Carta non canta (Buone notizie! Si risparmia sulla TARI).

Quella che vedete sopra è la copertina dell’ultimo numero cartaceo di Maximum Rocknroll, che da aprile di quest’anno interromperà le pubblicazioni fisiche per darsi alle sole telematiche. Troppo alti i costi, ormai, e troppo pochi i lettori, persino a quattro dollari e novantanove, che in euro fa, ha sempre fatto, cinque (spese di spedizione dall’America comprese), per pensare di tirare avanti un’istituzione sotterranea che dal 1982 pubblica gratis i contributi di chiunque voglia contribuire allo spirito DIY della musica e della (sub)cultura punk nelle sue varie declinazioni. Certo MRR proseguirà online, ma che non la si possa più trovare in carta e ossa (in Italia, da Agipunk a Bologna, nel catalogo della Coward Records e nelle due sedi di Radiation Records a Roma) è un segno dei tempi.

Il cestino che conteneva i fiori è giunto in discarica, ormai. E il veleno circola a pieno regime nella macchina umana.

Un mondo senza Maximum Rocknroll, ecco cosa ci aspetta. Senza la prima vera fanzine globale. Non serve più, ormai: ora ci sono i social e i blog. Ora ci siamo noi.

Ma anche loro.

Le solite canaglie. Noi e loro. Ma più che altro, noi. Ahinoi.

DIY di ahinoi.

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Fintanto che gli stolti potranno vivere e proliferare, il mondo, nel suo complesso, procederà tollerabilmente bene: Art Brut – Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out!

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Gli Art Brut sono i nuovi Kinks. Anzi no, sono i nuovi Buzzcocks. Anzi no: sono la cosa migliore successa al rock inglese nel ventunesimo secolo.

Da una manciata di mesi i cinque sono giunti al traguardo del quinto album, “Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out!”. Titolo emblematico e irresistibile come quelli che lo hanno preceduto (“It’s A Bit Complicated”, “Art Brut vs. Satan”, “Brilliant! Tragic!” e “Top Of The Pops”) e tutto questo senza ancora arrivare al contenuto. Che è una miscela di energico rock ‘n’ roll non dimentico del punk e però sempre innervato di melodie irresistibili e dementi, suonate con tastiere dai suoni improbabili o da fiati che aprono arricchenti squarci soul. Ma sono i testi ad essere il vero punto di forza del gruppo, una mistura di nonsense e di vita vissuta narrata attraverso giustapposizione di immagini banali e descrizioni surreali, il tutto porto con l’imperturbabilità, vera o apparente, che è caratteristica britannica precipua e dunque tanto fonda l’avvertimento del contrario che impregna quel paradigmatico humor. Sul punto vi rimando a uno dei maestri del genere, Jerome K. Jerome: “When a twelfth-century youth fell in love he did not take three paces backward, gaze into her eyes, and tell her she was too beautiful to live. He said he would step outside and see about it. And if, when he got out, he met a man and broke his head—the other man’s head, I mean—then that proved that his—the first fellow’s—girl was a pretty girl. But if the other fellow broke his head—not his own, you know, but the other fellow’s—the other fellow to the second fellow, that is, because of course the other fellow would only be the other fellow to him, not the first fellow who—well, if he broke his head, then his girl—not the other fellow’s, but the fellow who was the—Look here, if A broke B’s head, then A’s girl was a pretty girl; but if B broke A’s head, then A’s girl wasn’t a pretty girl, but B’s girl was. That was their method of conducting art criticism.. Una cosa così, ma con le chitarre sotto.

Inglesi fino al midollo, persino nella ragione sociale mutuata dal francese Jean Dubuffet, gli Art Brut si peritano di suonare rock ‘n’ roll nell’unico modo in cui ha senso farlo: divertendo e divertendosi. E così fanno anche in “Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out!”, copertina da jazzisti su Columbia e contenuto da new wavers su Virgin, tra il pop angelico di Veronica Falls, il glam da stadio (concerto, non partita) della title-track, il quadretto kinksiano di Good Morning Berlin e l’eccellente pastiche di She Kissed Me (And It Felt Like A Hit), che sorniona capovolge la hit di Phil Spector unendo Dictators e soul di marca Stax. Ce ne sarebbero altre otto su cui soffermarsi, ma non è giusto privare il lettore del piacere della scoperta, tanto più che non si va mai sopra i quattro minuti di durata e, forse, ma solo forse, anche questo è un brillante esempio di umorismo britannico. Dico solo che un disco il cui brano conclusivo contiene il distico “When they release the Blu-ray special edition of your life/ All the deleted scenes will prove you right” non può, non deve passare inosservato.

Ce lo chiede… già, chi ce lo chiede? Pete Shelley, forse. O forse Declan MacManus.

Ci tocca, lads.

Noise annoys: Pete Shelley (1955 – 2018)

pete shelley

Pete McNeish era uno che sfasciava le chitarre. Una volta, a metà anni Settanta, lo fece in una chiesa abbandonata, per sfogare la frustrazione. La chitarra, una economica giapponese di marca Starway, ne uscì dimidiata della parte superiore ma ancora suonabile. Pete attaccò sul retro della parte residua un bottoncino per sorreggere la tracolla e continuò a suonarla per i quarant’anni successivi. Pete era uno con il senso dell’umorismo.

Pete era dipendente dall’orgasmo. Ma si tormentava per essere innamorato della persona sbagliata. Un uomo, si scoprì qualche anno dopo; quando, a suon di sintetizzatori, ci informò di essere un Homosapien. La BBC non gradì e non diede risalto alla confessione. Era il 1981, d’altronde; ed era la BBC. Altri tempi.

Ma Pete, oltre al senso di colpa, aveva anche quello dell’umorismo. E sapeva come vanno le cose. Seguiva l’armonia nella sua testa e comandava una congrega di quattro cazzi ronzanti, una golosità seducente ma impetuosa nella spinta, capace di abbandonarti là dopo averti… visto? Fino a un certo punto, però, ché poi gli anni passano e ci si barcamena per arrivare in fondo senza sfigurare. Ma Pete aveva anche senso estetico, ed è passato a giocare con la plastica, scaldandola per deformarla e poi lasciandola raffreddare plasmata in forme accattivanti.

Era fatto così, Pete; gli piaceva giocare, e scherzare. Sapeva che anche la donna più seriosa, quella con un ferro da stiro al posto della testa, può avere capezzoli sorridenti. E lo sapeva che il rumore, dopo un po’, irrita.

Lo sapeva che, al giorno d’oggi, tutti sono felici.

Che sagoma, quel Pete.

Bravo, Pete.

Old adventures in wi-fi: Imperial State Electric – Anywhere Loud

Imperial State Electric - Anywhere Loud

Quando le vostre copie di “It’s Alive” e “Alive!” ne hanno avuto abbastanza, this is the shit“. Così il comunicato stampa di accompagnamento, e francamente è difficile se non impossibile trovare una sintesi migliore per il primo album dal vivo degli Imperial State Electric: a metà strada tra i Ramones e i Kiss, cercando di resuscitare lo spirito del periodo ’74-’79 e di essere un valido ancorché personale succedaneo di tutto ciò che è ed è stato rocchenròll. Ecco quindi la fatidica prova live, giunta come si conviene a corredo di un gruzzolo di lavori in studio ormai pari a cinque LP (per fermarci alla lunga distanza) e che quindi consente di pescare in largo per la scaletta, come si usava un tempo. E proprio in quest’ottica ha senso il riferimento di cui in esordio.

Il doppio dal vivo (ventitré canzoni per circa 75 minuti di musica; potrebbe essere doppio anche su CD) è un feticcio degli anni Settanta. Quel decennio ci ha lasciato le più vivide testimonianze di gruppi celebri e meno celebri catturati in concerto (sebbene più di una volta la pubblicazione delle registrazioni sia avvenuta dopo ampi ritocchi in studio), e solo chi, come la formazione di Nicke Andersson, guarda ai Seventies come all’età dell’oro può convincersi che sia una buona idea pubblicare un disco dal vivo nel 2018, nell’era dei video fatti con il cellulare e pubblicati in diretta sui social. In effetti, ad ascoltarsi intorno, ci si accorge che album live ne escono ormai pochissimi, specialmente in ambito rock, e viene quindi da domandarsi, al di là dell’omaggio all’epoca prediletta e alle sue sonorità, se una tale curiosa scelta discografica non sia stata dettata dalla terrena motivazione di prendere tempo tra un album di studio e l’altro (l’ultimo è uscito nel 2016), o magari dalla convinzione di avere per le mani materiale di livello eccezionale, che non può assolutamente restare in archivio. Provo a dire la mia.

Senz’altro sussiste la prima motivazione, che, del resto, è Seventies come poche. Quanto alla seconda, meglio non andare oltre un avverbio dubitativo, perché le registrazioni delle tre serate di Tokyo, Stoccolma e Madrid da cui è tratto “Anywhere Loud” non sembrano eccedere la qualità media delle esibizioni dal vivo del quartetto, sempre ricche di energia e decibel e nel contempo povere di fronzoli e tempi morti, come si conviene alle migliori diete. Ma sarebbe ingiusto liquidare questo LP come meramente “attendista”, perché qui l’elettricità trasuda dai solchi e riesce a rendere appieno (a debito volume, ovviamente) l’eccitazione che le canzoni concise ed elettriche degli Imperial State Electric producono dal vivo, quando si lasciano alle spalle orpelli di produzione per porgersi nella loro nuda essenza di spumeggianti brani di rocchenròll mercuriale e melodico, conferendo così un senso ed autonoma dignità ad un’operazione fonografica fuori dal tempo ma ben salda nei suoi solchi. E se la forma mentis del gruppo, che è nel senso di riprodurre pedissequamente o quasi i brani nelle loro versioni di studio anche sul palco, congiurava per affossare la riuscita complessiva del disco, il rischio, pur non completamente sventato, è alla fine tenuto sotto controllo mediante periodiche variazioni rispetto al copione di studio (l’introduzione batteristica di Holiday From My Vacation; la prolungata coda solista su Faustian Bargains; il botta e risposta con il pubblico su Redemption’s Gone, capace di citare con la massima naturalezza sia la versione di Highway Star presente su “Made In Japan” che Free Bird), che testimoniano la concreta immediatezza della dimensione live da cui l’incisione deriva e altresì la padronanza delle tempistiche di scena da parte della formazione. Operazione riuscita, dunque; merito anche della scelta di conferire al disco un suono crudo, non rifinito, catturato dal vivo in presa diretta, dal cui ascolto balza fuori immediatamente la pulsante frenesia dell’esibizione, cosicché pure le piccole sbavature ed imperfezioni che costituiscono la fisiologia di ogni concerto, più che viziare il resoconto, contribuiscono a rendere “Anywhere Loud” un’istantanea effettiva ed efficace della carriera degli Imperial State Electric. Più “Alive!” che “It’s Alive”, quindi; e non è solo una questione di titolo.

C’era bisogno di un album del genere? No. C’era bisogno di un doppio dal vivo? No. C’era bisogno di questo doppio dal vivo? Sì. Per ricordare che proprio dal vivo il rock ‘n’ roll dà il meglio di sé, suonato davanti ad un pugno di persone convenute più o meno appositamente per ascoltarlo, e non a casa, in divano o persino a letto con l’influencer. E che comunque, dal vivo o su disco, il rock ‘n’ roll viene meglio se lo si ascolta in tanti. Ovunque. Ad alto volume. Ma in tanti. Millenovecentosettanta, come minimo, ma ne bastano anche one, two, three, four.

Andergraund Saund 4

DESTROY ALL GONDOLAS

destroy all gondolas - laguna di satana

Dopo una demo di quattro pezzi in cassetta nel 2013 e un 45 giri con lo stesso numero di brani (e qualcuno identico) nel 2015, ecco infine i veneziani Destroy All Gondolas tagliare il traguardo del primo LP, inciso lo scorso inverno e uscito il 22 aprile per Macina Dischi in una essenziale quanto stilosa edizione vinilica con confezione semi-gatefold. E il passo avanti qualitativo si sente, perché la produzione di Maurizio Baggio ha reso i suoni più curati e definiti, aumentandone l’ottimo impatto e anche l’efficacia dei brani già noti (vale a dire tre dei quattro presenti sul 7″). Nessuna sorpresa musicale, però, perché la proposta del trio continua a ricondursi a ciò che i musicisti stessi hanno appropriatamente definito black-surf-punk, definizione che può precisarsi solo aggiungendo che “Laguna di Satana” si trova da qualche parte tra “Surfin’ Safari” e “Surf Nicaragua”, tra i Dead Kennedys e i Ventures, ma l’umore bilioso e i miasmi pestilenziali  che lo pervadono sono senza dubbio peculiari, siccome (o forse proprio perché) provenienti da una laguna che sotto apparenze affascinanti e acque placide (mal)cela in realtà poteri demoniaci difficilmente governabili. Consigliato per quando c’è il sole, ma in realtà colpisce sempre. Ci si infetta qui.

No man is an island.

E comunque, io il 24 giugno mi aspettavo un comunicato stampa di John Lydon che annunciava la reunion dei Sex Pistols. E invece niente, si invecchia tutti. E quindi bisogna accontentarsi di quello che si ha. Prendiamo allora atto che il distico “They made you a moron/A potential H-bomb” non era una provocazione, ma una lucida profezia. E poi chissà.

Chissà che ne sarà del distico “There is no future/And England’s dreaming“.

Disc-oboli

Resoconto delle ultime acquisizioni orgesche.

BAD COMPANY – COMPANY OF STRANGERS
Per tutti o quasi i Bad Company sono quelli di Paul Rodgers. Di più, quelli dei primi due LP. Di più, quelli del debutto omonimo, oggettivamente uno dei migliori album di tutto il rock anni Settanta. Quelli degli anni Ottanta, del cantante Brian Howe e della svolta AOR sono scansati come la peste o, al più, visti come un male necessario in quella decade critica per il rock classico, in attesa del ritorno, nel nuovo millennio, della formazione originale.
Lungi da me l’apologia della Cattiva Compagnia a conduzione Mick Ralphs-Simon Kirke, ma non ho tema di affermare che c’è della qualità, e non poca, anche nelle uscite post-Settanta. Questo LP, ad esempio; pubblicato nel 1995, “Company Of Strangers” smentisce il suo nome riprendendo il sound più veracemente hard dei primi Bad Company, dopo anni di sbornie patinate, ed aggiungendovi una punta di radici americane, a creare un’atmosfera western, nonché l’ottima voce del carneade Robert Hart, clamorosamente simile a quella di Paul Rodgers (e quindi eccelsa). Non un capolavoro, ma, vista l’assenza di pezzi realmente deboli, nemmeno un fiasco. Anzi, un buon modo per rendere piacevole un viaggio automobilistico, reale o immaginario.

CREATION – OUR MUSIC IS RED WITH PURPLE FLASHES
creation

Spesso considerati alfieri di seconda fascia della psichedelia britannica, i Creation in realtà si esercitarono con un sound che richiamava il beat e il rhythm & blues secondo l’approccio mod dei primi, contemporanei Who, con giusto qualche coloritura corale e strumentale a sancire che ci si trovava nel bel mezzo della Swingin’ London. E si adoperarono in maniera assai egregia, se si deve dar credito all’aneddoto che vuole lo stesso Pete Townshend chiedere al chitarrista Eddie Phillips di entrare nel suo gruppo. Nonostante qualche singolo promettente e due LP (pubblicati solo in Germania), alla qualità delle uscite non corrispose un riscontro di fama altrettanto intenso, e nell’ottobre del 1967 i Creation “classici” erano già storia (ma, con qualche assestamento di formazione, il gruppo sopravvisse sino all’anno seguente). Questa eccellente antologia raccoglie ventiquattro brani che ricostruiscono la parabola sfortunata ma esaltante del quartetto, in bilico tra freakbeat da ballo (Making Time, Try And Stop Me, Cool Jerk) e affreschi psichedelici (Painter Man, Nightmares, Can I Join Your Band), con alcuni omaggi ben assestati (la rilettura di Hey Joe è lì-lì con la versione hendrixiana, e Like A Rolling Stone si conferma delizia anche in elettrico). Un documento imperdibile della vitalità del rock anni Sessanta, che pure a distanza di decenni mantiene inalterate vitalità e godibilità.

ROGER MCGUINN – BACK FROM RIO
roger mcguinn- back from rio
Jim “Roger” McGuinn sa cantare piuttosto bene ed è un chitarrista ineguagliabile; praticamente colui che ha importato l’elettrica a dodici corde nel rock, cavandone un suono immediatamente riconoscibile, l’inimitabile ed imitatissimo “jingle-jangle”. L’uomo, però, non ha mai brillato come autore di canzoni, e infatti la grandezza dei Byrds si deve alla penna di altri, suoi sodali (Crosby, Clark e Hillman) o meno (Dylan) che fossero. Consapevole dei suoi limiti compositivi, all’alba dei Novanta McGuinn ha radunato alcuni songwriter prestigiosi (Tom Petty, Jules Shear, Mike Campbell), dei turnisti d’eccezione (Michael Thompson alla chitarra), vecchi colleghi volatyli (David Crosby e Chris Hillman danno una mano con i cori ed in fase di scrittura) e qualche ospite di rango (oltre a Petty anche Elvis Costello, Dave Stewart, Stan Ridgway e Timothy Schmit), per partorire una raccolta di dieci canzoni che, col senno di poi, si rivelerà il suo miglior album solista. Di primo acchito, “Back From Rio” sembrerebbe il divertissement di una rockstar annoiata e in crisi di mezza età, e invece il dondolio argentino della Rickenbacker, calato nell’era della globalizzazione e della contaminazione sonora – e confezionato di conseguenza – funziona ancora egregiamente (King Of The Hill, tipico sound byrdsiano a cura di McGuinn e Petty, finì persino al numero due dei singoli nell’inverno 1991, mentre l’intero album arrivò al n. 44 di Billboard) e costituisce una forse inaspettata ma riuscita dimostrazione di vitalità da parte del chitarrista. E proprio questa esibita capacità di McGuinn di aggiornare il proprio classico sound senza snaturarlo rende “Back From Rio” un disco senza il quale si può senz’altro vivere, ma si vivrebbe peggio.

LOS EXPLOSIVOS – SATISFACTION WOMAN
los explosivos - satisfaction woman

Il garage messicano è una delle mie perversioni da quando ho scoperto i Los Infierno, quintetto dal sound volutamente deragliante e stonato ma irresistibilmente caotico e festoso come solo il miglior rocanrol può e deve essere. Senza contare che il suono della lingua spagnola si presta particolarmente all’efficacia di questo tipo di proposta musicale. Della piccola ma agguerrita scena del Paese norteamericano i Los Explosivos sono una delle realtà più note e longeve, dato che pubblicano dischi dal 2007 e suonano regolarmente in Europa. “Satisfaction Woman” è il loro quinto LP, uscito nel 2012 e registrato, come si legge in seconda di copertina, “da qualche parte vicino Lubiana, Slovenia“. Sembra una stranezza ma, in realtà, è solo la conferma che il rock ‘n’ roll è ormai linguaggio globale: e allora ecco la rilettura in lingua della classicissima Action Woman dei Litter, ecco una A Toda Velocidad che pur essendo manifesta sin dal titolo deve qualcosa anche alla Scandinavia anni Novanta, ecco una No Hay Vuelta Atras che unisce fuzz e sitar, ed altri otto brani traboccanti di energia, distorsione e amore per quel suono che riesce a trascinare anche i punk sulla pista da ballo. Continuo a preferire i Los Infierno (che chicca il loro “Salvaje”!), ma i Los Explosivos tengono fede al nome che si sono scelti.

LINK PROTRUDI 6 THE JAYMEN – THE BEST OF
link protrudi & the jaymen

Quando al mondo il nome di Link Wray era materia per pochissimi cultori, uno di questi era Rudi Protrudi, rock ‘n’ roll animal se mai ce n’è stato uno. E nel 1987, durante una pausa dei suoi Fuzztones, il nostro concepisce l'(allora) inconcepibile: un trio chitarra-basso-batteria che suona brani  di rock ‘n’ roll strumentale della durata di due minuti e neanche sempre. Adesso, dopo “Pulp Fiction” e tutto il resto, sembra ovvio, ma all’epoca un’idea del genere non era venuta nemmeno ai Cramps. Progetto partito un po’ per gioco, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per tedio, Link Protrudi & The Jaymen (già nel monicker si coglie l’intento di omaggiare il pioneristico chitarrista) pubblicano il primo LP, “Drive It Home!” (un misto di brani di Wray e di originali sulla stessa lunghezza d’onda stilistica e anche qualitativa) in quello stesso 1987, mandandogli dietro altre due uscite: “Slow Grind”, pensato appositamente come colonna sonora per il burlesque, nel 1990 e “Seduction”, ispirato dalla musica tradizionale turca e dalla danza del ventre, nel 1994. Poi più nulla di nuovo a livello discografico, nonostante le sporadiche riapparizioni live (anzi, sono in tour per l’Italia proprio in questi giorni). Questa raccolta, meritoriamente pubblicata dalla Go Down Records, assembla venticinque episodi che spaziano lungo tutta la carriera del trio, con una prevalenza per le prime deraglianti prove (cinque i brani da “Slow Grind” e sei da “Seduction”, oltre a un paio di selezioni da compilation). Per chi è interessato al lato più sensuale ed animalesco del rock, nome imprescindibile.

RAMONES – ANTHOLOGY HEY HO LET’S GO!
ramones

Mi piaceva l’idea di avere tutto ciò che di essenziale hanno pubblicato i finti fratelli del Queens in un unico disco (ok, due). E, quando ho letto la tracklist (cinquantotto canzoni che spaziano lungo tutta la carriera del gruppo; non manca nulla di rilevante) e ho visto che si trattava dell’edizione con anche il libretto di ottanta pagine con foto e un saggio di David Fricke, non ho saputo resistere. So di non essere l’unico.