Essere obiettivo. Un ricordo di Alex Ruffini.

alex ruffini

Oggi è morto Alex Ruffini. Era da tempo malato di un tumore al pancreas, quello che notoriamente non lascia scampo, e infatti. Aveva una cinquantina d’anni ed era un fotografo veneziano. Faceva belle foto, nonostante non fosse riuscito a rendere la fotografia la sua professione, ma non è questo il punto.

Oltre che di fotografia, Alex Ruffini era un enorme appassionato di rock, e aveva quindi cercato di far combaciare le sue passioni. Si era così orientato sulla fotografia di musicisti, riuscendo a ritagliarsi una credibilità di rilievo internazionale in un settore, il rock, in cui l’Italia ha sempre contato sostanzialmente nulla. Una breve ricerca in rete lo confermerà, e le sue immagini di rockstar (soprattutto i Kiss, il suo gruppo preferito) appariranno più familiari di quanto si pensi, per averle viste su siti, manifesti o persino libretti di dischi. A suo modo ce l’aveva fatta, insomma, nonostante l’indubbia frustrazione per i risultati raggiunti da altri colleghi stranieri, magari per il solo fatto di trovarsi nel posto giusto. Poi, all’improvviso, la malattia.

Alex l’aveva presa nel modo giusto, con spirito costruttivo, instaurando un dialogo telematico col mondo attraverso i suoi profili social e persino spendendosi per la raccolta di fondi a favore della ricerca sul cancro con una mostra fotografica eloquentemente intitolata “Cancer, Drugs & Rock ‘n’ Roll”. E i riscontri – a volte commossi, sempre positivi – erano arrivati, non da ultimo da musicisti più o meno famosi che, in un empito di umanità non sempre scontato, si erano ricordati di quel loro “amico” in difficoltà. Commovente, ma non abbastanza. E infatti.

Mi resta il piacere di averlo incrociato più volte, anche mentre svolgeva lavori di fatica, e in nessuna di queste occasioni mi ha mai negato un saluto sorridente guardandomi negli occhi. E poi le foto, che spesso parlano da sole, a testimoniare di uno che ha cercato di fare delle sue passioni la propria vita e, talentuoso, ci ha creduto fino a che gli è stato fisicamente possibile.

Bravo Alex. Ciao vecio, grazie di tutto.

Annunci

Gradite sorprese: Duff McKagan – Tenderness

Chi l’avrebbe mai detto.

Chi l’avrebbe mai detto che Duff McKagan, ex bassista dei Guns ‘n’ Roses, dopo essere passato per esperienze pur ad alto livello ma sempre da gregario (i Velvet Revolver) e per prove da capobanda quantomeno interlocutorie (i Duff McKagan’s Loaded e un primo album solista), se ne sarebbe uscito con un disco del genere. Una perla di rock delle radici, sintonizzato sugli Stones del periodo che va da “Beggars Banquet” a “Exile On Main St.” e quindi zeppo di ballate un po’ sloppy che aprono su ampi panorami di campagna. Senza peraltro scordare la Nashville dei tempi migliori, alla quale il disco è ricollegato dalla produzione di Scooter Jennings, figlio di Waylon, e un tocco di morbida psichedelia di ascendenza inglese, giusto per insaporire un po’.

Ecco quindi servite melodie intime ma non lagnose, arrangiamenti ricchi ma non ridondanti, brani lenti ma non noiosi. Col risultato che, terminato l’ascolto, ci si vuole ritornare, perché, in fondo, la fragilità di Tenderness, il country-rock dylaniato di It’s Not Too Late, il conforto amorevole di Feel e il congedo da radio FM allucinata di Never Look Back scaldano l’animo. E l’album suscita esattamente ciò che il titolo promette: tenerezza.

Chi l’avrebbe mai detto.

The Brutish Empire: Whitesnake – Flesh & Blood

whitesnake - flesh & blood

Volevo davvero scrivere qualcosa di buono su “Flesh & Blood”, il nuovo album degli Whitesnake, uscito oggi stesso, per cercare di salvare il salvabile e vedere il bicchiere mezzo pieno. Avevo anche iniziato a buttare giù qualche riga di introduzione, quando mi ha colto la sensazione di star prendendo in giro in primis me stesso. E quindi vado al punto subito.

Un disco al solito cerchiobottista da parte di una vecchia volpe del music business (e pur sempre un gentiluomo, bisogna dire), alle prese con un monicker ingombrante e una voce che sempre più sconta i limiti fisici che l’età presto o tardi impone a tutti o quasi. Cerchiobottista perché cerca di accontentare un po’ tutti, i fan del periodo hard blues (Shut Up & Kiss Me; Get Up; Good To See You Again) e del boom di metà anni Ottanta (Well I Never; When I Think Of You (Color Me Blue)), chi ha i Deep Purple nel cuore (Heart Of Stone) e chi vuole le chitarre spesse e i volumi tipici della loudness war era (la title-track; Hey You (You Make Me Rock)), e peraltro ci riesce senza difficoltà, forte di una formula ormai collaudata e di un cast di musicisti davvero notevole (alla chitarra è giunto ad affiancare l’ormai stabile Reb Beach l’ex Night Ranger e Trans-Siberian Orchestra Joel Hoekstra, abilissimo sul piano tecnico e compositivo, mentre alle tastiere e alla seconda voce c’è un talento puro come il nostrano Michele Luppi e alla batteria nientemeno che il rientrante Tommy Aldridge). Ne esce un album ruffiano, gradevole ma anodino nel suo ripetere pavlovianamente una formula collaudata per racimolare qualche soldo (ma davvero ce n’è ancora bisogno?) e avere un motivo per intraprendere il solito tour mondiale (serve dunque un disco del genere per salire sul palco a cantare per l’ennesima volta Is This Love o Still Of The Night?). Esecuzione perfetta, produzione granitica, copertina asettica: carne e sangue sono un’altra cosa, insomma.

Piacerà ai fan di qualsiasi età e ai cosiddetti “vecchi rocker”, gente che seguita a mascherare la calvizie con capelli lunghi tirati indietro fino allo spasmo e raccolti in un bozzo retrocranico ovvero con la bandana d’ordinanza, perfetto pendant per la catena che unisce il portafoglio a uno dei passanti anteriori dei jeans, la quale, a sua volta, è metafora più o meno inconsapevole della cedevolezza gravitazionale che causa travagli poco più sopra. Gli altri magari ascolteranno – chi distrattamente, chi attentamente e, oy gevalt!, ripetutamente – e, una volta intrattenuti, passeranno oltre, probabilmente per sempre e senza remora o rimpianto alcuno. E va bene così, con buona pace di Coverdale, che resta uno dei primattori del rock di ogni tempo e una persona intelligente e lucida. Anche troppo, a sentire “Flesh & Blood”.

Buon divertimento.

‘cause I’m: “Hey Teen!”. Minimo annuario discopatico.

Esiste solo una cosa più da sfigati che comprare “Dookie” in CD nel 2018 e ben dopo aver compiuto i trent’anni: macchiarne il libretto con la zuppa di verdure. Surgelata.

È con questa consapevolezza che mi accingo a riferire pillole musicali dell’anno ormai trascorso, che ha visto meno lutti di quello andato (anche se Vinnie Paul…) ma anche meno dischi memorabili. D’altronde il ’18 è l’anno della vittoria, ed è fisiologico rilassarsi un po’. Dite di no, che non ci rilassiamo proprio per niente? Oh beh, peggio per voi: io ho “Dookie”. Sì, beh, quasi.

Auguri.

Dischi notabili

1. JUDAS PRIEST – FIREPOWER
Ne ho scritto a caldo qui e confermo tutto. Dal vivo a Firenze, poi, i pezzi nuovi non hanno per nulla sfigurato a fianco dei classici, e questo vorrà pur dire qualcosa. Col passare del tempo e degli ascolti il valore dell’album si è normalizzato, ma resta comunque la migliore uscita dei Priest dai tempi di “Painkiller”, confermando che proprio quando è data per spacciata la formazione inglese dà il meglio di sé. Il futuro è ignoto, ma un simile congedo discografico sarebbe un trionfo.

2. VISIGOTH – CONQUEROR’S OATH
visigoth-conqueror's oath
Del quintetto di Salt Lake City e del suo secondo LP non si dirà mai abbastanza bene: heavy metal epico in senso tradizionale, possente ma non troppo veloce, zeppo di cori pensati per infondere coraggio sul campo di battaglia e di fraseggi di chitarra armonizzati che allargano lo spazio come un coro in una cattedrale gotica, prodotto al meglio ma con in mente la tradizione (“si sente che anche il produttore era in cotta di maglia!“, l’immortale commento di un amico), non troppo lungo e sempre memorabile (anzi, quasi sempre, Salt City un boogie trascinante ma stilisticamente e tematicamente fuori luogo). Non a caso griffato Metal Blade. Se non il disco dell’anno, senz’altro nel Valhalla con i migliori.

3. LUCIFER – LUCIFER II
Qui

4. THE 16 EYES – LOOK
Qui

5. THE MORLOCKS – BRING ON THE MESMERIC CONDITION
Qui

6. THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – SOMETIMES THE WORLD AIN’T ENOUGH
the-night-flight-orchestra-sometimes-the-world-aint-enough
Neanche dodici mesi dopo l’ultimo album (di questi tempi, converrete, fa notizia, se uno non si chiama Ty Segall), i cinque svedesi tornano con il quarto LP in sei anni, confermando l’ottimo stato di salute di cui godono. La struttura è la solita: apertura con un brano tirato di hard rock simil-Seventies; prosieguo con addolcimenti tastieristico-melodici; singolo effettivo o potenziale in terza-quinta posizione; dosaggi variabili degli ingredienti predetti fino al congedo, preferenzialmente affidato a una stesura articolata ed evocativa. Però funziona anche stavolta; rischiando qualcosa nell’aggiungere ulteriore patina medio-ottantiana a una formula collaudata ma riscuotendo appieno i profitti del rischio, e basti a conferma il solo lato A dei quattro: This Time straccia i Rainbow post-Dio al loro stesso gioco, Turn To Miami si regge sui chiaroscuri di indolenza sensuale e pericolo tropicale evocati già dal titolo, Paralyzed riscrive in melius gli anni Ottanta dei Doobie Brothers e la title-track è purissimo e scintillante AOR come non se n’è sentito quest’anno. Io continuo a preferire il precedente “Amber Galatic”, ma qui siamo al vertice del catalogo del gruppo e del genere; ammesso che sia uno solo. Il catalogo.

7. THE CREATION FACTORY – THE CREATION FACTORY
CREATIONFACTORY
Quest’anno le sonorità di area Sixties non hanno dato frutti migliori di questo quintetto californiano alla prima prova sulla lunga distanza, che, complice una ragione sociale inequivocabile, un’immagine filologicamente ineccepibile e una produzione manieristicamente perfetta, mette a segno una delle uscite di area più godibili del giro intorno al sole. Un Bignami, potremmo chiamarlo; perché c’è dentro molto di ciò che conta: i Beach Boys in You Be The Judge, i Rolling Stones in Girl You’re Out Of Time, i Kinks in I Don’t Know What To Do e Why Can’t You Make Up Your Mind, i Them in I Want To Be With You, i Creation in Without You, i Byrds in Spring Ain’t Gonna Let You Stay e i 13th Floor Elevator in Hallucination Generation. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità della quarta generazione di revivalisti dei Sixties, che ha assimilato ciò che è accaduto medio tempore ma resta fermamente intenzionata a riportare in vita al meglio possibile l’aura quantomeno sonora del decennio principe del rock. Revival o meno, il risultato è eccellente per scrittura, esecuzione e resa. Non resta che ascoltare e sperare silenziosamente che il debutto non diventi anche la tomba dei Creation Factory.

8. GHOST – PREQUELLE
ghost-prequelle
Un perfetto esempio di somma paraculaggine musicale, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost. Lima le asperità del precedente e vincente “Meliora” con una carta di grana fina che chiama in causa gli anni Ottanta di Def Leppard e Savatage, ma anche ABBA e Pet Shop Boys, per imbastire un vero e proprio blockbuster, pensato per essere un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, e riuscendoci perfettamente. Il plauso è stato ampio ma non generale, e ognuna delle opinioni non è implausibile. Certo è che la prestazione dei musicisti e del cantante è ancora una volta superlativa. Certo è che la scrittura è stata raffinata ai massimi livelli. Certo è che l’immagine, ancora una volta reinventata dal diabolus ex machina Tobias Forge, funziona e affascina come prima più di prima. Certo è che un singolo incisivo come Dance Macabre il rock non lo sentiva da tempo. Certo è che i Ghost sono i principali candidati a fare da headliner ai festival estivi dei prossimi anni, quando i veterani via via si ritireranno. Certo è che “Prequelle” ce lo si gode. Last but not least per merito della produzione di Tom Dalgety, capace di tenere insieme arrangiamenti articolati ed esigenze commerciali odierne, e del missaggio di un veterano del calibro di Andy Wallace, che dosa sapientemente la densità dei singoli strati sonori, adagiandoli l’uno sull’altro fino a fonderli in un unicum pieno ed avvolgente. Un capolavoro di professionismo, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost.

9. TH’ LOSIN STREAKS – THIS BAND WILL SELF-DESTRUCT IN T-MINUS
th'losin streak - this band will self destruct in t minus
Dopo quattordici anni da un debutto, “Sounds Of Violence”, che aveva fatto sobbalzare non pochi adepti del più selvatico sound garagistico, i quattro di Sacramento sono infine tornati insieme nel 2010 e quest’anno, dopo un acclamato tour europeo, hanno messo insieme un secondo album, anch’esso edito per la solita Slovenly Records e anch’esso selvaggio e urgente come ci si poteva aspettare dalle Scie Perdenti. Ma “This Band…” non è un calco del suo predecessore, perché inietta nella formula di sgangherato rock ‘n’ roll del gruppo una vena distintamente danzereccia e un senso della melodia di matrice mod che, se a tratti smorzano il flusso di elettricità, nondimeno conferiscono all’album una sua identità in un panorama anch’esso ormai fattosi affollato. Lo si può definire freakbeat, merce non particolarmente frequente in terra americana, e se uno come Tim Warren si prodiga a definirlo il migliore inciso quest’anno ci si può accodare senza troppe remore. Ciò che conta, dopotutto, è che la scrittura si mantenga di livello per tutte le tredici tracce, e questo disco, forte dell’adrenalina fuzzosa di (This Man Will Self-Destruct In) T-Minus, dell’esuberanza mod di You Can’t Keep A Good Man Down, dei richiami ai Creation di Order Of The Day e di quelli ai Kinks di  Falling Rain, lo fa. Non perfetto ma potentissimo e sempre coinvolgente, il secondo album dei Th’ Losin Streaks svetta per la splendida copertina, senza dubbio la migliore dell’anno. Avercene, di band che si autodistruggeranno così bene.

10. THE MARCUS KING BAND – CAROLINA DREAMS
marcus king band - carolina confessionsTerzo LP e terzo centro per la formazione del chitarrista e cantante del South Carolina, che a ventidue anni dimostra un’abilità di scrittura e una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi a dir poco sbalorditive. Ancora una volta tiene banco il Sud, principale serbatoio musicale americano e quindi inesauribile fonte di ispirazione per chi voglia mettersi dietro a un microfono con una chitarra in braccio. E the South does it again su “Carolina Confessions”, titolo che cita i sogni della Marshall Tucker Band (che però muoveva dal North Carolina) e scaletta parimenti da sogno con la partenza inarrivabile di Where I’m Headed, le acustiche degli Allman post-Fillmore che convivono sorridenti con i fiati di Otis Redding, e il prosieguo affidato al dramma di Goodbye Carolina, dove il country di Alan Jackson (Midnight In Montgomery) è trafitto al cuore da una slide carica di pathos come quella di Warren Haynes. E da qui in poi, tra il soul ancheggiante di Homesick, l’inchino ad Ike e Tina di How Long, il sofferto lirismo blues di Confessions e lo sterrato imboccato per fuggire da Memphis sulle note di Welcome ‘Round Here, niente è meno che meraviglioso. Un atto d’amore verso il southern rock che nulla ha di nostalgico o didascalico e molto, anzi tutto, di sincero e sentito. Probabilmente il disco dell’anno, e in ogni caso una plausibile ragione per ritenere migliore soffrire e trascorrere sotto un cielo blu a cinquanta stelle anziché sotto uno rosso a cinque.

Altre pillole di 2018
Immortal – All Shall Fall
: manca Abbath ma non conta nulla, perché è tornato Demonaz e i suoi riff thrasheggianti esaltano come non hanno potuto fare in questi years of silent sorrow. Non ci si crede che sia così consistente, eppure lo è; come il male, quello vero. Sento solo freddo, tanto freddo, fuori e dentro me.

Cranston – II: le parti strumentali di chitarra e tastiera sono in mano a Paul Sabu, uno che sa quello che fa. La voce, appartenente a tale Phil Vincent, sfoggia credibilmente un timbro ruvido e bluesy simile a quello che David Coverdale ha ormai perduto. Nel mezzo un valido esercizio di hard rock melodico, che bascula in zona hard blues ma non per questo disdegna l’AOR più virile. Uscita sottotono ma seconda a nessuno dei monicker più blasonati del genere.

Monstrosity – The Rise To Power
Una gradita sorpresa. Non che ci siano dubbi se ascoltare questo o “Millennium”, ma fa piacere saperli ancora vivi e ancora in forma, capaci di declinare il classico suono brutal death della Florida senza cadere negli opposti tranelli del revivalismo e dell’ultratecnicismo iperprodotto. Solo la morte resta uguale a se stessa, dopotutto. La morte, appunto.

Blackberry Smoke – Find A Light: I soliti grandiosi georgiani, leggermente più tirati a lucido di prima ma sempre a fuoco nella scrittura e nell’esecuzione. È legittimo preferire ciò che è venuto prima, ma i Blackberry Smoke restano il migliore gruppo southern rock al mondo (o magari il secondo, dopo la Marcus King Band).

L’altro 2018
The Feelies – Crazy Rhythms

Il primo vagito del college rock. Praticamente i Television risuonati dai R.E.M. con Maureen Tucker alla batteria, mentre i Weezer sbavano tra il pubblico. Forse il più sconosciuto classico del rock. Chissà perché, poi.

Greg Guidry – Over The Line
Chiamiamolo yacht rock ché va (ancora) di moda. Ma scritto bene, arrangiato meglio, eseguito a livelli stratosferici e prodotto come non si fa più. Il fatto che non sia reperibile in digitale se non da un paio d’anni scarsi dice chiaramente che non è un disco per tutti, ed è giusto e bene così.

Orchid – Capricorn
Per tanti è passato senza lasciare traccia, archiviato nell’affollata sezione di cloni dei Black Sabbath. A me ha lasciato un segno, e non so spiegare perché; forse perché condensa meglio di qualunque altro disco mi venga in mente il lato che preferisco di Iommi & co., quello della potenza poderosa e dell’impietosa ineluttabilità, e tanto mi basta a preferirlo negli ascolti a “Volume 4” e “Sabotage”, nientemeno. Sarà campanilismo zodiacale. Tenere un blog di musica mica è necessario, in effetti.

The Gruesomes – Gruesomania
Il migliore album garage di quelli non usciti negli anni Sessanta, e anche con quelli è battaglia serrata. Provateci voi ad ascoltarlo senza fare casino (rumore o altro).

Billy May –  Johnny Cool Soundtrack
Uscito nel 1963, “Johnny Cool” è un omaggio anni Sessanta alla stagione più feconda del noir, gli anni Cinquanta, e, nonostante il cast prestigioso e la regia solida, è poco più che il giusto intrattenimento per una serata qualunque. La colonna sonora, però, è opera di Billy May, uno dei più grandi arrangiatori dell’era swing e oltre, e ha quindi assunto una minuscola dimensione di culto per la sua capacità di affrescare vividamente le atmosfere stilose, minacciose ma invitanti, del noir con un precisissimo dosaggio dello spettro tonale e una padronanza somma della dinamica. Praticamente tutta strumentale (tranne la ballata finale, intonata da Sammy Davis Jr.) e affidata alla versatilità di una big band, questa colonna sonora è jazz per jazzofobi, noir per sorridenti, classe a buon mercato; non ne starei parlando, altrimenti. Ottimo il suono dell’edizione in CD su Ryko (l’unica etichetta che fa le jewel case verdi).

Damnatio memoriae
Incertum habeo
eccetera, quindi fate voi. Mi limito a rilevare che oggi, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito perché quella volta al referendum ha vinto la repubblica: perché l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. E comunque quest’epoca streamingzita fa schifo.

Ma non è necessario che tutti credano al dramma perché questo si svolga.

A sedici compiuti andavo in guerra
Col Ciel fiancheggiatore e piroarmato
Per una mi battevo eroica terra
Sì dei miei giorni il computo ho azzerato
Con marcia e pugna e sangue e poi sotterra
Né mai d’etade il numero ho allungato,
Ma al tempo già sapea
Che un anno di trincea
Di vita è quanto basta pel soldato.

Ci offrimmo volontari e a fianco al nome
Scrivemmo due anni in più dell’età vera
Famelici di vita e arditi come
I cari ai cronachisti d’ogni era.
Per Marte issammo e Venere le bome
E diecimila spalla a spalla s’era,
Con sete per il Crucco
Ma il rat-tat-ta cacciucco
ci fea. Questo è il destino pel soldato.

Sentii il suo grido e poi cader lo vidi
Nel gozzo “Mamma!” il sangue gli strozzava
Caddi al suo fianco, e pei tristi lidi
Partimmo, ed a vicenda s’aggrappava.
Riverso in interiora e mota e eccidî
Piansi mentre il suo corpo raggelava.
La madre invocai, che non giunse mai,
Ma che colpa avevo per questi guai?
I morti diecimila e il dì a metà
E più nessuno che ne abbia pietà.

Ma tanto è così che va pel soldato.

Uno in più con noi.

Oggi Note in Lettere entra nel suo sesto anno, dopo essere stato, magari lo ricorderete dal tredici ottobre scorso, five years dead. Non se la passa granché numericamente (i post ben al di sotto dell’auspicata media di due al mese) e qualitativamente (futili sbrodolamenti personali e recensioni anodine in luogo di meditati approfondimenti), ma finché taluno seguita a capitarci pure intento in tutt’altre e più prosaiche ricerche, quelle sì indubbiamente meritevoli di approfondimento, tanto vale continuare a restare quivi abbarbicati. Nemo dat quod non habet, in ogni caso.

Ma non ci sono segreti: come sempre, il tempo è nei Journey, che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del SAL. Approvato anche stavolta, spero e temo, ma niente a che vedere con calvizie elettriche capaci di suscitare plausi continentali e oltre, ché qui domina un’ipertricosi inestricabile, attrito all’azione e alibi concettuale per un trogolo passatista con istromento d’avvenire (quello di una volta). Qualcuno deve pur farlo, dopotutto.

Vediamo come va. E dove.