Punk per focaccia: X – Alphabetland

x - alphabetland
Nel rock ‘n’ roll ventisette anni sono una vita, anche tra un disco e il suo predecessore, ma nel caso degli X un simile iato sorprende fino a un certo punto: troppo integra, infatti, la vicenda del quartetto losangeleno per poter pensare di contaminarla con uscite inutili. Punk, un tempo, significava anche integrità, e Exene Cervenka, John Doe, Billy Zoom e Dj Bonebrake, nuovamente insieme, lo sanno bene; come sanno che punk per decenni ha significato penuria di mezzi, se si deve dar credito alla recente rivelazione del chitarrista, secondo cui il segreto per una lunga carriera è non guadagnare abbastanza da poter andare in pensione. Problema diffuso oggigiorno, e per dei punk redivivi nientemeno che fiche di partecipazione; ma sarebbe sbagliato liquidare la reunion della formazione originale del più grande gruppo punk che L.A. abbia mai conosciuto come un nuovo declino della civiltà occidentale versione filthy lucre live, anche perché in tal caso difficilmente si sarebbe arrivati al parto discografico dopo trentacinque anni da quel “Ain’t Love Grand” che, inclinando parzialmente verso suoni più levigati e hard, sembrava chiudere più che degnamente la vicenda discografica degli X prima maniera, consegnandola a due ulteriori ellepì dignitosi ancorché anodini (l’ultimo “Hey Zeus!”, del 1993). E se è sempre difficile relazionarsi con simili rientri in scena, a maggior ragione cercando di mantenere il giusto equilibrio verso scelte apparentemente spregiudicate e dettate da ragioni finanziarie, è nondimeno corretto segnalare quando il prodotto di tali operazioni è (più raramente che non, ancor più incredibilmente che non) eccellente. E proprio questo è il caso.

“Alphabetland” sarebbe dovuto uscire ad agosto per la Fat Possum, ma, vista la situazione epidemiologica che costringe mezzo mondo a casa, il quartetto ha pensato di anticiparne di quattro mesi l’uscita, dandolo improvvisamente in pasto al pubblico senza alcun preavviso il 22 aprile scorso. Senza peraltro consegnarlo ai giganti dello streaming, ma affidandolo al solo BandCamp, con la possibilità, oltre che di ascoltarlo gratis, di comprarlo. Chissà quanti lo faranno; ma tutti coloro che decideranno di investire la non elevata somma si porteranno a casa un lavoro di qualità davvero elevata. Non ai livelli del capolavoro “Los Angeles”, beninteso, ma perfettamente in linea con il rock ‘n’ roll urticante e pensante che gli X hanno sempre messo sul piatto ed anzi potenzialmente il loro miglior disco da quell’epocale debutto che costituisce tuttora un manifesto del punk. Merito di un’acquisita maturazione strumentale e vocale, oltre che della presenza di idee, entusiasmo, esperienza e consapevolezza; gli ingredienti necessari per una rentrée discografica che produca qualcosa di rilevante, e qui ci sono tutti.

A cominciare dalla copertina, che impianta sullo sfondo di una figurazione agreste in stile impressionista un logo dai colori assai simili a quelli di un certo motore di ricerca; contraddizione visiva a cui è sottesa la valutazione che qualcosa non funziona in questo mondo preso a metà tra i due estremi. I testi si incaricano di rilevarlo, come quello di Water & Wine, ma è la forza d’urto complessiva del quartetto che non passa inosservata: undici pezzi di rock ‘n’ roll fatto come va fatto, due minuti di ampli a palla e la Gretsch di Billy Zoom che come al solito fomenta gli istinti bradi di punk e greasers indistintamente (ancora Water & Wine; stavolta l’assolo, capace di richiamare dalla tomba Chuck Berry, Cliff Gallup e Link Wray), mentre Exene Cervenka (sicuramente la più influente figura femminile del punk americano) e John Doe si scambiano duetti come se trentacinque anni fossero un battito di ciglia, con un brano che sconfina nell’hardcore (Delta 88 Nightmare) e due episodi inusuali (il simil-funk di Cyrano deBerger’s Back e il recitativo su base pianistica della conclusiva All The Time in The World) a variegare un assalto altrimenti serrato ininterrottamente. Tutti ultrasessantenni e giustamente viaggiano tutti in sesta, senza lesinare nulla in energia e coinvolgimento. Un miracolo, nientemeno. Punk fatto come si deve: perché si ha qualcosa da dire e si ha urgenza di dirlo; e chi ha più urgenza di quattro anziani musicisti in un’epoca di pandemia?

Sono passati quarant’anni, e i telefoni ormai non si riappendono quasi più, ma davanti a un disco come “Alphabetland” è impossibile essere off the hook. Possa vendersi come il pane; come il pan croc.

The paths of glory lead not but to the grave: Adam Schlesinger (1967-2020)

adam schlesinger

Ieri il COVID-19 si è portato via Adam Schlesinger, cinquantaduenne bassista e compositore molto celebrato. Soprattutto per la musica scritta per cinema e televisione, che gli ha fruttato diversi tra nomination e premi, e il gruppo power-pop Fountains of Wayne, autore di cinque album tra il 1996 e il 2011. Ma io preferisco ricordarlo per l’apporto ad un side-project e l’intervento decisivo per la riuscita dell’ultimo album dei Monkees.

Riposa in pace, Adam. Grazie di tutto.

Mature threesome: Green Day – Father Of All Motherfuckers

green day - father of all motherfuckers

Ne stanno parlando tutti, per cui non mi dilungo. Premetto solo che non ho sentito per intero nessuno dei dischi pubblicati dai Green Day dopo “American Idiot”, uscito ormai diciassette anni fa; qualche pezzo era sufficiente a farmi interrompere l’ascolto, a causa della noia ingenerata da soluzioni stantie e ripetute all’eccesso. Anche stavolta, quindi, mi sono approcciato al nuovo disco di Billie Joe, Tre Cool e Mike D con la consueta freddezza, consapevole che probabilmente lo avrei accantonato di lì a poco, catalogandolo, magari avventatamente, ma non implausibilmente, come l’ennesimo prodotto di consumo da gettare nell’arena mediatica per avere una scusa (come se ne servisse una…) per intraprendere un altro tour mondiale. Sono contento di essere stato smentito, stavolta.

“Father Of All Motherfuckers” ha una copertina orribile, probabilmente realizzata in non più di un quarto d’ora da un grafico alle prime armi e/o sottopagato, e si concede persino all’odierna caccia alle streghe del politicamente corretto autocensurandosi, la quarta parola del titolo (che resta comunque puerile) coperta da un unicorno dall’esplosivo alito di arcobaleno. E anche così non riesce a non farsi volere bene. Il motivo, mi pare, è l’essere stato realizzato con intelligenza: solo dieci canzoni, alcune sotto i due minuti di durata, per una lunghezza complessiva di 26:12; praticamente un EP (a proposito, che smacco, e al tempo stesso che vittoria mediatica sul fronte della sensibilità ambientale, sarebbe stato farlo uscire in formato dieci pollici nella stampa in vinile!). Il gruppo ha capito che questa non è più l’epoca degli LP, e che la soglia media di attenzione di orde di individui la cui attività prevalente durante la giornata è affondare il naso in uno smartphone è davvero bassa, e dunque conviene “dire tutto subito”, pena una condanna più o meno tacita all’irrilevanza. E di tanto bisogna essere loro grati, perché, con così poco tempo a disposizione, l’album si mantiene interessante per tutta la durata, con continui aggiustamenti di atmosfera eppure sempre con un’identità riconoscibile. Ed è proprio questo l’altro aspetto di intelligenza del disco: la varietà.

Il primo album del trio prodotto da Butch Walker, infatti, svela una serie di influenze maggiormente variegate, probabilmente attendibili ma di esibizione imprevedibile: e così sfilano il glam (Inghilterra, non Sunset Strip) della title-track e di Fire, Aim, Ready, orlate di battiti di mani e coretti yé-yé; la neo-psichedelia via Gary Glitter di Oh Yeah! (un titolo un programma); lo scintillio power pop, frizzante e agrodolce come di prammatica, di Meet Me On The Roof; il richiamo al passato (a quello degli stessi Green Day come ai Beach Boys) di I Was A Teenage Teenager, con una dinamica strofa-ritornello tipicamente anni Novanta; il brillante retro rock di Stab You In The Heart, tra Hives in grande spolvero e Cramps deprivati di ogni depravazione; lo sferragliante punk ‘n’ roll di Sugar Youth, tributo agli anni Settanta eppure perfettamente in linea con il catalogo della formazione; la scandita Junkies On A High, che si apre con un groove simile a Sophisticated Bitch dei Public Enemy (!) per trasformarsi quasi subito in una rilettura in sedicesimo di Boulevard Of Broken Dreams, pur non negandosi arrangiamenti più articolati, da pop inglese (ma magari qualcuno ci sentirà la Motown); la Stoccolma di inizio millennio trapiantata in California (la curiosa apertura a suon di chitarra riverberata) di Take The Money And Crawl; e, in chiusura, l’ottimo pasticcio di Graffitia, che mischia convincentemente glam da stadio, power pop, Clash e suggestioni garage. Di molto un po’, quindi, senza per questo perdere identità e, pertanto, immediatezza.

Complici forse gli impulsi dati dal nuovo produttore, avvezzo a sonorità variegate e a dare a ciascuna la giusta veste e il giusto risalto, i Green Day sembrano rinati con questo album; ma rinati a una vita nuova, diversa, in un certo senso adulta, perché consapevole del tempo trascorso e della necessità di mettere tutto in una prospettiva pur non smarrendo la propria identità, ed è forse questo l’aspetto più sorprendente della questione: non è solo un bel disco, “Father Of All Motherfuckers”; è, in un certo senso, l’album della maturità. Quella che può avere un gruppo punk in giro da trentaquattro anni, comunque: qualche selfie compiaciuto qui e là, ma con la consapevolezza che il tempo passa e quindi più volte che non occorre portare a casa il risultato, senza peraltro perdere il gusto di fare la giusta quantità di casino. Missione compiuta.

Non avrei mai pensato di dover spendere ancora soldi per i Green Day.

Our life could be your band: Head Candy – Starcaster

head candy - starcaster

Riflettevo recentemente come, nonostante il pedigree di primissimo piano, Andy Wallace resti una figura i cui meriti sono sostanzialmente dimenticati. Eppure i suoi interventi in fase di produzione e di missaggio sono spesso stati determinanti per la resa sonora di alcuni degli album più considerati in assoluto: “Reign In Blood”, “South Of Heaven” e “Season In The Abyss” degli Slayer, ad esempio. Ma anche “Chaos A.D.” dei Sepultura, “Raising Hell” dei Run DMC, “Post Orgasmic Chill” degli Skunk Anansie, “Grace” di Jeff Buckley e nientemeno che “Nevermind”, a cui, intervenendo in extremis dietro sollecitazione della Geffen, conferì una brillantezza sonora necessaria per consentirne i passaggi radiofonici. La sua abilità, in particolare, è quella di saper dosare con estrema precisione le varie componenti del suono, creando un amalgama perfetto, in grado di suonare compatto e presente senza sacrificare i singoli strumenti, e ciò perfino in generi musicali dove le chitarre massicce e distorte potrebbero coprire tutto il resto. Insomma, a Andy Wallace dobbiamo una buona fetta della musica che ascoltiamo da anni con passione, anche se tendiamo a dimenticarcene.

Forte della convinzione di dover riparare, per quanto possibile, a questo torto/dimenticanza, facevo delle ricerche sul curriculum vitae di questo produttore californiano e scoprivo, oltre alla sua paternità dello studio losangelino Hit City (da cui sono usciti, tra gli altri, “Too Fast For Love”, “Season In The Abyss”, “Call Of Voodoo”, “Hexbreaker!” e “Guitars, Cadillacs, Etc., Etc.”), che Wallace è stato l’ingegnere del suono anche di una notevole quantità di produzioni minori, da un disco e via, e tra queste la mia attenzione è caduta, per caso e – a questo punto posso dirlo – per fortuna, su “Starcaster”, unico album degli Head Candy.

Vano tentare di tracciare un profilo di questa formazione: tutto ciò che si riesce a reperire sull’argomento è che si tratta di un quartetto proveniente da Iowa City e composto dal chitarrista e cantante Mike Sangster, dal chitarrista Doug Roberson, dal bassista Jim Vallet e dal batterista Jim Viner. Sangster aveva suonato con altri gruppi della zona, come pure Roberson, che avrà il più prolifico prosieguo di carriera, con numerose formazioni di area alternative rock al confine con garage e psichedelia. “Starcaster”, pubblicato nel 1991 dall’etichetta indipendente newyorkese Link Records solo in formato CD e cassetta, era il debutto della formazione e, per un qualche scherzo del fato, era destinato a rimanere l’unico lavoro degli Head Candy, svaniti nel nulla dopo questa prova sulla lunga distanza e un paio di 45 giri promozionali, peraltro privi di materiale inedito. Ma che disco era, questo “Starcaster”!

Incredibilmente, il gruppo era riuscito ad accaparrarsi i servigi di un veterano come Andy Wallace, e la mossa aveva pagato eccome, perché il sound dell’album è pieno e potente ma, come sempre, tutt’altro che privo di dettaglio: il basso è presente non solo sul piano ritmico, e tutte le linee suonate da Jim Vallet risultano perfettamente intelligibili anche ad un ascolto non attento, arricchendo lo spettro armonico; la batteria è completa di ogni suo elemento (persino la cassa, spesso lasciata troppo indietro nel mixaggio finale) senza essere invadente e, soprattutto, suona naturale, come se venisse ascoltata dal vivo; gli intrecci delle due chitarre vengono riproposti con estremo nitore, nonostante la preponderanza dei suoni distorti, senza sacrificare in alcun modo l’impatto del muro chitarristico e senza far predominare le parti dal suono più basso rispetto a quelle più acute o viceversa; la voce non manca di dominare il tutto senza per questo risultare troppo alta di volume, ma, anzi, potendosi esprimere in tutte le sfaccettature, dall’urlo al sussurro, mantenendo una resa naturale. In generale, il suono di “Starcaster” è, come da lezione di Wallace, un modello di precisione, bilanciamento e dinamica; in breve, di adeguatezza sonora. Ma non basta una produzione eccellente a fare un ottimo disco, e però questo lo è.

Gli Head Candy vengono dal Midwest ed è quindi ragionevole ritenere, pur senza certezze sul punto, che siano stati immersi nella fervida scena locale del rock indipendente americano degli anni Ottanta, in particolare nella sua ispida variante più incline al punk tipica dell’area di provenienza; sennonché Iowa City è equidistante tanto da Chicago che da Minneapolis/Saint Paul, e dunque le influenze delle scene musicali indipendenti di queste due grandi città e delle formazioni che le componevano hanno giocoforza permeato l’approccio stilistico del gruppo. Nella cui proposta, infatti, è ben leggibile innanzitutto la lezione degli Hüsker Dü, che per primi avevano dimostrato come si potesse mantenere un’integrità punk sul piano sia attitudinale che sonoro senza per questo rinunciare a varietà e melodia; ecco, quindi, da dove gli Head Candy mutuano la struttura della maggior parte dei brani, di impatto e costruiti su ritmi sostenuti, e l’uso di articolate trame chitarristiche, spesso grintose ma che non disdegnano fraseggi più melodici e articolati, seguendo, stavolta, le orme di Television e Feelies. Ma anche gli altri grandi influenti di Minneapolis, i Replacements, hanno dato qualcosa agli Head Candy, in termini di ancoraggio al lato più melodico e radiofonico del rock “duro”, seppure reinterpretato in chiave alternativa e dunque scevro di ogni virtuosismo e di ogni elemento non funzionale al brano, mentre dai chicagoani e quasi coevi Urge Overkill si può ricavare un’influenza in termini di volontà di aggiornare l’hard rock alle esigenze del nuovo decennio, sfrondandolo di ogni orpello come pure di ogni atteggiamento machista, producendo composizioni strutturate ma sempre immediate. Insomma, frullate Hüsker Dü, Replacements, Television, Feelies e Urge Overkill, insaporite con giusto una punta di Cheap Trick (numi tutelari dell’area, provenendo dalla poco distante Rockford, in Illinois), aromatizzate con un sentore della Detroit anni Settanta e del punk del non distantissimo Ohio e avrete una buona idea di come suonano gli Head Candy. E ora il disco: ho già detto che è bellissimo? Sì? Beh, non credetemi, perché non ce n’è ragione, e verificate da voi.

Verificate da voi se il tozzo ma non volgare hard di Soul Grinder richiama gli australiani i New Christs nella loro forma migliore. Se In The Night Kitchen non sono gli Sugar che giocano a fare i R.E.M. primevi, peraltro riuscendoci appieno. Se non si potrebbe trovare la firma di Greg Dulli e compagnia sotto Words To Live By. Se Part Of The Earth è pop insieme frizzante e intimista, ombroso come richiedeva l’allora appena iniziato ultimo decennio novecentesco. Se Sideways Laughing non fa da sola arrossire ampi settori del catalogo Foo Fighters. Se la ragnatela chitarristica e la foga ricercata di Mona Lisa Overdrive non dovrebbero rendere Mould, Hart e Norton orgogliosi. Se i due minuti scarsi della conclusiva traccia omonima non sono i Doors in versione shoegaze. Se, insomma, “Starcaster” non è una gemma del rock indipendente anni Novanta, e, in generale, del rock più grintoso, dimenticata sepolta tra le sabbie del tempo, all’ombra delle dune più alte del palmares di uno dei più importanti ingegneri di studio che il rock abbia conosciuto.

No, non è Steve Albini. Lui di stelle non vuole saperne.

Dc a 9: i dischi

Ed ecco, dopo due mesi di assenza e qualche tentativo di articolo abortito, l’annuale adempimento del dovere compilativo. Anno musicalmente avaro, questo 2019, che ha visto più defezioni rilevanti (João Gilberto, Dr. John, Dick Dale, Roky Ericsson, Rik Ocasek, Ginger Baker, Andre Matos) che album degni di menzione, tanto che a stento mi riesce di individuarne dieci per la consueta playlist. Un anno da dimenticare, insomma. Procedo dunque all’elencazione ritenuta adeguata, in no particular order come sempre, confidando che il 2020 possa portare un netto miglioramento da tutti i punti di vista. Augh.

Dischi notabili

1. REFUSED – WAR MACHINE
Qui. E il passare del tempo non attenua ascolti e riscontri. Il disco dell’anno, per quanto se ne può sapere da queste parti.

2. THE BACKDOOR SOCIETY – THE BACKDOOR SOCIETY
Qui. Confermati impatto e mestiere; una promessa, e chissà che il gruppo riesca a mantenerla.

3. EX HEX – IT’S REAL

ex hex - it's real

Questo trio americano interamente femminile ha pubblicato quest’anno il suo secondo ellepì, colmo di un power pop accattivante e ben costruito, che tiene insieme la freschezza melodica di matrice pop, l’esuberanza irruente di stampo punk e un vago ascendente hard rock nelle partiture di chitarra. E il coloratissimo risultato non delude affatto. Delle Go-Go’s per il Ventunesimo secolo, come peraltro suggerito dalla copertina.

4. THE NIGHT TIMES – HERE WE GO

the night times - here we go

Avete presente il detto anglofono secondo cui non si può giudicare un libro dalla sua copertina? Ecco, dimenticatelo, ché il debutto dei californiani Night Times confessa apertamente e con orgoglio le sue intenzioni già dalla foto di frontespizio: proporre una mezz’oretta del più puro e selvatico garage punk di stretta osservanza Sixties, le chitarre una pulita e una fuzzata, l’organo Farfisa o Vox, i ritmi convulsi, i tamburelli, le maracas, le urla e tutto il resto. Operazione riuscita alla perfezione, in un disco (uscito solo su vinile, peraltro) che trasuda eccitazione senza dimenticare la ballabilità, riuscendo così a trasmettere la sensazione di esuberanza ormonale che ha sempre costituito il primum movens del genere. Difficile e forse insensato selezionare singoli brani, ma mi pare comunque preferibile farsi scorticare cento volte da un pezzo come I Don’t Mind o agitarsi in preda alle convulsioni surf di Go Mental o al febbrile rockabilly di Charmed che cedere alle lusinghe di uscite più blasonate o sedicenti originali. Santino (?) dei Sonics in tasca e pepe al culo, insomma. Ben arrivati, tempi notturni.

5. AMYL AND THE SNIFFERS – AMYL AND THE SNIFFERS

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Debutto sulla lunga distanza dopo due EP in tre anni per questi quattro australiani, capitanati dalla magnetica Amy Taylor e autori di un tellurico punk garagistico, che richiama da vicino le più urticanti proposte proposte rock n’ roll di quella terra spargendo energia a piene mani grazie alla foga esecutiva dei musicisti e alla voce abrasiva e allupata della cantante, ideale continuatrice della scuola di Wendy O. Williams e Poly Styrene senza peraltro dimenticare un vago sentore pop preso a prestito dalla Debbie Harry degli esordi, che fa capolino qui e là e che l’ascoltatore attento potrà cogliere a tratti, negli interstizi del muro chitarristico e ritmico eretto dagli Sniffatori. Punk fatto come si dovrebbe, con il rock n’ roll come ragione di vita e anche un po’ più in basso. Down under, d’altronde.

6. RIOT CITY – BURN THE NIGHT

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L’ondata di revival del metal classico è ormai grandemente scemata rispetto all’inizio del decennio, ma ciò non significa che non continuino a uscire ottimi dischi ispirati alle sonorità heavy degli anni Ottanta; anzi, la sopravvenuta riduzione della platea permette di apprezzare ancora di più i risultati più alti e di commuoversi per la dedizione di chi continua a praticare il genere prediletto a prescindere dalle mode. Questa volta il plauso cade sui Riot City, giovani canadesi (provenienza geografica che stupisce ben poco per questa proposta) che a maggio hanno debuttato con un gioiellino di heavy speed totalmente ottantiano, che guarda a Judas Priest, primi Iron Maiden, Raven, Vicious Rumors e Savage Grace per produrre una colata di acciaio ispirata al power metal americano e forgiata sulle chitarre armonizzate e sugli acuti perforanti di Cale Savy. Intensità costante, riff perfettamente concatenati, ritmica serrata, oltre ad una produzione che valorizza i singoli strumenti senza cedere a tentazioni ottusamente filologiche (proverbiale la mancanza di dinamica di molti album storici del metal anni Ottanta) e ad una copertina che riesuma l’Hellion, custode del priestiano “Screaming For Vengeance”, fanno di “Riot City” il miglior album di heavy metal uscito quest’anno. Chissà che fine hanno fatto gli Striker, a proposito.

7. DUFF MCKAGAN – TENDERNESS
Qui. Ribadisco: chi l’avrebbe mai detto.

8. LES GRYS-GRYS – LES GRYS-GRYS

les grys grys - les grys grys

Francesi di Montpellier, i cinque Grys-Grys hanno esordito quest’anno con un LP di ascendenza sessantiana di qualità incredibile, maturo nei riferimenti stilistici e nella scrittura: sfacciatezze mod si fondono a umori psichedelici, l’esuberanza garage si appaia all’allusività rock-blues, suoni ricercati corredano essenziali jungle beat e la ricercatezza melodica non pregiudica l’impatto. Who, Stones, Bo Diddley, Electric Prunes, Yardbirds, Sonics e molti altri copulano felici in questo disco. Come dei Creation Factory più raffinati, insomma. Davvero incredibile.

9. JEFF DAHL – ELECTRIC JUNK

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Questo disco non è nemmeno indicato su Discogs, e di mister Dahl a tutt’oggi non esiste nemmeno una pagina di Wikipedia, nonostante le decine di uscite a suo nome e le comparsate in dischi e progetti musicali altrui, a conferma della natura elusiva di questo piccolo eroe dell’underground, attivo sin dalla fine degli anni Settanta e in qualche modo riuscito a eludere persino quel fazzoletto di notorietà quantomeno settoriale che l’informazione telematica garantisce a praticamente chiunque. Merito, o colpa, di un atteggiamento a suo modo incompromissorio, incentrato sulla riproposizione costante di un punk n’ roll coinvolgente anche se raramente memorabile (mirabile eccezione “Wasted”, uscito nel 1991) e dunque presto archiviato nella sezione del revivalismo carbonaro come materia per cultori. A riprova della coerenza dell’uomo si pone questo “Electric Junk”, autoprodotto e pubblicato con diffusione streamingzita e una volta di più zeppo delle solite melodie trascinanti flagellate da chitarre essenziali, rese con mezzi e suoni parimenti essenziali, nel più puro spirito del ’77. La presenza è motivata più dal valore simbolico della coerenza stilistica e attitudinale che dall’effettiva consistenza dell’opera, e nondimeno “Electric Junk”, pur non essendo più di quanto il titolo promette, si fa ascoltare con un certo piacere anche più di una volta.

10. TUXEDO – TUXEDO III

tuxedo - tuxedo III

Se Michael Jackson fosse vivo e facesse un disco così sarebbero in tanti a spellarsi le mani in applausi. E invece ne è autore un duo di produttori americani, giunti ormai al traguardo del terzo album e animati dall’intento ben preciso di rivitalizzare la disco, aggiornandone lo spirito all’epoca del #metoo e del reggaeton. Divertirsi e divertire con stile e colorando di glamour le lenti deformanti della popstalgia è lo scopo di “Tuxedo III”, ed è pienamente raggiunto: le drum machine essenziali conducono al bersaglio il ritornello appiccicoso di You And Me, Tuxedo Way anima party di ieri e di domani cavalcando un basso insidioso con commento di coretti da Studio 54 e c’è persino tempo per abbassare luci e ritmi con un accenno di ballata, quella Toast 2 Us che ha fatto propria la lezione del R&B anni ’90 senza peraltro dimenticare qualche aroma jazz, a dimostrazione che anche la più filologica delle riproposizioni non è mai una totale copia carbone del passato. Un disco con dichiarati intenti mercantili e tuttavia realizzato con una certa classe e la giusta dose di leccata sfrontatezza. Gli(lle)tterati e orgogliosi.

Altre pillole di 2019
SPIDERGAWD – V: una garanzia: rock duro ma composto e suonato con intelligenza, con in mente first and foremost la canzone e le sue esigenze, la melodia in primis. Che in questo album è un po’ più presente rispetto al passato, ma che nondimeno non comporta alcun sacrificio in termini di qualità e integrità. Magistrali per continuità.

BELLRAYS – PUNK FUNK ROCK SOUL VOL. 2: una garanzia vol. 2: la miscela si è fatta più blended, con più rock classico e soul a sopperire alla foga punk degli esordi, ma la classe non è acqua e qui si sente ancora una volta: Bob Vennum e i ragazzi sprigionano il fulmine o la scossa alla bisogna, e Lisa Kekaula è la solita pantera che sa cavalcarla con sfrontatezza, aggressività o sensualità. Si nota un leggero appannamento della scrittura rispetto al passato anche recente (leggi: anni Dieci), ma che suonino tozzo hard (Perfect), boogie lascivo (Bad Reaction) o pensosi blues (Every Chance I Get), i Bellrays restano sempre la solita, grandiosa macchina da rock n’ roll.

SACRED REICH – AWAKENING: non esattamente perfetto, ma un incoraggiante segnale nell’ottica del rientro nel genere, che poi è il thrash metal legato alla vecchia scuola, quella degli anni Ottanta, suonato con intelligenza e senza fanatismo, come è proprio di chi quel periodo lo ha vissuto in prima persona. Certo, i giorni di gloria (?) sono alle spalle, ma fa sempre piacere sapere che, in tempi di sommovimenti politici latinoamericani, c’è chi suona, oh se suona, la sveglia.

KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – INFEST THE RATS NEST: gli imprendibili e imprevedibili australiani da due LP l’anno colpiscono ancora, forgiando nove tracce di heavy metal misto a speed metal ottantiano e con una punta di hard rock, suonato con intelligenza e senza cadere in frusti stereotipi. Impatto, atmosfera, coinvolgimento e la solida, mefitica voce di Stu MacKenzie. Davvero notevole, poi, in chiave di estetica metal, la gigeriana copertina. Ci stava bene in Top 10 (anche perché, diciamocelo, ‘sto Jeff Dahl, ma chi cazzo è?), però ormai è andata così. Da ascoltare senza esitazione.

ATLANTEAN KODEX – THE COURSE OF EMPIRE: il metal in uno dei suoi massimi picchi emotivi: heavy cadenzato e crepuscolare per descrivere la fine di un’epoca, quella della civilità occidentale. Mai troppo veloce e sempre decadentemente melodico, per un risultato incredibilmente icastico. Difficile da descrivere a parole, ed è un buon segno. Sarebbe stato bene in Top 10, ma è la fine di un’epoca, per l’appunto.

L’altro 2019
UNIDA – COPING WITH THE URBAN COYOTE
Questo disco mi ha letteralmente salvato la vita, nel periodo buio da fine agosto a inizio ottobre. L’ho scoperto per caso, qui, e altrettanto casualmente ho deciso di ascoltarlo; la sua potenza, quel suono pastoso e saturo, quel basso di inaudito spessore, quella foga esecutiva mi hanno investito, facendomi capire che c’era ancora qualcosa di valido nella vita e un motivo per lottare. Mi ci sono quindi aggrappato, e la voce ululante di John Garcia mi ha sorretto. Anzi: il “your eyes don’t look just the same” all’inizio di If Only Two mi ha inchiodato alle mie responsabilità di vivente, spingendomi a cercare un rilancio, che ogni ascolto di questo disco ha spinto sempre un passo oltre. Non potrò mai ringraziare abbastanza gli Unida (e chi me li ha fatti scoprire) per ciò che hanno fatto, e cioè “Coping With The Urban Coyote”, che, per quanto mi riguarda, trasmoda da titolo a missione. Mi accorgo adesso che il testo della canzone in realtà dice “your eyes both look just the same“: mi piace pensare che non sia un caso.

J.P. BIMENI & THE BLACK BELTS – FREE ME
Dopo gli Excitements, è ancora Barcellona via l’Africa a dettare i tempi del nuovo vecchio soul: J.P. Bimeni è ruandese, risiede nella città catalana e possiede una voce di potenza e sensualità incredibilmente prossima a quella di Otis Redding e Marvin Gaye; i Black Belts sono un quartetto indigeno dedito al soul strumentale sulla scia di MGs e Bar-Kays. Insieme firmano un LP, uscito nel 2018, di ottima qualità, in cui convivono ballate col cuore in mano (I Miss You) e agrodolci esuberanze (Honesty Is Luxury), in un contesto che distilla il suono Stax per l’epoca di Trump. Se l’onestà è un lusso, come il disco proclama, vale nondimeno la pena concederselo, e sul piano musicale “Free Me”, clamorosa opera prima, è un lusso d’altri tempi.

SIZIKE – U ZEMLIJ CUDA
Recentemente ristampato, questo LP uscito originariamente nel 1986 è opera dei Data, un collettivo jugoslavo a prevalenza serba autore di un pop sintetico e ballabile, tipico del periodo, proteso ad emulare i dettami modaioli imperanti illo tempore eppure nient’affatto privo di quella cifra estetica e stilistica di area slava, fatta di kitsch inconsapevole e senso del ridicolo nullo o quasi. Sintetizzatori analogici, batterie elettroniche d’antan e vocalizzi femminili prevalentemente in lingua realizzano un gioiellino di esotica motilità (facile prevederne l’acquisto/acquisizione da parte di dj hipsterici desiderosi di stupire la platea) senza per questo impedire l’ascolto casalingo o l’uso a mo’ di tappezzeria sonora. A corredo della ristampa ci sono anche tre brani altrimenti inediti dei Data, sempre in stile. Una godibile mezz’ora di new wave danzabilmente hipster e un inusuale angolo prospettico per riflettere sulla globalizzazione e sugli abiti in materiali sintetici; avvertenza: forte potenziale di culto.

ROY AYERS UBIQUITY – RED, BLACK & GREEN
Il soul jazz dei Settanta, il decennio d’oro del genere, al massimo della sua forza espressiva: ritmo irresistibile anche nelle sue declinazioni più pacate, arrangiamenti curati, varietà nell’improvvisazione e orgogliosa esibizione delle radici. La disco e le sue sbornie sono poco oltre (siamo nel 1973) e non saranno ignorate, ma qui Ayers suona ancora perché deve, per sé e per gli altri, per il corpo e per la mente; non a caso aprono e chiudono rispettivamente le riletture di Ain’t No Sunshine (Bill Withers) e Papa Was A Rolling Stone (Temptations), con la consapevolezza afrocentrica della title-track, posta a metà, a fare da spartiacque. Uno degli album migliori di uno dei maestri del vibrafono a capo di una delle sue formazioni più solide.

Damnatio memoriae
BLIND GUARDIAN TWILIGHT ORCHESTRA – LEGACY OF THE DARK LANDS
Il disco orchitestrale, finalmente.

BRUCE SPRINGSTEEN – WESTERN STARS
Come sopra. Ma la goduria vera è leggere gli inerpicamenti dei critici musicali per giustificare, contestualizzare, interpretare. Your eyes both look just the same.

Noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza: Refused – War Music

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La guerra avvampa nuovamente in Medio Oriente, la Spagna rischia lo smembramento territoriale, il Regno Unito si appresta ad uscire dall’Unione Europea a condizioni incerte. Esisteva forse un momento migliore per il ritorno dei Refused?

“War Machine” esce oggi per Spinefarm e ovviamente non è neanche paragonabile a “The Shape Of Punk To Come”; d’altronde, si sa che i classici, quando non vanno out of style, tornano in vita come altri da sé, privati della loro forza antagonistica. Però è perfetto. Perché di quel disco epocale è la continuazione in senso più musicale, per così dire; più schiettamente melodico e meno stilisticamente schizofrenico, ma con un’organicità che era difficile attendersi da un gruppo che non pubblicava nulla (rectius: nulla di rilevante) da una ventina d’anni. E una pari coerenza: nulla dell’attitudine brutalmente antagonista e della rabbia di denuncia è venuto meno per i Refused, anche perché il mondo non cessa di fornire spunti in tal senso. Titoli come I Wanna Watch The World Burn, curiosamente uno dei pezzi più quieti, Blood Red, The Infamous Left e Economy Of Death sono più che eloquenti.

Mi pare che un tempo dischi del genere fossero definiti post-hardcore. Io non me ne intendo, ma mi pare che il “post-” non c’entri nulla. O forse sì, ché questa è l’epoca dei post, e anche i dischi sono cosa di ieri. Ecco, forse a questa riottosa macchina da guerra si può rimproverare solo di essere un disco, oggetto dell’altroieri che pretende di parlare all’oggi, epoca delle immagini, con le parole, lingua di ieri. Insomma, “War Machine” è la forma del punk che è venuto. E meno male.

Un altro immondo è possibile. Francisco-san sindaco del Biafra.

jello biafra
Nell’autunno 1979 Eric Boucher, da Boulder, Colorado, si candidò a sindaco di San Francisco. Aveva già dimostrato di avere le idee chiare, d’altronde: il giugno precedente aveva pubblicato il singolo California Über Alles con il gruppo di cui era cantante, i Dead Kennedys, aveva fondato l’etichetta discografica Alternative Tentacles e si era costruito una crescente reputazione di terrorista culturale, a cui la candidatura forniva la definitiva credibilità. Per ammissione dello stesso protagonista, la decisione era maturata dopo un commento fatto dall’allora membro del gruppo Bruce “Ted” Slesinger, che gli si era così rivolto: “Jello, sei talmente polemico che dovresti candidarti a sindaco.“. Detto, fatto: furono raccolti millecinquecento firme e novecento dollari, perlopiù con iniziative promozionali autogestite come i concerti punk, e venne formato uno staff di volontari, che comprendeva tutti i membri dei Dead Kennedys, il promoter Dirk Dirksen, il fanzinaro Mickey Creep e altri elementi della fervente controcultura cittadina. Le scelte, naturalmente, si rivelarono in linea con le intenzioni anarcoidi e situazioniste: il motto della campagna elettorale, “There’s always room for Jello“, venne mutuato integralmente dallo slogan pubblicitario della gelatina Jell-O, e il programma, vergato dallo stesso Jello Biafra su un tovagliolo durante un’esibizione dei Pere Ubu, conteneva non poche proposte di portata dirompente e causticamente sarcastiche. Tra queste:

  • obbligare gli uomini d’affari a indossare abiti da clown all’interno dei confini della città;
  • far eleggere i poliziotti dagli abitanti dei quartieri che sarebbero poi stati chiamati a pattugliare;
  • abbattere il Pier 39, centro commerciale e turistico della città, inaugurato il 4 ottobre 1978;
  • legalizzare l’occupazione di edifici vuoti o per i quali non venivano pagate regolarmente le imposte;
  • pagare i disoccupati per chiedere la carità nei quartieri ricchi;
  • vietare le automobili in tutta la città;
  • erigere statue di Dan White (il consigliere comunale che nel 1978 uccise il sindaco George Moscone e il consigliere gay Harvey Milk) e far vendere dall’amministrazione cittadina dei parchi uova, pietre e pomodori marci con cui bersagliarle.

Inutile dire quale fu la reazione dell’establishment a tali proposte, ma la campagna elettorale proseguì comunque inarrestabile, forte del supporto di uno zoccolo duro e agguerritissimo di sostenitori, che partecipò ai comizi con ilarità consapevole e slogan che denotavano condivisione del progetto (“Cosa succede se vince?“, “Se non vince mi uccido“, “Apocalypse Now” e altri ancora). Le iniziative, poche, prevedevano di indossare la t-shirt della precedente campagna elettorale del rivale Quentin Kopp e in un’occasione Jello si presentò a spazzare le foglie nel giardino della ricca avversaria, nonché consigliera comunale uscente, Dianne Goldman Berman Feinstein, in polemica con la di lei precedente iniziativa di farsi fotografare a pulire le strade di un quartiere degradato di San Francisco. Il culmine fu una marcia in cui Jello Biafra provvide a fare ciò che fanno i politici in campagna elettorale, ossia “shaking hands and kissing babies“; anzi no, “shaking babies and kissing hands“, e quindi coerentemente agitò neonati e baciò mani davanti agli sguardi dei media stupefatti e degli astanti divertiti. E poi venne il 6 novembre 1979, il giorno delle elezioni.

Allo spoglio, la sorpresa: gli oltre seimilacinquecento voti racimolati dal lider dei Kennedy Morti, pari al 3,79% del totale, costrinsero la Feinstein e Kopp al ballottaggio, poi vinto dalla prima, che rimase sindaco della città per dieci anni, fino a quando venne eletta in Senato (prima donna della California), dove tuttora siede, il più anziano senatore attualmente in carica e, dovesse riuscire a completare il mandato in corso, la donna che più a lungo ha ricoperto un seggio in Senato nella storia degli Stati Uniti. Superlativo. Superlativi.

Jello Biafra non se la prese a male: nel 1980 era fuori “Fresh Fruits For Rotting Vegetables”, uno dei dischi fondamentali del punk, e la vicenda Dead Kennedys iniziava la sua ascesa, finendo per schiantarsi nel 1986 e aprendo ulteriori spazi per un’intensa attività controculturale del nostro (musicale, editoriale e politica, con il comizio durante le proteste contro la WTO a Seattle nel 1999 e la candidatura alla presidenza nel 2000 con il Green Party) che prosegue intatta fino ad oggi, in particolare con l’ultimo progetto musicale, eloquentemente intitolato Jello Biafra & The Guantanamo School Of Medicine. L’idea di diventare sindaco non si è mai più materializzata, ed è valutazione rimessa al singolo se si tratti di volontà di incidere su un bacino più ampio in forza di un’ottenuta maggiore visibilità o di opportunismo misto a perdita di contatto con la collettività di riferimento.

Sono passati quarant’anni da quell’esperimento, e non ne constano emulazioni altrettanto emulative in alcuna parte del mondo. Resta, quell’esperienza, a memoria di un decennio, che, nelle una volta di più mirabili, definitive persino, parole del solito ineguagliabile Eddy Cilìa, ha avuto il merito di caratterizzarsi per “un’irriverenza di fondo che, a partire più o meno dal giro di boa degli ’80 e irrimediabilmente dai primi ’90, la prevalenza del “politicamente corretto” ha interdetto per sempre. Non c’erano vacche sacre negli anni ’70 – potevi sfottere i Beatles, irridere la Regina e appropriarti magari con orgoglio di parole come “nigger” o “queer” (persino battezzare la tua band Pistole del Sesso, oppure Mogli Abusate) – e di proibita, in quanto disdicevole, c’era solo l’ipocrisia. Quella che ci fa chiamare “non vedente” un cieco e a me, se fossi cieco, a sentirmi chiamare “non vedente” girerebbero i coglioni“. Ma anche come monito, a svegliarsi prima che sia troppo tardi, a provarci seriamente a prendere in mano il nostro destino, a non aver paura di dire che il re è nudo, magari su Re Nudo.

Ma noi no, siamo pigri. Pigri di Mompracem. E ci manca solo che ci governi Sandokan.

It’s tough, kid, but it’s life.