‘cause I’m: “Hey Teen!”. Minimo annuario discopatico.

Esiste solo una cosa più da sfigati che comprare “Dookie” in CD nel 2018 e ben dopo aver compiuto i trent’anni: macchiarne il libretto con la zuppa di verdure. Surgelata.

È con questa consapevolezza che mi accingo a riferire pillole musicali dell’anno ormai trascorso, che ha visto meno lutti di quello andato (anche se Vinnie Paul…) ma anche meno dischi memorabili. D’altronde il ’18 è l’anno della vittoria, ed è fisiologico rilassarsi un po’. Dite di no, che non ci rilassiamo proprio per niente? Oh beh, peggio per voi: io ho “Dookie”. Sì, beh, quasi.

Auguri.

Dischi notabili

1. JUDAS PRIEST – FIREPOWER
Ne ho scritto a caldo qui e confermo tutto. Dal vivo a Firenze, poi, i pezzi nuovi non hanno per nulla sfigurato a fianco dei classici, e questo vorrà pur dire qualcosa. Col passare del tempo e degli ascolti il valore dell’album si è normalizzato, ma resta comunque la migliore uscita dei Priest dai tempi di “Painkiller”, confermando che proprio quando è data per spacciata la formazione inglese dà il meglio di sé. Il futuro è ignoto, ma un simile congedo discografico sarebbe un trionfo.

2. VISIGOTH – CONQUEROR’S OATH
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Del quintetto di Salt Lake City e del suo secondo LP non si dirà mai abbastanza bene: heavy metal epico in senso tradizionale, possente ma non troppo veloce, zeppo di cori pensati per infondere coraggio sul campo di battaglia e di fraseggi di chitarra armonizzati che allargano lo spazio come un coro in una cattedrale gotica, prodotto al meglio ma con in mente la tradizione (“si sente che anche il produttore era in cotta di maglia!“, l’immortale commento di un amico), non troppo lungo e sempre memorabile (anzi, quasi sempre, Salt City un boogie trascinante ma stilisticamente e tematicamente fuori luogo). Non a caso griffato Metal Blade. Se non il disco dell’anno, senz’altro nel Valhalla con i migliori.

3. LUCIFER – LUCIFER II
Qui

4. THE 16 EYES – LOOK
Qui

5. THE MORLOCKS – BRING ON THE MESMERIC CONDITION
Qui

6. THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – SOMETIMES THE WORLD AIN’T ENOUGH
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Neanche dodici mesi dopo l’ultimo album (di questi tempi, converrete, fa notizia, se uno non si chiama Ty Segall), i cinque svedesi tornano con il quarto LP in sei anni, confermando l’ottimo stato di salute di cui godono. La struttura è la solita: apertura con un brano tirato di hard rock simil-Seventies; prosieguo con addolcimenti tastieristico-melodici; singolo effettivo o potenziale in terza-quinta posizione; dosaggi variabili degli ingredienti predetti fino al congedo, preferenzialmente affidato a una stesura articolata ed evocativa. Però funziona anche stavolta; rischiando qualcosa nell’aggiungere ulteriore patina medio-ottantiana a una formula collaudata ma riscuotendo appieno i profitti del rischio, e basti a conferma il solo lato A dei quattro: This Time straccia i Rainbow post-Dio al loro stesso gioco, Turn To Miami si regge sui chiaroscuri di indolenza sensuale e pericolo tropicale evocati già dal titolo, Paralyzed riscrive in melius gli anni Ottanta dei Doobie Brothers e la title-track è purissimo e scintillante AOR come non se n’è sentito quest’anno. Io continuo a preferire il precedente “Amber Galatic”, ma qui siamo al vertice del catalogo del gruppo e del genere; ammesso che sia uno solo. Il catalogo.

7. THE CREATION FACTORY – THE CREATION FACTORY
CREATIONFACTORY
Quest’anno le sonorità di area Sixties non hanno dato frutti migliori di questo quintetto californiano alla prima prova sulla lunga distanza, che, complice una ragione sociale inequivocabile, un’immagine filologicamente ineccepibile e una produzione manieristicamente perfetta, mette a segno una delle uscite di area più godibili del giro intorno al sole. Un Bignami, potremmo chiamarlo; perché c’è dentro molto di ciò che conta: i Beach Boys in You Be The Judge, i Rolling Stones in Girl You’re Out Of Time, i Kinks in I Don’t Know What To Do e Why Can’t You Make Up Your Mind, i Them in I Want To Be With You, i Creation in Without You, i Byrds in Spring Ain’t Gonna Let You Stay e i 13th Floor Elevator in Hallucination Generation. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità della quarta generazione di revivalisti dei Sixties, che ha assimilato ciò che è accaduto medio tempore ma resta fermamente intenzionata a riportare in vita al meglio possibile l’aura quantomeno sonora del decennio principe del rock. Revival o meno, il risultato è eccellente per scrittura, esecuzione e resa. Non resta che ascoltare e sperare silenziosamente che il debutto non diventi anche la tomba dei Creation Factory.

8. GHOST – PREQUELLE
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Un perfetto esempio di somma paraculaggine musicale, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost. Lima le asperità del precedente e vincente “Meliora” con una carta di grana fina che chiama in causa gli anni Ottanta di Def Leppard e Savatage, ma anche ABBA e Pet Shop Boys, per imbastire un vero e proprio blockbuster, pensato per essere un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, e riuscendoci perfettamente. Il plauso è stato ampio ma non generale, e ognuna delle opinioni non è implausibile. Certo è che la prestazione dei musicisti e del cantante è ancora una volta superlativa. Certo è che la scrittura è stata raffinata ai massimi livelli. Certo è che l’immagine, ancora una volta reinventata dal diabolus ex machina Tobias Forge, funziona e affascina come prima più di prima. Certo è che un singolo incisivo come Dance Macabre il rock non lo sentiva da tempo. Certo è che i Ghost sono i principali candidati a fare da headliner ai festival estivi dei prossimi anni, quando i veterani via via si ritireranno. Certo è che “Prequelle” ce lo si gode. Last but not least per merito della produzione di Tom Dalgety, capace di tenere insieme arrangiamenti articolati ed esigenze commerciali odierne, e del missaggio di un veterano del calibro di Andy Wallace, che dosa sapientemente la densità dei singoli strati sonori, adagiandoli l’uno sull’altro fino a fonderli in un unicum pieno ed avvolgente. Un capolavoro di professionismo, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost.

9. TH’ LOSIN STREAKS – THIS BAND WILL SELF-DESTRUCT IN T-MINUS
th'losin streak - this band will self destruct in t minus
Dopo quattordici anni da un debutto, “Sounds Of Violence”, che aveva fatto sobbalzare non pochi adepti del più selvatico sound garagistico, i quattro di Sacramento sono infine tornati insieme nel 2010 e quest’anno, dopo un acclamato tour europeo, hanno messo insieme un secondo album, anch’esso edito per la solita Slovenly Records e anch’esso selvaggio e urgente come ci si poteva aspettare dalle Scie Perdenti. Ma “This Band…” non è un calco del suo predecessore, perché inietta nella formula di sgangherato rock ‘n’ roll del gruppo una vena distintamente danzereccia e un senso della melodia di matrice mod che, se a tratti smorzano il flusso di elettricità, nondimeno conferiscono all’album una sua identità in un panorama anch’esso ormai fattosi affollato. Lo si può definire freakbeat, merce non particolarmente frequente in terra americana, e se uno come Tim Warren si prodiga a definirlo il migliore inciso quest’anno ci si può accodare senza troppe remore. Ciò che conta, dopotutto, è che la scrittura si mantenga di livello per tutte le tredici tracce, e questo disco, forte dell’adrenalina fuzzosa di (This Man Will Self-Destruct In) T-Minus, dell’esuberanza mod di You Can’t Keep A Good Man Down, dei richiami ai Creation di Order Of The Day e di quelli ai Kinks di  Falling Rain, lo fa. Non perfetto ma potentissimo e sempre coinvolgente, il secondo album dei Th’ Losin Streaks svetta per la splendida copertina, senza dubbio la migliore dell’anno. Avercene, di band che si autodistruggeranno così bene.

10. THE MARCUS KING BAND – CAROLINA DREAMS
marcus king band - carolina confessionsTerzo LP e terzo centro per la formazione del chitarrista e cantante del South Carolina, che a ventidue anni dimostra un’abilità di scrittura e una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi a dir poco sbalorditive. Ancora una volta tiene banco il Sud, principale serbatoio musicale americano e quindi inesauribile fonte di ispirazione per chi voglia mettersi dietro a un microfono con una chitarra in braccio. E the South does it again su “Carolina Confessions”, titolo che cita i sogni della Marshall Tucker Band (che però muoveva dal North Carolina) e scaletta parimenti da sogno con la partenza inarrivabile di Where I’m Headed, le acustiche degli Allman post-Fillmore che convivono sorridenti con i fiati di Otis Redding, e il prosieguo affidato al dramma di Goodbye Carolina, dove il country di Alan Jackson (Midnight In Montgomery) è trafitto al cuore da una slide carica di pathos come quella di Warren Haynes. E da qui in poi, tra il soul ancheggiante di Homesick, l’inchino ad Ike e Tina di How Long, il sofferto lirismo blues di Confessions e lo sterrato imboccato per fuggire da Memphis sulle note di Welcome ‘Round Here, niente è meno che meraviglioso. Un atto d’amore verso il southern rock che nulla ha di nostalgico o didascalico e molto, anzi tutto, di sincero e sentito. Probabilmente il disco dell’anno, e in ogni caso una plausibile ragione per ritenere migliore soffrire e trascorrere sotto un cielo blu a cinquanta stelle anziché sotto uno rosso a cinque.

Altre pillole di 2018
Immortal – All Shall Fall
: manca Abbath ma non conta nulla, perché è tornato Demonaz e i suoi riff thrasheggianti esaltano come non hanno potuto fare in questi years of silent sorrow. Non ci si crede che sia così consistente, eppure lo è; come il male, quello vero. Sento solo freddo, tanto freddo, fuori e dentro me.

Cranston – II: le parti strumentali di chitarra e tastiera sono in mano a Paul Sabu, uno che sa quello che fa. La voce, appartenente a tale Phil Vincent, sfoggia credibilmente un timbro ruvido e bluesy simile a quello che David Coverdale ha ormai perduto. Nel mezzo un valido esercizio di hard rock melodico, che bascula in zona hard blues ma non per questo disdegna l’AOR più virile. Uscita sottotono ma seconda a nessuno dei monicker più blasonati del genere.

Monstrosity – The Rise To Power
Una gradita sorpresa. Non che ci siano dubbi se ascoltare questo o “Millennium”, ma fa piacere saperli ancora vivi e ancora in forma, capaci di declinare il classico suono brutal death della Florida senza cadere negli opposti tranelli del revivalismo e dell’ultratecnicismo iperprodotto. Solo la morte resta uguale a se stessa, dopotutto. La morte, appunto.

Blackberry Smoke – Find A Light: I soliti grandiosi georgiani, leggermente più tirati a lucido di prima ma sempre a fuoco nella scrittura e nell’esecuzione. È legittimo preferire ciò che è venuto prima, ma i Blackberry Smoke restano il migliore gruppo southern rock al mondo (o magari il secondo, dopo la Marcus King Band).

L’altro 2018
The Feelies – Crazy Rhythms

Il primo vagito del college rock. Praticamente i Television risuonati dai R.E.M. con Maureen Tucker alla batteria, mentre i Weezer sbavano tra il pubblico. Forse il più sconosciuto classico del rock. Chissà perché, poi.

Greg Guidry – Over The Line
Chiamiamolo yacht rock ché va (ancora) di moda. Ma scritto bene, arrangiato meglio, eseguito a livelli stratosferici e prodotto come non si fa più. Il fatto che non sia reperibile in digitale se non da un paio d’anni scarsi dice chiaramente che non è un disco per tutti, ed è giusto e bene così.

Orchid – Capricorn
Per tanti è passato senza lasciare traccia, archiviato nell’affollata sezione di cloni dei Black Sabbath. A me ha lasciato un segno, e non so spiegare perché; forse perché condensa meglio di qualunque altro disco mi venga in mente il lato che preferisco di Iommi & co., quello della potenza poderosa e dell’impietosa ineluttabilità, e tanto mi basta a preferirlo negli ascolti a “Volume 4” e “Sabotage”, nientemeno. Sarà campanilismo zodiacale. Tenere un blog di musica mica è necessario, in effetti.

The Gruesomes – Gruesomania
Il migliore album garage di quelli non usciti negli anni Sessanta, e anche con quelli è battaglia serrata. Provateci voi ad ascoltarlo senza fare casino (rumore o altro).

Billy May –  Johnny Cool Soundtrack
Uscito nel 1963, “Johnny Cool” è un omaggio anni Sessanta alla stagione più feconda del noir, gli anni Cinquanta, e, nonostante il cast prestigioso e la regia solida, è poco più che il giusto intrattenimento per una serata qualunque. La colonna sonora, però, è opera di Billy May, uno dei più grandi arrangiatori dell’era swing e oltre, e ha quindi assunto una minuscola dimensione di culto per la sua capacità di affrescare vividamente le atmosfere stilose, minacciose ma invitanti, del noir con un precisissimo dosaggio dello spettro tonale e una padronanza somma della dinamica. Praticamente tutta strumentale (tranne la ballata finale, intonata da Sammy Davis Jr.) e affidata alla versatilità di una big band, questa colonna sonora è jazz per jazzofobi, noir per sorridenti, classe a buon mercato; non ne starei parlando, altrimenti. Ottimo il suono dell’edizione in CD su Ryko (l’unica etichetta che fa le jewel case verdi).

Damnatio memoriae
Incertum habeo
eccetera, quindi fate voi. Mi limito a rilevare che oggi, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito perché quella volta al referendum ha vinto la repubblica: perché l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. E comunque quest’epoca streamingzita fa schifo.

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Ma non è necessario che tutti credano al dramma perché questo si svolga.

A sedici compiuti andavo in guerra
Col Ciel fiancheggiatore e piroarmato
Per una mi battevo eroica terra
Sì dei miei giorni il computo ho azzerato
Con marcia e pugna e sangue e poi sotterra
Né mai d’etade il numero ho allungato,
Ma al tempo già sapea
Che un anno di trincea
Di vita è quanto basta pel soldato.

Ci offrimmo volontari e a fianco al nome
Scrivemmo due anni in più dell’età vera
Famelici di vita e arditi come
I cari ai cronachisti d’ogni era.
Per Marte issammo e Venere le bome
E diecimila spalla a spalla s’era,
Con sete per il Crucco
Ma il rat-tat-ta cacciucco
ci fea. Questo è il destino pel soldato.

Sentii il suo grido e poi cader lo vidi
Nel gozzo “Mamma!” il sangue gli strozzava
Caddi al suo fianco, e pei tristi lidi
Partimmo, ed a vicenda s’aggrappava.
Riverso in interiora e mota e eccidî
Piansi mentre il suo corpo raggelava.
La madre invocai, che non giunse mai,
Ma che colpa avevo per questi guai?
I morti diecimila e il dì a metà
E più nessuno che ne abbia pietà.

Ma tanto è così che va pel soldato.

Uno in più con noi.

Oggi Note in Lettere entra nel suo sesto anno, dopo essere stato, magari lo ricorderete dal tredici ottobre scorso, five years dead. Non se la passa granché numericamente (i post ben al di sotto dell’auspicata media di due al mese) e qualitativamente (futili sbrodolamenti personali e recensioni anodine in luogo di meditati approfondimenti), ma finché taluno seguita a capitarci pure intento in tutt’altre e più prosaiche ricerche, quelle sì indubbiamente meritevoli di approfondimento, tanto vale continuare a restare quivi abbarbicati. Nemo dat quod non habet, in ogni caso.

Ma non ci sono segreti: come sempre, il tempo è nei Journey, che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del SAL. Approvato anche stavolta, spero e temo, ma niente a che vedere con calvizie elettriche capaci di suscitare plausi continentali e oltre, ché qui domina un’ipertricosi inestricabile, attrito all’azione e alibi concettuale per un trogolo passatista con istromento d’avvenire (quello di una volta). Qualcuno deve pur farlo, dopotutto.

Vediamo come va. E dove.

Pietà e paura sono l’uomo, non c’è altro: Alice In Chains – Jar Of Flies

alice in chains - jar of flies

Da settimane dormo poco e come risultato mi ritrovo due occhiaie da Alice Cooper. Ma le somiglianze non si fermano qui, perché anche io non ho ricordi di avere inciso quattro album; forse perché non ho mai inciso alcunché. Ma questo non è importante, quando è fuori da qualche mese un disco, quello dei Ghost, che sembra un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, concepito, composto, suonato, cantato, inciso e prodotto con gli stessi orizzonti e obiettivi. Ma nemmeno questo è importante ora.

Mi sfuggi, Musa, eppur ti cerco ancora
E all’emistichio già ne affido improvvido
La ïntima cagion: poiché trascorro.

Una volta sapevo scrivere, o almeno mi sembrava. Adesso non più, e ne sono certo. I tre versi di cui sopra sono l’ultima creazione, e risalgono ormai a…già, a quando? Un anno fa? Otto mesi? Sei mesi? Chissà. A molto tempo addietro, comunque. Li vergai in una biblioteca dove mi trovavo per tutte altre ragioni; a matita, sul retro candido di un volantino abbandonato sul tavolo, che invitava a partecipare ad una manifestazione di protesta ormai coperta da oblio, dallo sfondo verde bosco con inevitabili sprazzi di colore e l’immancabile rosso in cospicua presenza. Consegnati ad una persona che pensavo potesse apprezzare e chissà che ne è stato di loro, a parte il fatto d’essere ad oggi l’ultima stesura di una qualche rilevanza per l’autore. La cui vena sembra essersi da allora esaurita, obbligando la corsa all’ore a svolgersi altrove. Né stavolta basta la fola autoingannatrice della potenza creatrice del dio che si deve manifestare attraverso di me con scoppio repentino ed inatteso, solitamente conciso, perché la durata e la sensazione fanno deporre per epoca chiusa, chiodo nella bara, chiudo nella gara, chioso nella tara.

Stasera qui vicino suonano gli Alice In Chains e, anche se hanno un nuovo cantante, fuori piove. Per qualche ragione la tentazione di uscire, ivi recarsi e pagare una cifra spropositata per banchettare su e con due cadaveri, uno in scarne e fossa e l’altro nientepopodimenoché un genere musicale, fa capolino, ma devo tenerla a bada per ragioni insieme kantiane e selliane su cui sarebbe inelegante diffondersi. E allora rimango qui seduto con un pugno di mosche, anzi, un copioso barattolo, e mi tocca fare con ciò che ho, ma non in quel senso. Ci arrivo.

La mia copia di “Jar Of Flies” viene dal Colorado, e mi è stata regalata diciotto anni fa da un allora diciottenne. Era sua; ma, in quanto dj, di quelli che fanno scratch, la sua musica era il rap e il suo formato era il vinile; eppure, in qualche modo ne era venuto in possesso e donarmela gli era parso un buon modo per rafforzare i nostri rapporti in occasione di una visita. Da allora mi fa compagnia sugli scaffali, e la rispolvero ogni tanto (ogni tanto). Oggi è uno di quei tanto. Forse perché fuori piove. Forse perché dentro piove. Forse perché non piove davvero ma sembra che. Forse ché sì, forse ché no. E dunque ecco il fantasma di un uomo tormentato che si manifesta nel mio salotto, il ciuffo biondo a singolar tenzone di lerciume con il mio, e mi spiega col suo tono peculiare perché siamo qui stasera una volta di più lui e io, coi ragazzi che ci fanno da sottofondo come se fossimo in un’arena con i muri di amplificatori, le luci e tutto il resto. Anche lui ha l’aria di dormire poco, nel suo guscio di noce, ma non vale la pena di chiedergli notizie in merito, visto quanto poco ci si vede. Vediamoci, per ora, e al resto penseremo dopo.

Anzi, già che ci siamo, potremmo fare tutti così: vederci, ora che siamo qua, e al resto pensarci dopo. Poiché trascorriamo e poi voliamo via, come mosche da un barattolo che qualcuno ha finalmente aperto.

Cinque più cinque meno

Note In Lettere compie oggi cinque anni. Non li porta granché bene, a giudicare dal collasso numerico, di articoli e lettori, che lo affligge con cadenza ormai cronica, ma tant’è. E poi chissà. Segnalo però un dato incoraggiante (o scoraggiante, a seconda delle prospettive): la più frequente ricerca dell’anno per giungere al blog è stata il gaddiano “campicello di Monroe“, battendo, per la prima volta, materie riferibili alle qualità della consorte di Giove.

E niente, mi sembrava giusto ricordarlo.

All’anno prossimo, per chi ci sarà.

…To Self-Destruct

Ma che cazzo volete che vi dica adesso? Che era ovvio? Che solo uno con le dottrie di Stevie Wonder o in malafede come un giornalista romano poteva non accorgersene? Che in Ohio e in Michigan o fai il rock ‘n’ roll bello svalvolato tipo Devo o Stooges o bene che vada se resti vivo finisci a lavorare in catena di montaggio, perché non c’è un cazzo di altro da fare e anche i laghi sono così inquinati che da decenni non ci puoi pescare, figurarsi fare il bagno, e che in Pennsylvania mica per caso King ci ha ambientato la storia della macchina omicida? Cazzo devo dirvi che già non sappiate? Che incredibile auditu (ma sì, tiriamocela!) aveva ragione Mustaine nel dirci che la distopia è qui e ora, muri e telecamere per tenere distanti mondi diversi costretti a stare insieme da un’economia spietata che non si sa chi abbia messo in piedi ma senz’altro non ne sarebbe contento, e che comunque il mondo a conduzione stellastrisciata – quella vecchia, pepsi o truppe – è meglio della poltiglia indistinta che sta per sommergerci, dove nomina e natura rerum quasi mai collimano e ciò che era ovvio o quasi non lo è affatto? Questo volete sentirvi dire? Che al Sud non hanno mai smesso di essere razzisti perché niggiz can’t sang rock ‘n’ roll e tutto il resto, quando in Georgia si scannano per disciplinare in che bagno devono andare le donne ergonomiche o gli uomini concavi? Che se vuoi portare avanti il sogno di un reverendo protestante non basta inserire hashtag? Questo? Davvero? Ma non vi basta la stampa, il quarto potere che rovina chi tocca e tocca chi è in rovina, quella che fa la lavatrice alle otto in punto ogni sera sul canale prescelto? Ma non le sapevate già queste cose?

Probabilmente sì, e meglio di me. Infatti io le scrivo qua, in un non-luogo e un non-tempo che dice tutto di questa era. Ora vado ché ho non-cose importanti da procrastinare.

Ah, quasi dimenticavo: Leonard Cohen ha dato oggi stesso il suo giudizio sul nuovo album dei Metallica. Magari ne discuterà con Lou Reed. Vai Leonard (cit.).