Viaggio al termine

Note in Lettere compie otto anni. E va in pensione.

Il suo autore, infatti, non ha più niente o quasi da dire sulla materia, limitandosi a fluttuare tra ascolti sempre più erratici e parcellizzati, distratti e discontinui, complice una pigrizia mentale e fisica e un abbrutimento emotivo-esistenziale i cui motivi, esogeni ed endogeni, non sarebbe conferente e fecondo ricostruire. Senza, peraltro, tirare in ballo la progressiva perdita di capacità di maneggio delle parole, che rende i post contenitori cavi, privi della necessaria passione, richiesta invece a gran voce dall’argomento, e della qualità letteraria, per così dire, degli elaborati. In breve: non ce n’è più.

E quindi il blog finisce sostanzialmente qui. Che, del resto, è ben oltre lo zenith, per non dire il nadir. Magari seguirà qualche sporadico post, ad esempio la classica classifica(zione) di fine anno, ma il blog come spazio di condivisione di recensioni, articoli, opinioni e simili non va oltre la simbolica conclusione di questo ottavo anno. Lasci(am)o il giornalismo musicale a chi lo sa fare, e il giornalettismo a chi ne ha la passione.

Avrei voluto parlarvi della ristampa, a cura di Marsilio, di “Mondo Exotica” di Francesco Adinolfi, il miglior libro di musica (ma non solo) dell’anno. Del sorprendente yacht rock che alligna in “For Free”, ultimo disco, probabilmente in senso letterale, di David Crosby. Della spettacolare musica da cocktail contenuta in “Flowerland” di Pearl & the Oysters e “Going Going Gone” di Mild High Club, che, se fosse uscita negli anni Novanta, farebbe ancora parlare di sé. Dei meravigliosi e spesso dimenticati album dei Dag Nasty della seconda metà degli anni Ottanta. Di come gli Optic Nerve siano uno dei gruppi più sottovalutati di sempre. Ma niente, sarà per un’altra volta. O forse per un’altra persona.

Non mi resta che ringraziare chi ha seguito, anche solo parzialmente, le avventure di Note in Lettere, ispirandone la continuazione – per un certo tempo, persino la continuità. Grazie.

Salutiamoci così, se vi va.

Conosci te steso: Durand Jones & The Indications – Private Space

Giunti al traguardo del terzo LP in cinque anni, Durand Jones e gli Indications sorprendono e stupiscono con un’uscita che si richiama in maniera esplicita alla disco, approcciata, come di consueto, dal lato del soul d’annata, lasciando da parte interpolazioni elettroniche e puntando invece sul lato più morbido e seduttivo del genere, per un risultato, l’album “Private Space”, uscito il 30 luglio 2021, di grande suggestione. Il momento preso a riferimento dal gruppo dell’Indiana è quella stagione, iniziata a metà degli anni Settanta, in cui il soul, esaurita ormai la spinta propulsiva, sia ritmica che ideologica, del funk, si sdoppiava, da un lato, nel cosiddetto Philly soul, una proposta carezzevole che stemperava in languori e raffinatezze il grit degli anni “militanti” rallentando i tempi e stratificando gli arrangiamenti, e, dall’altro, nella disco, che manteneva l’acquis funk rivestendolo dell’edonismo necessario ad affrontare la me decade. Soluzioni entrambe commerciali anche se con diverse fortune presso i posteri, ché se la disco è entrata nell’immaginario collettivo come specchio di un’epoca, il soul morbido di Philadelphia (come anche il suo diretto erede, il quiet storm) è rimasto un genere di nicchia, per appassionati, pur influenzando le generazioni successive di musicisti. Tra questi, giustappunto, Durand Jones, cantante nero nativo della Louisiana che concentra in sé una formazione soul (apprendistato nel coro della chiesa) e jazz (studi di sassofono), e gli Indications, quattro ragazzi bianchi (il chitarrista Blake Rhein, il batterista e cantante Aaron Frazer, il bassista Mike Montgomery e il tastierista Steve Okonski) con la passione per l’epoca d’oro di soul e rhythm ‘n’ blues: infatti, se già “American Love Call”, uscito nel 2019, si lasciava alle spalle gli elementi più ruspanti del soul verace contenuto nel debutto omonimo (del 2016, poi ristampato nel 2018) per accogliere archi, mellotron e ritmi più eleganti, con “Private Space” l’operazione viene portata a compimento, inserendo nella mistura anche tratti marcatamente disco, che vengono così a fondersi con il soul morbido dimostrando che non vi è, né mai vi fu, antitesi tra le due forme espressive, soprattutto nel calderone popstalgico che è la scena musicale contemporanea.

Non si tratta, tuttavia, di un mero rimescolamento di generi, ma di un vero e proprio avanzamento qualitativo, perché il songwriting del gruppo ha fatto grandi passi in avanti e le melodie risultano ulteriormente cesellate, facendo dell’album un meraviglioso esemplare di musica nera che, però, è esercizio di reinterpretazione e non di supina riproposizione. Infatti, le sonorità rimandano al passato, ma la loro lettura è totalmente contemporanea e in grado di apportare qualcosa di ulteriore al canone espressivo di quel patrimonio musicale, peraltro con una godibilità che permea l’album da cima a fondo. Si passa così da una Love Will Work It Out che non ci si stupirebbe di trovare su “Let’s Get It On” al singolone d’impatto (diamo tempo a un dj di metterci le mani sopra…) Witchoo, che straccia Pharrell Williams al suo stesso gioco con impareggiabile eleganza, da una title-track che omaggia lo Stevie Wonder più languido a una The Way That I Do che riprende con efficacia roots i commerci con la disco compiuti dai Daft Punk con “Random Access Memories”, districandosi sinuosamente tra slow jam e funk in lamé fino ad I Can See, che conclude i 38:29 minuti del disco con un’ipotesi di Chic in veste di balladeer assistiti da una pacata drum machine quasi acid jazz e da soffusi sintetizzatori analogici. C’è, quindi, una certa varietà, pur restando all’interno di coordinate stilistiche volutamente (de)limitate ma proposte in maniera personale; anche, e forse soprattutto, grazie all’alternanza tra il tenore vellutato di Jones e il falsetto innocente di Frazer, che sovente si intrecciano con cori femminili, a creare suggestioni al calor bianco.

È quindi dolcissimo il naufragar nel mare di “Private Space”, LP improntato anche liricamente al gioco della seduzione e perfettamente in grado, forse per espresso intendimento dei suoi stessi autori, di commentarne la vittoria, facendosi forte di ritmi avvolgenti e coinvolgenti, melodie ricercate e non ovvie, arrangiamenti studiati ed eleganti, suoni curati e magistralmente amalgamati (notevole il missaggio dei bassi, capaci di costituire il necessario propellente ritmico senza risultare invadenti nello spettro sonoro, come spesso accade nelle produzioni più recenti). Tutto splendido, tutto odierno.

Quest’anno l’invecchiamento della popolazione si combatte in un “Private Place”.

In questo mondo non vi sono che due tragedie: una è causata dal non ottenere ciò che si desidera, l’altra dall’ottenerlo: Les Grys-Grys – To Fall Down

grys-grys - to fall down

La verità è che mi sono rotto il cazzo. Della musica, di stare dietro alle nuove uscite, di aspettare l’uscita dei dischi e poi ascoltarli, magari ripetutamente, per farmene un’opinione, discuterne via chat e scriverne qui. Too much monkey business. Tanto più che è pieno di gente che lo fa già, di discuterne e scriverne, e poi, come disse qualcuno, le opinioni sono come il deretano eccetera. La verità è che, come disse qualcun altro, la musica ha rotto il cazzo. La verità è che non è vero niente di tutto ciò.

Aspettavo questo disco da mesi, facendo un silenzioso ma assiduo conto alla rovescia per una data di uscita ignota fino all’ultimo e con l’incertezza di non poterne fruire nemmeno in maniera streamingzita. Verrebbe da chiedersi perché, e la risposta è abbastanza lineare: “Les Grys-Grys”. L’album di debutto dell’omonimo gruppo di Montpellier, uscito nel 2019 (ne avevo accennato qui), aveva sbancato, qualificandosi come uno dei migliori (il migliore?) album di suoni degli anni Sessanta, forte di una carica garagistica irresistibile, un coinvolgente entusiasmo esecutivo e un talento compositivo con pochi eguali. Al punto che nel giro di neanche due anni l’album è esaurito presso tutti i rivenditori (notizia che ha dell’incredibile in questo momento storico, ma che conferma nell’unico modo veramente inoppugnabile la qualità del disco), e l’indugio nel fare mia una copia del trentatré giri all’epoca della pubblicazione (l’album è uscito solo in quel formato, ed è rimasto in streaming per poco tempo; a dimostrazione che non ci si può fidare troppo) mi ha impartito una salutare lezione, nello spirito e nel portafoglio, quando ho tentato di recuperarne una, a quel punto di seconda mano: mai lesinare sul rock ‘n’ roll (e meno che mai sul rocchenròll), perché se ne perde, in qualità della vita e non solo. Su queste premesse, era naturale che il successore di quel grande lavoro di un gruppo esordiente fosse accompagnato da attesa spasmodica, con spasimo accresciuto dalla notizia del passaggio dei cinque francesi alla newyorkese Norton, etichetta che da tempo è garanzia di suoni rock ‘n’ roll (e dintorni) eccitanti e di qualità. Finché, a ciel sereno, lunedì 5 marzo ha fatto la sua comparsa nel mondo “To Fall Down”.

Si dice che non si può giudicare un libro dalla copertina, e questo albo di canzoni non fa eccezione: nonostante una foto in bianco e nero e una grafica minimale ne pongano il frontespizio ad un ideale crocevia tra “The Family That Plays Together” degli Spirit, “Back In The U.S.A.” degli MC5 e “Down By The Jetty” dei Dr. Feelgood, “To Fall Down” guarda con maggior decisione all’epoca della British Invasion e del freakbeat inglese, aumentando altresì il dosaggio di psichedelia. I suoni restano ruvidi e le chitarre irsute di fuzz spediscono gli ampli in Larsen più di una volta (quanti altri dischi usciti recentemente cominciano con trenta secondi di feedback?), ma la scrittura si spinge ad esplorare soluzioni più articolate, declinate in chiave di jam (sempre encomiabilmente contenuta: il brano più lungo, nonché l’unico dei dieci a superare i cinque minuti di durata, si arresta a 5:31), senza dimenticare le radici di ruspante rhythm & blues e le linee vocali un po’ trasognate. Come se l’influenza dei Creation e degli Who modernisti si fosse palesata d’un tratto, prendendosi il proscenio. E di tale sviluppo la scrittura ha risentito solo in parte, perché, se la foga dell’esordio è stata in parte accantonata, l’approccio leggermente più meditato suggerisce un’evoluzione del gruppo, che sperimenta soluzioni diverse senza smettere di suonare la musica che ama e senza perdere in qualità e credibilità. Sarà per questo che quella sorta di Tie Your Mother Down dei Queen girata garage che è So Long (già uscita come lato B di un 45 giri che ha smorzato l’attesa per il secondo album) non stona a fianco di una ballata sbilenca e martoriata da feedback e armonica come Watching My Idols Die, che un’urticante ed eccelsa rilettura a muso duro di Milkcow Blues (anch’essa uscita su singolo e forse il brano migliore del lotto) è contraltare ideale ad una By The River che si muove sui felici sentieri diddleyiani già percorsi dai Quicksilver Messenger Service, che una Mrs. Rampage in grado di proiettare minacciose ombre della knotte a suon di armonica sfrigolante e laceranti power chord slabbrati non riesce a mettere in secondo piano la conclusiva title-track, che nel laboratorio dei Flamin’ Groovies più selvatici mescola illegalmente il blu scuro del Jeff Beck di inizio anni ’70 con il rosso a sprazzi viola dei Creation. Senza dimenticare per strada una Turn My Head al crocevia tra Pretty Things e primi Kinks e una Tell Me schiettamente freakbeat, a creare un insieme omogeneo seppure delimitato da coordinate piacevolmente variegate, quantomeno per l’area sonora ed estetica di riferimento. Merito anche dei suoni, incisivi e diretti, in grado di non far rimpiangere i servigi prestati da Liam Watson (suo il suono di “Elephant” dei White Stripes) per il primo album.

In conclusione, “To Fall Down” è un disco valido, che cresce con gli ascolti (ma ne bastano già due per apprezzarlo) pur fermandosi al di sotto del suo incredibile predecessore, dal quale opportunamente differisce per scelte stilistiche. Resta da capire se, dopo il difficile secondo album, i Grys-Grys saranno in grado di confermarsi ai livelli più che buoni sinora mantenuti. Fermo che sarebbe meglio poterseli godere dal vivo, dove danno (darebbero; o daranno) il meglio di sé. Nel frattempo, il disco è uscito da più di una settimana e procurarsene una copia è ancora (o già) arduo. Due tragedie contemporaneamente.

Ce n’è abbastanza per voler cadere giù.

Doomotica: Here Lies Man – Ritual Divination

Le cose umane, si sa, procedono per ibridazione, più o meno consapevole, più o meno volontaria, e anche le forme espressive, come germinazione degli esseri umani, non si sottraggono a tale modus operandi. In musica, poi, l’ibridazione è la regola, quantomeno da quando, a metà del secolo scorso, le produzioni popular di matrice americana hanno conquistato il proscenio, e di ibridi variabilmente interessanti sono pieni gli annali della materia e non solo, spesso espressione genuina di commistione tra elementi vissuti parimenti in maniera identitaria, ma talvolta frutto di combinazioni obiettivamente poco felici.

Uno dei più recenti e interessanti esempi della materia è “Perpetual Divination”, quarto album degli Here Lies Man, quartetto di Los Angeles discograficamente attivo da un lustro e dedito ad una combinazione curiosa di rock mediamente hard e ritmi di matrice afrobeat o dub. Operazione curiosa ma a suo modo indovinata, soprattutto in quest’ultimo lavoro, uscito il 22 gennaio scorso, in cui la componente hard si ispessisce, ammantandosi di riff mastodontici di netta matrice sabbathiana, senza per questo perdere la componente ritmica schiettamente afrocaraibica. Sì crea così un amalgama sorprendente quanto riuscito, dove l’esuberanza percussiva convive perfettamente con la distorsione tossica della chitarra e gli inserti spettrali delle tastiere, a creare brani non necessariamente lunghi ma dal sicuro effetto ipnotico. Prevalentemente strumentale, e liricamente scarno anche nei brani cantati, “Perpetual Divination” allinea quindici divagazioni sull’asse Birmingham-Lagos-Kingston per oltre un’ora di musica magari ossessiva (nonostante i tempi siano costantemente medio-lenti) ma di grande fascino, che sia una Children Of The Grave girata afro come In These Dreams, la copula tra primi Judas Priest e Gregory Isaacs di Run Away Children, il funk pachidermico di I Wander o il garage nerissimo di Collector of Vanities. E suona benissimo, bilanciando alla perfezione la sezione ritmica e le sue esigenze motorie con l’impatto che si richiede a una chitarra dalla distorsione analogicamente tossica ma possente, senza sacrificare le tastiere. Un appunto si potrebbe muovere alla voce (o meglio, alle voci, atteso che quasi tutte le parti cantate sono corali, a ribadire, forse inconsciamente, il collegamento con il Continente Nero), poco pregnante sul piano emotivo e forse anche per questo lasciata in secondo piano nello spettro sonoro, ad aumentare l’effetto ipnotico-narcotico, ma il lavoro non ne esce pregiudicato nella sua notevole qualità. E resta il dubbio, ozioso ma immaginifico, di cosa sarebbe stato se, dopo il sesto album, Iommi e compagni avessero deciso di esplorare sonorità di matrice africana o caraibica.

Un disco che vale la pena provare, insomma, quantomeno per rendersi conto che in musica sono ancora possibili ibridi ulteriori e stimolanti. Perché di stimoli c’è sempre bisogno, figuriamoci adesso.

Diventi, inventi. Pillole musicali dell’anno incorso.

Non l’anno migliore della storia umana, bisogna dire. Nemmeno musicalmente, per quanto qui interessa. Naturalmente il giudizio sconta la situazione discografica attuale, in cui le uscite si susseguono in numero soverchiante e al pur benintenzionato ascoltatore-recensore, ancorché con poco tempo a disposizione, non resta che affidarsi all’intuito, ai suggerimenti, a letture e al caso, con ovvie ricadute in termini di rispondenza del giudizio più al gusto e alla percezione del recensore che all’effettivo contenuto del disco. Ma questo fa parte del rischio di leggere una recensione scritta da altri. In ogni caso, da queste parti il 2020 è risultato ancor più avaro di uscite memorabili che l’anno pregresso, al punto che risulta difficile persino compilare la canonica lista di dieci, e ciò che resta di più memorabile in assoluto sono, ahimè, i lutti eccellenti tra gli operatori musicali: Ennio Morricone, Little Richard, Eddie Van Halen, Neal Peart, Ken Hensley, Keith Olsen, Martin Birch, Charlie Daniels, Lee Konitz, Sean Malone, Justin Townes Earle, Leslie West e tutti gli altri. Sarebbe bello lasciarci tutto alle spalle, ma probabilmente questa volta sarà più difficile. Proviamoci, quindi. Proviamo a lasciarci tutto alle spalle, tranne qualche disco da tenerci stretto.
Auguri.
P.S.: come sempre, la numerazione non implica giudizi di valore, ma costituisce una mera elencazione.

1. Green Day – Father Of All Motherfuckers
Qui. Con il progredire dell’anno il clima sereno che qui si respira, forse perché mancava la percezione della tragedia imminente, è diventato quasi assurdo, e però sempre piacevole e utile. Mi tocca ribadire la considerazione formulata al tempo: non avrei mai pensato di dover spendere ancora soldi per i Green Day. Bravi.

2. Night Flight Orchestra – Aeromantic
Qui. Rimane confermato il giudizio iniziale: gradevole ma inferiore ai due dischi che lo hanno preceduto; sarà la matrice maggiormente pop o la stanchezza che comincia ad insinuarsi nella composizione secondo coordinate intrinsecamente limitate. In ogni caso, per gli amanti di queste sonorità è una chicca.

3. X – Alphabetland
Qui. My my, hey hey, rock ‘n’ roll is here to stay.

4. Devon Williams – A Tear In The Fabric
Qui. Non mi pare di aver letto peana di questo disco e del pensoso pop chitarristico e cantautorale che vi alligna. E va bene così; etiamsi nemo, ego sic. Si parla di uno strappo nel tessuto, d’altronde.

5. Evildead – United $tate$ of Anarchy
Qui. Non è un capolavoro e nemmeno aspira ad esserlo, però non escono più tanti dischi così, lucide e impietose istantanee spazio-temporali con i suoni che sono nubi di ieri sul nostro domani odierno. Meno male, verrebbe da dire. O forse no.

6. Kylie Minogue – Disco
Partiamo da una constatazione: per essere una cantante professionista, l’australiana non ha una gran voce, in termini sia tecnici che espressivi. Però ha intuito, e ha capito che adesso è il momento di divertere la mente del pubblico dalla situazione attuale. E cosa c’è di più divertente delle sonorità che furono dello Studio 54, disco e R&B spruzzato di funk, rilette secondo lo stile già collaudato dai Daft Punk con “Random Access Memories”? Il risultato è un disco sorprendentemente godibile, cantabile come il migliore pop, ballabile come la migliore disco e colmo di idee melodiche variegate e altamente orecchiabili. E altrettanto sorprendentemente regge a plurimi ascolti. Sorprendente, appunto; soprattutto se prima di quest’anno sciagurato non avevate mai ascoltato un disco della popstar australe. Ora potete.

7. Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia
Qui. Musica radicata, solida e inscalfibile, eppure carica di emotività ed empatia, come il suo autore. A cui, qualcosa mi dice, il futuro prossimo non cesserà di fornire spunti.

8. Mr. Bungle – The Raging Wrath Of The Easter Bunny Demo
Non è tuttora chiaro per quale ragione Mike Patton abbia deciso di ripescare dall’archivio il primo demo dei Mr. Bungle, inciso nel 1986, e riproporne i pezzi di grezzo thrash-core con la formazione originale integrata da alcuni amici musicisti, che rispondono al nome di Dave Lombardo e Scott Ian. Certo è che ne è uscito un manicaretto di thrash metal, che si lascia alle spalle gli sperimentalismi che hanno sempre caratterizzato questa band per gettarsi a capofitto in un vortice di tupa tupa e riff affilati, sovrastati dalla voce proteiforme di Patton, per un risultato non dissimile da “Speak English Or Die” dei S.O.D., non fosse che per i titoli dei brani (Hypocrites/Habla Espanol O Muere), o dai Corrosion of Conformity degli esordi, omaggiati con l’arrembante rilettura di Loss For Words, che rivaleggia con l’originale. La dimostrazione definitiva che il thrash metal, se fatto bene, non invecchia.

9. Once & Future Band – Deleted Scenes
Il secondo album di questo trio di San Francisco tesse le trame di un rock d’altri tempi, o forse proprio di questi, epoca di riciclo e recupero. Infatti, tengono qui banco le sonorità del periodo compreso tra la fine dei Sessanta e i primi anni Settanta, le armonie (vocali e non) di scuola liverpool-californiana e la stratificazione progressive, il pop evoluto degli Steely Dan, un tocco di psichedelia e un pizzico di teatralità che si potrebbe ricondurre ai primissimi Queen, per un risultato eccellente in cui i nove brani (dei quali solo due superano i cinque minuti, e uno per soli tre secondi) sono composti ed eseguiti per farsi ascoltare, senza indulgere in contorsioni strumentali o soluzioni artificiosamente inusitate. Godibile, intelligente e ottimamente costruito, questo disco è permeato dal senso della misura e dalla comprensione degli elementi decisivi nel confezionare un’opera di qualità (non da ultimo i suoni, che restituiscono un’atmosfera schiettamente naturale agli strumenti). Rock progressivo in senso ampio, insomma; progressista, persino.

10. Dining Rooms – Art Is A Cat
Un affascinante mélange di dilatato trip hop, morbidi tocchi funk, languide voci femminili, soffusa tromba jazz, arpeggi acustici, atmosfere da colonna sonora anni ’60/’70, dettagli elettronici e altro ancora, per un risultato di grandissima suggestione, che sa essere in uno romantico e (a tratti) malinconico. Una volta di più il duo Ghittoni-Malfatti non delude, allargando ancora i già ampi orizzonti musicali frequentati e arricchendo il progetto Dining Rooms di un altro capitolo significativo e piacevole. Sarebbe bene ricordarsi, ogni tanto, che in Italia ci sono anche musicisti di questo livello.

Altri dischi

Harry Beckett – Joy Unlimited
Ad agosto, nel disinteresse generale, la Cadillac Records ha ristampato il disco più celebre del trombettista Harry Beckett, pubblicato originariamente nel 1973, mai ristampato e da allora praticamente sparito dal mercato. Incredibilmente, perché si tratta di una delle migliori incisioni mai realizzate nell’ambito del cosiddetto jazz elettrico: infatti, le linee suonate da Beckett si inseriscono in un contesto modale senza mai perdere di vista la melodia e dimenticare la solarità caraibica che ha accompagnato il trombettista per tutta la carriera (si ascolti il tema di Glowing), mentre il pianoforte elettrico tesse trame armonicamente sofisticate su cui la chitarra può guizzare su registri ora rock-blues ora latineggianti, con la sezione ritmica a sospingere un funk sinuoso e poliritmico di ascendenza afrocaraibica. E il risultato, al crocevia tra il jazz-rock, il funk e i primi Santana, è meraviglioso. Un disco imperdibile.

Little Richard – Southern Child
Negli anni ’70 Little Richard aveva tutte le carte in regola per beneficiare della risorgenza dei suoni rock n’ roll e dell’ondata di revival degli anni ’50 allora in corso. Invece, scelse di abbracciare due lati misconosciuti della sua formazione musicale, il country e il blues: nel 1972, un anno dopo “The Second Coming”, registrò undici pezzi in quegli stili, con un orecchio alla musica nera contemporanea, presentando quindi alla Reprise, con cui all’epoca aveva un contratto discografico, le incisioni per un nuovo disco, corredate di titolo, “Southern Child”, e artwork. Per motivi mai realmente chiariti, l’etichetta accantonò il master, che rimase così a prendere polvere sino al 2005, quando i brani rientrarono in una raccolta, e infine a quest’anno, in cui è stato infine pubblicato nella forma e nelle intenzioni di mister Penniman, che non ha fatto in tempo a vedere la sua creatura venire alla luce con trentotto anni di ritardo. Gran peccato, perché, tra funk sensuale (California (I’m Comin’), Burning Up With Love), country verace (Ain’t No Tellin’, Over Yonder) e imbastardito con il rock (If I Pick Her Too Hard), blues campagnolo (la title-track, I Git A Little Lonely) e umori southern soul (In The Name), questo disco è un affresco di sorprendente qualità, nonché una finestra sul talento poliedrico di un artista che è facile liquidare sbrigativamente come one-trick pony. Un degno epitaffio per uno dei più grandi musicisti pop del Novecento.

L’altro 2020

Teaze – One Night Stands
Avevano tutte le carte in regola per accedere al grande successo, i canadesi Teaze: bella presenza, perizia strumentale, talento compositivo, capacità di stare sul palco. E mai questa sensazione è stata più forte che nel 1978, quando, dopo due album che ne avevano stabilmente aumentato le quotazioni sui mercati internazionali, il quartetto aveva ottenuto un contratto con la potente Capitol anziché con la limitata Aquarius. “One Night Stands”, l’album che ne uscì, pubblicato l’anno seguente, soddisfaceva tutte le aspettative riposte nel gruppo, ma, schiacciato tra la coda dell’era della disco e l’alba della new wave, senza peraltro riuscire ad agganciare le sonorità del rock radiofonico del periodo, fu un fallimento commerciale, che sancì la fine delle speranze di gloria dei Teaze, che si sciolsero l’anno seguente, lasciandosi alle spalle quattro album, tra i quali spicca questa gemma di hard rock dei tardi anni Settanta, in cui convivono spinte verso sonorità più dure e furbe strizzate d’occhio alle esigenze radiofoniche del periodo: Touch The Wind sono gli Iron Maiden ante litteram, Loose Change indica la via a What’s Up? delle 4 Non Blondes, mentre Young And Reckless potrebbero essere gli Aerosmith che maneggiano la disco e Red Hot Ready sembra uscita da un album dei Rose Tattoo. Il tutto corredato da accenni di sintetizzatori, chitarre roboanti che spesso si intrecciano in linee melodiche armonizzate e ritmi a tratti fratturati. Connotato da grande varietà di stili pur senza perdere in coerenza e qualità del songwriting e rilegato da una produzione impeccabile, “One Night Stands” è un recupero meritorio, nonché un’altra dimostrazione che il Canada è il naturale trait d’union tra Stati Uniti e Inghilterra, in questo caso tra hard rock radiofonico e quella che sarebbe diventata la NWOBHM. Tra le varie stampe disponibili, è meglio evitare quella americana, la cui scaletta inserisce brani dai dischi precedenti (Boys Night Out dal debutto omonimo e Stay Here da “On The Loose”) rimpiazzando Loose Change, uno dei brani migliori; scelta, quest’ultima, curiosamente condivisa anche dalla recente ristampa in CD della Rock Candy.

Wall Of Silence – Shock To The System
I canadesi Works non ebbero fortuna con il loro unico album di AOR, “From Out Of Nowhere”, pubblicato nel 1989. Mutati tre componenti del gruppo su cinque, decisero di cambiare anche nome, in Wall Of Silence, scrivendo nuove canzoni e trovando un accordo discografico con la A&M. Ne uscì questo “Shock To The System”, unico parto della formazione, datato 1992 e quindi condannato in partenza, nonostante un AOR tosto e curatissimo, di qualità superiore, non da ultimo per la produzione e il contributo compositivo e strumentale di quel gran genio di Mike Slamer. Chitarre distorte ma non invadenti e sempre arrangiate con varietà e cognizione di causa, panneggi di tastiere ad aggiungere sfumature, suoni scintillanti e dinamica impeccabile ci sono e si sentono, ma ciò che fa la differenza sono la qualità di scrittura e le melodie sempre vincenti, in contesti duri (il sofisticato esercizio leppardiano di Addicted, probabile singolo mancato) o languidi (It’s Only Love, power ballad memorabile come poche altre e ancor più sorprendente perché autografa). Dieci brani che lambiscono i territori di Giant, Signal, Unruly Child e Harem Scarem pur mantenendo una propria identità, a costituire un’altra hidden gem in ambito AOR, come confermato dal fatto che l’album non è mai stato ristampato e oggi passa di mano a prezzi rilevanti.

Bullet/Alan Tew – The Hanged Man OST
“The Hanged Man” era una serie di genere poliziesco ambientata nello Yorkshire e trasmessa dalla televisione britannica nel 1975. Alan Tew è un compositore inglese di musica per il cinema e la televisione, sia mirata che in forma di library music, e fu lui a ricevere l’incarico di scrivere il commento musicale alla serie citata. Le partiture furono quindi girate a un gruppo di turnisti delle etichette specializzate KPM e Themes International, il bassista Les Hurdle, il batterista Barry Morgan, il chitarrista Alan Parker, il percussionista Frank Ricotti e il tastierista Alan Hawkshaw. Costoro incisero a Monaco le musiche scritte da Tew e, quando fu il momento di pubblicarle, si battezzarono, per la prima e unica volta, Bullet. Ne uscì uno sfavillante LP di funk polizi(ott)esco, dal groove irresistibile e dalle atmosfere avvincenti come e più delle immagini, capace di superare in qualità lo sceneggiato che era stato chiamato a corredare e vivendo di luce propria come una delle migliori uscite in assoluto nel genere, a suo agio indistintamente con vibrafoni e sintetizzatori, trombe e pianoforti elettrici, chitarre “grattugiate” e ottoni pungenti. In breve: un capolavoro. Del quale l’ascoltatore saggio vorrà preferire la ristampa in CD su Vocalion, che alle diciotto tracce originali aggiunge, oltre a un booklet ricco di dettagli e fotografie, ventidue brani incisi nelle medesime sessioni, già usciti sui due volumi della raccolta “Drama Cues” di Alan Tew, e sette temi in stile di Alan Parker, James Clarke e Alan Hawkshaw.

Unleash The Archers – Apex
In ambito hard ‘n’ heavy, il Canada è particolarmente famoso per due stili: un AOR cristallino e nitido e un heavy metal classico particolarmente epico e arrembante. Ad ulteriore (dopo Cauldron, Striker, Skull Fist e molti altri) conferma che quest’ultimo stile è uno degli export di punta del vessillo con la foglia d’acero si pongono gli Unleash The Archers, che sono in giro da più di dieci anni e hanno recentemente pubblicato il loro quinto album “Abyss”. Ma non è a questo che ci si deve rivolgere per trovare un’uscita sorprendente in un panorama stilistico dalle coordinate limitate e molto affollato, bensì al predecessore “Apex”, del 2017. Qui le varie anime del metal che guarda alle classiche sonorità heavy senza però volersi arroccare in filologiche quanto stantie riproposizioni si saldano al meglio, complici le capacità compositive del gruppo, l’enorme abilità strumentale dei musicisti (soprattutto i due chitarristi e il batterista) e la varietà nel dosaggio degli stilemi. In questo disco il tipico suono power metal convive con ritmiche fratturate di doppia cassa e inserti di matrice groove, le chitarre armonizzate di ascendenza maideniana non stonano a fianco di una voce occasionalmente in growl, riff stradaioli ripresi dalla NWOBHM si saldano ad epiche andature cadenzate e a falsetti sia maschili che femminili. Ottimamente prodotto (nonostante le recenti tendenze “polimeriche” della Napalm), “Apex” tiene magnificamente insieme tutto ciò che di buono ha prodotto l’heavy metal negli ultimi anni, suscitando tuttavia il timore che i suoi autori non siano in grado di superarlo in qualità, rendendo così il titolo un inequivoco nomen omen. E se anche fosse, poco male, perché resterebbe comunque “Apex” a confermare che si può ancora dire qualcosa in ambito heavy metal, e dirlo bene.

Damnatio memoriae

Metallica – S&M 2
Non ho idea di chi, maggiorenne, e non solo di età, possa averlo ascoltato.

Solo l’ostile ci salverà: Evildead – United $tate$ of Anarchy

evildead - united states of anarchy

Difficile trovare un momento migliore per un gruppo thrash metal americano per pubblicare un disco del trascorso periodo preelettorale, governato dalle ben documentate tensioni sociali e dalle altrettanto note difficoltà nella designazione del nuovo presidente.

A chi può interessare, però, un disco di thrash classico suonato da un gruppo riformatosi praticamente per l’occasione dopo quasi trent’anni, con la formazione per quattro quinti identica? A praticamente nessuno, e infatti io stesso mi trovo a trattarne a distanza di troppo tempo dall’uscita, avvenuta il 30 ottobre (ducetto o scherzetto?). “Troppo” perché questo “United States Of Anarchy” è un commentario a caldo della situazione statunitense un attimo prima delle elezioni presidenziali del 2020, esplicito già dal titolo e dalla copertina del solito (terzo lavoro su tre album del gruppo) Ed Repka. I testi sono eloquenti in tal senso, come indicano il riferimento al dilemma tra scegliere “la puttana delle corporation” o “l’hombre cattivo” e l’espressa ancorché generica (?) accusa di essere “an American Mussolini“. È la musica, però, che contrasta con l’immediatezza del momento descritta dai testi e dall’immaginario, perché nei nove brani alligna un thrash metal letteralmente old school, totalmente classico ma al tempo stesso non revivalista. Primo, perché gli Evildead hanno debuttato nel 1989, quando il genere era all’apogeo, ed è quindi difficile e vagamente illogico accusarli di revivalismo. Secondo, perché il thrash metal nasce come forma espressiva che sputa in faccia alla società, in maniera diretta e brutale, gli orrori che essa genera, e dunque è intrinsecamente contemporaneo, nei suoni come nella funzione di denuncia. Suonare thrash metal nel 2020 ha lo stesso significato che poteva avere nel 1986: reagire a un mainstream musicale artefatto e vacuo sollevando, con un linguaggio accessibile a molti, numerosi veli di ipocrisia ammantati su nervi scoperti delle società occidentali (dalla diffusione della droga all’oppressione della religione organizzata, dalla devastazione ambientale all’insensato militarismo, dal potere incontrastato del denaro alla doppia morale pubblica e privata) attraverso la costruzione di immaginari distopici, e spesso realisticamente tali, di distruzione totale o di asservimento tecnologico, senza perdere l’occasione di spassarsela un po’ facendo casino, bevendo e pogando. E se i significati restano identici, anche le motivazioni non sono mutate, proprio perché i problemi denunciati in quel passato che costituì il periodo aureo del thrash si sono in alcuni casi mantenuti e in altri aggravati notevolmente; in questo contesto, un nuovo disco degli Evildead ha senso di esistere oggi come nel 1989, e questo la dice lunga su come è andato il mondo. Resta quindi da capire se avesse senso far uscire un disco in questo momento, inteso tanto in senso ampio, collettivo, quanto in riferimento al gruppo, e la risposta è doppiamente positiva.

Quanto al primo aspetto, è difficile dubitare che l’anno in corso sia (stato) un momento di enormi tensioni, in cui i problemi strutturali dell’organizzazione socio-economica dominante sono emersi prepotentemente in tutta la loro lacerante contraddittorietà. Quanto, invece, al secondo aspetto, fa impressione rivedere in azione un gruppo inattivo da decenni, a parte qualche breve reunion per concerti occasionali, in questo stato di forma. L’impressione, insomma, è che gli Evildead avessero veramente qualcosa da dire, qualcosa di legato a questa contingenza storico-politica, soprattutto in riferimento alla situazione statunitense. Ne è uscito un disco onesto, da tutti i punti di vista: i brani sono pochi e tutti ispirati, sorretti da riff classicamente thrash metal eppure non dalla struttura stereotipata. I testi denunciano, ancorché sovente in maniera generica e forse qualunquista, l’insensatezza del sistema elettorale (The Descending, peraltro ottimo singolo), il cinismo ipocrita della bigotteria (Word Of God), il delirio di onnipotenza dei governanti (Napoleon Complex; facciamo di un governante in particolare), la follia della corsa agli armamenti (A.O.P./War Dance), l’emergenza climatica (Greenhouse) e altre storture ormai incancrenite del sistema. Le ritmiche si assestano su tempi medi, complice anche l’età non più verde del batterista Rob Alaniz (e l’aver mantenuto in formazione costui, anziché sostituirlo con l’ennesimo ragazzino a suo agio nei panni del virtuoso da webcam, costituisce parte non piccola dell’impressione di onestà suscitata da questa rentrée discografica), per un risultato spesso non dissimile, per impatto e groove, dagli Anthrax di I Am The Law. La produzione è del veterano Bill Metoyer (che emozione leggere nuovamente su un retrocopertina la dicitura “Produced by…”!) e non eccede in finiture, lasciando, anzi, alcune sbavature sulla definizione sonora (la cassa della batteria è spesso distorta, ad esempio su Napoleon Complex, a dimostrazione che del trigger non si è abusato in studio), garantendo però impatto e compattezza senza sacrificare alcuno strumento, basso e cori in particolare. La copertina richiama in servizio la mascotte EvilFred, già presente sui due album precedenti, e affida al parimenti veterano Ed Repka l’illustrazione dello scenario caotico richiamato dal titolo e affrescato dalla musica. Un disco di thrash metal onesto e autentico, dunque, realizzato da chi ha fatto di questa musica una ragione di vita e la rispetta troppo per uscirsene con un album ogni due anni per pagarci le bollette, preferendo pubblicare qualcosa quando ce n’è veramente un motivo e a quel punto facendolo nel modo migliore possibile, avvalendosi dei migliori professionisti del settore disponibili. Un disco verace; questo è “United States of Anarchy”, commentario in diretta sugli Stati Uniti (chaos) A.D. MMXX ed ennesima riprova della ragion d’essere, e di continuare ad essere, del thrash metal, al di là di orchestre sinfoniche e aneliti post-adolescenziali all’età dell’oro.

Difficile dire se questo disco avrà un seguito. Ma forse, considerato che cosa rappresenta, sarebbe meglio se non ce l’avesse. Meglio poter passare oltre e (ri)trovare motivi per sorridere, senza farsi troppe domande. Forse sarà possibile, ma probabilmente no. Perché cambia il contesto circostante, ma non il circo contestante. Meno male.

Manche Geschöpfe sind ganz dämonischer Art: Eddie Van Halen (1955 – 2020)

E a ciel sereno erutta la notizia che il più grande chitarrista rock degli ultimi quarant’anni se ne è andato all’improvviso, portato via dal tumore alla gola che lo aveva colpito ormai vent’anni fa, che lo aveva costretto alla spola tra gli Stati Uniti e la Germania.

L’uomo del tapping, del dive bomb e del brown sound, l’uomo senza cui le chitarre elettriche non avrebbero la stessa forma e le stesse caratteristiche tecniche e costruttive, il guitar hero per eccellenza, non c’è più.

Sull’individuo e il suo carattere si è scritto molto; sul musicista anche di più. Ma in un caso come questo è doveroso celebrarne le glorie, anziché soffermarsi sulle miserie, e dunque ricordare e ricordarsi che con questo olandese di California se ne va uno dei giganti, dal punto di vista sia strumentale che compositivo, dello strumento principe del rock, e che senza di lui lo scenario musicale sarebbe molto, molto diverso; non esisterebbe il metal come lo conosciamo, ad esempio, e nemmeno Beat It passerebbe alla radio con la stessa frequenza. Ma intanto Edward Lodewijk Van Halen, il demonio col sorriso a trentadue denti, l’uomo che può far suonare una chitarra come il rombo di una motocicletta o il nitrito di un cavallo, non c’è più. Senza nemmeno un disco solista.

Addio, Maestro.

Molto oltre il Sole. Considerazioni sparse su Yngwie Malmsteen e dintorni.

Ora che il vecchio giovane capo vichingo è irrevocabilmente diventato il fenomeno da ba(ld)raccone che chiunque non sia dedito al culto della semibiscroma avrebbe immaginato già da molto tempo, si può senza tema di smentite tracciare un piccolo bilancio, parziale anzichenò, dell’apporto di Yngwie Johann Malmsteen, fu Lars Yngwee Lannerback, al mondo musicale. Ammesso che ce ne sia bisogno, ma non si sa mai.

Invero, il personaggio è quello che è, e a lungo andare (leggasi “dopo i primi quattro album”) è divenuto crescentemente tronfio di carattere e inconsistente di qualità musicale, e tuttavia liquidarne l’influenza e la rilevanza in base a queste sole coordinate caratteriali, prima ancora che musicali, è avventato e ingiusto. Non che la critica musicale ufficiale anzichenò si sia mai fatta alcuno scrupolo al riguardo, e tuttavia mi pare che, nel valutare il musicista Yngwie Malmsteen, chiunque non sia disposto a riconoscere quanto segue possa essere tacciato di mala fede:
1. Malmsteen (chiedo scusa, Yngwie Johann Malmsteen; come se i fan di, chessò, Springsteen, tutti notoriamente candidati al Premio Nobel nei più disparati campi dell’umano agire, lo chiamassero sempre Bruce Springsteen…) è il chitarrista più riconoscibile di tutti gli anni Ottanta; che piaccia o meno, il suo timbro e il suo fraseggio sono inconfondibili;
2. Da solo Malmsteen ha creato un genere musicale con annesso settore industriale (etichette, riviste specializzate, video didattici, endorsement di chitarristi da parte di aziende produttrici di strumenti, sviluppo di chitarre ed effettistica mirati): quello dello shred e dei cosiddetti “guitar heroes”, che tuttavia affondano le radici anche in musicisti provenienti da generi considerati molto più “alti” del vil metallo (ad esempio Frank Gambale, accreditato come primo teorico dello sweep picking, una tecnica chitarristica che è forse la pietra angolare dello shred; Allan Holdsworth, altro velocista del manico a sei corde; una buona fetta della musica barocca e romantica europea);
3. Malmsteen richiama molto da vicino estetica, stile e modo compositivo di Ritchie Blackmore, del quale costituisce, in un certo senso, un’estremizzazione, portando alle estreme conseguenze la fusione tra influenze blues e classiche nella chitarra rock. Sicché, a prescindere dal valore compositivo, ben diverso, dell’uno e dell’altro, screditare Malmsteen per lo stile compositivo dozzinale, schematico e ripetitivo nelle sequenze di accordi come pure nei fraseggi solistici, significa di fatto affossare le innovazioni blackmoriane nella chitarra rock: siamo sicuri che sia una buona idea?
4. Malmsteen, in quanto iniziatore del pur criticabile stile “neoclassico”, ha dato un contributo determinante al recupero del canone classico e ad un suo aggiornamento ai modi del rock, in maniera senz’altro più viva e meno citazionista e pedante della quasi totalità della produzione progressive. Io sono limitato nella scrittura e nella conoscenza (d’altra parte posseggo i primo quattro LP di Malmsteen…), e dunque rimando al terzo capitolo di “Running With The Devil: power, gender and madness in heavy metal music” di Robert Walser per ulteriori approfondimenti.

È chiaro che YJM (come i pickup DiMarzio a lui intitolati; parta la corsa agli armamenti, ché tanto è tutto un gioco) può piacere o meno, e ci sta tutto che il suo stile non piaccia, ma lo sguardo oggettivo e storicamente conscio che si chiede a un critico non può ignorare quanto sopra, a mio parere.

Fermo ciò, se il nostro uomo non ce ne mettesse del suo e tirasse fuori un disco anche al livello di un “Magnum Opus” – del 1995 e a tutt’oggi l’ultimo suo disco ascoltabile con un certo piacere da capo a fondo – il giudizio non cambierebbe; come, del resto, non cambierebbe lui, arroccato nella sua magione su un’isoletta della Biscayne Bay dal nome altisonante e intento a scorrazzare per il mondo armato di cavallini rampanti e manici scalloped e permanenti e giacche di serpente. Ma questo non conta: nonostante la perplessità che l’asserzione può suscitare, e nonostante le velenose critiche che gli sono state mosse da più parti, Yngwie Malmsteen ha cambiato il mondo. E non necessariamente per il peggio, se si deve valutare come il livello tecnico medio dei chitarristi, anche quelli amatoriali, nel mondo attuale sia decisamente più alto rispetto a un trentennio addietro, e ciò in virtù di innovazioni nel modo di suonare che ha introdotto nel grande pubblico proprio questo svedese che, ammantato di un ego spaventoso e bisognoso di riconoscimento, da neomaggiorenne sbarcò in America ben saldo nel proposito di conquistare il mondo con sei corde, un manico e due mani. Chiunque suoni la chitarra oggi gli deve qualcosa, nel bene e nel male, e già questo basterebbe, a prescindere da ogni valutazione sulla qualità della sua musica.

In conclusione, una riflessione amara. Si è detto che Malmsteen sbarcò negli Stati Uniti a inizio anni Ottanta, determinato ad aprirsi la strada come miglior chitarrista del mondo e convinto che l’unico modo per farlo fosse recarsi in quel Paese, dove i sogni più improbabili si avverano e dove chi ha le potenzialità e la determinazione può emergere fino a diventare il numero uno al mondo; un percorso non diverso da quello di molti altri personaggi, soprattutto nel mondo dello spettacolo, soprattutto dalla fine degli anni Sessanta fino a metà anni Ottanta (due esempi: Arnold Schwarzenegger e Giorgio Moroder). Oggi quell’America del sogno, luogo dove l’impossibile è a portata di mano e dove anche un emigrante può diventare, se non presidente, governatore della California o milionario o comunque il riconosciuto maggior esperto mondiale di una disciplina, è svanita, e nulla della situazione attuale suggerisce che quell’opzione sia ancora esistente, e non solo in ambito musicale. Come ha scritto Tom McTague su “The Atlantic” il 24 giugno scorso, “come cittadini del mondo creato dagli Stati Uniti, siamo abituati a sentire coloro che odiano l’America, ammirano l’America e temono l’America (a volte contemporaneamente). Ma provare pietà per l’America? Questa è nuova, anche se la Schadenfreude è dolorosamente miope. Se è l’estetica che conta, gli USA oggi semplicemente non sembrano il Paese che il resto di noi dovrebbe aspirare a invidiare o riprodurre.“. Insomma, l’America del suogno (“la Schadenfreude è dolorosamente miope”, si diceva) è definitivamente tramontata, e questo significa che non ci sarà un altro Malmsteen.

Nel bene e nel male.

Sei proprio tu John Wayne?: Charlie Daniels (1936 – 2020)

Il clamore mediatico dato dalla dipartita di uno dei più grandi compositori italiani del Novecento ieri, sei luglio, ha offuscato un altro lutto musicale, questa volta squisitamente americano. In quella stessa data, infatti, lasciava questa vita, ormai quasi ottantaquattrenne, Charlie Daniels, contributore primario alle vicende musicali del Sud degli Stati Uniti.

Nato in North Carolina e attivo sin dall’adolescenza in ambito country e bluegrass, si trasferì a Nashville e lì si guadagnò presto una fama di capace songwriter e virtuoso del violino nei circoli che contano, finendo per suonare su “Nashville Skyline” di Bob Dylan e in diversi dischi di country e intraprendendo quindi, all’inizio degli anni Settanta, una carriera solista all’insegna di quella miscela di country, rhythm’n’blues, soul, rock e blues che fu definita southern rock. Ambito in cui finì per eccellere, fondendo le abilità di chitarrista blues e violinista bluegrass con un vocione profondo e un’abilità di narratore ereditata dal country. Dal 1971 al 1979 Daniels, a capo della band omonima, fu un inarrestabile alfiere della musica sudista, producendo caposaldi del southern rock come Long-Haired Country Boy, Uneasy Rider, Trudy, lo smash hit The Devil Went Down To Georgia e la programmatica The South’s Gonna Do It, preludio a quanto verrà.

Infatti, a partire dagli anni Ottanta l’uomo, che si era dimostrato un libertario moderato (si vedano a conferma le vicende salacemente narrate su Uneasy Rider, il mero titolo di Long-Haired Country Boy e la toccante ricostruzione dei traumi dei reduci in Still In Saigon), vira verso un conservatorismo spinto e patriottardo, cosicché le canzoni diventano occasioni per rivendicare orgogliosamente lo stile di vita redneck e le relative convinzioni (emblematica sul punto Simple Man, il cui testo propone di impiccare gli spacciatori, lasciati liberi da giudici “effemminati”, e di abbandonare gli stupratori, gli assassini e i pedofili legati in mezzo alle paludi, alla mercé di serpenti a sonagli, insetti e alligatori). Cambiare idea è sempre legittimo, beninteso, se non fosse che in corrispondenza del mutamento ideologico cala anche, e vistosamente, la qualità dei dischi, ormai adagiati su un country leccato o un gospel di maniera, che predicano a un pubblico di convertiti. Il risultato, prevedibile, è la (auto)segregazione nel circuito country e nei media di area ideologica. Da cantore in gioventù di un Sud non opprimente sebbene orgoglioso delle sue radici, con gli anni Charlie Daniels è diventato l’archetipo del bianco sudista retrivo e bigotto; fine ingloriosa, quella dell’attrazione da strapaese, per uno dei musicisti più ispirati del rock stars and bars. Che lascia comunque un’eredità musicale di rilievo soprattutto nei dischi degli anni Settanta, tra cui svettano “Fire On The Mountain” (titolo omonimo di un famoso brano della Marshall Tucker Band, sui cui dischi Daniels ha ripetutamente suonato) e “Saddle Tramp”, oltre a una quantità notevole di affascinanti storie del Sud e degli Stati Uniti in generale, compreso qualche colpo di genio, come la lucidissima lettura del mondo (il suo, quantomeno) offerta da una strofa di Long-Haired Country Boy: “La ragazza povera vuole sposarsi/E la ragazza ricca vuole flirtare/L’uomo ricco va al college/E l’uomo povero va a lavorare/L’ubriaco vuole un altro sorso di vino/E il politico vuole il voto/Io non voglio praticamente niente/tranne che la ruota faccia un altro giro“.

Quest’oggi l’aquila volerà lenta e la bandiera sventolerà bassa, come aveva predetto lui stesso.

Goodbye, Mr. Daniels.