Stripped of your life’s worth.

Il successo di Angel Of Death degli Slayer è, forse paradossalmente, il miglior supporto che ci possa essere alla memoria dell’Olocausto: nessuno che la abbia ascoltata può dimenticarsi dell’esistenza della Shoah, e questo a prescindere dal valore musicale, evidentemente altissimo, del brano.

Naturalmente non è tutto così ovvio. Infatti, se l’immortale distico di apertura “Auschwitz/The meaning of pain” può essere utile alla causa della Memoria, il seguente verso “The way that I want you to die” può senz’altro ingenerare controversie. Ovviamente ognuno tira la coperta dalla sua parte: qualcun altro potrebbe appoggiarsi ai versi “Sickening ways to achieve the Holocaust” e “Infamous butcher Angel of Death” per perorare la posizione contraria. Ma non è questo il punto.

Il punto è questo: l’effetto ultimo è che chiunque abbia sentito Angel Of Death ne è rimasto colpito, in un modo o nell’altro, e probabilmente non dimentica che ci sia stato l’Olocausto e, in una certa misura, in cosa sia consistito. E tanto basta.

Poi, naturalmente, ci sono i critici competenti che ti spiegano (?) che non è affatto vero. Ma, per qualche motivo, gli Slayer non sono mai stati cancellati da festival più o meno importanti con l’accusa di essere apologi del nazismo o dei suoi ideali, e questo vorrà pur dire qualcosa.

Ricordare è importante; per chi ha sentito Angel Of Death, dimenticare è impossibile.

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Where were you in ’22?

Un breve resoconto delle uscite discografiche ritenute interessanti di un anno non esaltante dal punto di vista musicale (e magari neanche da altri), al punto che il picco è probabilmente costituito dal concerto dei Gruesomes, il primo in terra italica, il 2 luglio scorso al Festival Beat (mentre il nadir dalla perdita del Rock The Castle per isolamento pandemico). Parafrasando i Barracudas, e nondimeno restando nel plausibile, I wish it could be 2021 again. Buoni ascolti e auguri.

Hellacopters – Eyes Of Oblivion

Difficile immaginare un rientro discografico dei ‘copters dopo la prolungata reunion solo concertistica del 2016, e invece Nicke Royale e compagnia hanno trovato l’ispirazione per entrare in studio e affidare al nastro dieci brani che fanno il punto sulla carriera del gruppo, inseriti nel presente retrò del rock ma non dimentichi dei trascorsi n’ roll della gioventù. Ovviamente il grosso della farina compositiva viene dal sacco del leader, che, oltre a cantare e suonare la chitarra, produce e si cimenta anche col basso (scelta curiosa, considerato che dal vivo le quattro corde sono affidate a Sami Yaffa o a Dolf DeBorst), ma il piacere dei quattro di riprendere da dove avevano lasciato con rinnovati entusiasmo e ispirazione, soffermandosi anche su qualche riflessione che la maturità quantomeno anagrafica e le conseguenti traversie della vita inevitabilmente impongono, è palpabile nelle rispettive prestazioni strumentali. Il risultato è, ancora una volta, una lezione di rocchenroll fatto come si deve, il culo a Stoccolma e il cuore a Detroit. Col passare del tempo, a onor del vero, la scrittura di Nicke si è fatta più pacata (sul lento soul di So Sorry I Could Die, dedicata all’ex chitarrista Robert Dahlqvist, morto suicida nel 2017, si trattiene a stento la commozione), ma non per questo ha perduto smalto melodico e impatto eccitante, e questi trentaquattro minuti che scivolano via con la massima naturalezza ne sono la migliore dimostrazione. Un ritorno pienamente soddisfacente, del quale è saggio preferire l’edizione speciale, che all’album aggiunge l’EP di cover “Through The Eyes Of The Hellacopters”, dove vengono rilette, al solito con impeccabili eclettismo e personalità, Eleanor Rigby, Circus degli String Driven Thing, I Am The Hunted dei GBH e I Ain’t No Miracle Worker dei Brogues. Avercene.

Skid Row – The Gang’s All Here

A proposito di ritorni, quello discografico degli Skid Row ha colto un po’ tutti di sorpresa, per la presenza dell’ex H.E.A.T Erik Grönwall alla voce in sostituzione dell’ex Dragonforce ZP Theart ma soprattutto per la qualità del nuovo album, uscito a metà ottobre e subito proiettato sul podio dei dischi migliori del gruppo del New Jersey. Merito della nuova linfa portata dal cantante svedese ma soprattutto di un lotto di canzoni che recupera gli elementi migliori della carriera del gruppo, dalla strafottenza beffarda del debutto (The Gang’s All Here, Not Dead Yet, When The Lights Come On) all’assalto strutturato di “Slave To The Grind” (Hell Or High Water, World On Fire), senza dimenticare le reminiscenze (post-)grunge del prosieguo della carriera (Time Bomb, Nowhere Fast). Mancano le ballate, ridotte alla sola October’s Song, progressiva e dal sapore vagamente bonjoviano, ma, visto il breve minutaggio dell’album (neanche 42 minuti), non c’è veramente tempo di rendersene conto, come pure dell’occasionale passaggio meno riuscito che qui e lì l’album palesa. Un disco compatto e ben riuscito, al quale la produzione di Nick Raskulinecz (Foo Fighters, Ash, Stone Sour) conferisce una sostanza e una compattezza che è lecito pensare sarebbero mancate in assenza di un produttore. Chissà che sempre più musicisti si avvedano dell’importanza di tale figura, e possano quindi pubblicare dischi come questo, ossia conferme del loro ottimo stato di forma musicale; conferma che gli Skid Row hanno saputo dare e che, evidentemente, il pubblico ha compreso e apprezzato, se è vero che alla Feltrinelli di Galleria Vittorio Emanuele II il disco era esaurito il giorno stesso della pubblicazione.

Ibibio Sound Machine – Electricity

Elettronica ballabile con atmosfere afrofuturiste, incrementate dal cantato spesso in ibibio, una delle lingue nigeriane. Messa così sembra un’accozzaglia senza costrutto di idee, e invece il quarto album del settetto londinese centra pienamente il bersaglio offrendo disco militante (Protection From Evil) e tenerezze in punta di synth (Afo Ken Doko Mien), singoli spaccapista (17, 18, 19) e sinuoso afrobeat (Something We’ll Remember), house canonica (Wanna See Your Face Again) e spiritual robotici (Freedom). Eclettico e ben strutturato, “Electricity” promette e mantiene. Una delle sorprese dell’anno.

Panic! At The Disco – Viva Las Vengeance

In una copertina di rara insulsaggine si nasconde una golosità pop, proprio come in un imballaggio anonimo si può celare un regalo bramato. “Viva Las Vengeance” è un disco di citazioni del rock cosiddetto classico già dal titolo, ma questo gioco di rimandi serve ad incrementare la meravigliosa caratura melodica e la varietà dell’album: il ritornello della lenta ma non troppo Don’t Let The Light Go Out si rifà astutamente ai Foreigner più melensi, Local God è puro power pop filtrato dall’approccio nerdy di ascendenza Weezer, Star Spangled Banger omaggia apertamente i Thin Lizzy e il glam più innodico, God Killed Rock And Roll e Something About Maggie si inchinano ai Queen, Sugar Soaker evoca AC/DC e T. Rex. Messa così sembra un disco citazionista e passatista, ma la cifra personale di Brendon Urie, unico vero titolare della ragione sociale, emerge prepotente nella scrittura (si vedano i testi, punteggiati di arguzie) e nel cantato, conferendo coesione e smalto a dodici brani composti, arrangiati, suonati e prodotti impeccabilmente. È difficile dire se sia pop-rock o rock-pop, ma resta comunque una gioia per le orecchie. Resta, soprattutto.

Maule – Maule

Ennesimo prodotto di alto livello in ambito heavy metal proveniente dal Canada, il debutto dei Maule, quintetto di Vancouver con tre chitarre in formazione, allinea un metallo tradizionale, debitore dei nomi classici della scuola inglese e di quella locale (con qualche passaggio thrash, pescato comunque dalle versioni più moderne del genere; si ascolti Father Time) ma composto e suonato con intelligenza e gusto. In nove brani privi di cedimenti si segnalano la proposta vocale, melodica senza lesinare in aggressività, e soprattutto gli assoli di chitarra, di grande perizia tecnica senza sacrificare la melodia e l’ancillarità al brano, e si fanno apprezzare anche le frequenti e ben calibrate armonizzazioni chitarristiche e le occasionali accelerazioni sancite dalla doppia cassa della batteria. In un panorama spesso stantio, i Maule sono riusciti a trovare una loro voce ed esprimerla in maniera convincente, complice anche una produzione curata ma non patinata, che avrebbe potuto uccidere l’impatto sonoro immediato che questo genere richiede. È presto per dire cosa riserva loro il futuro, ma questo esordio pone i migliori auspici.

Chez Kane – Powerzone

Fresca di debutto con l’omonimo album uscito a marzo 2021, la cantante gallese Chez Kane, già in forza ai Kane’d, ripete l’esperimento solista con “Powerzone”, uscito a fine ottobre di quest’anno. Squadra che vince non si cambia, e dunque riecco Danny Rexon degli svedesi Crazy Lixx in veste di compositore e autore di tutte le parti strumentali, alle prese con un sound ancora più sfacciatamente indebitato con l’AOR più classico, quello del periodo aureo di metà anni Ottanta, come peraltro denunciato dalla (simpatica) copertina. E il risultato, pur nel suo evidente manierismo, non delude, grazie alla qualità di scrittura e all’entusiasmo degli esecutori, cosicché, tra una I Just Want You che omaggia al meglio gli Heart del periodo di massimo successo, quelli tra “Heart” e “Brigade”, una Rock You Up scanzonatamente leppardiana ancorché non pienamente riuscita, una sprintata Love Gone Wild filologicamente animata dal sassofono e che nondimeno cita nel ritornello Crazy Train di Ozzy Osbourne, una Children Of Tomorrow Gone che ipotizza i Dare con Bonnie Tyler alla voce e gli oltre otto minuti della conclusiva Guilty Of Love, titolo che richiama gli Whitesnake ma suoni da qualche parte tra “Too Hot To Sleep” e “Raised On Radio” e ottima chiusura a base di chitarra solista, il disco si regge saldamente sulle sue gambe, dando una ulteriore ragion d’essere alla carriera di Chez Kane. Forse il predecessore era più costante e avvantaggiato dall’effetto novità, ma preferire l’uno o l’altro album è una questione di gusti. Un disco indubbiamente piacevole e una nuova conferma per Frontiers.

D’Virgilio, Morse, Jennings – Troika

Questo disco formalizza la collaborazione tra alcuni dei musicisti più in vista del progressive contemporaneo, Nick D’Virgilio (Big Big Train, Spock’s Beard), Neal Morse e Ross Jennings (Haken, Novena) con undici brani intessuti di preziose melodie e di sofisticati intrecci vocali tra i tre protagonisti. Le atmosfere si rincorrono, spaziando, spesso all’interno dello stesso brano, tra l’etereo e il giocoso, l’acustico e l’elettrico, il romantico (Julia) e il perentorio (Second Hand Sons), e sempre con un occhio di riguardo alle canzoni e alle loro esigenze, senza inutili farciture strumentali. Poco meno di un’ora di musica e nessun cedimento. Commovente dalla prima all’ultima nota (soprattutto l’ultima; ascoltare What You Leave Behind per credere). Crosby, Stills & Nash hanno i loro degni eredi; forse.

Young Guv – GUV III

Settimo album in sei anni per Ben Cook, in arte Young Gov, quattro dei quali usciti a coppia e con titoli sequenziali, “I” e “II” nel 2019 e “III” e “IV” quest’anno. Complice, probabilmente, l’ispirazione più o meno forzata da confinamento antipandemico, e bisogna allora dire che tutto è bene quel che finisce bene, perché “III” trasuda del miglior power pop che si possa udire oggigiorno, undici brani che non lesinano in chitarre scampanellanti e armonie vocali, con la necessaria dose di malinconia celata dietro ritmi briosi e, soprattutto, melodie folgoranti. Che sia un jingle jangle d’eccezione come la Couldn’t Leave U If I Tried (mi sbilancio: un instant classic del genere) o una Only Wanna See U Tonight che avrebbe reso i Raspberries orgogliosi, una outtake di “The Masterplan” come Scam Likely o il pacato esercizio post-scarafaggesco April Of My Life, una ariosa It’s Only Dancin’ che potrebbe provenire dall’unico, immacolato LP dei Someloves oppure i Byrds su telaio R.E.M. di una trasognata quanto favolosa Good Time, “III” brilla dalla prima all’ultima nota, celeste e luminoso come i petali dell’occhio in copertina. Uno squarcio di cielo di un azzurro intenso, reso vivo da una luce solare calda e che riscalda corpi e anime; e, come nella migliore tradizione power pop, una promessa che il di poco successivo “IV” (uscito a giugno, laddove “III” era di marzo), più melanconico e britannico, non ha saputo mantenere integralmente. Peccato, ma non è un buon motivo per perdersi una gioia come “III”.

Blind Illusion – Wrath Of The Gods

In un anno avaro di thrash metal memorabile si segnala un rientro in scena inatteso, quello dei californiani Blind Illusion, prime movers della scena della Bay Area ma giunti al debutto solo nel 1988 (“The Sane Asylum”, un caposaldo del techno-thrash) e ricordati principalmente per avere annoverato in formazione Larry Lalonde (ex Possessed e futuro Primus) e Les Claypool (anch’egli futuro Primus), dopo essersi persi nei rivoli di numerosi cambi di formazione, che hanno impedito loro la necessaria continuità. La sigla rivive quindi ad opera del fondatore e leader Marc Biedermann, cantante e chitarrista, che ha riunito attorno a sé due veterani di grande caratura, il chitarrista Doug Piercy (ex Heathen) e il batterista Andy Galeon (ex Death Angel), e uno sconosciuto ma capace bassista, Tom Gears, per un nuovo capitolo discografico, uscito a ottobre a titolo “Wrath Of The Gods”. Album di thrash tecnico e tuttavia accessibile, forse perché basato prevalentemente su tempi medi e su una particolare cura nella composizione dei riff, che rende più interessante l’ascolto e più memorabili i brani, pure mediamente lunghi, senza pregiudicare l’impatto sonoro. Ottima l’apertura con Straight As The Crowbar Flies, che sembra estratta dal repertorio dei Megadeth più progressivi, ma anche le seguenti Slow Death, vicina a certi Overkill, e la melodica Protomolecule mantengono alto il livello, con i loro molteplici cambi di tempo, i riff efficaci e le parti soliste che aggiungono dettagli ai brani senza appesantirli. Da dimenticare, però, la conclusiva No Rest Till Budapest, uno scialbo esercizio di hard rock malriuscito e fuori posto, che avrebbe potuto essere utilmente espunto per contenere il minutaggio (che comunque non supera i sessanta minuti). Se la copertina non brilla, la produzione viceversa si segnala, definita ma non plasticosa e inondata di trigger come spesso accade nelle odierne uscite metal, per un risultato finale che dimostra pulizia e definizione sonora (fondamentali per una proposta musicale di questo tipo) senza sacrificare l’impatto. Una gradita sorpresa che ha prodotto un ascolto valido anche per i mesi a venire, perlomeno fino a quando perdurerà l’Ira degli Dei.

The Maharajas – Rock n’ Roll Graduates

È uscito il giorno di Natale, e non ne ho ancora ascoltato una sola nota. Perché l’ho ordinato sulla fiducia, e per ascoltarlo aspetto che arrivi il disco. Quindi è sulla fiducia che viene inserito in questa lista, soprattutto dopo aver visto e sentito questo. Dottori del buso del cool.

Monophonics – Sage Motel

Soul classicamente inteso, quello che promana dal quinto album dei californiani Monophonics, adagiato sul lato più psichedelico del genere e derivazione diretta di quel suono spazioso eppure emotivo costruito a cavallo tra i Sessanta e i primi Settanta da gente del calibro di Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Delfonics, Temptations, Isaac Hayes. “Sage Motel” dovrebbe narrare la storia di un motel californiano meta di sbandati e creativi, musicali e non, negli anni Sessanta e Settanta; luogo dell’anima più che del corpo, essendo il motel fittizio, ma comunque funzionale a confezionare, in una bella copertina di atmosfera surrealista-metafisica, dieci riuscitissimi brani di dondolante soul psichedelico, sospinto gentilmente dal falsetto emozionante di Kelly Finnigan, nonché punteggiato da armonie vocali (Sage Motel) o confidenziali ottoni (Crash & Burn) o glasse di archi (Never Stop Saying These Words). Il tutto mentre una sezione ritmica ora pigra ora compatta e variegate sfumature tastieristiche disegnano nuove traiettorie del gioco della seduzione dilatando gli spazi della coscienza, forti di una produzione impeccabile nella definizione e nella dinamica. C’è spazio per qualche episodio più ritmato, in odor di funk (Warpaint, Love You Better), ma il clima è prevalentemente rilassato e a tratti languidamente pensoso. 37 minuti e 20 (compresi intro e outro) e nemmeno uno di troppo: la vacanza migliore, a tratti indimenticabile (Broken Boundaries e il suo ritornello), è quella trascorsa al Sage Motel.

L’altro 2022

Candy – Whatever Happened To Fun

Un titolo curioso per un disco inciso nella Los Angeles di metà anni Ottanta, eppure la malinconia fa capolino da tutte le parti, nei testi da teenager romantico, nostalgico e un po’ sfigato di Kyle Vincent, nei coretti dei suoi tre sodali e nelle sferzate chitarristiche di Gilby Clarke, per un disco che è uno dei capolavori ultimi e meglio celati del power pop, in diretta dalla città che lo aveva elevato a genere con dignità autonoma ma uscito troppo tardi (nel 1986, ad eoni musicali dallo zenith commerciale delle skinny tie bands) per lasciare un qualsiasi segno, e infatti fu esordio e congedo dei Candy. Ben altra fortuna attendeva Vincent e (soprattutto) Clarke, ma questo album è un monumento al pop chitarristico che sogna in grande e nondimeno è condannato all’anonimato; volete la riprova? Cercatelo in streaming.

Jon Batiste, Cory Wong – Meditations

Pubblicato solo in formato streamingzito nel 2020, questo album condiviso tra due dei più promettenti musicisti contemporanei è probabilmente stato per entrambi un divertissement da lockdown, ma il risultato è di grande livello: ambient che avvolge l’anima e le orecchie, forte delle stratificazioni tra tastiere e chitarra, a creare un clima elegiaco e avvolgente, come la best practice del genere richiede. Impossibile, ovviamente, citare singoli brani, ché la fruizione dev’essere integrale e ininterrotta, ma i passaggi emozionanti sono molti. Ottimo a qualsiasi volume, l’ascolto di “Meditations” è un regalo che si fa a sé stessi.

Angelo Badalamenti – Soundtrack From Twin Peaks

La morte di Angelo Badalamenti ha focalizzato l’attenzione (in particolare la mia) sul suo corpo d’opera, vasto e lodato ma forse lasciato in secondo piano dallo scorrere del tempo. Doveroso, quindi, il recupero del suo lavoro più celebre e forse più significativo, la colonna sonora di “Twin Peaks”, serie televisiva scritta e diretta da David Lynch che all’alba degli anni Novanta cambiò il modo in cui questo format è pensato e realizzato, pur mantenendo una propria personale cifra stilistica. Un risultato dirompente che, però, il regista non avrebbe potuto ottenere senza l’apporto del commento musicale predisposto dal grande compositore per il cinema, dai suoni eterei e vaporosi eppure ben saldo sul piano ritmico e melodico, avanguardistico ma al tempo stesso ancorato alla tradizione, soprattutto jazzistica, e capace del raro miracolo di completare e arricchire le immagini a cui corredo è posto nel contempo vivendo di vita musicale propria e mantenendosi interessante anche per ascolti autonomi. Si alternano così melodie minimaliste quanto indimenticabili (Twin Peaks Theme, Laura Palmer Theme), andamenti felpati e morbosamente swinganti da noir urbano (Audrey’s Dance, Freshly Squeezed, The Bookhouse Boys) e dream pop reso tale dai carezzevoli vocalizzi di Julee Cruise (The Nightingale, Into The Night e soprattutto Falling, tutte estratte dal suo album “Floating Into The Night” (1989) e con testi di David Lynch su spartiti di Badalamenti). Un raro esempio di musica per lo schermo con una statura almeno pari all’opera di cui è parte, la colonna sonora di Twin Peaks è innovativa, influente e senza tempo. Un classico del genere da (ri)scoprire assolutamente.

Summer of ’96. Thomas Häßler discografico

Thomas Jürgen Häẞler nasce a Berlino Ovest nel 1966. Scopre la passione per il calcio e la musica rock già da ragazzino, ma, mentre con gli strumenti non si cimenta, col pallone ci sa fare eccome, e a 18 anni già esordisce in Bundesliga con il Colonia, dove gli viene affibbiato il soprannome “Icke”, canzonando la storpiatura dialettale berlinese del pronome “Ich”, e nondimeno rimane fino al 1990. L’anno delle “notti magiche”, alle quali lo svelto centrocampista non contribuisce con reti, ma con quella solidità di gioco e di mentalità che permetterà alla nazionale tedesca di arrivare seconda agli Europei del 1992 e trionfare nella successiva edizione del 1996. Già, il 1996. Ma prima facciamo un passo indietro.

Sull’onda dell’impressione suscitata dalle prestazioni al mondiale italiano, Häßler è passato alla Juventus e, subito dopo, alla Roma, dove rimane fino al 1994, trasferendosi poi a Karlsruhe, con la locale squadra che per averlo sborsa una cifra che non ha mai speso, né prima né dopo, per un singolo giocatore. Tra alti e bassi arriva quindi il 1996, anno in cui il nostro uomo, ormai uno dei giocatori più affermati del Vecchio Continente, si rompe una gamba durante una partita col Fortuna Düsseldorf ed è costretto a rimanere lontano dal campo a lungo, in ogni caso quanto basta per vedere la sua squadra eliminata dalla Coppa UEFA. La passione per la musica, però, è sempre presente; compressa dagli impegni professionali e familiari (nel frattempo si è sposato e ha avuto tre figli), ma pur sempre latente e intensa. Cosicché, quando lo svedese Magnus Söderqvist, che da inizio anni ’90 si muove in ambito AOR, agevolando la realizzazione di dischi di vecchie glorie del genere che, a seguito dell’avvento del grunge, si sono trovate senza lavoro, propone a lui e al connazionale Mario Lehmann, anch’egli impegnato in produzioni musicali di area rock melodico, una joint venture discografica, il facoltoso trentenne non può non sentire un sussulto adolescenziale e accettare un’altra sfida.

Nel marzo 1996 apre quindi, in un centro direzionale alla periferia est di Monaco, al numero 1 di Hohenlindener Straße, la MTM Music, che già dalla ragione sociale dà conto della conduzione triumvira, pure temperata dall’esistenza di una filiale svedese, con base a Stoccolma, affidata a Söderqvist. I tre soci si propongono da subito di andare controcorrente, producendo e pubblicando dischi di AOR in un momento in cui le quotazioni del genere sono ai minimi storici: infatti, il nuovo corso post-Nevermind del mainstream ha inferto un colpo ferale a tutte le forme di rock duro in voga negli anni Ottanta, che nel giro di un paio d’anni si sono trovate letteralmente dalle stelle alle stalle, prosciugandosi per effetto di un apparato discografico non più intenzionato ad investire tempo e denaro nelle loro costose produzioni quanto, invece, ad assecondare le nuove istanze del pubblico di massa. L’impatto, com’è noto, è stato particolarmente devastante per i musicisti più tipicamente legati a schemi di rock melodico, poiché, se gli hard rocker da acconciature vaporose e vestiario glamorous potevano tentare di riciclarsi come hard rocker da capelli bisunti e abiti boschivi – come concretamente fecero, perlopiù senza fortuna, Mötley Crüe, Warrant, Skid Row e altri ancora – per i melodici da studio e i costruttori di suoni tastieristici su impalcatura variabilmente hard una simile contorsione stilistica si rivelò più complicata o direttamente impraticabile, e le loro opere a base di sintetizzatori trovarono chiuse tutte le porte, quelle che fino a quel momento li avevano accolti e quelle a cui bussarono per ospitalità. In questo contesto, la MTM (come pure le coeve Now & Then e Long Island) funse da grotta di Betlemme: qui, nella seconda metà degli anni ’90, nella darkest hour per AOR e dintorni, trovarono casa progetti di gente del calibro di Vince DiCola (Storming Heaven), Peter Beckett (Think Out Loud), Stan Meissner (Metropolis), Billy Sherwood (The Key) e Mike Slamer (Steelhouse Lane), oltre a nuovi e promettenti virgulti del suono melodico come Tower City e CITA/Guild Of Ages. Si trattava quasi sempre di piccole produzioni, pensate per lo zoccolo duro di fanatici che non avevano abbandonato il genere allo spirare dei nuovi venti dal Nordovest americano, perlopiù concentrati in Europa e precipuamente in Germania (anche se l’Italia darà il suo fattivo contributo con la napoletana Frontiers), e tuttavia l’operazione funzionò ottimamente, generando entusiasmo e una certa quantità di profitti, che consentirono alla MTM di ampliare il proprio catalogo. Nel corso degli anni, infatti, l’etichetta mette sotto contratto vecchie glorie (Shy, Dare, TNT) e giovani virgulti (Jay Miles), arrivando a fondare addirittura tre sottoetichette: dal 1996, la MTM Scandinavia, affidata a Söderqvist e incaricata della distribuzione nel lucroso mercato scandinavo; dal 2003 la MTM Classix, dedita a ristampe di dischi più o meno noti; e la PsychoActive, veicolo per dischi nuovi di generi musicali non strettamente riconducibili al rock melodico. Il pubblico rimasto, ormai ridotto allo zoccolo duro di appassionati del genere, inizialmente reagisce bene, e le uscite si susseguono, ma col passare del tempo ci si rende conto che l’etichetta genera più perdite che profitti. E anche le vite dei soci non vanno sempre per il meglio.

Dopo essere rientrato dall’infortunio e avere contribuito al trionfo della nazionale tedesca agli Europei inglesi del 1996, nel 1998 Häßler si trasferisce al Borussia Dortmund, campione d’Europa in carica, rimanendovi solo un anno, per poi passare al Monaco 1860. Qui, però, si fa notare più per i dissidi con l’allenatore Edgar Geener che per le prestazioni sportive, e la situazione precipita quando i giornali scandalistici pubblicano la notizia di una relazione tra Geener e la moglie di Häßler, che è anche la sua procuratrice: le prestazioni del centrocampista e della squadra ne risentono, e così a novembre l’allenatore viene licenziato e a dicembre Thomas e Angela Häßler si separano, pur mantenendo i loro rapporti professionali. Il calciatore rimane a Monaco fino al 2003, quando, ormai trentasettenne, decide di andare a chiudere la carriera in Austria, al Salisburgo, dove gioca nella stagione 2003/2004 per poi ritirarsi. Sembra un presagio.

Nonostante ingaggi di indubbio valore, come Harlan Cage e Steelhouse Lane, e acclamate uscite (come i dischi del Hughes Turner Project, condiviso tra Glenn Hughes e Joe Lynn Turner), le vendite e gli accordi distributivi con altre etichette non bastano a coprire i costi di produzione, che il tentativo di allargamento ad altri generi, mai decollato, non riesce a compensare. In più la musica liquida è ormai realtà e, con il CD progressivamente messo all’angolo dai nuovi formati digitali e il vinile ancora un supporto di culto (a cui, peraltro, l’AOR è sempre stato estraneo), far quadrare i conti diventa sempre più difficile. Si comincia tagliando la filiale svedese, ma, a fronte di un pubblico tendenzialmente statico a livello numerico e di vendite in calo, anche questo non basta, e la situazione appare chiara: bisogna chiudere. Troppe cose, d’altronde, sono cambiate nel mondo esterno, nel panorama musicale e nelle vite dei protagonisti perché si possa pensare di tirare dritto ignorando la realtà. Nel 2007, quindi, la MTM Music chiude i battenti, lasciandosi alle spalle un catalogo di circa seicento titoli e una reputazione di baluardo del rock melodico nei suoi anni più difficili, che ha permesso a musicisti dotati ma estranei alle esigenze commerciali del momento di poter continuare ad esprimere la propria creatività. Non certo un’impresa titanica – anche perché, oggettivamente, nessuno dei dischi pubblicati dall’etichetta può essere ritenuto un capolavoro – ma comunque un apporto rilevante a una causa probabilmente persa e proprio per questo fonte di simpatia. Anzi, è proprio in quel periodo, e grazie all’opera di etichette come la MTM, la Now & Then, la Long Island e la Frontiers, che l’AOR passò definitivamente, nella percezione del suo stesso pubblico, da genere mainstream a sonorità underground, da produrre opere pensate per la fruizione di massa a confezionare dischi realizzati da adepti per adepti secondo coordinate stilistiche ben codificate; un passaggio cruciale per un genere abituato alle luci della ribalta e in cerca di una propria dimensione esistenziale all’indomani della fine improvvisa del grande successo di pubblico e del tramonto definitivo di ogni possibilità di riconquistarlo. Un po’ come Häßler.

Finita l’esperienza come calciatore e come discografico, l’ex centrocampista diventa, al pari di molti suoi colleghi, allenatore, venendo ingaggiato dal Colonia, sua prima squadra da professionista in Bundesliga, e trovando anche il tempo di fare il vice allenatore della nazionale nigeriana per qualche mese, per poi ritrovarsi senza contratto e girovagare tra Iran (vice al Shahr Khodro) e Libano (nel 2015 fu dato dalla stampa come futuro allenatore della nazionale, ma la notizia si dimostrò infondata) e infine rientrare a Berlino come allenatore per squadre semiamatoriali, attività a cui una malattia ancora imprecisata (ma che pare comprenda tra i suoi sintomi dolori al collo, amnesia e, amara ironia della sorte, tintinnitus) lo ha strappato a tempo indeterminato a partire da agosto 2022. Un destino infausto per uno che ha dimostrato molto presto e a lungo di possedere la stoffa luccicante del campione, la quale, però, ha spesso travisato un’es(i)s(t)enza da uomo di blues, benedetto da un talento non comune e nel contempo vessato da morti premature (il fratello maggiore Andreas portato via dalla leucemia a 17 anni, nel 1980), matrimoni naufragati, imprese fallite e malattie potenzialmente invalidanti. Il denaro non può comprarmi l’amore, cantavano quelli. La musica (e forse anche il calcio), però, sì.

Grazie, Herr Häßler, per le note magiche su cui inseguire un gol, calcistico o altrimenti.

Qui i dischi usciti per la MTM Music. Curiosamente non sono (ancora?) editi in formato streamingzito.

Kill or be killed: Jerry Lee Lewis (1935 – 2022)

Oggi, con la morte di Jerry Lee Lewis, finisce ufficialmente l’era del rock’n’roll. L’ultimo dei Titani, che popolarono la Terra prima dell’avvento degli Olimpi, è tornato nel mondo ctonio. Dopo una lunga fuga, il Killer è stato infine ucciso. Gli si renda onore, goodness gracious!

Il rock è morto, si è detto più volte. Ecco, ora non serve più dirlo.

Addio, Mr. Lewis.

Sometimes The World Ain’t Enough: David Andersson (1975 – 2022)

Ieri si è diffusa la notizia che David Andersson, polistrumentista svedese di 47 anni, è morto, probabilmente per effetto del consumo di alcol e della depressione. Con lui se ne va una colonna portante dei Soilwork e soprattutto della Night Flight Orchestra, gruppo nel quale militava da quindici anni e sei album e che aveva contributo a rendere la più fulgida stella dell’AOR contemporaneo. A volte il mondo non è abbastanza, purtroppo.

Addio David, you belong to the night.

It’s such a fine line between stupid and…: Dream Widow – Dream Widow

Ricavo da Wikipedia che Dave Grohl è nato il 14 gennaio 1969 e ha iniziato la sua carriera di musicista nel 1986, entrando come batterista negli Scream, gruppo hardcore di Washington. Saprete (o ricorderete) che a quei tempi la situazione tra le scene musicali era piuttosto polarizzata: i punk e i metallari non si mischiavano, se non in occasionali e limitati contesti, e all’interno dello stesso mondo metal vigeva il più stretto e intransigente settarismo. Pertanto, un batterista hardcore ben difficilmente poteva avere commerci con il metal senza essere immediatamente espulso dal gruppo ed emarginato dalla scena. A Dave Grohl, quindi, non deve essere dispiaciuto accettare le regole del gioco, visto che è rimasto negli Scream fino al 1990, anno del loro scioglimento, per poi passare ad un altro gruppo ben noto, che non faceva mistero di volersi tenere il più distante possibile dal mondo metal (emblematiche alcune dichiarazioni di Novoselic all’indomani del successo di “Nevermind”: “Noi siamo heavy ma non siamo heavy metal. L’heavy metal manca completamente dell’intuito più profondo delle cose.“; cito a memoria). Le cose, poi, sono andate come sappiamo: il successo, il suicidio, la carriera solista a nome Foo Fighters, l’ulteriore successo, le collaborazioni con everybody and their mother, i progetti paralleli.

Nel corso degli anni la posizione del nostro poliedrico artista verso il metal si è progressivamente ammorbidita, mediante pubbliche attestazioni di stima per il genere e i colleghi di area, nonché collaborazioni con alcuni dei suoi musicisti più eminenti (vedasi il progetto Probot, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Lemmy, Cronos e Max Cavalera).

E veniamo al dunque. Il 25 febbraio scorso è uscito nelle sale cinematografiche d’America “Studio 666”, sorta di commedia horror su un gruppo che va a registrare il suo nuovo album in una villa di Los Angeles posseduta da maligne entità soprannaturali, che progressivamente si impossessano dei membri del gruppo facendo commettere loro sanguinosi delitti. Un filmetto anche godibile sulla falsariga degli “heavy metal horror movies” degli anni ’80 come “Black Roses” o “Rock ‘n’ Roll Nightmare” e che non avrebbe fatto molto parlare di sé se non ci fosse stato il nome di Grohl a suscitare il clamore mediatico e la conseguente attenzione del pubblico: la sceneggiatura è tratta da un suo racconto e il gruppo protagonista sono i Foo Fighters, alla loro prima uscita attoriale (che per il batterista Taylor Hawkins sarà anche l’ultima). Naturalmente, per mantenere l’effetto horror-comico, occorre marcare la differenza tra la musica suonata dal gruppo in versione “naturale” e quella prodotta in assetto demoniaco, e dunque quale migliore forma espressiva del metal per dare conto della possessione diabolica? Tutto torna, quindi. Senonché poi Grohl ci prende gusto, decide che lo scherzo non è durato abbastanza e annuncia che per l’occasione i Foo Fighters incideranno un album metal sotto pseudonimo. Detto, fatto: il 25 marzo è uscito l’omonimo disco dei Dream Widow. Che emana una gran puzza di merda.

Dal nome del gruppo, evidente canzonatura in chiave d’arguzia di Dream Evil (storico album dei Dio, vabbè, oltre che gruppo heavy metal svedese, della cui esistenza dubito Grohl avesse/abbia contezza; che roba, contezza!), al logo stile Deicide in sedicesimo, all’illustrazione di copertina, che scimmiotta il pentacolo con una Stella di Davide come disegnata da Escher per essere sixsixsix senza incorrere nell’ostracismo dell’odierno PMRC diffuso, ai titoli delle canzoni, che transitano dall’asettico perplimente (Encino, Cold) al sagace calembour del Male (Oh Come All You Unfaithful) fino al satanismo da discount (cit.) (The Sweet Abyss, Angel With Severed Wings), tutto sa di sbagliato. E non siamo ancora arrivati alla musica. Che ovviamente è un’accozzaglia di suoni ritriti che cerca di porgere il metal per grandi e piccini con piglio deadpan e, non conoscendo la materia, erige un edificio diroccato. Non funziona nulla: il poutpourri di death americano di ieri e di oggi (Encino), lo sludge suonato senza coglioni (Cold, Come All Ye Unfaithful), l’immancabile tupa tupa da thrasher ingrigiti cultuando ai Motörhead (March Of The Insane, il pezzo migliore del lotto, ed è tutto dire), i chiaroscuri goticisti con un trentennio sulle spalle (The Sweet Abyss, Angel With Severed Wings), le avventure infernali sopra i sei minuti (Becoming, titolo che richiama i Pantera senza però esibire un grammo della loro attitudine) e l’immancabile coda strumentale di dieci minuti con titolo in latino sgrammaticato, che pretende di olezzare di zolfo sabbathiano quando, invece, esala al più i miasmi derivanti da una digestione malriuscita. Nemmeno la prestazione strumentale si eleva dalla mediocrità, visto che i riff sono mediamente due per brano e non se ne ricorda uno e gli assoli sembrano quelli di un tredicenne che ha appena scoperto come si usa la leva (del ponte della chitarra), superando in imperizia persino quelli disseminati dagli Anvil in quarant’anni di carriera o quelli su “Burning The Witches” degli Warlock, per un risultato curiosamente simile al debutto, magari in forma di demo, di un gruppetto esordiente di adolescenti; al quale, però, non verrebbero risparmiate stroncature, mentre invece per una rockstar ultracinquantenne che di metal non ha mai capito una beneamata, soprattutto che si può scherzare sul metal ma non col metal, fioccheranno i cenni di approvazione, alcuni anche convinti. Ecco, allora diciamo le cose come stanno: la Vedova del Sogno farebbe bene a raggiungere quanto prima il suo compianto sognatore.

Non è questione di non saper ridere del metal e dei suoi luoghi comuni, ma del fatto che per satirizzare occorre conoscere funditus l’oggetto degli strali, e Grohl non ne sa niente, se non che ci vuole una chitarra distorta, dei riff più o meno veloci e più o meno dissonanti, una batteria potente e articolata e una voce urlata da cookie monster o da Freddie Krueger. E, anche a conoscere la materia musicale su cui si vuole ironizzare, occorre prestare comunque attenzione, perché un conto è uno stile musicale dal punto di vista sonoro e un altro la sua estetica, ed è il motivo per cui “This Is Spinäl Täp” fa e continua a far ridere, mentre invece il gruppo Spinäl Täp sta bene dove sta, e cioè ovunque tranne che sul palco o in sala di incisione. Ecco, ascoltando il disco si ha la piena impressione che Grohl (e compagni, d’altronde; nessuno dei quali, a quanto mi consta, ha esperienze in ambito metal) non abbia afferrato questo semplice concetto, rendendo questo disco persino nocivo e riuscendo nella non facile impresa di dare dignità al progetto Foxboro Hottubs, spinoff garage dei Green Day dal livello artistico alquanto basso, ma che almeno aveva il pregio della comprensione dello stile da rileggere (là in chiave celebrativa anziché canzonatoria). Il nulla cosmico, sia musicalmente che concettualmente. D’altronde, non ha funzionato nel 2004 con i Probot e fior fiore di musicisti metal, perché avrebbe dovuto funzionare ora?

Mi dispiace, Dave. It must go to 11.

21 colpi a salve.

Fino a non troppo tempo fa a 21 anni si diventava maggiori di età. Forse è ancora così, più per contingenze esterne che per disposizione normativa. Come che sia, anche il ventunesimo anno della Ventesima Era (quella che comincia per 20, naturalmente) sta per concludere il suo moto rivoluzionario perisolare (per isolare?), lasciandosi alle spalle la solita scia di defezioni e di “dischi” (facciamo “pubblicazioni musicali”, va’) recanti la fatidica data 2021. Quanto alle prime, ricordo Joey Jordison, talentuosissimo batterista già negli Slipknot, Jeff LaBar, sfortunato ma capace chitarrista dei Cinderella, il fu cantante dei Trouble Eric Wagner, il giornalista musicale inglese Malcolm Dome e naturalmente Charlie Watts, mentre degli altri, pure illustri (Phil Spector, Chick Corea, Marco Mathieu), mi ero dimenticato. Pace a costoro. Quanto alle uscite discografiche, l’anno non è stato dei più fecondi, per ragioni varie e già esplicitate in precedenza. Non mi resta, quindi, che procedere alla solita elencazione, non in ordine qualitativo bensì meramente espositivo, nella speranza che la situazione complessiva possa migliorare. Un augurio a tutt* ($i $crive co$ì, giu$to?).

1. Les Grys-Grys – To Fall Down

Qui. Nel frattempo il gruppo si è sciolto; niente male come testamento olografo. Nell’attesa del comeback (from the grave).

2. Durand Jones & The Indications – Private Space

Qui. Con il passare degli ascolti si conferma un album di grande livello; forse il migliore dell’anno, per quanto se ne può capire da queste parti. In attesa che Witchoo diventi un singolo di successo mercé qualche remix.

3. Pearl & The Oysters – Flowerland

Easy listening 4.0 per questo duo franco-statunitense di stanza in Florida, giunto al terzo album in quattro anni, che porge un cocktail (mescolato, non agitato) di trip hop, disco pacata, slow jam, armonie bossa nova, orchestrazioni anni ’60, elettronica ed exotica. Lalo Schifrin che beve un Martini coi Portishead e Martin Denny, insomma. Il sincretismo che è la cifra del pop contemporaneo è qui presentato ad alti livelli e scorre dissetante e inebriante dal primo all’ultimo sorso. Da consumarsi, naturalmente, liquido.

4. Mild High Club – Going Going Gone

Elettronica gentile, ai profumi di jazz, trip hop e musica brasiliana. Un Nightmares On Wax primevo ma più stiloso, per così dire. Anche qui è impossibile scegliere singoli brani, e anche qui la fruizione raccomanda un aperitivo di accompagnamento. Cocktail music con spirito.

5. David Crosby – For Free

Una sorpresa davvero, questo “For Free”. L’atmosfera è schiettamente yacht rock (e per chi scrive ciò è un bene), come testimoniano River Rise con Michael McDonald alla voce e Rodriguez For A Night di e con Donald Fagen, e, tra il country rock jamestayloriano di I Think I, i ricami blues di Ships In The Night e l’emozionante duetto vocale con Sarah Janosz nell’ossuta rilettura di For Free di Joni Mitchell, la qualità si mantiene alta per tutti i 37 minuti del disco, peraltro ottimamente prodotto da James Raymond, figlio “ritrovato” di Crosby. Cosicché l’ascoltatore si trova a desiderare ardentemente che nel commovente congedo di I Won’t Stay Long, su cui aleggia una tromba che è specchio dei rimpianti di chi sa di aver dato più di ciò che ha ancora da dare, l’autore non faccia sul serio. Un gran bel disco e probabilmente il modo migliore con cui il neo-ottantenne Crosby potrebbe chiudere la propria carriera discografica.

6. Helloween – Helloween

Premetto di non essere mai stato un grande fan, ma, per motivi che non so ancora ben spiegarmi, l’entusiasmo più o meno posticcio per una reunion che mettesse tutti insieme e d’accordo ha contagiato anche me. Il disco, però, non merita dubbi di sorta: livello compositivo alto (da quanto tempo gli Iron Maiden non scrivono un pezzo della qualità di Best Time, onestamente?), performance solide da parte di tutti i musicisti coinvolti (soprattutto i cantanti) e melodie che si fanno ricordare senza per questo sacrificare l’impatto complessivo. Al punto che anche le eccessive divagazioni progressive, noiose come al solito e non sempre centrate (serviva davvero un pezzo, Skyfall, di oltre 12 minuti?), si fanno perdonare. Con la tolleranza che a tratti si può accordare alle vecchie glorie, un ritorno sorprendente e infarcito di idee, al quale fa piacere ritornare ripetutamente. La copertina è, a suo modo, un epitaffio. Bravi, zucconi.

7. Unto Others – Strength

“Strength” è il secondo album per la formazione di Portland, Oregon da quando ha cambiato nome in Unto Others. E che album! Metallo gotico che sa tenere insieme al meglio classicità (le chitarre che suonano linee melodiche armonizzate) e modernità (echi di growl e passaggi in doppia cassa), inserendovi in maniera convincente le influenze dark (io, che conosco poco il genere, ci sento soprattutto i Sisters Of Mercy), mentre le melodie carezzano potenti eppure malinconiche e i testi affrontano le mestizie della vita adulta senza disperazioni posticce. La scoperta dell’anno e un gruppo da seguire.

8. Mortal Vision – Mind Manipulation

Giovani, ucraini e disoccupati, i Mortal Vision partoriscono un debutto che per loro espressa ammissione suona come se fosse uscito dal Brasile del 1987. Come i Sepultura di “Schizofrenia” e “Beneath The Remains”, dunque. A cui, però, i Mortal Vision aggiungono qualche elemento di compattezza midtempo derivato dai Sodom di quel periodo. Il risultato è un disco di thrash metal della vecchia scuola (o meglio, di una delle vecchie scuole) che, però, complici la giovane età e la “fame” del gruppo e una produzione accurata ma non plastificata, suona molto più autentico di molti album di formazioni più celebrate e patinate, esodate o meno. Niente di nuovo sotto il sole, direte; senonché quella luce che sta là in alto non è il sole, ma un’esplosione nucleare, ed è molto più credibile sentirlo dire da quattro ventenni ucraini che da “rockstar” ultracinquantenni californiane.

9. The Night Flight Orchestra – Aeromantic II

Solitamente i sequel non promettono bene, e il fatto che il titolo dell’ultimo LP del gruppo svedese richiamasse espressamente quello del precedente “Aeromantic”, uscito appena un anno fa, non faceva ben sperare per risultati di livello. L’ascolto, però, ha parzialmente smentito questo pregiudizio, perché, se è vero che la formula è ormai consolidata e lo “slittamento” verso il pop ballabile continua inarrestabile, la qualità compositiva si conferma alta e la capacità del gruppo di ricostruire un’atmosfera spazio-temporale (ma soprattutto spazio-) rimane ammirevole. E il disco è, naturalmente, divertente e ottimamente prodotto. Menzione speciale per la sequenza How Long Burn For Me – Chardonnay Nights, la prima all’insegna di un AOR danzereccio da colonna sonora e le altre tra Toto e Survivor, e per il singolo White Jeans, una cavalcata che si stempera in un ritornello da aerobica. Una gAORanzia.

10. Labyrinth – Welcome To The Absurd Circus

Un ritorno di inattesa qualità. Sarà per il nuovo batterista, che ha infuso linfa giovan(il)e, o l’ispirazione fornita dalla pandemia e dalle conseguenti misure restrittive, ma “Welcome To The Absurd Circus”, incentrato proprio sulle questioni sollevate dall’abbattersi del COVID-19 sul mondo, funziona dall’inizio alla fine dei suoi 60 minuti. Rimane una quota di assoli inutilmente virtuosi e prolungati, ma nel complesso i riff ariosi, le armonizzazioni chitarristiche, le andature ritmiche variegate senza essere cervellotiche, le melodie insidiose (quelle di The Absurd Circus e di One More Last Chance si rivelano indimenticabili) e la “solita” rilettura di un brano di synth pop (stavolta Dancing With Tears In My Eyes degli Ultravox) rendono il disco un piacere per le orecchie. Per giunta uscito su Frontiers, ed è bello sapere che in Italia musicisti, produttori e discografici compongono, incidono e pubblicano (ancora) dischi di questo livello. Nell’attesa che il circo dell’assurdo leaves town

L’altro 2021

Pride Of Lions – Lion Heart

È uscito nel 2020 ma mi è entrato in circolo solo quest’anno, complice la diffidenza verso un gruppo che non presentava più molto dell’appeal del suo naturale predecessore, i Survivor. Però questo album coinvolge fin dal primo ascolto, e brani diretti, arrangiamenti lineari ma ragionati, melodie convincenti e memorabili (tutte, incredibilmente) e, in generale, scelte stilistiche in favore di un AOR più schiettamente tradizionale, come quello della casa madre”, anziché delle rielaborazioni contemporanee del genere, che si svolgono quasi sempre all’insegna di aggiornamenti spesso posticci, lo rendono vincente. In una collezione di canzoni che non vuole saperne di levarsi dagli ascolti si segnala particolarmente Carry Me Back, dal ritornello inobliabile. Considerazioni a latere: il disco è stato pubblicato il 9 ottobre 2020, circa un mese prima delle elezioni presidenziali americane, da un gruppo del Midwest composto di soli uomini bianchi per un pubblico composto quasi solamente di uomini bianchi; i testi parlano, fra l’altro, di essere bravi cristiani ed esercitare la carità (Lionheart), degli eroi in divisa che proteggono i cittadini dai brutti e cattivi (Heart Of The Warrior), dell’importanza di concentrarsi sui veri valori e non sul diventare “il più ricco del cimitero” (Give It Away) e dell’illusorietà delle lusinghe offerte dello show business losangeleno (Rock n’ Roll Boom Town). Immagino dica qualcosa dell’America profonda.

Pellegrino & Zodyaco – Morphé

Anch’esso datato 2020, questo LP (letteralmente: si può ascoltare solo a 33 giri o in streaming) del produttore e dj partenopeo Pellegrino, animatore anche dell’etichetta Early Sounds Recordings, condiviso con gli Zodyaco, formazione musicale napoletana dedita ad uno stiloso jazz-funk, produce un lavoro di notevole impatto a partire dalla copertina, sognante e spettacolare riproposizione del Golfo di Napoli. La musica non è da meno, però, con la sua accattivante quanto equilibrata mistura di Italo-disco, jazz, funk morbido, tocchi fusion e house di ispirazione mediterranea. Ottimo sottofondo come pure ascolto piacevole, “Morphé” dimostra, una volta di più, che in Italia talento ce n’è eccome.

Halford – Resurrection

In attesa di rivedere/risentire i Judas Priest dal vivo e/o su disco, la riscoperta di questa uscita dello storico cantante del gruppo inglese, nel periodo in cui viveva ancora della sola carriera solista, è stata una soddisfazione. Nel 2000, esauriti gli esperimenti con i progetti Fight e 2wo, di qualità altalenante e dai tiepidi riscontri, Halford si era reso conto che il suo destino era l’heavy metal più puro, e, venendo a patti con la sua essenza musicale, aveva accettato di entrare in società con Metal Mike, entusiasta chitarrista polacco trasferitosi in America, e il produttore Roy Z, responsabile del mantenimento in vita del suono più classicamente heavy nella tempesta degli anni ’90. Ne uscì un album, significativamente intitolato “Resurrection”, quasi che fosse un ritorno alla vita dopo un lungo sonno mortale, dove il sound priestiano dei primi anni ’90 rifioriva, forte della produzione eccezionalmente compatta e di brani di potenza tuttora ineguagliabile come la title-track, Made In Hell e il duetto con Bruce Dickinson in The One You Love To Hate. Il disco è forse troppo lungo e non tutti i passaggi sono sempre a fuoco, ma la gioia di sentire Halford tornare ad esprimersi su tali registri e con tante consapevolezza e autorevolezza non può che commuovere e far agitare avanti e indietro la testa, in segno di approvazione e non solo. Al cor gentsteel rempaira sempre amore.

Richie Sambora – The Stranger Returns

Per qualche motivo, forse il trentesimo anniversario, nello scorso anno è apparsa in formato streamingzito la storica registrazione radiofonica, che circolava con vari nomi in formato bootleg già dagli anni ’90, del concerto tenuto dal chitarrista dei Bon Jovi al Pecos Theater di San Diego il 16 novembre 1991, nel corso del tour a supporto del suo primo album solista, “Stranger In This Town”. E vale dunque la pena parlarne. Anche perché la qualità della registrazione è indubbiamente alta, ma ciò non varrebbe nulla se non fosse per la qualità elevatissima della prestazione musicale: Sambora, oltre che chitarrista di vaglia e compositore, è sempre stato un eccellente cantante, e l’esibizione in proprio, senza Jon Bon Jovi a fare ombra, gli permette di dimostrarlo in maniera definitiva. Impeccabile la scaletta, che per metà pesca dal disco allora appena uscito (senza mancanze di rilievo, a parte, forse, Ballad Of Youth) e per la restante metà dal repertorio dei Bon Jovi (Bad Medicine, I’ll Be There For You e Wanted Dead Or Alive; saggia la scelta di non cavalcare l’effetto nostalgia o di somministrare un greatest hits), da cover indiscutibili (Midnight Rider in acustico, più Gregg Allman che Allman Brothers Band, e With A Little Help From My Friends secondo il canone joecockeriano) e da brani composti conto terzi (quella We All Sleep Alone che Cher trasformò in una hit), e caloroso e accogliente il sound, che sfronda gli “eccessi” hard rock in favore di arrangiamenti più sobri e toni più classicamente rock, spesso acustici o all’insegna di un blues a tratti leccato ma suonato con sincerità e devozione da una formazione di immense capacità (un plauso alla cantante Crystal Taliafero), per un risultato finale sbalorditivo, da ascoltare dall’inizio alla fine, scoprendosi coinvolti più di quanto si potesse pensare in principio. E non sono molti i dischi dal vivo di cui si può dire lo stesso, specialmente se privi di ritocchi in studio. Un album eccellente, nonché la testimonianza definitiva sul valore di un musicista di enorme talento finito intrappolato nei cliché della rockstar. Nell’attesa che qualcuno si decida infine a pubblicarlo ufficialmente su formato fisico.

Viaggio al termine

Note in Lettere compie otto anni. E va in pensione.

Il suo autore, infatti, non ha più niente o quasi da dire sulla materia, limitandosi a fluttuare tra ascolti sempre più erratici e parcellizzati, distratti e discontinui, complice una pigrizia mentale e fisica e un abbrutimento emotivo-esistenziale i cui motivi, esogeni ed endogeni, non sarebbe conferente e fecondo ricostruire. Senza, peraltro, tirare in ballo la progressiva perdita di capacità di maneggio delle parole, che rende i post contenitori cavi, privi della necessaria passione, richiesta invece a gran voce dall’argomento, e della qualità letteraria, per così dire, degli elaborati. In breve: non ce n’è più.

E quindi il blog finisce sostanzialmente qui. Che, del resto, è ben oltre lo zenith, per non dire il nadir. Magari seguirà qualche sporadico post, ad esempio la classica classifica(zione) di fine anno, ma il blog come spazio di condivisione di recensioni, articoli, opinioni e simili non va oltre la simbolica conclusione di questo ottavo anno. Lasci(am)o il giornalismo musicale a chi lo sa fare, e il giornalettismo a chi ne ha la passione.

Avrei voluto parlarvi della ristampa, a cura di Marsilio, di “Mondo Exotica” di Francesco Adinolfi, il miglior libro di musica (ma non solo) dell’anno. Del sorprendente yacht rock che alligna in “For Free”, ultimo disco, probabilmente in senso letterale, di David Crosby. Della spettacolare musica da cocktail contenuta in “Flowerland” di Pearl & the Oysters e “Going Going Gone” di Mild High Club, che, se fosse uscita negli anni Novanta, farebbe ancora parlare di sé. Dei meravigliosi e spesso dimenticati album dei Dag Nasty della seconda metà degli anni Ottanta. Di come gli Optic Nerve siano uno dei gruppi più sottovalutati di sempre. Ma niente, sarà per un’altra volta. O forse per un’altra persona.

Non mi resta che ringraziare chi ha seguito, anche solo parzialmente, le avventure di Note in Lettere, ispirandone la continuazione – per un certo tempo, persino la continuità. Grazie.

Salutiamoci così, se vi va.

Conosci te steso: Durand Jones & The Indications – Private Space

Giunti al traguardo del terzo LP in cinque anni, Durand Jones e gli Indications sorprendono e stupiscono con un’uscita che si richiama in maniera esplicita alla disco, approcciata, come di consueto, dal lato del soul d’annata, lasciando da parte interpolazioni elettroniche e puntando invece sul lato più morbido e seduttivo del genere, per un risultato, l’album “Private Space”, uscito il 30 luglio 2021, di grande suggestione. Il momento preso a riferimento dal gruppo dell’Indiana è quella stagione, iniziata a metà degli anni Settanta, in cui il soul, esaurita ormai la spinta propulsiva, sia ritmica che ideologica, del funk, si sdoppiava, da un lato, nel cosiddetto Philly soul, una proposta carezzevole che stemperava in languori e raffinatezze il grit degli anni “militanti” rallentando i tempi e stratificando gli arrangiamenti, e, dall’altro, nella disco, che manteneva l’acquis funk rivestendolo dell’edonismo necessario ad affrontare la me decade. Soluzioni entrambe commerciali anche se con diverse fortune presso i posteri, ché se la disco è entrata nell’immaginario collettivo come specchio di un’epoca, il soul morbido di Philadelphia (come anche il suo diretto erede, il quiet storm) è rimasto un genere di nicchia, per appassionati, pur influenzando le generazioni successive di musicisti. Tra questi, giustappunto, Durand Jones, cantante nero nativo della Louisiana che concentra in sé una formazione soul (apprendistato nel coro della chiesa) e jazz (studi di sassofono), e gli Indications, quattro ragazzi bianchi (il chitarrista Blake Rhein, il batterista e cantante Aaron Frazer, il bassista Mike Montgomery e il tastierista Steve Okonski) con la passione per l’epoca d’oro di soul e rhythm ‘n’ blues: infatti, se già “American Love Call”, uscito nel 2019, si lasciava alle spalle gli elementi più ruspanti del soul verace contenuto nel debutto omonimo (del 2016, poi ristampato nel 2018) per accogliere archi, mellotron e ritmi più eleganti, con “Private Space” l’operazione viene portata a compimento, inserendo nella mistura anche tratti marcatamente disco, che vengono così a fondersi con il soul morbido dimostrando che non vi è, né mai vi fu, antitesi tra le due forme espressive, soprattutto nel calderone popstalgico che è la scena musicale contemporanea.

Non si tratta, tuttavia, di un mero rimescolamento di generi, ma di un vero e proprio avanzamento qualitativo, perché il songwriting del gruppo ha fatto grandi passi in avanti e le melodie risultano ulteriormente cesellate, facendo dell’album un meraviglioso esemplare di musica nera che, però, è esercizio di reinterpretazione e non di supina riproposizione. Infatti, le sonorità rimandano al passato, ma la loro lettura è totalmente contemporanea e in grado di apportare qualcosa di ulteriore al canone espressivo di quel patrimonio musicale, peraltro con una godibilità che permea l’album da cima a fondo. Si passa così da una Love Will Work It Out che non ci si stupirebbe di trovare su “Let’s Get It On” al singolone d’impatto (diamo tempo a un dj di metterci le mani sopra…) Witchoo, che straccia Pharrell Williams al suo stesso gioco con impareggiabile eleganza, da una title-track che omaggia lo Stevie Wonder più languido a una The Way That I Do che riprende con efficacia roots i commerci con la disco compiuti dai Daft Punk con “Random Access Memories”, districandosi sinuosamente tra slow jam e funk in lamé fino ad I Can See, che conclude i 38:29 minuti del disco con un’ipotesi di Chic in veste di balladeer assistiti da una pacata drum machine quasi acid jazz e da soffusi sintetizzatori analogici. C’è, quindi, una certa varietà, pur restando all’interno di coordinate stilistiche volutamente (de)limitate ma proposte in maniera personale; anche, e forse soprattutto, grazie all’alternanza tra il tenore vellutato di Jones e il falsetto innocente di Frazer, che sovente si intrecciano con cori femminili, a creare suggestioni al calor bianco.

È quindi dolcissimo il naufragar nel mare di “Private Space”, LP improntato anche liricamente al gioco della seduzione e perfettamente in grado, forse per espresso intendimento dei suoi stessi autori, di commentarne la vittoria, facendosi forte di ritmi avvolgenti e coinvolgenti, melodie ricercate e non ovvie, arrangiamenti studiati ed eleganti, suoni curati e magistralmente amalgamati (notevole il missaggio dei bassi, capaci di costituire il necessario propellente ritmico senza risultare invadenti nello spettro sonoro, come spesso accade nelle produzioni più recenti). Tutto splendido, tutto odierno.

Quest’anno l’invecchiamento della popolazione si combatte in un “Private Place”.

In questo mondo non vi sono che due tragedie: una è causata dal non ottenere ciò che si desidera, l’altra dall’ottenerlo: Les Grys-Grys – To Fall Down

grys-grys - to fall down

La verità è che mi sono rotto il cazzo. Della musica, di stare dietro alle nuove uscite, di aspettare l’uscita dei dischi e poi ascoltarli, magari ripetutamente, per farmene un’opinione, discuterne via chat e scriverne qui. Too much monkey business. Tanto più che è pieno di gente che lo fa già, di discuterne e scriverne, e poi, come disse qualcuno, le opinioni sono come il deretano eccetera. La verità è che, come disse qualcun altro, la musica ha rotto il cazzo. La verità è che non è vero niente di tutto ciò.

Aspettavo questo disco da mesi, facendo un silenzioso ma assiduo conto alla rovescia per una data di uscita ignota fino all’ultimo e con l’incertezza di non poterne fruire nemmeno in maniera streamingzita. Verrebbe da chiedersi perché, e la risposta è abbastanza lineare: “Les Grys-Grys”. L’album di debutto dell’omonimo gruppo di Montpellier, uscito nel 2019 (ne avevo accennato qui), aveva sbancato, qualificandosi come uno dei migliori (il migliore?) album di suoni degli anni Sessanta, forte di una carica garagistica irresistibile, un coinvolgente entusiasmo esecutivo e un talento compositivo con pochi eguali. Al punto che nel giro di neanche due anni l’album è esaurito presso tutti i rivenditori (notizia che ha dell’incredibile in questo momento storico, ma che conferma nell’unico modo veramente inoppugnabile la qualità del disco), e l’indugio nel fare mia una copia del trentatré giri all’epoca della pubblicazione (l’album è uscito solo in quel formato, ed è rimasto in streaming per poco tempo; a dimostrazione che non ci si può fidare troppo) mi ha impartito una salutare lezione, nello spirito e nel portafoglio, quando ho tentato di recuperarne una, a quel punto di seconda mano: mai lesinare sul rock ‘n’ roll (e meno che mai sul rocchenròll), perché se ne perde, in qualità della vita e non solo. Su queste premesse, era naturale che il successore di quel grande lavoro di un gruppo esordiente fosse accompagnato da attesa spasmodica, con spasimo accresciuto dalla notizia del passaggio dei cinque francesi alla newyorkese Norton, etichetta che da tempo è garanzia di suoni rock ‘n’ roll (e dintorni) eccitanti e di qualità. Finché, a ciel sereno, lunedì 5 marzo ha fatto la sua comparsa nel mondo “To Fall Down”.

Si dice che non si può giudicare un libro dalla copertina, e questo albo di canzoni non fa eccezione: nonostante una foto in bianco e nero e una grafica minimale ne pongano il frontespizio ad un ideale crocevia tra “The Family That Plays Together” degli Spirit, “Back In The U.S.A.” degli MC5 e “Down By The Jetty” dei Dr. Feelgood, “To Fall Down” guarda con maggior decisione all’epoca della British Invasion e del freakbeat inglese, aumentando altresì il dosaggio di psichedelia. I suoni restano ruvidi e le chitarre irsute di fuzz spediscono gli ampli in Larsen più di una volta (quanti altri dischi usciti recentemente cominciano con trenta secondi di feedback?), ma la scrittura si spinge ad esplorare soluzioni più articolate, declinate in chiave di jam (sempre encomiabilmente contenuta: il brano più lungo, nonché l’unico dei dieci a superare i cinque minuti di durata, si arresta a 5:31), senza dimenticare le radici di ruspante rhythm & blues e le linee vocali un po’ trasognate. Come se l’influenza dei Creation e degli Who modernisti si fosse palesata d’un tratto, prendendosi il proscenio. E di tale sviluppo la scrittura ha risentito solo in parte, perché, se la foga dell’esordio è stata in parte accantonata, l’approccio leggermente più meditato suggerisce un’evoluzione del gruppo, che sperimenta soluzioni diverse senza smettere di suonare la musica che ama e senza perdere in qualità e credibilità. Sarà per questo che quella sorta di Tie Your Mother Down dei Queen girata garage che è So Long (già uscita come lato B di un 45 giri che ha smorzato l’attesa per il secondo album) non stona a fianco di una ballata sbilenca e martoriata da feedback e armonica come Watching My Idols Die, che un’urticante ed eccelsa rilettura a muso duro di Milkcow Blues (anch’essa uscita su singolo e forse il brano migliore del lotto) è contraltare ideale ad una By The River che si muove sui felici sentieri diddleyiani già percorsi dai Quicksilver Messenger Service, che una Mrs. Rampage in grado di proiettare minacciose ombre della knotte a suon di armonica sfrigolante e laceranti power chord slabbrati non riesce a mettere in secondo piano la conclusiva title-track, che nel laboratorio dei Flamin’ Groovies più selvatici mescola illegalmente il blu scuro del Jeff Beck di inizio anni ’70 con il rosso a sprazzi viola dei Creation. Senza dimenticare per strada una Turn My Head al crocevia tra Pretty Things e primi Kinks e una Tell Me schiettamente freakbeat, a creare un insieme omogeneo seppure delimitato da coordinate piacevolmente variegate, quantomeno per l’area sonora ed estetica di riferimento. Merito anche dei suoni, incisivi e diretti, in grado di non far rimpiangere i servigi prestati da Liam Watson (suo il suono di “Elephant” dei White Stripes) per il primo album.

In conclusione, “To Fall Down” è un disco valido, che cresce con gli ascolti (ma ne bastano già due per apprezzarlo) pur fermandosi al di sotto del suo incredibile predecessore, dal quale opportunamente differisce per scelte stilistiche. Resta da capire se, dopo il difficile secondo album, i Grys-Grys saranno in grado di confermarsi ai livelli più che buoni sinora mantenuti. Fermo che sarebbe meglio poterseli godere dal vivo, dove danno (darebbero; o daranno) il meglio di sé. Nel frattempo, il disco è uscito da più di una settimana e procurarsene una copia è ancora (o già) arduo. Due tragedie contemporaneamente.

Ce n’è abbastanza per voler cadere giù.