Incertum habeo pudeat an pigeat magis disserere: Eneide – Uomini Umili, Popoli Liberi

eneide - uomini umili, popoli liberi

Sono questi giorni convulsi per la storia e l’assetto istituzionale della Repubblica italiana, nonché momento di valutazioni più o meno approfondite, più o meno rigorose, sul rapporto tra l’Italia e gli altri Stati europei, in particolare la Germania, ora accusata di comportarsi da padrone senza averne titolo, ora additata come esempio di coerenza e tutela degli interessi alla stabilità. Quale miglior occasione, dunque, di questo poco confortante panorama per valorizzare le nostre creazioni? Facciamolo, dunque, ratione materiae.

Gli Eneide nascono a Padova nel 1970 con il nome di Eneide Pop, composti da cinque adolescenti (il cantante e chitarrista Gianluigi Cavaliere, il chitarrista e flautista Adriano Pegoraro, il tastierista Carlo Barnini, il bassista Romeo Pegoraro e il batterista Moreno Diego Polato) per suonare cover, principalmente di gente come Led Zeppelin, King Crimson, Vanilla Fudge, e, nonostante la giovane età, dimostrano presto grande coesione e perizia strumentale, costruendosi rapidamente un seguito di pubblico nella loro regione. Nel frattempo iniziano a sperimentare con un suono più personale, che seguisse le tendenze del momento senza sacrificare la personalità della proposta, e per rendersi immediatamente riconoscibili mutano nome in Eneide. Il pop italiano, come si chiamava al tempo, vive in quegli anni, all’incirca dal 1970 al 1972, la sua stagione più creativa, e quando, dopo molti concerti, un paio dei quali in apertura a Genesis e Atomic Rooster, l’agenzia di concerti ed etichetta Trident offre agli Eneide di fare da spalla ai Van der Graaf Generator in sei date del lungo tour italiano di supporto a “Pawn Hearts”, ed altresì un contratto discografico, è un chiaro segnale che le quotazioni del quintetto sono in rialzo. Nel frattempo, il gruppo ha accumulato e rodato sul palco un discreto gruzzolo di brani originali, che vengono incisi in studio nel 1972, su proposta dell’etichetta, con lo scopo di ricavarne un trentatré giri da pubblicare quello stesso anno: nasce così “Uomini Umili, Popoli Liberi”. Tuttavia, per motivi mai chiariti, il disco non verrà pubblicato, e il successivo fallimento della Trident nel 1975, con un catalogo di soli otto LP e sei 45 giri, non aiuta la causa del gruppo, che infatti, dopo avere proseguito per un periodo del 1973 come touring band del cantautore Maurizio Arcieri, che nello stesso anno aveva pubblicato il suo unico LP “Trasparenze” (un passabile esercizio tra progressive e psichedelia), si scioglie. Fine degli Eneide. E il disco?

“Uomini Umili, Popoli Liberi” vede infine la luce nel 1990, quando i musicisti decidono di pubblicarlo in autonomia, mediante l’etichetta L.P.G., da loro stessi creata per l’occasione; con l’aiuto della genovese Black Widow ne vengono stampate cinquecento copie in vinile, presto esaurite. Il riscontro fa sì che si susseguano ulteriori ristampe: nel 1995 per la prima volta in CD, e poi ancora, ad opera dalla milanese AMS, nel 2010 e nel 2016, rispettivamente in CD e in vinile. Manca solo una versione ufficiale smaterializzata, ma, a parte tale circostanza, l’album ha una disponibilità sorprendentemente ampia per un’uscita postuma e nitidamente settoriale, indirizzata com’è ai più fedeli adepti del suono progressivo italiano dei Settanta, che s’indovinano numericamente limitati. C’è da chiedersi il perché di tanto interesse, e proviamo quindi a rispondere.

“Uomini Umili, Popoli Liberi” è un disco di rock progressivo, pienamente figlio del suo tempo, epoca in cui si sperimentavano soluzioni sonore che permettessero di andare oltre le conquiste e gli stilemi dei Sixties, non più adatti al mutato contesto di disillusione e volontà di sovvertimento radicale con ogni mezzo. Però è atipico, perché non contiene i tipici rimandi sonori della stagione progressiva italiana; a parte, infatti, l’inevitabile richiamo ai Jethro Tull che l’uso del flauto in ambito rock comporta, qui a fare da arbitri d’eleganza sono altri: i Led Zeppelin per la potenza, chitarristica e batteristica (con anche un plateale scippo a Stairway To Heaven nell’arpeggio di Cantico delle Stelle, che apre e chiude il disco); gli Atomic Rooster per le concatenazioni tra i cupi passaggi delineati dalle distorsioni e la perenne mutevolezza delle atmosfere garantita dalle infiltrazioni tastieristiche; persino i Deep Purple, da cui viene mutuata la lezione di indurimento e articolazione degli elementi sopra detti. Regna, quindi, un suono mediamente più hard rispetto alla generalità delle proposte del progressive italiano, il quale, invece, ha sempre dato prevalenza alla consistenza melodica del patrimonio musicale nazionale, ponendosi come sincretismo tra tradizione e novità di ineguagliata originalità, in Italia e nel mondo. Certo, anche in questo album non mancano i riferimenti obbligati del periodo (oltre ai citati Jethro Tull, anche i Genesis, che ispirano le parti più melodiche, come nel lento Canto della Rassegnazione), ma l’atmosfera che si respira è più variegata, fatta di abissi nichilistici e di tentativi di liberazione per vie escatologiche, esplorate in maniera vaga, o persino magico-spaziali (come nella toccante Viaggio Cosmico, illuminata da un violoncello che condensa lo stupore e il dolore dell’umanità per la propria condizione), ancorché in maniera ingenua e sognatrice più che consapevole e determinata. Manca, insomma, l’afflato politico che l’epoca comandava a qualunque gesto di creatività, sostituito, piuttosto, da un umanesimo moderato, sincero e animato da lodevoli intenzioni ecumeniche ma confuso e incerto sulla direzione da prendere per lasciarsi a tergo un presente sicuramente insoddisfacente. Forse per questo motivo il disco non vide la luce al tempo. Eppure la condanna dello status quo, sia pure in tralice, c’è ed è netta, e faccia fede sul punto la voce profonda e intonata, appassionata e appassionante, di Gianluigi Cavaliere, ideale trait d’union canoro tra Guccini e Cisco. Troppo poco per i Settanta, il decennio manicheo per antonomasia nella storia repubblicana, e subentra quindi un’ἐποχή quasi ventennale. Ormai infranta, e per fortuna. Anche se, al netto dei paraocchi ideologici, si fa strada un’amara constatazione; o magari, per chi c’era, un rimpianto.

Gli anni Settanta non sono stati certo rose e fiori; nemmeno rose e garofani, se è per questo. Ma da quella aspra (il computer me l’ha corretto in “spara”; bist Du, Sigmund?) contrapposizione ideologica sono sorte le basi per quello che oggi chiamiamo “la modernità”, e per ottenere alcune di quelle conquiste altri popoli, da noi affatto distanti per tradizioni, cultura, visione del mondo e colori nazionali, hanno dovuto lottare fino a un paio di giorni fa. L’odierna dialettica, invece, ha come motore la mera (auto)conservazione in forme più o meno intatte, anziché la progressione verso orizzonti ideali, a volte anche solo idealistici, oggi nemmeno concepibili a livello collettivo. Domina in questi giorni l’inconciliabilità, e niente o nessuno appare in grado di sopirla, perché è ormai ubiqua la percezione che i destini umani, individuali e collettivi, siano agitati da forze più grandi, rese operative dallo stesso comportamento umano e ormai faustianamente fuori controllo. L’idea di homo faber fortunae suae, antica ma foriera di elevazioni e riscosse individuali e soprattutto sociali, ci ha abbandonato, al più sostituita dal mito del self made man. Col risultato che prima eravamo uomini umili, ora, invece, umili uomini. Cerchiamo almeno di conservarci popoli liberi.

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Andergraund Sound 7

MISCREANCE – FROM AWARENESS TO CREATION
Continua la serie dedicata al sottobosco musicale nazionale, con una puntata di sapore metallico. Stavolta tocca ai giovanissimi Miscreance, quintetto di Mestre che dalle ceneri dei thrasher Atomic Nightmare ha tratto lo scorso aprile questo demo di quattro canzoni (un breve intro e tre brani effettivi), che rifanno il verso al miglior death metal americano dei primi ’90 attraverso contorsioni strumentali ad alto tasso tecnico alternate a sfuriate a tutta velocità memori del thrash, in una sorta di connubio tra i Death di epoca “Symbolic”, i Cynic e i Watchtower. Nulla di nuovo sotto o dietro il sole, ma tutto fatto come si deve, e chissà che un pizzico di personalità di scrittura in più e un accordo discografico permettano a questi ventenni di fare un meritato salto di popolarità. Ultima notazione: se della perizia strumentale dei musicisti riferiscono i brani, la devozione dei metalhead emerge dal fatto che il demo sia disponibile solo in digitale o in cassetta. Qui ci sono le prove.

MUON – GOBI GOMOG
muon - gobi domog

Restiamo sempre nella Laguna Veneta, ma dall’altra sponda. La musica dei Muon, quintetto veneziano, trasuda umidità e pesantezza come la canicola estiva che investe la palude quando il cielo è color d’alluminio e la cappa attenta a benessere e raziocinio. Breve intro e quattro brani, il più breve dei quali supera i nove minuti, in un abisso di lentezza catacombale e sfibrante, riff pantagruelici e caracollanti, percussioni ossessive e spietate, senza che, però e miracolosamente, l’ascolto si trasformi in tortura. Ottimi i suoni, merito della beneventana e benemerita Karma Conspiracy, e riuscita appieno l’evocazione delle atmosfere di fangosa (Sarah)palingenesi suggerite già dalla copertina. A metà del guado tra Eyehategod e Yob, i Muon confermano che, quale che sia la sponda dell’oceano, una palude è una palude. Da qui in poi si resta impantanati.

In Germania lo fanno. Buxtehude a Lubecca, ce lo chiede l’Europa.

L’11 aprile 1668, trecentocinquant’anni fa, la carica di organista e fabbriciere della Marienkirche di Lubecca, al tempo la più prestigiosa ed ambita di tutto il mondo germanico, venne conferita dal consiglio municipale ad un concorrente che non aveva presentato domanda, nonostante due distinte candidature fossero già state ricevute. Vincitore risultò per chiara fama il danese, ad onta del cognome omonimo di una città della Bassa Sassonia, Dietrich Buxtehude, e la storia non riporta cosa accadde agli altri due candidati, in tempi di inesistenza di giudici amministrativi e contenziosi sugli appalti.

Secondo l’usanza del tempo, il Werckmeister doveva assumere la cittadinanza anseatica e sposare una figlia del proprio predecessore, in questo caso Franz Tunder. Buxtehude vi si attenne e dalla solida posizione acquisita procedette ad orientare il corso della storia musicale, mediante un’abilità strumentale organistica elevatissima ma non virtuosistica e, a livello compositivo, una sapiente alternanza di improvvisazione e rigore contrappuntistico, aprendo così la strada alla stagione d’oro del barocco musicale tedesco. Non fu per caso, infatti, che, nel 1705, il ventenne Johann Sebastian Bach decise di camminare per quattrocento chilometri, da Altstadt a Lubecca, solo per ascoltare il celebre organista e maestro, ancorché celandosi tra il folto pubblico che si radunava ad ascoltare le rinomate serate musicali che egli organizzava e dirigeva dopo la messa del vespro di sabato (operazione economicamente sostenuta dai ricchi mercanti della città), trasferendo poi a Lipsia, nella liturgia della Thomaskirche come pure nei suoi stili compositivo e strumentale, le intuizioni di Buxtehude. E parimenti non casuale fu che due enfant prodige dell’organo e della composizione, Georg Friedrich Händel e Johann Mattheson, si candidassero senza esitazione a sostituire l’anziano maestro quando, nel 1703, manifestò l’intenzione di ritirarsi, e stavolta la storia riporta cosa accadde ai due candidati: ricevuta da Buxtehude la proposta di succedergli, a patto di rispettare la tradizione, entrambi ripartirono da Lubecca il giorno seguente. Tempi di inesistenza di divorzio e contratti di convivenza, quelli. E quindi le cose andarono come spesso accadeva: Buxtehude morì nel maggio 1707 e un mese dopo Johann Christian Schieferdecker, al tempo suo assistente da due anni, impalmò la primogenita del suo principale e se ne assicurò la successione anche professionale.

Al netto del gossipdi Buxtehude restano duecentosettantacinque opere, perlopiù musica liturgica (cantate, messe, arie nuziali) e composizioni per organo o strumenti a tastiera, che costituiscono uno dei motivi per cui la musica occidentale si è imposta nel mondo: per il suo rigore compositivo, la sua varietà espressiva, la sua ineguagliabile ricchezza melodica e armonica, il suo empito ultraterreno senza perdere, direttamente o mediatamente, la componente ctonia. E un appalto truccato trecentocinquanta anni fa in Germania.

Nel video sottostante è possibile ascoltare una composizione suonata sul Totentanzenorgel, l’organo della Totentanz (danza macabra), situato in una cappella laterale della Chiesa di Santa Maria di Lubecca. Lo stesso che conobbe le mani di Buxtehude, di Mattheson e Händel e, chissà, forse anche di Bach. Purtroppo non si tratta di un brano di Buxtehude, bensì del preludio in Mi minore di Nicholas Bruhns, anch’egli danese e allievo di Buxtehude a Lubecca. L’incisione, l’unica che mi è riuscito di reperire, è del 1941 ed è forse l’ultima, perché l’organo venne distrutto, assieme al celebre dipinto della danza macabra di Lubecca, realizzato nel 1462 e situato nella medesima cappella, dai bombardamenti angloamericani sulla città, nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1942. Valga quindi come esempio di quello che dovettero udire i contemporanei di Buxtehude e come monito: bella gerant alii, ce lo chiede l’Europa.

That was just a dream.

Martin Luther King - Washington 1963

Esattamente cinquanta anni or sono, il 4 aprile 1968, in un motel di Memphis, Tennessee, trovava la morte per mano di un suprematista bianco piroarmato Martin Luther King Jr., pastore protestante e leader del principale movimento non violento per il riconoscimento dei diritti civili alla popolazione nera degli Stati Uniti d’America.

Sulla dinamica e le conseguenze dell’evento, come pure sull’importanza storica della figura del reverendo King, nulla può qui utilmente essere aggiunto rispetto a quanto reperibile altrove con una minima ricerca. Merita tuttavia ricordare che alla funzione funebre, tenutasi proprio a Memphis, città simbolo dei destini del Sud, Mahalia Jackson, la più grande cantante di gospel mai registrata, intonò dal podio una spettrale ed intensissima versione del brano tradizionale Precious Lord, Take My Hand, che proprio il dottor King le aveva chiesto, qualche settimana prima, di cantare al suo funerale. Non è difficile quindi cogliere il coinvolgimento dell’esecutrice, che, nonostante l’evidente commozione, riesce a fare appello a tutta la propria abilità professionale per portare a termine il gravoso compito affidatole; quello di fornire la colonna sonora ad un lutto nazionale.

Di questo evento nell’Evento, uno dei massimi esempi di come la parola “soul“, anima, abbia definito un genere musicale e un approccio alla musica, non sono rimasti che resoconti scritti e un piccolo spezzone di ripresa audiovisiva, reperibile in rete. A quest’ultimo, dunque, vi rimando, con la riflessione che forse è stato solo un sogno, ma forse no, e già il dubbio è la breccia nel bastione.

Andergraund Saund 6

bee bee sea - sonic boomerang

BEE BEE SEA – SONIC BOOMERANG
Balza subito all’occhio che il nome del gruppo, tradotto letteralmente, significa “ape ape mare”, ma, foneticamente, anche (molto) altro. Questo trio mantovano ama i calembour e non ne fa mistero in “Sonic Boomerang”, uscito nel 2017 e zeppo di titoli accattivanti come “D.I. Why Why Why” o “Chum On The Drum“. Ma non sono solo i nomi dei brani o la caleidoscopica copertina a catalizzare l’attenzione, perché le otto canzoni di cui si compone questa seconda fatica discografica del gruppo costituiscono un gioiellino di rock che si districa tra ruvidezza garage, psichedelia della più accessibile e pop di ascendenza mod. Un frullato di Ramones, Jam, Mojomatics, Libertines, White Stripes e primi Stereophonics, si può dire. Non che tutto ciò non sia mai stato fatto prima e/o meglio, ma questo “Sonic Boomerang” resta grazioso, piacevole, coinvolgente e di consistente qualità per tutta la sua non eccessiva durata, ed ottiene proprio l’effetto che il suo titolo si prefigge: finito il giro si torna indietro e si ricomincia da capo. Scoperta sorprendente e certificazione del buono stato di salute del sottobosco italico, i Bee Bee Sea sono in tour per la penisola in questi giorni, e se vi capitano sotto tiro fare loro visita potrebbe rivelarsi un’idea migliore di quanto questo scritto non suggerisca. Per fugare i dubbi ci si rechi qui.

trick or treat - reanimated

TRICK OR TREAT – RE-ANIMATED
Il power metal è intrinsecamente musica da réclame degli gnomi che impacchettano i wafer, e i cartoni animati giapponesi contengono sigle che rimandano al medesimo senso di pacchianeria over the top, melodicamente accattivante, ritmicamente avvincente ed intrisa di un’epicità d’accatto ancorché irresistibile. E quindi era solo questione di tempo prima che questi due mondi si incontrassero, attesa anche l’abbondante sovrapponibilità tra i due pubblici di estimatori. Di questa chiusura del cerchio si incaricano i modenesi Trick Or Treat, che, forti di solide capacità tecniche, realizzano un progetto che non potrà non far sorridere i millenials cresciuti con il peggio (o forse il meglio) delle importazioni televisive di due-tre decenni addietro. E, nonostante alcune scelte “populiste” (Jem e le Olograms che ok però; Ken il Guerriero, quando al genere e all’operazione avrebbe maggiormente giovato la scelta della sigla in giapponese della seconda serie; Jeeg Robot d’acciaio), il disco funziona, tra soluzioni indovinate (Batman con chitarre maideniane in relativa e l’ottimo duetto tra Alessandro Conti e Roberto Tiranti; David Gnomo amico mio, già pubblicata in passato), una ricca messe di ospiti (oltre al citato Rob Tyrant, il guru del genere Giorgio Vanni, Michele Luppi, Steva Deathless dei Deathless Legacy, Michele Luppi, Damnagoras degli Elvenking e altri ancora) e, in generale, un’atmosfera di divertimento puro, tanto nell’intento quanto nella realizzazione. Ovviamente si possono avanzare mille obiezioni sulla scelta dei brani (ad esempio, io avrei incluso He-manConan – il barbaro, non il detective – ma sono gusti), però il senso e la riuscita dell’operazione non si sposterebbero di molto. Per una metà maideleine proustiana e per l’altra fanciullino pascoliano, “Re-Animated” funziona proprio per questa tensione tra nostalgia e passione, comunque filtrata attraverso il sano approccio ludico di cui si è detto, il quale, tuttavia, impedisce al disco di diventare qualcosa di più di un transeunte divertissement, obiettivo che forse nemmeno si poneva (e la realizzazione mediante crowdfunding sembra deporre in questo senso). Perché è vero che “mai, mai scorderai”, ma è anche vero che “il tempo passa per tutti, lo sai; nessuno indietro lo riporterà, neppure noi”. Coerentemente, non c’è un “qui” a cui in conclusione rimandare. (Ri)animatevi.

Dazio Sam: Judas Priest – Firepower

Oggi è uscito il nuovo album dei Judas Priest, il primo da quattro anni. L’ultimo in cui suonerà Glenn Tipton, a cui è stato diagnosticato il Parkinson e che infatti non sarà sul palco nel prossimo tour. Chiamiamolo il testamento di Tipton, quindi. Sono andato a comprarlo oggi stesso, come si faceva una volta, mettendo via i soldi necessari, come si faceva una volta, e contando ad uno ad uno i giorni che mancavano all’uscita, come si faceva una volta. E ora, dopo una serie ininterrotta di ascolti, uno dei quali mi ha portato a scagliare una sedia da una parte all’altra della stanza urlando spaventose bestemmie di approvazione, mi sento di affermare quanto segue.

È uscito il nuovo dei Judas Priest, e il mio consiglio è di ascoltarlo immediatamente, perché ti prende, ti divarica le natiche tenendoti fermo mentre ti dibatti per protestare e ti spinge dentro fino in fondo un’ora di acciaio britannico purissimo, scintillante e inossidabile, perché sa che ti piace e alla fine ne chiederai ancora. Provare per credere.

Buon otto marzo. Ah no, oggi è il nove.

Old adventures in wi-fi: Imperial State Electric – Anywhere Loud

Imperial State Electric - Anywhere Loud

Quando le vostre copie di “It’s Alive” e “Alive!” ne hanno avuto abbastanza, this is the shit“. Così il comunicato stampa di accompagnamento, e francamente è difficile se non impossibile trovare una sintesi migliore per il primo album dal vivo degli Imperial State Electric: a metà strada tra i Ramones e i Kiss, cercando di resuscitare lo spirito del periodo ’74-’79 e di essere un valido ancorché personale succedaneo di tutto ciò che è ed è stato rocchenròll. Ecco quindi la fatidica prova live, giunta come si conviene a corredo di un gruzzolo di lavori in studio ormai pari a cinque LP (per fermarci alla lunga distanza) e che quindi consente di pescare in largo per la scaletta, come si usava un tempo. E proprio in quest’ottica ha senso il riferimento di cui in esordio.

Il doppio dal vivo (ventitré canzoni per circa 75 minuti di musica; potrebbe essere doppio anche su CD) è un feticcio degli anni Settanta. Quel decennio ci ha lasciato le più vivide testimonianze di gruppi celebri e meno celebri catturati in concerto (sebbene più di una volta la pubblicazione delle registrazioni sia avvenuta dopo ampi ritocchi in studio), e solo chi, come la formazione di Nicke Andersson, guarda ai Seventies come all’età dell’oro può convincersi che sia una buona idea pubblicare un disco dal vivo nel 2018, nell’era dei video fatti con il cellulare e pubblicati in diretta sui social. In effetti, ad ascoltarsi intorno, ci si accorge che album live ne escono ormai pochissimi, specialmente in ambito rock, e viene quindi da domandarsi, al di là dell’omaggio all’epoca prediletta e alle sue sonorità, se una tale curiosa scelta discografica non sia stata dettata dalla terrena motivazione di prendere tempo tra un album di studio e l’altro (l’ultimo è uscito nel 2016), o magari dalla convinzione di avere per le mani materiale di livello eccezionale, che non può assolutamente restare in archivio. Provo a dire la mia.

Senz’altro sussiste la prima motivazione, che, del resto, è Seventies come poche. Quanto alla seconda, meglio non andare oltre un avverbio dubitativo, perché le registrazioni delle tre serate di Tokyo, Stoccolma e Madrid da cui è tratto “Anywhere Loud” non sembrano eccedere la qualità media delle esibizioni dal vivo del quartetto, sempre ricche di energia e decibel e nel contempo povere di fronzoli e tempi morti, come si conviene alle migliori diete. Ma sarebbe ingiusto liquidare questo LP come meramente “attendista”, perché qui l’elettricità trasuda dai solchi e riesce a rendere appieno (a debito volume, ovviamente) l’eccitazione che le canzoni concise ed elettriche degli Imperial State Electric producono dal vivo, quando si lasciano alle spalle orpelli di produzione per porgersi nella loro nuda essenza di spumeggianti brani di rocchenròll mercuriale e melodico, conferendo così un senso ed autonoma dignità ad un’operazione fonografica fuori dal tempo ma ben salda nei suoi solchi. E se la forma mentis del gruppo, che è nel senso di riprodurre pedissequamente o quasi i brani nelle loro versioni di studio anche sul palco, congiurava per affossare la riuscita complessiva del disco, il rischio, pur non completamente sventato, è alla fine tenuto sotto controllo mediante periodiche variazioni rispetto al copione di studio (l’introduzione batteristica di Holiday From My Vacation; la prolungata coda solista su Faustian Bargains; il botta e risposta con il pubblico su Redemption’s Gone, capace di citare con la massima naturalezza sia la versione di Highway Star presente su “Made In Japan” che Free Bird), che testimoniano la concreta immediatezza della dimensione live da cui l’incisione deriva e altresì la padronanza delle tempistiche di scena da parte della formazione. Operazione riuscita, dunque; merito anche della scelta di conferire al disco un suono crudo, non rifinito, catturato dal vivo in presa diretta, dal cui ascolto balza fuori immediatamente la pulsante frenesia dell’esibizione, cosicché pure le piccole sbavature ed imperfezioni che costituiscono la fisiologia di ogni concerto, più che viziare il resoconto, contribuiscono a rendere “Anywhere Loud” un’istantanea effettiva ed efficace della carriera degli Imperial State Electric. Più “Alive!” che “It’s Alive”, quindi; e non è solo una questione di titolo.

C’era bisogno di un album del genere? No. C’era bisogno di un doppio dal vivo? No. C’era bisogno di questo doppio dal vivo? Sì. Per ricordare che proprio dal vivo il rock ‘n’ roll dà il meglio di sé, suonato davanti ad un pugno di persone convenute più o meno appositamente per ascoltarlo, e non a casa, in divano o persino a letto con l’influencer. E che comunque, dal vivo o su disco, il rock ‘n’ roll viene meglio se lo si ascolta in tanti. Ovunque. Ad alto volume. Ma in tanti. Millenovecentosettanta, come minimo, ma ne bastano anche one, two, three, four.