rio” un disco senza il quale si può senz’altro vivere, ma si vivrebbe peggio.

LOS EXPLOSIVOS – SATISFACTION WOMAN
los explosivos - satisfaction woman

Il garage messicano è una delle mie perversioni da quando ho scoperto i Los Infierno, quintetto dal sound volutamente deragliante e stonato ma irresistibilmente caotico e festoso come solo il miglior rocanrol può e deve essere. Senza contare che il suono della lingua spagnola si presta particolarmente all’efficacia di questo tipo di proposta musicale. Della piccola ma agguerrita scena del Paese norteamericano i Los Explosivos sono una delle realtà più note e longeve, dato che pubblicano dischi dal 2007 e suonano regolarmente in Europa. “Satisfaction Woman” è il loro quinto LP, uscito nel 2012 e registrato, come si legge in seconda di copertina, “da qualche parte vicino Lubiana, Slovenia“. Sembra una stranezza ma, in realtà, è solo la conferma che il rock ‘n’ roll è ormai linguaggio globale: e allora ecco la rilettura in lingua della classicissima Action Woman dei Litter, ecco una A Toda Velocidad che pur essendo manifesta sin dal titolo deve qualcosa anche alla Scandinavia anni Novanta, ecco una No Hay Vuelta Atras che unisce fuzz e sitar, ed altri otto brani traboccanti di energia, distorsione e amore per quel suono che riesce a trascinare anche i punk sulla pista da ballo. Continuo a preferire i Los Infierno (che chicca il loro “Salvaje”!), ma i Los Explosivos tengono fede al nome che si sono scelti.

LINK PROTRUDI 6 THE JAYMEN – THE BEST OF
link protrudi & the jaymen

Quando al mondo il nome di Link Wray era materia per pochissimi cultori, uno di questi era Rudi Protrudi, rock ‘n’ roll animal se mai ce n’è stato uno. E nel 1987, durante una pausa dei suoi Fuzztones, il nostro concepisce l'(allora) inconcepibile: un trio chitarra-basso-batteria che suona brani  di rock ‘n’ roll strumentale della durata di due minuti e neanche sempre. Adesso, dopo “Pulp Fiction” e tutto il resto, sembra ovvio, ma all’epoca un’idea del genere non era venuta nemmeno ai Cramps. Progetto partito un po’ per gioco, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per tedio, Link Protrudi & The Jaymen (già nel monicker si coglie l’intento di omaggiare il pioneristico chitarrista) pubblicano il primo LP, “Drive It Home!” (un misto di brani di Wray e di originali sulla stessa lunghezza d’onda stilistica e anche qualitativa) in quello stesso 1987, mandandogli dietro altre due uscite: “Slow Grind”, pensato appositamente come colonna sonora per il burlesque, nel 1990 e “Seduction”, ispirato dalla musica tradizionale turca e dalla danza del ventre, nel 1994. Poi più nulla di nuovo a livello discografico, nonostante le sporadiche riapparizioni live (anzi, sono in tour per l’Italia proprio in questi giorni). Questa raccolta, meritoriamente pubblicata dalla Go Down Records, assembla venticinque episodi che spaziano lungo tutta la carriera del trio, con una prevalenza per le prime deraglianti prove (cinque i brani da “Slow Grind” e sei da “Seduction”, oltre a un paio di selezioni da compilation). Per chi è interessato al lato più sensuale ed animalesco del rock, nome imprescindibile.

RAMONES – ANTHOLOGY HEY HO LET’S GO!
ramones

Mi piaceva l’idea di avere tutto ciò che di essenziale hanno pubblicato i finti fratelli del Queens in un unico disco (ok, due). E, quando ho letto la tracklist (cinquantotto canzoni che spaziano lungo tutta la carriera del gruppo; non manca nulla di rilevante) e ho visto che si trattava dell’edizione con anche il libretto di ottanta pagine con foto e un saggio di David Fricke, non ho saputo resistere. So di non essere l’unico.

 


Andergraund Saund 2

“Mentre parliamo fugge il tempo invidioso”, sentenzia il satiro, e anche il rock ‘n’ roll non è che stia proprio lì ad attenderci. Le cose si muovono persino qui da noi, dove tutto sembra perennemente afflitto da un immobilismo secolare: infatti, il sottobosco musicale partorisce a getto continuo valide realtà, che provano a riproporre o ad aggiornare certe sonorità ormai consolidate, in taluni casi riuscendoci con personalità e competenza. Ecco, quindi, un altro piccolo resoconto dal fermento musicale italico, anche stavolta senza pretesa alcuna di completezza, ma solo per segnalare proposte meritevoli di ascolto ad avviso dell’autore. Come sempre, l’invito è ad attenersi al principio support your community, perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno, e tutto cadrà. Pensateci. Buon ascolto.

MONDO NAIF
Mondo-Naif-Turbolento
Il trio di Montebelluna (TV) ha già all’attivo due album in pochi anni, l’ultimo dei quali, “Turbolento”, è uscito esattamente un anno fa, a gennaio 2015. Il suono si orienta decisamente verso lo stoner, che, però, è qui non filologico ma personale, per merito di due distinti accorgimenti: gli efficaci ed evocativi testi in italiano, di evidente ascendenza “onircotica”; gli inserti prettamente psichedelici e spaziali (il sax avvicina Aquilone agli Hawkwind, e le orchestrazioni curate da Nicola Manzan, a.k.a. Bologna Violenta, rendono Belfegor ancor più puteolente di zolfo), che plasmano la nera e monolitica materia in senso maggiormente creativo, dal punto di vista sia sonoro sia concettual-tematico. Gruppo da tenere d’occhio, perché interessante già ora e comunque in crescita. Sinceratevene qui.

FAZ WALTZ
Faz Waltz - Move Over
I Faz Waltz sono un effervescente trio comasco, guidato dal compositore, cantante, chitarrista e tastierista Faz La Rocca, che guarda agli anni Settanta come all’età dell’oro e infatti si propone di riportare in auge il più ridanciano e festaiolo glam rock inglese dei Settanta (quello di Sweet, Slade, T.Rex e Gary Glitter), aggiungendovi una punta di saturazione hard rock (AC/DC) senza, però, scordare la melodia del power pop più robusto (Cheap Trick). Ad oggi hanno all’attivo tre album e alcuni singoli, nonché concerti in ogni angolo d’Italia, anche di spalla a nomi prestigiosi. L’ultimo lavoro, “Move Over”, data 2014 e, pur senza rilevanti scarti qualitativi rispetto alle uscite precedenti, è forse il più completo in termini di compiuto amalgama delle influenze, anche se un degenere genere del genere si apprezza meglio dal vivo, con una bionda/rossa/scura (birra o altro) in mano e in bocca. È qui la festa.

ISAAK
isaak - sermonize
Questi genovesi sono una delle eccellenze nel brulicante panorama nazionale stoner-doom, e per averne conferma basta ascoltare il loro ultimo album (ad oggi il terzo) “Sermonize”, uscito a dicembre 2015: un suono possente e tossico, partorito da quattro barbuti individui che si prefiggono il solo scopo di sciogliere la faccia dell’ascoltatore a suon di decibel, nel mentre assestandogli pure qualche martellata sul cranio con una clava d’ossidiana. Dodici brani di minutaggio contenuto (mai sopra i cinque minuti) suonati con gli amplificatori che fumano e i denti digrignati (non sempre, però, perché la fame chimica è esigente), sorretti da riff e ritmiche imponenti come un menhir di basalto. E non tragga in inganno l’approccio lievemente psichedelico (alla maniera dei Dead Meadow) che filtra qui e là, perché le radici e le intenzioni degli Isaak sono racchiuse nelle cover che completano gli ultimi due album: Wrathchild su “The Longer The Beard, The Harder The Sound”, Yeah dei Kyuss su “Sermonize”. Autentica eccellenza italiana, da gustare (oltreché live, ovviamente) qui.

THE SWEDE
the swede - rock n roll is undead
Questi cinque astigiani hanno la fregola del rock ‘n’ roll più elettrico ed elettrizzante, quello che germina spontaneo o quasi nelle cantine e nelle autorimesse del mondo. Ne è testimonianza il loro debutto discografico, uscito nel 2015 per l’attiva Go Down Records e costruito su una trascinante e coinvolgente mistura di garage, punk e hard rock, debitore alla Scandinavia tanto quanto a Detroit e New York. L’apertura con Sea Of Blood è già a rotta di collo, e anche il resto mantiene ritmo ed adrenalina ad alti livelli. Ad onta di un’originalità scarsa o nulla, i The Swede hanno partorito un LP solido e godibile anche per ripetuti ascolti, inserendosi perfettamente nella scena hard ‘n’ roll italiana e contribuendo (assieme ad altre solide realtà come King Mastino, Small Jackets e Diplomatics) al suo ottimo stato di salute. Passate a trovarli qui.

Che giramento di paillettes! Il glam inglese in 15 album

Con cadenza tuttora quotidiana la stampa generalista continua a trattare di David Bowie, a dimostrazione che la sua figura e il suo lascito, e la fama che entrambi hanno assunto, trascendono i confini pure non particolarmente angusti del rock per assumere una rilevanza per così dire universale, in grado di toccare ed influenzare anche coloro che non nutrono un particolare interesse nella musica popolare. A volte, però, gli omaggi e le commemorazioni giungono da commentatori, o da sedi di commento, talmente distanti dalla materia da far sospettare della sincerità dell’intervento, adombrandolo, piuttosto, del sospetto di opportunismo coccodrillesco. Ebbene, non mi unirò al coro preficeo e rivelerò da subito che di David Bowie non mi è mai importato nulla: troppo “strana” ed istrionica la sua proposta per intersecare i miei gusti. E infatti non posseggo, né ho mai posseduto, alcuno dei suoi dischi. Ciò, tuttavia, non mi impedisce di riconoscere la grandezza artistica dell’uomo e, dunque, di lamentarne – sia pure solo per motivi “umanistici” – la perdita. Però intendo farlo in modo diverso da quanto mi è capitato di vedere in giro.

Molte etichette artistiche sono state appiccicate a David Bowie nel corso della sua quasi cinquantennale carriera, ma l’unica che veramente gli è rimasta addosso sin dal primo utilizzo è quella di “glam”. Nulla, infatti, delle opere di Bowie è estraneo a quel senso di vistosa drammaticità capace di catturare ed amplificare la fantasia del grande pubblico: non i costumi, non i personaggi (l’alieno Ziggy Stardust, il Duca Bianco), non le cangianti proposte musicali. Ora, “glam” è senz’altro un approccio alla vita e all’arte, ma, nello specifico, è anche un filone musicale ben definito, una corrente evolutiva del rock che nasce nell’Inghilterra di inizio anni Settanta e giunge a riconoscimento internazionale (soprattutto in Europa; negli Stati Uniti il glam, ancorché accettato dal mainstream, verrà sempre visto come una perversione tipicamente British e spiegherà limitata influenza) nel periodo compreso tra il 1972 e il 1975, presto declinando in favore di altre e più dirompenti novità, in primis il punk. Del glam (rock) Bowie fu uno dei più rilevanti esponenti, assumendo le vesti dell’alieno Ziggy Stardust che, caduto sulla Terra, guida gli Spiders from Mars in un’intensa avventura musicale, fino alla morte ed alla rinascita sotto altre spoglie. Ma il genere non si esaurì nel sofisticato pastiche del nostro uomo (fatto di un rock giocato su più livelli, musicale ma anche teatrale, sospeso tra cantato e recitativo, tra impennate elettriche e acustica languidità, tra sobrietà intimistica e pomposità orchestrale), intersecando anche il revival del primigenio rock ‘n’ roll anni Cinquanta, che proprio in quel periodo si agitava con intensità (al di là della Manica e non solo: pensate ad “Happy Days” e “American Graffiti”), e la sua filiazione meno filologica e più adrenalinica, quel pub rock (fenomeno quintessenzialmente inglese) che fu fuoco di paglia e tuttavia in grado di accendere la miccia punk. Così, del glam emerse anche una versione più essenziale ed eccitante, tipicamente festaiola ed infatti spesso sguaiata, fatta di pochi power chord e di ritmi trascinanti e danzerecci, con frequente uso di cori e battiti di mani per incentivare la partecipazione del pubblico. E, paradossalmente (o forse no, vista la non indifferente dose di cattivo gusto che lo permeava), fu proprio questo filone più “quadrato” e simil-hard (nella proposta musicale, ma a volte anche nei contenuti) ad esercitare maggiore influenza, colpendo l’immaginario di taluni adolescenti, sia inglesi sia americani, che nel decennio successivo punteranno con decisione sul binomio glam lookhard sound, traendone ingenti soddisfazioni commerciali ed inventando quello che tuttora si definisce “glam metal”.

Ovviamente, l’approccio vistoso e over the top alla musica e all’immagine (indimenticabili le zeppe maschili e lo scialo di lustrini) non poteva non investire anche la vita stessa dei musicisti, spesso conducendoli a cadute tanto più rovinose quanto più alta era la notorietà raggiunta (la condanna per pedofilia di Gary Glitter, ad esempio). Ma, al netto dei trascorsi personali, la parabola del glam è ormai stata acquisita dalla storiografia rock come un passaggio di transizione, con specifiche e quasi invalicabili coordinate spazio-temporali (come detto, l’Inghilterra della prima metà dei Settanta) e un’eredità sostanzialmente nulla o, al più, apocrifa. In effetti, del glam “sofisticato” di Bowie oggi non rimane rilevante traccia nel rock: esso è, per così dire, “un’aura” che pervade, spesso in forma immanente, il mondo del pop in senso lato, ma senza pedisseque rivisitazioni spacciate per farina del proprio sacco, le quali, del resto, l’unicità della proposta e la caratura istrionica dei proponenti (Bowie, ma anche Marc Bolan e Freddie Mercury) non consentono. L’onda lunga del glam “brutale” è, invece, ben presente nelle sonorità contemporanee, come testimoniano una rimpatriata goliardica ma riuscita come i Down ‘N’ Outz, il successo dei nostri connazionali Giuda e un certo movimento internazionale a livello underground (da segnalare i comaschi Faz Waltz, autori di quattro ottimi dischi); segno che, nell’approccio revivalistico della nostra epoca, persino un filone sonoro apparentemente esaurito in via definitiva può essere fonte di ispirazione e di ripresa o, nel migliore dei casi, di aggiornamento.

E dunque, per omaggiare Bowie (indirettamente; e in questo, mi pare, risiede la diversità di approccio rispetto agli attuali agiografi), tento di riassumere le coordinate stilistiche del genere musicale che lo assurse definitivamente a superstar indicando quindici album di glam rock, tutti incastonati nel periodo aureo 1972-1975. Sono consapevole che questo stile musicale ha dato il meglio di sé a 45 giri, e, dunque, in molti dei casi citati un’antologia ben compilata sarebbe preferibile ad uno specifico LP, ma la scelta di album veri e propri risulta maggiormente funzionale alla ricostruzione dello spirito del tempo. E quindi va così: quindici album di glam anni Settanta. Fatene buon uso; magari carnascialesco, come or ora si conviene.

DAVID BOWIE – THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS (1972)
david bowie - the rise and fall of ziggy stardust and the spiders from mars
Idealmente in apertura della stagione glam, questo all time classic del rock è zeppo di pietre miliari, i cui titoli sono noti a chiunque ed ormai nientemeno che leggendari: la marcetta di Starman, le chitarre ora minacciose ora elegiache di Moonage Daydream, l’epopea della title-track, il rock ‘n’ roll discinto di Suffragette City. E poi Rock ‘n’ Roll Suicide, il blues trasfigurato di It Ain’t Easy, il riff swingante di Hang On To Yourself che fa da raccordo tra Eddie Cochran (Summertime Blues) e i Sex Pistols (God Save The Queen). Il tutto rilegato da una produzione impeccabile, grezza quanto basta per tenere viva la fiamma rock ‘n’ roll ma di rara precisione e mai melensa. Un album, beh, perfetto.

ROXY MUSIC – ROXY MUSIC (1972)


Probabilmente i Roxy Music rappresentano un caso a sé nel panorama musicale degli anni Settanta, ma è impossibile non considerarli parte della coeva temperie glamorous. La voce sensuale ma un po’ distaccata di Bryan Ferry, le sperimentazioni di Brian Eno e la chitarra ora spinta ora pennellata di Phil Manzanera, unitamente ad un look originale ed avanguardistico, contribuiscono a creare un modello a cui successivamente attingeranno in molti, dai “new romantics” ai Talking Heads, dai Tears For Fears allo stesso Bowie. Con questo primo LP, uno dei due con Eno, i Roxy Music contribuiscono allo sviluppo della vicenda glam (e la frequentazione, ancorché effimera, darà ottimi frutti) muovendo dagli aspetti più artistoidi del rock dei Sixties (i Velvet Undrground, ad esempio) e spostando ulteriormente i confini di raffinatezza, ricerca ed accessibilità del rock. Un vero e proprio capolavoro, al pari del seguente “For Your Pleasure”, al quale viene qui preferito per la maggiore portata innovativa derivante dall’essere un debutto.

T.REX – ELECTRIC WARRIOR (1972)
t-rex - electric warriorNato dai travagli di un Bolan che si gioca l’ultima possibilità per fama e carriera dopo i fallimentari inizi come cantautore acustico, “Electric Warrior” finisce per diventare uno dei più importanti dischi di tutti gli anni Settanta. Merito di un suono che fonde alla perfezione melodie beatlesiane, eccitazione rock ‘n’ roll e suggestioni psichedeliche, partorito da un gruppo impeccabile (ai cori Howard Kaylan e Mark Volman, già forza creativa trainante dei Turtles e meglio noti come Flo & Eddie) guidato da un “punk cosmico” dalla voce insieme pericolosa ed ammaliante e in stato di grazia compositiva. Difficile ascoltare pezzi come Jeepster, Get It On o The Motivator restando indifferenti; restando fermi è semplicemente impossibile. Preferibile la ristampa in CD, che include anche i lati A e B dei singoli d’epoca, tra cui le eccellenti e imperdibili There Was A Time/Raw Ramp e Hot Love.

GARY GLITTER – GLITTER (1972)gary glitter - glitter
Le recenti vicende giudiziarie (condanna per pedofilia e violenza sessuale su minori, con detenzione tuttora in corso) hanno definitivamente offuscato la stella di Paul Francis Gadd, in arte Gary Glitter, una delle più, beh, rilucenti del firmamento glam. Dopo un inizio carriera nel sottobosco della Swingin’ London (constano contatti con George Martin prima della sua avventura coi Fab Four), nel 1971 il nostro uomo, forte di un’immagine debordante (si dice possedesse oltre cinquanta paia di stivali e una trentina di tute con i lustrini) sale in cima alle classifiche britanniche con Rock ‘n’ Roll, una danzereccia jam divisa in due parti (una cantata, l’altra strumentale) che negli Stati Uniti diviene subito, e tuttora rimane, una delle più famose colonne sonore degli eventi sportivi. Naturale sbocco è il primo LP “Glitter”, che affianca ai due Rock ‘n’ Roll una mistura di originali e riletture di tradizionali del rock ‘n’ roll anni Cinquanta. Il risultato è un irresistibile compendio del glam ridotto ai suoi elementi essenziali: battiti di mani contagiosi, batteria potente, un riff di chitarra sporco e linee vocali che chiunque può cantare in coro (così la AllMusic Guide; di mio ci aggiungo solo un sassofono insidiosamente sornione). Robert Christgau liquidò l’album come “unreconstructed rock and roll revivalism of the most reactionary sort“, individuando con perfezione le ragioni del suo successo.

MOTT THE HOOPLE – ALL THE YOUNG DUDES (1972)
Mott The Hoople - All the Young Dudes
A guardare la qualità complessiva, sarebbe stato più giusto includere il successivo “Mott”, o magari l’ancora seguente “The Hoople”, ma, visto lo spirito celebrativo dell’operazione, la scelta deve necessariamente cadere sul titolo più famoso e rappresentativo del quintetto, il proverbiale fulmine a ciel sereno (quasi nella Top 20 inglese l’album, al numero 3 dei singoli il brano che lo intitola) in una carriera altrimenti avara di riconoscimenti. E infatti nel 1972, dopo quattro LP in tre anni, i Mott The Hoople erano sull’orlo dello scioglimento, quando David Bowie li prese sotto la sua ala protettiva, spingendoli ad abbracciare un’immagine più vistosa e donando loro una canzone appena scritta, una ballata rock dal respiro dylaniano e dall’afflato corale, con un testo in odore di omosessualità, intitolata, appunto, All The Young Dudes. I risultati, come detto, giunsero e copiosi, e non solo per merito dell’acclamato singolo: la rilettura di Sweet Jane dei Velvet Underground (altra idea di Bowie) convince forse anche più della versione di Lou Reed su “Rock ‘n’ Roll Animal”, Momma’s Little Jewel è stuzzicante quanto basta, Sucker e Ready For Love/After Lights anticipano l’hard radiofonico dei Bad Company (non a caso questo disco sarà l’ultima partecipazione del chitarrista Mick Ralphs) e, in generale, la vena autoriale di Ian Hunter, ottimamente servita dalla produzione di Bowie, è all’apice. Un classico, né più né meno.

SLADE – SLAYED? (1972)
slade - slayed
Principali artefici dell’usanza glam di storpiare i titoli delle canzoni con omofoni, gli Slade rappresentano una delle anime più caciarone del movimento, sia dal punto di vista estetico (il loro look ricorda più dei proletari tirati a lucido per il sabato sera in centro che l’efebica sofisticatezza di un David Bowie) che da quello musicale, la loro proposta componendosi di brani essenziali, flagellati da chitarre distorte ai limiti dell’hard rock, ritmicamente mai troppo discosti dalla ballabilità del boogie e incentrati sui ritornelli a presa rapida scanditi dalla voce sguaiata del leader Noddy Holder. Questo primo LP riassume al meglio le coordinate stilistiche dell’intera produzione del gruppo ed è forse quanto di più influente ha prodotto il lato più festaiolo del glam. Se proprio si vuole rilevarne una pecca, è l’assenza di un singolo “definitivo” come sarà, invece, Cum On Feel The Noize, che farà scoprire ai Quiet Riot di avere una carriera (da notare che il secondo album del gruppo americano tenterà la stessa via per il successo di “Metal Health” rileggendo ancora gli Slade, stavolta Mama Weer All Crazee Now, che si trova proprio su “Slayed?”).

THE SENSATIONAL ALEX HARVEY BAND – FRAMED (1972)sensational alex harvey band - framed
Seriamente impressionato dalla morte sul palco del fratellino Leslie “Les”, chitarrista dei promettenti Stone The Crows, nel 1972 Alex Harvey decide di rompere un ritiro dalle scene ormai biennale e di porsi a capo di una nuova band, marcando così il distacco dalla precedente esperienza solistica (che lo aveva visto anche partecipare al musical “Hair”). Recluta perciò il chitarrista Zal Cleminson, il bassista Chris Glenn e i cugini McKenna, Hugh (tastiere) ed Eddie (batteria), collettivamente già noti come Tear Gas e privi di prospettive, e forma la Sensational Alex Harvey Band, facendo leva sulla fama già acquisita in proprio. Il nostro uomo sopravanza di quasi quindici anni i musicisti prescelti, ma questo non impedisce un’immediata sintonia tra il quintetto, che si orienta verso un rock derivato dall’indurimento del blues ma altrettanto colmo della teatralità che è cifra indefettibile del leader, sul palco e in studio. E il primo album, uscito nel ’73, mostra una riuscita fusione di queste tendenze, disegnando una tela composita, dove trovano spazio puro hard blues (la rilettura del classico I Just Want To Make Love To You sembrano gli AC/DC griffati Stax, e St. Anthony ha ben poco dell’inno religioso) e ballate folk non prive di mordente (Hammer Song), episodi di cabaret ai limiti del pacchiano (There’s No Lights On The Christmas Tree, Mother They’re Burning Big Louie Tonight) e cangianti suite prog-glam (Isobel Gaudie), per un risultato di subitanea godibilità. Gli altri LP (specialmente il successivo “Next”) si manterranno su simili livelli qualitativi, ma i galloni di “Sensazionale” la banda Harvey se li è guadagnati qui.

SUZI QUATRO – SUZI QUATRO (1973)
suzi quatro - suzi quatro
Figlia di madre ungherese e di padre italoamericano, Suzan Kay Quatro nasce a Detroit nel 1950 e, assistita da una prassi familiare di frequentazione musicale, muove i primi passi artistici nella elettrizzante scena della Motor City di metà anni Sessanta, e infatti non ha che quattordici anni quando si unisce (come bassista e cantante; ruolo che conserverà per tutta la carriera) alla teen band garagista Pleasure Seekers, formata dalle sorelle maggiori, per tentare la scalata al successo. Ma l’ambiente duro della città natale ne ha già formato il carattere in senso incompromissorio, dando anche corpo a cospicue ambizioni musicali, e così nel 1971 Suzi si trasferisce in Inghilterra per perseguire un suono rock più vivo e pulsante senza dover scendere ai compromessi richiesti dal mainstream ad una aspirante rocker di bella presenza. “A modo mio” è il mantra della nostra, e infatti, tempo un paio d’anni, messasi a capo di un quartetto che porta il suo nome (gli altri tre sono tutti uomini), debutta con un esplosivo album omonimo, che, partendo dai Fifties, passando per gli Stones e lambendo l’hard rock , non si fa trovare impreparato per il treno glam, al quale aggiunge un solido vagone, più sonoro che visivo: l’immagine è decisamente poco glamorous, basandosi piuttosto sul classico denim & leather, ma la vera innovazione è il ruolo di Suzi Quatro, ovvero la dimostrazione che le donne possono essere protagoniste del rock senza per forza scimmiottare i modelli maschili, ed anzi superandoli sul loro stesso terreno d’elezione (quello della “durezza”, sia visiva sia sonora). Una lezione che praticamente tutte le successive women in rock (da Joan Jett a Gaye Advert, da Lita Ford a Wendy O. Williams, dalle Girlschool a Dawn Crosby) non scorderanno. Come questo disco.

QUEEN – QUEEN (1973)
queen - queen
Impossibile aggiungere qualcosa di nuovo e/o sagace su una delle vicende più mitizzate ed analizzate della storia della musica pop, e infatti nemmeno ci provo. Mi limito ad osservare che gli albori discografici trovano la Regina perfettamente calata nello Zeitgeist musicale, a suo agio con la mistura di rock duro ed ampollose aperture teatrali tipica dell’Inghilterra del tempo. Merito di un incontro tra talenti non comuni, in primis quello straripante di Freddie Mercury, che, viste le premesse, non poteva non imporsi come qualcosa di più grande della somma delle sue parti (giudizio talmente diffuso da consentire a May, Deacon e Taylor di mungere l’ubertosa sigla ancora oggi, a venticinque anni dalla “abdicazione”). Questo debutto vede i Queen indulgere su riff pesanti e prettamente hard rock (un titolo su tutti: Son And Daughter), anche se filtrano già sprazzi del cesello sonoro e della versatilità stilistica che costituiranno la cifra peculiare del gruppo e che lo porteranno nel pantheon della musica novecentesca. Disco spesso sottovalutato (anche più del successivo, e maggiormente proteiforme, “Queen II”), e ingiustamente, soprattutto in sede di ricostruzione del suono glam inglese.

MUD – MUD ROCK (1974)
mud - mud rock

I Mud costituiscono una sorta di trait d’union tra il glam più essenziale e festaiolo e il ritorno in auge del primigenio rock ‘n’ roll che proprio a metà anni Settanta si consumava con maggior vigore, e, nonostante una proposta di evidente immediatezza, sono rimasti un nome per addetti ai lavori, che mai ha raggiunto fama rilevante al di fuori d’Albione. Peccato, perché il primo album del quartetto londinese, pur non facendo mistero di intenzioni semplici e dionisiache, veicolate da brani essenziali e danzerecci, è una godibile sequela di rock ‘n’ roll dai ritornelli appiccicosi e dal beat coinvolgente, che si apre con un’ipotesi di Elvis che canta nei Kiss (Rocket, opera della coppia Mike Chapman-Nicky Chinn, i songwriter responsabili della maggior parte dei successi glam a 45 giri), prosegue con una rilettura corale e zuccherina di Do You Love Me (in cui è strano e difficile riconoscere la mano autoriale di Berry Gordy Jr., patron della Motown) e altri scarni shuffle dall’irresistibile drive ritmico (Hippy Hippy Shake, che rifaranno con successo anche i Georgia Satellites; il medley di classici Shake, Rattle and Roll/See You Later Alligator; persino un tentativo di aggiornare al glam l’immortale swing di In The Mood) e si chiude con una rilettura in tempo medio di Bye Bye Johnny di Chuck Berry, a ribadire da dove si viene e dove si va. Nulla di nuovo, ma l’energia profusa e l’atmosfera festosa (della quale fa parte anche la finta platea, che doveva far sembrare l’album un’incisione live) lo rendono una delle istantanee più godibili dell’era glam.

THE RUBETTES – WEAR IT’S AT (1974)
Rubettes - Wear It's At
I Rubettes esemplificano alla perfezione il lato fatuo ed artificioso del glam. Il sestetto (due tastiere; e una regola non scritta del rock dice che un gruppo con due tastieristi non promette nulla di buono), infatti, fu creato a tavolino da Wayne Bickerton e Tony Waddington, autori e discografici della Polydor desiderosi di emulare il successo di altre realtà simili, e fu dagli stessi dotato di un’immagine vistosa ma vicina al Fifties revival, secondo i dettami della moda del tempo, nonché di un pacchetto di brani di sicuro effetto, tra i quali spicca Sugar Baby Love, midtempo balzellante dagli aromi doo-wop che finì al numero 1 delle classifiche inglesi nel gennaio 1974. L’album che la contiene, però, ha altre frecce al suo arco: un titolo spiritoso e volutamente sgrammaticato e undici brani rassicuranti e godibili, che incarnano il concetto di bubblegum music con estese armonie vocali, temi adolescenziali e melodie zuccherose, glam più nell’aspetto che nella sostanza (a meno che non si voglia individuare, peraltro plausibilmente, l’essenza del glam proprio nell’assenza di sostanza). Il successo, come detto, fu ingente, ma non bastò a soddisfare le pretese del gruppo, che nel 1976, dopo un ulteriore album fotocopia del debutto, tenterà di scuotersi di dosso la reputazione di leggerezza sposando temi scottanti (Under One Roof racconta di un omicidio familiare per ragioni omofobiche, e simili percorsi tematici batte The Killing Of Georgie di Rod Stewart, riletta per l’occasione) e scottandosene sino a bruciarsi: calo di pubblico, perdita del contratto discografico, mutamenti di formazione, scioglimento (nel 1979). Tanto basta per classificare i Rubettes come i Monkees del glam, e mi chiedo perché non ci abbia ancora pensato nessuno.

SWEET – DESOLATION BOULEVARD (versione U.S.A.) (1975)sweet - desolation boulevard (US version)
Difficile orientarsi nella discografia di questi pionieri del glam, attivi già a metà degli anni Sessanta e titolari di singoli che uniscono l’impatto dell’hard rock e l’accessibilità del pop sin dal 1968. Infatti, l’esplosione del genere e i riscontri di cui godettero da ambo i lati dell’Atlantico, forse dovuti alla vena particolarmente dura del loro sound rispetto ai contemporanei inglesi, portò ad una duplicazione delle uscite sui mercati britannico e statunitense (per quest’ultimo, infatti, vennero creati LP ad hoc, contenenti i singoli di maggior successo e scalette talmente diverse dalle controparti europee, ove esistenti, da sconfinare nel pieno arbitrio compilativo) che non giova alla ricostruzione delle vicende musicali di Brian Connolly e compagni. Ma il glam, si sa, è una vicenda di apparenze, e allora meglio puntare direttamente sul bagliore più acceso, e dunque su quel “Desolation Boulevard” che, mantenendo alto il profilo del quartetto, nel novembre 1975 (ad un anno esatto dalla pubblicazione della versione europea) sancì la domiciliazione degli Sweet nel Nuovo Continente. Merito di un lavoro che ha la caratura del classico, e se una non piccola parte di questo giudizio spetta all’inclusione in apertura di Ballroom Blitz, singolo spaccaclassifiche dall’andamento irresistibilmente sculettante, anche il resto non sfigura: The 6-Teens scimmiotta convincentemente Ziggy Stardust, A.C.D.C. fa il boogie appiccicoso anziché elettrico, Sweet F.A. incrocia Black Sabbath e primi Queen, Fox On The Run è un hit a base di rock duro ma procace, che spiega al meglio da dove viene (musicalmente, ma non solo) molto del glam metal anni Ottanta. Non per nulla in copertina c’è il Sunset Strip.

SHOWADDYWADDY – STEP TWO (1975)
showaddywaddy - step two
Quello degli Showaddywaddy è un caso paradigmatico per documentare l’incrocio tra la parabola del glam e quella del revival del rock ‘n’ roll. Il gruppo, infatti, nasceva (a Leicester, nel 1973) per riprodurre l’eccitante sound degli anni Cinquanta, con originali ma spesso con rivisitazioni di classici maggiori e minori di quell’era. La contemporanea esplosione del movimento dei lustrini e delle zeppe, tuttavia, spinse l’ottetto (il gruppo, infatti, risulta dalla fusione di due distinte formazioni, incontratesi in occasione delle jam settimanali in un pub) ad abbracciare anche l’eccesso visivo tipico della moda del momento, con sgargianti completi monocromatici che rendevano la presenza sul palco un vero e proprio arcobaleno. Nessuna sorpresa musicale, dunque, nei dischi degli Showaddywaddy, anche se una gradazione qualitativa può comunque essere tentata, perché con il passare del tempo (il gruppo è tuttora attivo) l’energia esecutiva e la brillantezza di scrittura si attenuarono, rendendo monotona una proposta che già aveva le carte in regola per esserlo sin dai primordi (per fare un esempio: tutti gli LP della formazione assommano 12 canzoni, di cui 9 originali e 3 cover). Viene qui scelto il secondo album, di qualità sostanzialmente parificabile al debutto (uscito nel 1974), per marcare il passaggio dal periodo glam al revivalismo fine a se stesso, dettato anche dal calendario.

IAN HUNTER – IAN HUNTER (1975)
ian hunter - ian hunter
Lasciati i Mott The Hoople alla fine del 1974, il chitarrista e cantante Ian Hunter si trasferisce a New York per tentare la carriera solista, portando con sé un altro talentuoso transfuga di una formazione eccellente, Mick Ronson. I due si gettano a capofitto nella realizzazione di un nuovo disco, e nel 1975 “Ian Hunter” è nei negozi. E nella Top 20, grazie ad una chiave d’eccezione come Once Bitten, Twice Shy, andamento shuffle, testo sornione e ritornello corale che faranno perdere la testa a molti (ne sanno qualcosa i Great White). Ma in questo scrigno finemente decorato (su evidente ispirazione di Escher) i gioelli sono molti, e tutti assistiti dal connubio tra corpo e spirito, seduzione e umorismo, rock ‘n’ roll (The Truth, The Whole Truth, Nuthin’ But The Truth; Shades Off) e riflessione (Boy; It Ain’t Easy When You Fall), nonché da una produzione impeccabile, con cui Ronson riesce a coniugare essenzialità strumentistica (praticamente tutti i pezzi si reggono sul quartetto chitarra-basso-batteria-pianoforte) e ricchezza sonora, grazie ad arrangiamenti ben congegnati senza essere ridondanti. Il risultato è un disco di rock insieme trascinante e pensante, che segna la maturità di Hunter e congeda con un inchino il glam più sofisticato. Il Duca non abita più qui.

HELLO – KEEPS US OFF THE STREETS (1976)
hello - keep us off the streets
Visti in copertina sembrano tutto fuorché un gruppo glam, gli Hello: jeans strappati, gilet, stivali. E però il sound del quartetto londinese, formatosi nel 1971 e divenuto una delle sensazioni più acclamate nei club grazie a trascinanti esibizioni dal vivo, racchiude la quintessenza di questo stile musicale: temi edonistici e/o di evasione, richiami al rock ‘n’ roll tradizionale (paradigmatica la cover di Carol di Chuck Berry) con gli accorgimenti dei tempi nuovi (in primis i battiti di mani ritmici, vero e proprio marchio di fabbrica del glam), intenti di intrattenimento corale tanto semplicistico quanto autentico. Il debutto a trentatrè giri degli Hello giunse dopo un paio di singoli di limitato successo e anni di gavetta concertistica (prima, ma soprattutto dopo le prime incisioni), ma non è chiaro, specialmente col senno di poi, quali speranze esattamente nutrisse la casa discografica nei confronti di questa formazione: nel 1976 il glam era ormai al tramonto, costretto dai tempi nuovi ad alzare i volumi sino a confondersi con l’hard rock tout court e nel contempo cacciato dai riflettori dall’entrante punk, e infatti la performance commerciale di “Keeps Us Of The Streets” incarnò esattamente il titolo sotto cui circolava, mandando gli Hello fuori strada e determinandone lo scioglimento. Ma ciò non vale a mettere in discussione lo spessore dell’album come uno dei più fulgidi esempi di quel filone vistoso, disimpegnato e festaiolo del rock ‘n’ roll partorito dall’Inghilterra a metà anni Settanta, e valga dunque come una sorta di testamento del glam. In attesa della prossima festa.

Vinile e celluloide: Top 20 colonne sonore hard ‘n’ heavy anni Ottanta

PREMESSA
Esattamente un anno fa, il 5 gennaio 2014, mandavo alla redazione di Classix Metal, rivista con la quale al tempo collaboravo, questo articolo e due scritti connessi. A tutt’oggi non è stato pubblicato, anche se non escludo che la sua uscita in edicola possa avvenire a breve (recentemente, infatti, sono stato contattato dal vicedirettore, che, oltre a domandarmi se fossi interessato a redigere un ultimo articolo, mi ha comunicato la probabile futura pubblicazione di questo mio pezzo). In ogni caso, mi sembra trascorso un tempo sufficiente a legittimare il mio utilizzo dell’articolo senza pregiudizio per nessuno; convincimento avvalorato dalla natura tuttora inedita dell’opera, sulla quale, peraltro, non vige nessun diritto di esclusiva in capo a persona diversa dall’autore. Provvedo quindi alla pubblicazione integrale di articolo e connessi “box”, con giusto l’espunzione dell’unico riferimento a Classix Metal, sperando di non fare cosa sgradita alla redazione, costituita di persone competenti, corrette e piacevoli, di cui serbo, e desidero continuare a serbare, un’ottima opinione. La quale, invece, non ho di questo articolo, “tagliato” per esigenze editoriali specifiche, che, al giorno d’oggi, vivrei come una costrizione, anziché come un’occasione di
labor limae. Sono, tuttavia, affezionato a questo pezzo, perché mi ricorda un periodo ormai terminato della vita; lo considero un canto del cigno. Dite voi, giudici ultimi, se il pennuto è intonato o meno.

VINILE E CELLULOIDE

Nel secolo americano, il ventesimo, gli anni ’80 sono stati forse il decennio che più ha visto gli U.S.A. in posizione dominante: gli anni dell’ultraliberismo e della finanza trionfante, dello scudo spaziale e dell’affare Iran-Contras, della lacca e dell’aerobica, di “Miami Vice” e di “Dallas”. E di Schwarzenegger e Stallone: nel diffondere la cultura a stelle e strisce, infatti, il cinema ha ricoperto un ruolo determinante. Ma se suoni e immagini sono singolarmente mezzi potentissimi per veicolare messaggi ed emozioni, ancor più potenti essi risultano quando vengono combinati, e infatti nessuna opera cinematografica può fare a meno della propria colonna sonora, che in certi casi risulta persino più memorabile della stessa pellicola. Le colonne sonore seguono tendenzialmente due forme stilistiche: fanno utilizzo di strumenti e sonorità classiche, affidandosi alla grandiosità e alla versatilità delle orchestre per commentare le immagini, o si servono della musica popolare a loro contemporanea (o dell’epoca in cui il film è ambientato) per meglio costruire l’ambientazione, e quest’ultima soluzione risulta particolarmente interessante per la sua costante mutevolezza, necessaria per adattarsi ai gusti e alle mode dei tempi. Negli anni ’80 questo secondo filone ha prodotto il definitivo ingresso del metal in ambito cinematografico. Il nostro genere musicale, del resto, non solo costituiva la next big thing del momento, ma risultava anche funzionale a diverse esigenze filmiche: le sue tematiche macabre e violente erano perfetto complemento del cinema horror, che conosceva in quel decennio particolare fortuna (anzi, il binomio diede origine a uno specifico filone di “heavy metal horror movies”, dove protagoniste erano proprio metal band, talvolta persino interpretate dagli stessi musicisti) e le sue sonorità epiche e maestose si prestavano magnificamente a commentare trame tipicamente americane di “rise, fall and rise again”. Nel corso degli anni ’80, quindi, l’ hard ‘n’ heavy, in tutte le sue varianti (ma soprattutto in quelle più accessibili, come AOR e glam), apparve in numerose soundtrack, a corredo di opere cinematografiche dei più disparati genere, fortuna commerciale e meriti artistici. Cercando di rifuggire dall’ovvio, come ci è congeniale, abbiamo fatto lavorare le meningi e abbiamo rispolverato venti colonne sonore (tutte pubblicate ufficialmente) di film del periodo. Ne è uscito qualche bel ricordo (per chi c’era) e qualche chicca curiosa, persa tra le pieghe del tempo: a voi dire se ne è valsa la pena. E ora, volume, motore, azione!

FUSI DI TESTA (WAYNE’S WORLD, 1992)

Wayne's World

Spin-off cinematografico di un popolare sketch della trasmissione Saturday Night Live, questa storia di due metallari nerd e del loro programma tv divenne un vero e proprio caso culturale, introducendo, oltre alla consueta carrellata di gadget, persino tormentoni linguistici. La colonna sonora fa storia a sé, perché riesce nel mirabile intento di condensare decenni di rock in 14 pezzi, finendo in vetta a Billboard e riportandoci, dopo circa 15 anni, anche “Bohemian Rhapsody”. Una compilation è spesso questione di equilibri interni, e questa scelta di pezzi – Black Sabbath ma anche Red Hot Chili Peppers, Soundgarden ma anche Rhino Bucket – si dimostra perfettamente bilanciata in ogni sua parte. Lavoro eccellente, la cui unica pecca è la mancata inclusione di Ugly Kid Joe e Temple Of The Dog, pure uditi nel film.

 

SOTTO SHOCK (SHOCKER, 1989)

Shocker

Per il re dell’horror Wes Craven fallimento al botteghino (c’entrerà la recitazione di Kane Roberts?) ma successo musicale, con la nascita, per l’occasione, del supergruppo The Dudes Of Wrath: Paul Stanley e Desmond Child alla voce, Vivian Campbell e Guy Mann-Dude alle chitarre, Rudy Sarzo al basso e Tommy Lee alla batteria. Risultato? Due pezzi di puro hard rock del tempo, con l’omonimo “Shocker” che si segnala per la potenza e il ritornello memorabile. Ma anche il resto vale il prezzo del biglietto: i Megadeth in formazione a tre (caso unico nella loro storia) riscuotono grande successo con la cover di “No More Mr. Nice Guy”, i Dangerous Toys convincono con “Demon Bell” e Iggy Pop si misura con la tozza ma avvolgente “Love Transfusion”, scritta da Alice Cooper e Desmond Child. E la scossa la prendiamo anche noi: a ogni ascolto.

 

NON APRITE QUELLA PORTA 3 (LEATHERFACE: THE TEXAS CHAINSAW MASSACRE III, 1990)

texas chainsaw massacre III

Terzo capitolo della saga della famiglia Sawyer, noti “motosegaioli” del Texas orientale, e primo non diretto dall’originario ideatore Tobe Hooper: sadismo, anche nei dialoghi, a ogni piè sospinto e atmosfere notturne e minacciose. Quale altro commento musicale, dunque, se non il thrash? Questa colonna sonora punta più di ogni altra sui suoni estremi dell’America del tempo, inanellando qualche chicca (eccellente “When Worlds Collide” degli speedster Wrath, come pure l’opener “Leatherface” dei Lääz Rockit) e risultando nel complesso di livello insospettabilmente alto: curioso il rock ‘n’ roll della one-off band Utter Lunacy, formata da membri di Bulletboys, Poison, Jethro Tull, Hurricane e Dio. Album tanto valido quanto raro, non fu beneficiato dal successo del film (dal quale la Northstar trasse una saga a fumetti in 4 volumi). Peccato.

BLACK ROSES (1988)

Black Roses

Ancora luoghi comuni cinematografici sul metal: una band di satanisti, i Black Roses, cerca di corrompere le menti giovanili con la sua musica infernale, lasciandosi dietro una scia di sangue. E la band viene creata davvero, appositamente per incidere la colonna sonora, contattando il meglio del panorama hard ‘n’ heavy: Mark Free alla voce, Mick Sweda e Alex Masi alle chitarre, Chuck Wright al basso e Carmine Appice (che ha anche una piccola parte nel film) alla batteria. Il risultato sono quattro ottimi brani di heavy americano, scritti e suonati con la massima perizia. Completano il tutto altri sei pezzi di Lizzy Borden, David Michael Phillips, Bang Tango, King Kobra, Tempest e Hallow’s Eve. Opera di livello soprendentemente elevato e migliore della pellicola a cui si accompagna, non casualmente questa soundtrack è uscita su Metal Blade.

THE DECLINE OF WESTERN CIVILIZATION PART II: THE METAL YEARS (1988)

the decline of western civilization part ii the metal years

Bloccata sul Sunset Strip da un ingorgo, Penelope Spheeris si accorge della folla di appariscenti capelloni e capisce che è tempo di dare un seguito al suo documentario sul punk losangeleno, narrando la sensazione del momento: ne esce “La Commedia Umana” versione metal, tragedia (gli Odin dentro una jacuzzi che, birre e donne alla mano, cianciano di quanto poco gli manca per diventare rockstar) con qualche perla (Paul Stanley sdraiato tra due playmate che sentenzia: “ciò che il denaro ti consente è di dimenticarti del denaro”). La colonna sonora sfodera il meglio della scena: la versione live di “Bathroom Wall” dei Faster Pussycat batte l’originale, e l’altrimenti inedita “You Can Run But You Can’t Hide” degli Armored Saint è uno dei loro apici. Se poi aggiungiamo Motörhead, Megadeth, Queensrÿche e Metal Church, il quadro è completo: la migliore soundtrack metal anni 80.

IL MIO AMICO SCONGELATO (ENCINO MAN, 1992)

encino man

Sorta di “Ace Ventura” ante litteram, questo film godette poco riscontro di pubblico. Eppure i produttori le avevano tentate tutte, e per rendersene conto basta leggere la tracklist della colonna sonora, sagace riassunto delle tendenze del periodo: apre Vince Neil con “You’re Invited But Your Friend Can’t Come”, preludio alle vette del di poco successivo LP “Exposed”, proseguono i Cheap Trick con una spinta cover di “Wild Thing” e i Queen con un remix hard di “Stone Cold Crazy”, quindi spazio alla contemporaneità crossover con Scatterbrain e Infectious Grooves, senza dimenticare per strada Steve Vai e l’Edgar Winter Group e un paio di furbe puntate nell’easy listening e nell’hip hop. Operazione di marketing anche godibile ma riuscita a metà, il cui principale risultato è di far risaltare il distacco qualitativo tra nomi storici e giovani virgulti.

MORTE A 33 GIRI (TRICK OR TREAT, 1986)

Trick Or Treat

Questo film è divenuto ormai leggendario, a causa di due camei attoriali: Gene Simmons nei panni del dj (memorabile nella versione originale il tormentone “wake up sleepy heads, it’s party time!”) e Ozzy ad impersonare un telepredicatore che si scaglia contro la degenerazione del rock ‘n’ roll. E che dire della scena con la madre del protagonista che guarda sconcertata la copertina di “Unveiling The Wicked” degli Exciter chiedendosi che razza di persona ha allevato? La soundtrack è affidata ai Fastway, che per l’occasione immergono il loro hard rock dai suoni tradizionali in una patina di riverbero da cui lampeggia l’insegna “Eighties”. Almeno quattro pezzi si imprimono immediati nella memoria: l’anthem “Trick Or Treat”, la viscida “Stand Up”, il ritornello di “After Midnight” e la potenza di “Tear Down The Walls”. Il vero classico del connubio metal-horror.

AIRHEADS – UNA BAND DA LANCIARE (AIRHEADS, 1994)

airheads

Grottesca storia di un trio che sequestra un dj radiofonico nella sua stazione per far udire il proprio demo, “Airheads” vanta una eccellente colonna sonora, assemblata con criterio e capace di soddisfare inveterati metalhead senza sacrificare la sua contemporaneità, quei primi anni ’90 in cui il rock “alternativo” dominava le classifiche: non solo gli Anthrax alle prese con “London” degli Smiths e il duetto Motörhead-Ice T funzionano, ma anche le altre scelte si rivelano azzeccate, come i 4Non Blondes che rifanno i Van Halen e il quasi scan rock dei D Generation. La chiusura, affidata a “We Want The Airwaves” dei Ramones, certifica la scanzonata comicità del film. Curiosità: per impersonare il bassista, Steve Buscemi si è ispirato a Rex dei Pantera, dal quale ha mutuato anche il nome.

ROCKY IV (1985)

rocky iv

Nel 1984 Reagan viene rieletto Presidente con la più alta percentuale di voti di sempre: è quindi naturale che le coordinate ideologiche del suo mandato influenzino le arti. Archetipo di tale influenza è questo film, la cui colonna sonora è un trattato di AOR, una finestra sul periodo in cui tastiere e melodia dominavano l’etere: semplicemente immortali i contributi dei Survivor, spettacolari “No Easy Way Out” di Robert Tepper e “Hearts On Fire” di John Cafferty & The Beaver Brown Band (entrambi seguiranno Stallone anche su “Cobra”) e “Living In America” nientemeno che l’ultimo vero acuto di carriera per James Brown. Fu, prevedibilmente, un successo da milioni di copie. Nel film vi sono anche brani strumentali, composti da Vince DiCola (noto per il suo lavoro sul lungometraggio animato “Transformers”) e pubblicati ufficialmente solo nel 2010.

AQUILA D’ACCIAIO (IRON EAGLE, 1986)

iron eagle

Anno chiave per la U.S. Navy, il 1986: non solo il bombardamento di Gheddafi, ma anche il boom di arruolamenti per il successo di “Top Gun”. Un piccolo “thanks”, però, la Marina potrebbe riservarlo anche a questo film, inserito nel filone della guerra aerea e ispirato proprio alla campagna libica, la cui colonna sonora contempla alcuni grossi nomi dell’hard rock: King Kobra, Dio, Eric Martin, Helix. In questo contesto l’inclusione di George Clinton (e non dei Twisted Sister, pure ascoltati nel film) e degli Urgent risulta una curiosa stravaganza, per non dire un’espressione del cerchiobottismo dei discografici. Far girare questo disco equivale a calarsi nell’epoca, con tutti i suoi cliché (l’all American boy trionfante, il riscatto del veterano del Vietnam, i cattivi comunisti sconfitti, i synth magniloquenti, i rullanti annegati nel riverbero) insieme rassicuranti e inquietanti.

DÈMONI 2…L’INCUBO RITORNA (1986)

Demoni 2 (Original Soundtrack)

Pur potendo contare sul gotha dell’horror italiano (regia di Lamberto Bava e produzione di Dario Argento, che collabora anche alla sceneggiatura) “Demoni” non riscosse successo. Ci provò, un anno dopo, questo sequel, di dubbia qualità ma comunque curioso (nel cast Nancy Brilli, la decenne debuttante Asia Argento e persino un cameo di Michele Mirabella!). La soundtrack è nelle mani dell’inglese Simon Boswell, già con Dario Argento ai tempi di “Phenomena”: ne escono due avvolgenti e inquietanti strumentali, che calano le coeve tendenze delle sonorità cinematografiche (synth e drum machine) in un contesto prettamente hard rock. Notevoli anche le canzoni, che spaziano dal dark (Dead Can Dance e Gene Loves Jezebel) al puro hard rock (“Dynamite” degli Scorpions e “Rain” dei Cult), con i Fields Of The Nephilim a fare da trait d’union.

MANGIA IL RICCO (EAT THE RICH, 1987)

eat the rich

Grottesca spy-story con punte di cannibalismo, questa pellicola inglese irrorata di humor nero ottenne pochi riscontri, nonostante l’atmosfera trucidamente demenziale e la partecipazione di Lemmy e Paul McCartney. La colonna sonora, va da sé, è un affare da “motoristi”: sei pezzi sono affidati al trio britannico (oltre a una versione live dell’inedita “On The Road”, da “Orgasmatron” vengono l’omonima, “Built For Speed”, “Doctor Rock” e “Nothing Up My Sleeve” e dall’allora nuovo “Rock ‘n’ Roll” “Eat The Rich”, per la quale venne girato un video con spezzoni del film) e persino il chitarrista Würzel contribuisce da solista con “Bess”, lento strumentale bluesato alla Gary Moore. Il resto sono un pessimo synth pop, due strumentali e qualche contorno dell’attore e musicista Simon Brint. Curiosità per inveterate teste di motore e nulla più.

THIS IS SPINAL TAP (1984)

this is spinal tap

L’opera di Rob Reiner è uno spartiacque nella percezione del metal presso il grande pubblico, e le sue battute sono ormai diventate parte integrante della cultura anglofona. Narrando la storia della fittizia band inglese Spinal Tap, Reiner dipinge un impietoso ritratto del carrozzone rock, e l’effetto maggiormente comico è che la realtà è riuscita a superare l’immaginazione (una trovata su tutte: il black album). Curiosamente infimo è il livello del contributo musicale: spinti dal successo del film, gli attori-musicisti formarono davvero gli Spinal Tap e pubblicarono due LP accolti da totale indifferenza, sparendo subito. A parte i revanscismi di un pubblico metal punto nel vivo dal film, l’ascolto di quest’opera prima spiega il motivo del flop: scialbo rock vagamente hard e inutilmente pomposo, dal fiato corto e persino irritante. Il cinema può dare alla testa più dell’headbanging.

BILL AND TED’S BOGUS JOURNEY (1991)

bill and ted's bogus journey

Si tratta del sequel del fortunato “Bill and Ted’s Excellent Adventure” (1989), anch’esso permeato di sonorità hard ‘n’ heavy. Il ritorno è però preferibile sul piano musicale, perché la colonna sonora risulta maggiormente focalizzata e di piacevole ascolto. Mancavano sei mesi al boom del grunge e la tracklist lo dimostra: inediti di Slaughter, Winger e Richie Kotzen affiancano Megadeth (“Go To Hell” fotografa il passaggio tra il periodo più tecnico e la svolta radiofonica), Faith No More (“The Perfect Thing”, eccellente outtake delle session di “The Real Thing”), King’s X e Primus, con i Kiss di “God Gave Rock ‘n’ Roll To You II” a fare da numi tutelari. Le parti strumentali sono affidate a Steve Vai, e solo un paio sono incluse nel disco. Che è da avere, anche solo perché molti brani sono altrimenti inediti.

UN AGENTE SEGRETO AL LICEO (IF LOOKS COULD KILL, 1991)

If Looks Could Kill

Una scanzonata parodia dei film di spionaggio alla James Bond, la cui trama vede un dissoluto diciottenne sventare un complotto internazionale. La soundtrack è coerentemente calibrata sulle coordinate edonistiche e ridanciane della sceneggiatura, e l’hi-tech AOR della title-track (affidata alla meteora Glenn Medeiros), il convincente power pop degli inglesi Outfield e quel distillato di AOR che è “Maybe This Time” degli Stabilizers sgomitano fianco a fianco con Bang Tango, Robin McAuley (la melensa “Teach Me How To Dream”) e Trixter (“One Mo’ Time” anticipa i Bon Jovi di “Keep The Faith”). Menzione per “Loud Guitars, Fast Cars, Wild Wild Livin’” del supergruppo Contraband (Richard Black, Michael Schenker, Tracii Guns, Shane Pedersen, Bobby Blotzer), che è anche l’apice del suo unico e deludente LP. Disco riuscito a metà, come il film.

I MIGLIORI (BEST OF THE BEST, 1989)

Best Of The Best

Altra ossessione dell’epoca sono le arti marziali, e il cinema, calando tale passione “esotica” nel contesto culturale reaganiano, improntato alla supremazia americana ad ogni costo, crea un filone apposito, uno di quelli che più si serve di musica hard ma orecchiabile, specialmente AOR. Questa pellicola di seconda fascia schiera il batterista dei Traffic Jim Capaldi (ottima “Something So Strong”), i Golden Earring (ovviamente presenti anche con una versione live di “Radar Love”), la futura star del country canadese Charlie Major e un paio di nomi minori, tra cui risalta la anthemica title-track, di Stubblefield & Hall, perfetta per una sessione in palestra e brano migliore di un pur già valido lotto. Istantanea da un’epoca in cui calci e pugni nel dojo si potevano raccontare anche con le canzoni.

SONS OF STEEL (1988)

sons of steel

La trama di questo film di fantascienza australiano a base di viaggi nel tempo (pensate che originalità! E fu anche presentato a Cannes…) prevede un ritorno al passato per evitare il bombardamento di Sydney. Ne è autore Black Alice, avventuriero a metà tra Stallone e Rob Halford. Lo accompagnano musicalmente proprio i Black Alice, band di Perth (della quale l’attore protagonista del film, Rob Hartley, è il cantante) che firma l’intera soundtrack, costituente il suo secondo LP. I primi cinque pezzi sono heavy martellante ed enfatico e fungono da ideale commento alle atmosfere distopiche e violente della pellicola, ma la seconda parte del disco si perde un po’ tra sdolcinatezze sonore che non sono nelle corde della band e strumentali noiosi, affossando il disco. Che infatti fu il canto del cigno del quartetto australiano, scioltosi l’anno seguente.

 

ROCKTOBER BLOOD (1984)

Rocktober Blood

Uno dei primi esempi di “metalsploitation”, questo slasher narra le vicende di una band assetata di sangue durante le sessioni per il primo disco. A fare da corredo alle immagini un album diviso a metà: il lato A è dei losangelini Sorcery (il cui cantante, Nigel Benjamin, ex Mott The Hoople e London, recita nel film come manager della band), quartetto tuttora attivo (si è costruito una reputazione per uno stage show in costumi di ispirazione fantasy) e dedito a un hard rock piuttosto canonico, mentre il lato B è affidato al rock grintoso ma melodico dei Facedown, sovrastato dalla ruvida ugola della cantante Susie Major. Nessun pezzo svetta per qualità, ma il disco ha il suo valore di costume (estetica, sonora e visuale, pienamente figlia del suo tempo) e venale (è relativamente raro e non ne risultano ristampe).

ROCK ‘N’ ROLL NIGHTMARE (1988)

rock n roll nightmare

Jon Mikl Thor, canadese, è un fenomeno del metal anni 80, e si è ormai impresso nella leggenda per le sue pose alla Conan e le trovate sceniche (indimenticabile la sbarra di metallo piegata con i denti!). L’evidente egocentrismo dell’uomo si è peraltro sublimato anche in ambito attoriale, del quale è massima (ed è tutto dire…) espressione questa pellicola, dal titolo eloquente circa la trama (stavolta la band sono i Tritonz). Pure la colonna sonora è integralmente opera di Thor, che, accompagnato proprio dai fittizi Tritonz, dà vita (oddio, vita…) al tipico hard martellante e cromato al quale i suoi precedenti album ci avevano abituato. Non agli stessi livelli del suo “capolavoro” “Only The Strong” ma pur sempre un divertente esempio di come coniugare sonorità heavy metal e atmosfere cinematografiche orrorifiche.

HARD ROCK ZOMBIES (1985)

hard rock zombies

Classico caso in cui il titolo racchiude la trama (che pure contempla figli nascosti di Hitler, nani e una cittadina di nome Grand Guignol), questo trucido esemplare di spazzatura su celluloide può tuttavia fregiarsi di una soundtrack composta e prodotta da uno dei nomi di culto di area AOR: Paul Sabu. Sei pezzi con le radici saldamente impiantate nelle sonorità tipiche del nostro, a cavallo tra chitarre graffianti e tastiere ariose, anche se maggiormente inclinate verso queste ultime: più Kidd Glove che Only Child, insomma. La storia ha decretato che la gloria di Sabu alberga in altri solchi, ma qualche spunto di qualità, come l’anthem “Street Angel”, non manca. Un altro mattoncino nel truculento edificio dell’horror di serie cadetta degli Eighties, con E.J. Curcio, voce e basso dei Silent Rage, nei panni del protagonista Jesse.

DAL PROFONDO DELLE NOTE: NIGHTMARE
Freddy_Krueger

Freddy Krueger è un’icona del cinema e tormenta i sonni del pubblico fin dal 1984, anno del primo film della serie di “Nightmare”, che vede ad oggi sette sequel e il remake del 2010. La fortuna commerciale di “Nightmare” coincide con quella dell’heavy metal, e non sorprende quindi che le loro strade si siano ripetutamente incrociate. Ma se i primi due episodi seguono una coeva tradizione horror di musiche scarne per solo synth (resta comunque memorabile l’inquietante tema composto da Charles Bernstein), è dal terzo episodio che le cose cominciano a farsi “pesanti”: asse portante del film è “Dream Warriors” dei Dokken (anche se la scelta originaria era caduta su “Into The Fire”, che infatti fu inclusa nella versione per cinema, venendo poi eliminata dall’edizione home video), che riscosse un enorme successo e venne pubblicata su singolo, con tanto di video girato con Robert Englund, inducendo i produttori a proseguire con il connubio metal-horror nei capitoli successivi della saga. E così il quarto film (1988) è un’apoteosi metallica fatta dello street degli ottimi Sea Hags, del southern AOR di Jimmy Davis & Junction, dei Love/Hate e dei Vinnie Vincent Invasion con “Love Kills” (per cui fu girato anche un video con Freddy), mentre su “Nightmare 5 – Il mito” (1989) si odono “Bring Your Daughter…To The Slaughter” di Bruce Dickinson (vi suona anche Janick Gers), i Romeo’s Daughter, gli W.A.S.P. e l’hard melodico e cromato degli Slave Raider e del mastodontico Mammoth. Ma i tempi stanno cambiando, e il nuovo capitolo, datato 1991, riduce il voltaggio: di strettamente hard ‘n’ heavy, infatti, ci sono solo due validi brani dei Johnny Law (americani autori di un unico, omonimo LP hard blues) e “Nothing Left To Say” dei Fates Warning, e ciò nonostante un’apparizione di Alice Cooper (già partecipe della soundtrack della saga “rivale” “Venerdì 13”) come padre di Freddy. Da qui in poi il metallo si dirada, per riapparire nel nuovo millennio con l’orgia nu metal di “Freddy vs. Jason” (2003).

THE SYNTHTRACK OF THE EIGHTIES: HAROLD FALTERMEYER

harold-faltermeyer

Ogni lettore ha familiarità con “Axel F”, tema strumentale portante della trilogia di “Beverly Hills Cop”, come pure con il “Top Gun Anthem”, che vede Tom Cruise vittorioso sui MiG russi ricordare il compagno caduto sulle note della chitarra di Steve Stevens. Entrambi tali monumenti della musica per il cinema si devono alla prolifica penna di Harold Faltermeyer, tastierista e compositore tedesco nonché uno dei maggiori responsabili dell’introduzione del sintetizzatore nelle soundtrack degli anni 80. Dotato di orecchio assoluto, ingegnere del suono per la Deutsche Grammophon, nel 1978, a Monaco, Faltermeyer si imbatte in Giorgio Moroder, altoatesino emigrato in Germania ma con in testa l’America: vi approderanno insieme, firmando alcune prestigiose colonne sonore (“Midnight Express”, “American Gigolo”) a base di suoni sintetici e armonie pop, fino al definitivo coronamento con “Top Gun”, la soundtrack più venduta di sempre: di Faltermeyer sono “Mighty Wings”, data ai Cheap Trick, il tema e tutte le musiche strumentali udite nel film (le prime mai registrate con modalità DDD e delle quali la sola “Memories” è stata pubblicata ufficialmente: nel 1999, con la versione estesa del CD). Metà anni 80 è il periodo più prolifico per Harold, i cui suoni sono ormai stilema consolidato del cinema d’azione: dopo la trilogia di “Beverly Hills Cop”, nell’87 commenta “The Running Man” di Schwarzenegger, nell’89 scrive la musica per “Tango & Cash” e l’anno seguente produce la soundtrack del film tedesco “Fire And Ice”, componendo tre ottimi pezzi AOR (la title-track, “Thunder & Lightning” e “Never Give Up”) per la cantante Marietta. Molto rilevante anche l’attività di produttore e songwriter, per gente del calibro di Donna Summer e Billy Idol. Con la nuova decade Faltermeyer rientra in Germania e diminuisce le uscite, dedicandosi ad altri progetti musicali (musical, videogiochi), ma è tornato a comporre per il cinema nel 2010 (“Poliziotti fuori – Due sbirri a piede libero”, con Bruce Willis). Ideale compendio della sua opera è l’antologia doppia “Portrait Of Harold Faltermeyer: His Greatest Hits”.

I dischi dell’anno

Dove “dischi dell’anno” significa “dischi usciti nel 2014 che ho voluto/sono riuscito ad ascoltare e che mi sembra giusto segnalare”. La playlist è in ordine rigorosamente casuale, non qualitativo. Buon anno.

1. Judas Priest – Redeemer Of Souls
2. Mr. Big – …The Stories We Could Tell
3. H.E.A.T. – Tearin’ Down The Walls
4. Goat – Commune
5. Temples – Sun Structures
6. John Hiatt – Terms Of My Surrender
7. Accept – Blind Rage
8. Work Of Art – Framework
9. Night Ranger – High Road
10. Brian Setzer – Rockabilly Riot! All Original

It’s the singer, not the song: Jimi Jamison (1951-2014)

jimi jamison

Oggi esce “Step Back”, l’ultimo album di Johnny Winter. Letteralmente “l’ultimo”. Sarà come quelli che l’hanno preceduto, rock blues ottimamente suonato e denso di feeling, con un repertorio costituito perlopiù di cover (ma sarebbe meglio dire standard) e la debita parata di ospiti illustri. Un ascolto lo merita di certo. Ma non è questo il punto.

Il punto è che due giorni fa, il 31 agosto, ha lasciato per sempre il microfono un altro grandissimo. Titolare di una delle dieci migliori voci del rock degli ultimi trent’anni, riconoscibile già dalla prima nota: una delicata filigrana serica intessuta in un morbido ed avvolgente broccato, un melodioso registro tenorile dall’intonazione perfetta. Proprio così, Jimi Jamison e la sua ugola ci hanno lasciati.

Dai primi passi nella prolifica Nashville dei tardi Sessanta alla mistura di rhythm & blues, hard e southern rock dei Target (due ottimi quanto rari LP, l’omonimo e “Captured”, rispettivamente datati 1976 e 1977), dal possente ma melodico hard rock dei Cobra (“First Strike”, classe 1983, è un’imperdibile e scintillante lost gem) ai primi posti in classifica con i Survivor (impressionante la qualità media degli album, in particolare del trittico “Vital Signs”-“When Seconds Count”-“Too Hot To Sleep”, semplicemente ineguagliabile il successo delle partecipazioni a colonne sonore, specialmente nella serie di “Rocky”) e fino ai buoni riscontri della carriera in proprio (alzi la mano chi non ricorda I’m Always Here, immarcescibile sigla del telefilm “Baywatch”), Jimi Jamison ha cantato sempre e solo in maniera emozionante. E tanto basta per celebrarne le opere.

Ironia cruda della sorte il fatto che proprio il cuore abbia fermato l’autore di Burning Heart. Ma fa parte del gioco, l’ironia della sorte, tanto più che solo chi resta la coglie. E nemmeno tutti, perché a volte ci vuole occhio di lince; di tigre, quantomeno. Ciao Jimi, grazie di tutto.

 

P.S.: Sotto una lista minima di titoli per godersi la fantastica vocalità di Jamison. Lista intrinsecamente incompleta e opinabile, ma contenente senz’altro lo stretto indispensabile per…beh, sopravvivere al lutto.

  1. Jimi Jamison – I’m Always Here
  2. Target – Are You Ready
  3. Target – Can’t Fake It
  4. Cobra – Blood On Your Money
  5. Survivor – I Can’t Hold Back
  6. Survivor – The Search Is Over
  7. Survivor – Is This Love
  8. Survivor – Man Against The World
  9. Survivor – Burning Heart
  10. Jimi Jamison – The Great Unknown