Noise annoys: Pete Shelley (1955 – 2018)

pete shelley

Pete McNeish era uno che sfasciava le chitarre. Una volta, a metà anni Settanta, lo fece in una chiesa abbandonata, per sfogare la frustrazione. La chitarra, una economica giapponese di marca Starway, ne uscì dimidiata della parte superiore ma ancora suonabile. Pete attaccò sul retro della parte residua un bottoncino per sorreggere la tracolla e continuò a suonarla per i quarant’anni successivi. Pete era uno con il senso dell’umorismo.

Pete era dipendente dall’orgasmo. Ma si tormentava per essere innamorato della persona sbagliata. Un uomo, si scoprì qualche anno dopo; quando, a suon di sintetizzatori, ci informò di essere un Homosapien. La BBC non gradì e non diede risalto alla confessione. Era il 1981, d’altronde; ed era la BBC. Altri tempi.

Ma Pete, oltre al senso di colpa, aveva anche quello dell’umorismo. E sapeva come vanno le cose. Seguiva l’armonia nella sua testa e comandava una congrega di quattro cazzi ronzanti, una golosità seducente ma impetuosa nella spinta, capace di abbandonarti là dopo averti… visto? Fino a un certo punto, però, ché poi gli anni passano e ci si barcamena per arrivare in fondo senza sfigurare. Ma Pete aveva anche senso estetico, ed è passato a giocare con la plastica, scaldandola per deformarla e poi lasciandola raffreddare plasmata in forme accattivanti.

Era fatto così, Pete; gli piaceva giocare, e scherzare. Sapeva che anche la donna più seriosa, quella con un ferro da stiro al posto della testa, può avere capezzoli sorridenti. E lo sapeva che il rumore, dopo un po’, irrita.

Lo sapeva che, al giorno d’oggi, tutti sono felici.

Che sagoma, quel Pete.

Bravo, Pete.

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Old adventures in wi-fi: Imperial State Electric – Anywhere Loud

Imperial State Electric - Anywhere Loud

Quando le vostre copie di “It’s Alive” e “Alive!” ne hanno avuto abbastanza, this is the shit“. Così il comunicato stampa di accompagnamento, e francamente è difficile se non impossibile trovare una sintesi migliore per il primo album dal vivo degli Imperial State Electric: a metà strada tra i Ramones e i Kiss, cercando di resuscitare lo spirito del periodo ’74-’79 e di essere un valido ancorché personale succedaneo di tutto ciò che è ed è stato rocchenròll. Ecco quindi la fatidica prova live, giunta come si conviene a corredo di un gruzzolo di lavori in studio ormai pari a cinque LP (per fermarci alla lunga distanza) e che quindi consente di pescare in largo per la scaletta, come si usava un tempo. E proprio in quest’ottica ha senso il riferimento di cui in esordio.

Il doppio dal vivo (ventitré canzoni per circa 75 minuti di musica; potrebbe essere doppio anche su CD) è un feticcio degli anni Settanta. Quel decennio ci ha lasciato le più vivide testimonianze di gruppi celebri e meno celebri catturati in concerto (sebbene più di una volta la pubblicazione delle registrazioni sia avvenuta dopo ampi ritocchi in studio), e solo chi, come la formazione di Nicke Andersson, guarda ai Seventies come all’età dell’oro può convincersi che sia una buona idea pubblicare un disco dal vivo nel 2018, nell’era dei video fatti con il cellulare e pubblicati in diretta sui social. In effetti, ad ascoltarsi intorno, ci si accorge che album live ne escono ormai pochissimi, specialmente in ambito rock, e viene quindi da domandarsi, al di là dell’omaggio all’epoca prediletta e alle sue sonorità, se una tale curiosa scelta discografica non sia stata dettata dalla terrena motivazione di prendere tempo tra un album di studio e l’altro (l’ultimo è uscito nel 2016), o magari dalla convinzione di avere per le mani materiale di livello eccezionale, che non può assolutamente restare in archivio. Provo a dire la mia.

Senz’altro sussiste la prima motivazione, che, del resto, è Seventies come poche. Quanto alla seconda, meglio non andare oltre un avverbio dubitativo, perché le registrazioni delle tre serate di Tokyo, Stoccolma e Madrid da cui è tratto “Anywhere Loud” non sembrano eccedere la qualità media delle esibizioni dal vivo del quartetto, sempre ricche di energia e decibel e nel contempo povere di fronzoli e tempi morti, come si conviene alle migliori diete. Ma sarebbe ingiusto liquidare questo LP come meramente “attendista”, perché qui l’elettricità trasuda dai solchi e riesce a rendere appieno (a debito volume, ovviamente) l’eccitazione che le canzoni concise ed elettriche degli Imperial State Electric producono dal vivo, quando si lasciano alle spalle orpelli di produzione per porgersi nella loro nuda essenza di spumeggianti brani di rocchenròll mercuriale e melodico, conferendo così un senso ed autonoma dignità ad un’operazione fonografica fuori dal tempo ma ben salda nei suoi solchi. E se la forma mentis del gruppo, che è nel senso di riprodurre pedissequamente o quasi i brani nelle loro versioni di studio anche sul palco, congiurava per affossare la riuscita complessiva del disco, il rischio, pur non completamente sventato, è alla fine tenuto sotto controllo mediante periodiche variazioni rispetto al copione di studio (l’introduzione batteristica di Holiday From My Vacation; la prolungata coda solista su Faustian Bargains; il botta e risposta con il pubblico su Redemption’s Gone, capace di citare con la massima naturalezza sia la versione di Highway Star presente su “Made In Japan” che Free Bird), che testimoniano la concreta immediatezza della dimensione live da cui l’incisione deriva e altresì la padronanza delle tempistiche di scena da parte della formazione. Operazione riuscita, dunque; merito anche della scelta di conferire al disco un suono crudo, non rifinito, catturato dal vivo in presa diretta, dal cui ascolto balza fuori immediatamente la pulsante frenesia dell’esibizione, cosicché pure le piccole sbavature ed imperfezioni che costituiscono la fisiologia di ogni concerto, più che viziare il resoconto, contribuiscono a rendere “Anywhere Loud” un’istantanea effettiva ed efficace della carriera degli Imperial State Electric. Più “Alive!” che “It’s Alive”, quindi; e non è solo una questione di titolo.

C’era bisogno di un album del genere? No. C’era bisogno di un doppio dal vivo? No. C’era bisogno di questo doppio dal vivo? Sì. Per ricordare che proprio dal vivo il rock ‘n’ roll dà il meglio di sé, suonato davanti ad un pugno di persone convenute più o meno appositamente per ascoltarlo, e non a casa, in divano o persino a letto con l’influencer. E che comunque, dal vivo o su disco, il rock ‘n’ roll viene meglio se lo si ascolta in tanti. Ovunque. Ad alto volume. Ma in tanti. Millenovecentosettanta, come minimo, ma ne bastano anche one, two, three, four.

Andergraund Saund 4

DESTROY ALL GONDOLAS

destroy all gondolas - laguna di satana

Dopo una demo di quattro pezzi in cassetta nel 2013 e un 45 giri con lo stesso numero di brani (e qualcuno identico) nel 2015, ecco infine i veneziani Destroy All Gondolas tagliare il traguardo del primo LP, inciso lo scorso inverno e uscito il 22 aprile per Macina Dischi in una essenziale quanto stilosa edizione vinilica con confezione semi-gatefold. E il passo avanti qualitativo si sente, perché la produzione di Maurizio Baggio ha reso i suoni più curati e definiti, aumentandone l’ottimo impatto e anche l’efficacia dei brani già noti (vale a dire tre dei quattro presenti sul 7″). Nessuna sorpresa musicale, però, perché la proposta del trio continua a ricondursi a ciò che i musicisti stessi hanno appropriatamente definito black-surf-punk, definizione che può precisarsi solo aggiungendo che “Laguna di Satana” si trova da qualche parte tra “Surfin’ Safari” e “Surf Nicaragua”, tra i Dead Kennedys e i Ventures, ma l’umore bilioso e i miasmi pestilenziali  che lo pervadono sono senza dubbio peculiari, siccome (o forse proprio perché) provenienti da una laguna che sotto apparenze affascinanti e acque placide (mal)cela in realtà poteri demoniaci difficilmente governabili. Consigliato per quando c’è il sole, ma in realtà colpisce sempre. Ci si infetta qui.

No man is an island.

E comunque, io il 24 giugno mi aspettavo un comunicato stampa di John Lydon che annunciava la reunion dei Sex Pistols. E invece niente, si invecchia tutti. E quindi bisogna accontentarsi di quello che si ha. Prendiamo allora atto che il distico “They made you a moron/A potential H-bomb” non era una provocazione, ma una lucida profezia. E poi chissà.

Chissà che ne sarà del distico “There is no future/And England’s dreaming“.

Disc-oboli

Resoconto delle ultime acquisizioni orgesche.

BAD COMPANY – COMPANY OF STRANGERS
Per tutti o quasi i Bad Company sono quelli di Paul Rodgers. Di più, quelli dei primi due LP. Di più, quelli del debutto omonimo, oggettivamente uno dei migliori album di tutto il rock anni Settanta. Quelli degli anni Ottanta, del cantante Brian Howe e della svolta AOR sono scansati come la peste o, al più, visti come un male necessario in quella decade critica per il rock classico, in attesa del ritorno, nel nuovo millennio, della formazione originale.
Lungi da me l’apologia della Cattiva Compagnia a conduzione Mick Ralphs-Simon Kirke, ma non ho tema di affermare che c’è della qualità, e non poca, anche nelle uscite post-Settanta. Questo LP, ad esempio; pubblicato nel 1995, “Company Of Strangers” smentisce il suo nome riprendendo il sound più veracemente hard dei primi Bad Company, dopo anni di sbornie patinate, ed aggiungendovi una punta di radici americane, a creare un’atmosfera western, nonché l’ottima voce del carneade Robert Hart, clamorosamente simile a quella di Paul Rodgers (e quindi eccelsa). Non un capolavoro, ma, vista l’assenza di pezzi realmente deboli, nemmeno un fiasco. Anzi, un buon modo per rendere piacevole un viaggio automobilistico, reale o immaginario.

CREATION – OUR MUSIC IS RED WITH PURPLE FLASHES
creation

Spesso considerati alfieri di seconda fascia della psichedelia britannica, i Creation in realtà si esercitarono con un sound che richiamava il beat e il rhythm & blues secondo l’approccio mod dei primi, contemporanei Who, con giusto qualche coloritura corale e strumentale a sancire che ci si trovava nel bel mezzo della Swingin’ London. E si adoperarono in maniera assai egregia, se si deve dar credito all’aneddoto che vuole lo stesso Pete Townshend chiedere al chitarrista Eddie Phillips di entrare nel suo gruppo. Nonostante qualche singolo promettente e due LP (pubblicati solo in Germania), alla qualità delle uscite non corrispose un riscontro di fama altrettanto intenso, e nell’ottobre del 1967 i Creation “classici” erano già storia (ma, con qualche assestamento di formazione, il gruppo sopravvisse sino all’anno seguente). Questa eccellente antologia raccoglie ventiquattro brani che ricostruiscono la parabola sfortunata ma esaltante del quartetto, in bilico tra freakbeat da ballo (Making Time, Try And Stop Me, Cool Jerk) e affreschi psichedelici (Painter Man, Nightmares, Can I Join Your Band), con alcuni omaggi ben assestati (la rilettura di Hey Joe è lì-lì con la versione hendrixiana, e Like A Rolling Stone si conferma delizia anche in elettrico). Un documento imperdibile della vitalità del rock anni Sessanta, che pure a distanza di decenni mantiene inalterate vitalità e godibilità.

ROGER MCGUINN – BACK FROM RIO
roger mcguinn- back from rio
Jim “Roger” McGuinn sa cantare piuttosto bene ed è un chitarrista ineguagliabile; praticamente colui che ha importato l’elettrica a dodici corde nel rock, cavandone un suono immediatamente riconoscibile, l’inimitabile ed imitatissimo “jingle-jangle”. L’uomo, però, non ha mai brillato come autore di canzoni, e infatti la grandezza dei Byrds si deve alla penna di altri, suoi sodali (Crosby, Clark e Hillman) o meno (Dylan) che fossero. Consapevole dei suoi limiti compositivi, all’alba dei Novanta McGuinn ha radunato alcuni songwriter prestigiosi (Tom Petty, Jules Shear, Mike Campbell), dei turnisti d’eccezione (Michael Thompson alla chitarra), vecchi colleghi volatyli (David Crosby e Chris Hillman danno una mano con i cori ed in fase di scrittura) e qualche ospite di rango (oltre a Petty anche Elvis Costello, Dave Stewart, Stan Ridgway e Timothy Schmit), per partorire una raccolta di dieci canzoni che, col senno di poi, si rivelerà il suo miglior album solista. Di primo acchito, “Back From Rio” sembrerebbe il divertissement di una rockstar annoiata e in crisi di mezza età, e invece il dondolio argentino della Rickenbacker, calato nell’era della globalizzazione e della contaminazione sonora – e confezionato di conseguenza – funziona ancora egregiamente (King Of The Hill, tipico sound byrdsiano a cura di McGuinn e Petty, finì persino al numero due dei singoli nell’inverno 1991, mentre l’intero album arrivò al n. 44 di Billboard) e costituisce una forse inaspettata ma riuscita dimostrazione di vitalità da parte del chitarrista. E proprio questa esibita capacità di McGuinn di aggiornare il proprio classico sound senza snaturarlo rende “Back From Rio” un disco senza il quale si può senz’altro vivere, ma si vivrebbe peggio.

LOS EXPLOSIVOS – SATISFACTION WOMAN
los explosivos - satisfaction woman

Il garage messicano è una delle mie perversioni da quando ho scoperto i Los Infierno, quintetto dal sound volutamente deragliante e stonato ma irresistibilmente caotico e festoso come solo il miglior rocanrol può e deve essere. Senza contare che il suono della lingua spagnola si presta particolarmente all’efficacia di questo tipo di proposta musicale. Della piccola ma agguerrita scena del Paese norteamericano i Los Explosivos sono una delle realtà più note e longeve, dato che pubblicano dischi dal 2007 e suonano regolarmente in Europa. “Satisfaction Woman” è il loro quinto LP, uscito nel 2012 e registrato, come si legge in seconda di copertina, “da qualche parte vicino Lubiana, Slovenia“. Sembra una stranezza ma, in realtà, è solo la conferma che il rock ‘n’ roll è ormai linguaggio globale: e allora ecco la rilettura in lingua della classicissima Action Woman dei Litter, ecco una A Toda Velocidad che pur essendo manifesta sin dal titolo deve qualcosa anche alla Scandinavia anni Novanta, ecco una No Hay Vuelta Atras che unisce fuzz e sitar, ed altri otto brani traboccanti di energia, distorsione e amore per quel suono che riesce a trascinare anche i punk sulla pista da ballo. Continuo a preferire i Los Infierno (che chicca il loro “Salvaje”!), ma i Los Explosivos tengono fede al nome che si sono scelti.

LINK PROTRUDI 6 THE JAYMEN – THE BEST OF
link protrudi & the jaymen

Quando al mondo il nome di Link Wray era materia per pochissimi cultori, uno di questi era Rudi Protrudi, rock ‘n’ roll animal se mai ce n’è stato uno. E nel 1987, durante una pausa dei suoi Fuzztones, il nostro concepisce l'(allora) inconcepibile: un trio chitarra-basso-batteria che suona brani  di rock ‘n’ roll strumentale della durata di due minuti e neanche sempre. Adesso, dopo “Pulp Fiction” e tutto il resto, sembra ovvio, ma all’epoca un’idea del genere non era venuta nemmeno ai Cramps. Progetto partito un po’ per gioco, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per tedio, Link Protrudi & The Jaymen (già nel monicker si coglie l’intento di omaggiare il pioneristico chitarrista) pubblicano il primo LP, “Drive It Home!” (un misto di brani di Wray e di originali sulla stessa lunghezza d’onda stilistica e anche qualitativa) in quello stesso 1987, mandandogli dietro altre due uscite: “Slow Grind”, pensato appositamente come colonna sonora per il burlesque, nel 1990 e “Seduction”, ispirato dalla musica tradizionale turca e dalla danza del ventre, nel 1994. Poi più nulla di nuovo a livello discografico, nonostante le sporadiche riapparizioni live (anzi, sono in tour per l’Italia proprio in questi giorni). Questa raccolta, meritoriamente pubblicata dalla Go Down Records, assembla venticinque episodi che spaziano lungo tutta la carriera del trio, con una prevalenza per le prime deraglianti prove (cinque i brani da “Slow Grind” e sei da “Seduction”, oltre a un paio di selezioni da compilation). Per chi è interessato al lato più sensuale ed animalesco del rock, nome imprescindibile.

RAMONES – ANTHOLOGY HEY HO LET’S GO!
ramones

Mi piaceva l’idea di avere tutto ciò che di essenziale hanno pubblicato i finti fratelli del Queens in un unico disco (ok, due). E, quando ho letto la tracklist (cinquantotto canzoni che spaziano lungo tutta la carriera del gruppo; non manca nulla di rilevante) e ho visto che si trattava dell’edizione con anche il libretto di ottanta pagine con foto e un saggio di David Fricke, non ho saputo resistere. So di non essere l’unico.

 


…in the free world.

Alcuni dischi usciti quest’anno meritevoli di ascolto. Perché il rock ‘n’ roll, al contrario delle persone che lo ascoltano, non muore mai, ma senza ascoltatori nemmeno comincia a vivere. Siategli sostegno e genitori anche in questo funesto 2015.

GIUDA – SPEAKS EVIL Dal 2011 i romani Giuda sono una garanzia di rock ‘n’ roll di qualità, una qualità che ha ottenuto riconoscimento persino da parte della influente quanto campanilista stampa musicale britannica. Merito della scelta stilistica dei cinque: un rock duro ed essenziale, votato all’impatto ritmico ed al coinvolgimento corale del pubblico, che ha i suoi unici referenti nel glam inglese anni Settanta e nel boogie versione Status Quo, con giusto una spruzzata di hard rock classico. “Speaks Evil”, terzo LP in quattro anni, ribadisce la fortunata formula del quintetto, affiancando al classico hard boogie punteggiato da cori e battiti di mani (la title-track, You Can Do Everything) qualche maggiore sottigliezza melodica (It Ain’t EasyMy Lu), probabilmente dovuta alle registrazioni in Svezia. Il che non fa che aggiungere un ingrediente di varietà di sicuro giovamento alla formula altrimenti a rischio irregimentamento dei Giuda. Terzo centro consecutivo per una delle poche realtà rock ‘n’ roll italiane credibili a livello internazionale.

BACKYARD BABIES – FOUR BY FOURSette anni di pausa. Tanto ci è voluto ai Backyard Babies per sopravvivere a se stessi dopo l’ultimo album omonimo, uscito nel 2008. Nel frattempo, Dregen e Nicke Borg hanno intrapreso carriere soliste riesumabili in qualsiasi momento e gli altri due hanno vivacchiato ma, ad un certo magico punto, i quattro hanno realizzato che il mondo non era pronto per sopravvivere senza i Backyard Babies. E così ad agosto ha visto la luce questo “Four By Four”, che trova la formazione svedese in splendida condizione, consapevole dei propri mezzi e capace di mediare tra impatto e costrutto melodico nel l’edificazione di brani hard ‘n’ roll trascinanti ma in grado di suscitare interesse per ben più di un ascolto: Th1rt3en Or Nothing cita il loro album più famoso nel titolo e picchia altrettanto nella sostanza, I’m On My Way To Save Your Rock ‘N’ Roll è senz’altro costruita sulle esigenze dell’odierna programmazione della “wock weidiou” ma possiede un ritornello al mastice e chitarre splendidamente affilate, White Light District unisce punk e hard nella migliore vena scandinava del tempo che fu, Bloody Tears, con quelle acustiche e il pianoforte, è una ballata tanto ruffiana quanto riuscita e ad ascoltarla si direbbe di trovarsi in un album degli Warrant, Wasted Years è sfizioso pop-punk alla MxPx, Mirrors (Shall Be Broken) potrebbe legittimamente stare su “Definitely Maybe”. Unica pecca la finale Walls, sette minuti inconcludenti punteggiati di contrabbasso e fiaccati da una coda strumentale dispersiva: quando arriva, pigiate il tasto “skip” e garantitevi il ritorno di uno dei migliori dischi rock dell’anno. Bentornati, Babies.

BLACK TRIP – SHADOWLINE Ancora Svezia per l’ennesima promessa circa lo stato di salute del rock più spinto e coinvolgente. I Black Trip sono un giovane quintetto che ad agosto ha mandato nei negozi la sua seconda prova sulla lunga distanza, questo “Shadowline” senz’altro degno del gotha delle uscite hard ‘n’ heavy di quest’anno. Merito di una scrittura potente ma mai dimentica dell’elemento melodico, soprattutto nella forma di chitarre armonizzate, la cui copia d’utilizzo sugggerisce richiami al suono dei Thin Lizzy e, soprattutto, degli Iron Maiden del periodo d’oro. Ma non solo, perché l’approccio dei nostri non è quello quadrato e possente dell’heavy metal tout court, ma quello più dinamico e sferragliante degli Hellacopters, e l’influenza della band di Nicke Andersson emerge vistosamente non solo da alcune linee vocali, ma anche dai suoni delle chitarre, e ben donde, dato che la produzione di “Shadowline” è stata affidata proprio al mastermind di Entombed, Hellacopters e Imperial State Electric. Chiunque abbia a cuore il futuro della distorsione satura ma analogica troverà qui ampie ragioni per confermare la propria Weltanschauung.

ENFORCER – FROM BEYOND Spesso la riproposizione in epoca successiva di schemi sonori caratteristici di uno stile riconducibile ad un periodo storico ben definito assume caratteri di integralismo, costruito sull’intransigenza nella scelta dei referenti sonori ed estetici e nel loro amalgama, in vista della presentazione al pubblico di una formula che denoti una qualche parvenza di personalità. E queste dinamiche si sono esplicate in maniera particolarmente intensa in ambito metal, dove l’ingente e variegato patrimonio pregresso del genere è stato saccheggiato dalle giovani generazioni, desiderose di tenere viva la fiamma di questo o quel sottogenere. Dei giovinastri del Ventunesimo secolo dedito al recupero degli stilemi della New Wave Of British Heavy Metal, gli svedesi Enforcer sono sempre stati tra i più rispettati: il debutto “Into The Night” (2008) era a suo modo un capolavoro di revivalismo del metallo forgiato sotto la Union Jack nel periodo 1978-1983, e la credibilità così guadagnata era stata consolidata con i successivi lavori, all’insegna di un arrembante heavy melodico d’antan (come una riedizione di “Shout At The Devil”, per capirsi). Questo “From Beyond” è il quarto album e vede i quattro svedesi tornare sui loro passi, cercando nuovamente di costruire pezzi più articolati e parti strumentali più classicamente prone sull’eredità NWOBHM, a partire dalle twin guitars, senza però scordare l’impianto melodico che aveva caratterizzato le uscite intermedie. Il risultato è un lavoro ampiamente godibile, forte di un amalgama sonoro che si potrebbe definire “della maturità”, se solo i suoi ascendenti non fossero così manifesti. Non cercate originalità in  “From Beyond”, ma impatto e atmosfera; ne sarete, così, entusiasti, e non delusi.

TWIN GUNS – THE LAST PICTURE SHOW
twin guns - the last picture show
Ai tamburi c’è l’ex percussionista (“batterista” mi pare eccessivo) dei Cramps, al basso una bella figa dall’aria vampiresca che sembra Tura Satana, alla chitarra e voce un italoamericano qualunque. Ma è la musica che conta, e su “The Last Picture Show”, terzo LP, uscito a settembre (solo in vinile), conta eccome: una pestilenziale ribollita di garage oscuro, surf deragliante e colonne sonore di vecchi film noir, con l’ombra lunga della storica formazione che fu di Lux Interior e Poison Ivy e un risultato finale descrivibile come i Mudhoney che suonano brani di Franco Micalizzi con l’aiuto vocale di Johnny Cash. Ecco il suono del buio dell’autunno, ecco il suono dei vicoli della metropoli, ecco il suono del pericolo che attende dietro l’angolo, nell’oscurità.

Giganti sulle spalle dei giganti: The Sonics – This Is The Sonics

the sonics - this is the sonics

L’sms mi inchioda nel tardo pomeriggio: “Allora 8:30 davanti al cinema?“. Porca puttana. Avevo provato la tecnica del fingersi morto ma niente, non è andata. Ma vaffanculo.

Un film sui Pink Floyd poi! A me che dei Pink Floyd non è mai fregato un cazzo. Anzi no, non è esatto: a me che i Pink Floyd hanno sempre fatto cagare. Ecco, l’ho detto. Passi il rispetto per il genio tragico di Syd, la psichedelia pionieristica e tutto il resto, ma dal primo istante in cui ho sentito la loro musica li ho trovati dei pretentious wankers, come direbbero i nostri amici da Dover in su, e non fatemi tradurre ché ci son le signorine. Che poi nemmeno di un film sui Pink Floyd si tratta, ma di “Roger Waters The Wall”, una specie di documentario tratto dal faraonico tour a celebrazione del venticinquennale del disco omonimo, tenutosi nel 2014. Un film su una rockstar settantenne che usa scenografie da milioni, turnisti lautamente prezzolati e canzoni vecchie come lo Zimbabwe per vincere i suoi complessi. E con il futuro lavorativo appeso a un filo, e dopo una giornata passata gomito a gomito con gente che perlopiù anche no (“Ma che freddo! Ma perché sono nata in ottobre?” “Perché in gennaio era freddo“. Ha ha.) a fare cose che sì vabbè però, figurati che voglia che ho di trovarmi another dick in the hole. Provo a inventare scuse credibili come una promessa in campagna elettorale, ma ormai ho detto che sarei andato e la malcapitata destinataria non si merita un bidone così a ciel sereno. E quindi il quieto vivere (leggi “senso di colpa”) ha il sopravvento: “Arrivo per le 8:45, in caso prendi tu i biglietti“. Risposta: un cuore da chat, di quelli grandi e pulsanti. Ma vaffanculo.

E allora, visto che a quel punto è già sera, infilo a rapide falcate la porta della palestra, per espettorare almeno sul piano fisico il veleno che covo interiormente. Ma subito mi faccio ridere dietro dagli astanti, perché imposto sul lettore mp3 The Last Act Of Defiance (che, per inciso, condivido, soprattutto l’iniziale “The prison system, inherently unjust and inhumane…” eccetera eccetera, anche perché abito vicino al carcere ed ogni passaggio lì in fianco mi conferma che Johnny Cash non ci aveva capito nulla, perché là dentro la gente non sta a sospirare ascoltando i treni che passano, ma si ammazza a mani nude) e corro sul tapis roulant facendo air drumming in maniera sgraziata e plateale; operazione ripetuta immediatamente dopo, al suono di “Enemy Of God” dei Kreator, perché passare per cretino agli occhi di idioti è una voluttà da fine gourmet. Un altro paio di giri tra le macchine, doccia fugace e via nella ventosa notte autunnale coi capelli bagnati e il maglione a righe rosse e blu stile Nicke Royale, che, rifletto mentre raggiungo a rapide falcate il cinematografo con gli Hellacopters nelle orecchie, ho indossato quasi per caso e adesso può diventare una sorta di inconsapevole talismano. “Ma sì, mi porterà bene per la serata!”, mi incoraggio. Poi, però, ci penso sopra un attimo e casca il palco:”The Wall”. In concerto. Del solo Waters. Per almeno due ore. Ma vaffanculo.

Il film non era neanche male: mi sono addormentato solo due volte. E proprio per fugare il rischio di un’altra sonnolenza musicalmente indotta nei giorni seguenti mi sono immerso nell’ascolto di cui mi accingo a riferire. Con buona pace di Waters. Ah, Roger: se tutti quelli che hanno perso il padre in guerra ci avessero inflitto polpettoni del genere saremmo tutti come minimo diabetici. Ma v…eniamo al dunque.

Nessuno di noi, io che scrivo e voi che leggete, potrà mai capire fino in fondo l’impatto dei Sonics. E’ semplicemente al di fuori della nostra portata, per motivi essenzialmente anagrafici (quanti di noi erano ascoltatori attivi di rock ‘n’ roll già a metà degli anni Sessanta?) o, in subordine, geografico-culturali: in Italia i Sonics sono arrivati ben più tardi del momento del loro apogeo in terra americana e comunque in ambito anglofono, e cioè a metà dei Sessanta. Eppure i Sonics sono un classico del rock ‘n’ roll, roba da isola deserta nientemeno. A volte, però, è difficile riconoscerli come classico, e ciò essenzialmente per due motivi: perché se ne ignora completamente l’esistenza, essendo magari affaccendati in ascolti diversi o comunque non interessati alla filologia rock; oppure perché la loro influenza è così penetrante e capillare nel rock ‘n’ roll che la si dà in un certo senso per scontata. Anche senza contare il punk e il grunge, che da subito guardarono ai Sonics come padri putativi, persino i fanatici di garage si sono avveduti dei cinque di Tacoma via uno dei tanti revival che hanno interessato questa viscerale forma di rock nel corso dei decenni, in primis quello (è il caso di dirlo) oceanico degli anni Ottanta, e quindi hanno acquisito familiarità e intimità con pagine essenziali di questo genere quali The Witch, Cinderella o Strychnine solo ex post, spesso ampiamente.

Difficile, quindi, cogliere la portata deflagrante dei Sonics, il loro prendere il rock ‘n’ roll più selvaggio, quello nero dei Fifties, e rileggerlo aggiungendovi un sesquipedale tasso di ruvidezza sonora e una frenesia ritmica mai udita o quasi nel rock di allora (ma anche per tutti gli anni Sessanta, fino a “Kick Out The Jams”). E però siamo tutti scusati, perché, come ricorda William Ruhlmann quando recensisce per la AllMusic Guide “#1 Record” dei Big Star, il problema di arrivare tardi su un’opera lodata come influente è che probabilmente ti sei già imbattuto nelle opere che questa ha influenzato, e perciò le qualità di vera innovazione si perdono.

Breve riassunto: i Sonics si formano nel 1963 a Tacoma, nello Stato di Washington, da cui a stento proviene qualcosa di musicale ora e figuriamoci allora. Vi sono un organo, un sassofono, chitarra, basso e batteria, tenuti insieme da due dichiarati obiettivi: far ballare e assordare. Entrambi pienamente raggiunti con i primi due LP, “Here Are The Sonics” (1965) e “Boom” (1966), ambedue zeppi di incendiarie riletture di standard del rock ‘n’ roll giustapposte a deflagranti brani autografi e come tali divenuti due classici del rock più selvaggio di ogni tempo. Ma l’incantesimo dura poco, perché, con l’arrivo del ’67 e della Summer Of Love e il cambio di etichetta (dalla Etiquette alla Jerden), il gruppo perde mordente e viene scavalcato dall’onda psichedelica, che lo sommergerà al punto da impedirne il recupero persino nella seminale antologia garage-psych “Nuggets”, in quel 1972 ben più lontano di quanto il calendario segnasse. Seguiranno sparute antologie e diffusione tra i cultori di antichità Sixties (tra cui senza dubbio gente come Ramones, Dead Boys e Cramps), fino al definitivo sdoganamento per opera del garage revival di metà anni Ottanta, prima, e del grunge, poi. Da quel momento innanzi i Sonics sono un culto diffuso e consolidato, come è giusto che sia, e nel nuovo millennio, complice l’aria di nostalgia che si respira in ogni dove (musicale e non), sono tornati in pista quasi integri (3/6; non male, considerando che si aggirano tutti sui settanta e che, dei loro coetanei, gli unici ancora in giro con simili proporzioni di organico originale rispondono al nome di Rolling Stones), prima sul palco, poi, con sorpresa di tutti, su disco, inizialmente con un EP di materiale dal vivo, nel 2010, e infine con questo “This Is The Sonics”, uscito a febbraio scorso.

Cosa dire di originale e sensato su questo album? Innanzitutto che non è un esercizio calligrafico, buttato lì come scusa per intraprendere un tour. Non c’è tempo per tutto ciò, se hai passato i settanta e sei stato fermo per decenni. Ma nemmeno che si tratta di un disco dai suoni innovativi: la storia del gruppo non l’avrebbe consentito. Cos’è, dunque, “This Is The Sonics”? Troppo facile rispondere che non vi è contenuto nulla che già la copertina non annunci, però è proprio così: un concentrato deflagrante di rock ‘n’ roll anfetaminico ed eccitante, suonato con le palle sopra le mutande tanto quanto Agnelli portava il Rolex sul polsino, e il fatto che nella tracklist si rinvenga quasi subito una rilettura selvaggia ed azzeccata proprio di You Can’t Judge A Book By Its Cover non sposta di un millimetro i termini della questione; anzi, è significativo che la scaletta si apra con un’arrembante versione di I Don’t Need No Doctor, che a quell’età suona quantomeno coraggioso. E però veritiero, perché qui dentro ci sono i Sonics autentici, quelli del biennio ’65-’66, che suonano come se non fosse passato un giorno dall’alba del Vietnam e delle muscle cars, e infatti il suono roboante delle chitarre non proviene da effetti o pedali di sorta, ma dal puro e semplice volume sparato “to eleven” che distorce anche la migliore delle intenzioni (sonore e non). La potenza che trasuda, il coinvolgimento generato dall’ascolto, tutto ciò ha dell’incredibile, specialmente se si considera l’età dei musicisti e bene dice Federico Guglielmi quando osserva che un disco del genere “si direbbe opera di ventenni col pepe al culo e non di ultrasettantenni con tutte le ragioni per essere stanchi e disillusi“. Ecco, in questo senso “This Is The Sonics” è ciò che il titolo promette: sono i Sonics più autentici e che fanno quello per cui sono nati e per cui il mondo li tributa, e cioé suonare il rock ‘n’ roll in maniera no-nonsense, come si dice dalle loro parti; senza nascondersi dietro artifici di produzione, elaborate immagini di copertina o titoli accattivanti, perché una copertina praticamente monocroma, un’incisione in mono (ma, beninteso, da far tremare la terra; merito anche della produzione dell’ex Dirtbombs Jim Diamond, già dietro il mixer per i White Stripes, qui coadiuvato da Jack Endino) e un’affermazione di identità tra orgoglio e principio di non contraddizione bastano e avanzano per ricordare al mondo che essere stati giovani intensamente non vuol dire riuscire ad esserlo per sempre. Per dirla in guisa capitolina: “Roger, c’hai settant’anni. Stacce“. Stacce. E vaffanculo, ché questi sono i Sonics.