Metal command. Chris Tsangarides (1956-2018)

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Il sei gennaio, nel silenzio pressoché generale tipico dei giorni festivi, la polmonite si portava via Chris Tsangarides, produttore inglese responsabile di buona parte del suono dell’hard rock di fine anni Settanta e dell’heavy metal anni Ottanta (ma anche di certo post-punk oscuro e metallico). Aveva iniziato la carriera come ingegnere del suono nel 1976, prestando la sua opera per “Sad Wings Of Destiny” dei Judas Priest, e con queste premesse non si può che andare in crescendo, come poi è avvenuto: Thin Lizzy, Gary Moore, Tygers Of Pan Tang, Girlschool, Girl, Anvil, Y&T, e poi ancora Lords Of The New Church, Killing Joke, i Black Sabbath di “The Eternal Idol”, i giapponesi Anthem, il glam dei Tigertailz, passando per Samantha Fox e i Concrete Blonde e giù fino a Bruce Dickinson, i Judas Priest di “Painkiller” (il loro album che suona meglio), gli Helloween e tutto il resto, vicino (Ozzy Osbourne, Strawbs, la rinascita degli Anvil con “This Is Thirteen”) e lontano (Yngwie Malmsteen anni ’90, gli Exodus di “Force Of Habit”). Artefice di un suono possente ma definito, specialmente per quanto riguarda le chitarre, catturate con una speciale collocazione stereofonica dei microfoni, a simulare un riverbero naturale, Tsangarides è stato quel tipo di produttore non invadente ma originale, in grado di lasciare discretamente ma decisamente la propria impronta sui dischi affidati alle sue cure, e l’impressionante palmares, assieme al carattere gioviale e alla costante lucidità professionale, lo colloca di pieno diritto nel novero dei grandi produttori del rock duro. È anche per questo che la sua perdita non promette nulla di buono per l’anno appena iniziato, nonostante quel sorriso che riconcilia con la vita.
Ciao Chris, la terra ti sia…heavy.

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Anno ucciso, uomo lagno. Il 2017 musicale di Note in Lettere.

Disclaimer: questo articolo è stato scritto usando un computer fabbricato da lavoratori sfruttati.

Il 2017 non è stato un granché come anno. Anzi, ad essere esatti, lo si può qualificare come un bel disastro. Non tanto sul piano personale, dove pure gli argomenti in tal senso non mancherebbero, quanto su quello musicale, ben più rilevante. Vi risparmio i necrologi, anche se a scorrere la lista c’è da sbalordire ogni volta: Chuck Berry, Allan Holdsworth, Chris Cornell, Gregg Allman, Fats Domino, Tom Petty, Grant Hart, Walter Becker, Al Jarreau, Butch Trucks, Clyde Stubblefield, Martin Eric Sin, Geoff Nicholls, Robert Dahlqvist, Charles Bradley, e da ultimo Malcolm Young. Solo per citare i più noti e più cari. Neanche profondendo sforzi per ucciderli sarebbe stato possibile ottenere una simile lista di lutti. Aveva ragione il Reverendo Gary Davis, veggente come tutti ciechi: la morte è impietosa su questa terra. E non va mai in vacanza. Quindi, come sempre impotenti di fronte al Grande Viaggio, non ci resta che salutare coloro che si sono incamminati e onorarne la memoria attraverso la coltivazione del lascito terreno, sulla cui consistenza fanno fede i nomi, prima ancora che le biografie e le opere.

Venendo, invece, ai vivi, il 2017 non si è rivelato significativamente elevato nelle uscite discografiche, anche se ciò non impedisce di ricadere una volta di più nell’ozioso giochino della sommatoria qualitativa degli ascolti. Anzi, tale circostanza è forse uno stimolo ulteriore al solito passatempo. Ecco, dunque, l’esito musicale dell’anno (quasi) trascorso secondo chi scrive. Come sempre, le scelte indicate sono numerate per ragioni d’ordine estetico dell’esposizione, senza che la collocazione numerica implichi giudizio di valore rispetto agli altri dischi inclusi. Sono ben gradite le selezioni dei lettori, a com(pleta)mento della presente. Ove mancanti, se ne parlerà a voce, qui o di là. Auguri a tutti.

Dischi notabili

1. Flamin’ Grooves – Fantastic Plastic
Qui.

2. Styx – The Mission
Ne avevo scritto qui, e con gli ascolti non è diminuito in consistenza e piacevolezza. Il pensiero di definire così un album degli Styx mi lascia stupefatto tuttora, ma è giusto rendere onore al merito. Che su Marte l’umanità ammari o meno, noi siamo a posto, quantomeno per i prossimi trentadue anni.

3. Rolling Stones – On Air In The Sixties
Rolling Stones - On Air
Contrariamente alle loro ultime uscite, di carattere esclusivamente speculativo, questo doppio, che raccoglie le incisioni per diversi programmi della BBC tra 1963 e 1965, ha un notevole valore documentale e non è di interesse solo archivistico-completistico, perché fa infine luce in maniera adeguata e professionale (le incisioni, in precedenza reperibili su svariati bootleg dalla resa fonica limitata, sono state ripulite negli studi di Abbey Road con un’innovativa tecnologia che consente di separare dal master tape le singole tracce per un nuovo missaggio delle stesse, sostanzialmente riportando l’incisione alla fase di produzione) sul periodo decisivo delle Pietre Rotolanti, quello in cui, sotto la guida di Brian Jones, azzannavano il blues di Chicago e il rock ‘n’ roll con l’ingordigia e la sicumera di imberbi giovincelli, dimostrando la forza di tali forme espressive ad un mondo, e soprattutto ad un’America, che ottusamente negava loro dignità a cagione del tasso di melanina che le aveva originate. E nulla rende al meglio tale decisivo passaggio musicale, culturale e sociale della viva energia di queste esibizioni live, istantanea del Novecento significativa ancorché negletta perlopiù. Il repertorio consta essenzialmente di riletture di (non ancora) classici del blues e del rhythm & blues, ma anche le rare puntate nel repertorio autografo, che allora muoveva i primi passi, (la graffiante zampata di Satisfaction e la dinoccolata spavalderia di The Spider And The Fly), dimostrano che si era di fronte a una formazione destinata a lasciare il segno (una malignità, ma significativa: quando, pigiato il tasto “Play”, parte Come On, chiudendo gli occhi sembra di trovarsi al cospetto dei Chesterfield Kings). Se oggi è immorale, o semplicemente folle, spendere cifre a due zeri per assistere ad un’esibizione della world’s oldest rock ‘n’ roll band, altrettanto lo sarebbe scansare questa eccezionale e ben più economica spiegazione del perché ci si vede domandare cifre ad almeno due zeri.

4. Hüsker Dü – Savage Young Dü
husker du - savage young du
Ancora una ricapitolazione di inizi, ma addirittura in triplice CD. Stavolta occasionata dalla dipartita del batterista e cantante Grant Hart, ma resa nondimeno doverosa dalla latitanza di materiale d’archivio del trio di Minneapolis. Oggetto di recupero è il periodo iniziale della formazione, quello che va dal primo demo del maggio 1979 (otto pezzi, qui raccolti) al 1983, anno di pubblicazione di “Metal Circus” e definitivo salto di qualità nella scrittura e nella carriera discografica. Nel mezzo, bozzetti di brani in fieri elaborati durante le prove, esibizioni dal vivo, outtake di studio, lati B di singoli. La ricca messe di materiale (quasi settanta tracce) non consente di ricapitolarlo tutto analiticamente, ma per comodità lo si può scindere in tre parti: il capitolo demo, molto più eclettico di quanto vorrebbe la vulgata secondo cui i primi Hüsker Dü suonano hardcore punk a velocità supersonica senza badare a sottigliezze e melodie, ché ci si imbatte invece nell’influenza tanto del ’77 (Nuclear Nightmare) quanto dei Sixties (Can’t See You Anymore è già jangle pop); il capitolo dal vivo, che ripulisce la resa fonica del materiale già udito sul debutto “Land Speed Record” pur conservandone la forza d’urto, confermando l’appartenza del gruppo al fenomeno hardcore; il capitolo sessioni di studio, che vede la formazione sperimentare tra passato (le bordate di Afraid Of Being Wrong e Punch Drunk, puramente e schiettamente hardcore) e futuro (la rilettura nervosa di Sunshine Superman di Donovan e Everything Falls Apart, che fotografano il passaggio al nuovo corso). Ciò che ne esce è la ricostruzione di una delle formazioni più creative e originali del rock americano degli anni Ottanta che esplora le sue capacità espressive, dimostrandole spiccate già in esordio ed affinandole a rapide falcate. These important years.

5. Filthy Friends – Invitation
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Restando in tema di underground americano, questo quintetto, formato nel 2012 e poi nuovamente in attività dal 2016, vede a fare compagnia a Corin Tucker, chitarrista e cantante delle Sleater Kinney, nientemeno che Peter Buck, Kurt Bloch dei Fastback, Scott McCaughey (ex Minus-5 e R.E.M.) e Bill Rieflin (già nei King Crimson e nella touring band dei R.E.M.), con anche una comparsata di Krist Novoselic al basso. Visti i galloni alternative della formazione, e il suo atteggiarsi a “supergruppo” nello stile del più pomposo passato del rock, fa sorridere che il loro unico LP abbia visto la luce per l’etichetta Kill Rock Stars!, ma tant’è. Polemiche a parte, se “Infestation” fosse uscito negli anni Ottanta o primi Novanta, se ne parlerebbe ancora adesso come uno dei migliori album del circuito indipendente a stelle e strisce. Merito di canzoni che non si fanno imbrigliare stilisticamente né cedono al desiderio di distinguersi da tutti in forza di ideologie stilistiche preconcette: i tempi sono cambiati, la discografia è crollata e ognuno è libero di proporre qualsiasi cosa. I cinque, musicisti maturi, lo hanno capito e ne hanno fatto il loro punto di forza. E così, dopo l’apertura con il singolo Despierta, che echeggia a dodici corde per poi impennarsi elettricamente, ecco le carte mischiarsi in maniera sorprendente: il glam da arena di Windmill a fianco del pop acustico ma crespo di Faded Afternoon; una Any Kind Of Crowd che sorprende non sentir intonare da Michael Stipe giustapposta alla quasi-kissiana The Arrival; il garage-punk ortodosso di No Forgotten Son armonizzato con una Brother che sembrano i Muse capitanati da Debbie Harry; l’eccitazione power pop di You And Your King per nulla antitetica al delizioso congedo della title-track, che swinga districandosi tra certo jazz acustico e Macca il baronetto. Scrittura di livello altissimo, integrità artistica preservata, accessibilità massima: al tempo una cosa così non l’avrebbero tentata nemmeno i Replacements o i Meat Puppets. La vera meraviglia discografica del rock datato 2017.

6. Pretty Boy Floyd – Public Enemies
pretty boy floyd - public enemies
Non so chi tra i lettori abbia mai visto una foto della formazione dei Pretty Boy Floyd al tempo del suo massimo successo. Nel caso, eccone qui una. Il tutto ha un indubitabile potere respingente, ma, se solo uno abbia voglia di andare oltre l’apparenza (operazione complessa in casi, come questo, di apparenza sostanzializzata) e fermarsi a capire come la proposta musicale del quartetto sia sopravvissuta a mode e rivolgimenti in maniera essenzialmente inalterata, l’ascolto del nuovo disco dei Pretty Boy Floyd, riesumati da un silenzio discografico settennale ad opera della nostrana Frontiers, sembrerà la dimostrazione che, volendolo, è possibile fermare il tempo. Una dimostrazione delle più riuscite e divertenti, peraltro. Guardate la copertina: logo con lettering sottratto agli Iron Maiden e l’immancabile O che racchiude il pentacolo, alla foggia dei Mötley Crüe del periodo ’83 – ’85; e poi un disegno con pipistrelli, scheletro, armi e simboli mortifero-esoterico-complottistici sullo sfondo di una Gotham City da cartone animato. E tutto questo prima ancora di avere ascoltato una sola nota. Se uomini sui cinquant’anni spediscono sul mercato un prodotto del genere, convinti delle sue possibilità di affermazione commerciale, il buono dev’esserci necessariamente. E c’è, infatti: nella sospensione temporale. Anche qui, prima ancora di ascoltare una nota, basta leggere i titoli: High School Queen, Girls All Over The World, Do Ya Wanna Rock, American Dream, Run For Your Life, Shock The World. Non è nemmeno parodia, è proprio convinzione; come di cosa? Che sia ancora il 1988! Quando le chitarre erano fluo e il Muro non quello al confine col Messico. Che poi le canzoni siano pezzi di chewing glam metal tra i più gustosi mai consumati, senza per questo svelarsi come un tentativo di ricostruzione filologica (voglio dire, c’è persino una power ballad intitolata We Can’t Bring Back Yesterday!), resta irrilevante. Se credete che sia in atto una ripresa economica, comprate questo disco.

7. H.E.A.T – Into The Great Unknown
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Ancora non mi faccio persuaso (cit.), ma in qualche modo funziona. Il singolo era terrificante, un inconcludente papocchio di rock moderno senza appigli melodici di rilievo o potenza sonora veruna. L’album, però, in qualche modo regge, nuovamente orientato verso quell’hard rock duro e puro che la formazione svedese ha deciso di praticare a partire dal precedente “Tearin’ Down The Walls” ma ancor più copioso in Watt e grida. Non che questo significhi un’abdicazione dai doveri compositivi, e valga in tal senso la conclusiva title-track, però è innegabile che il motore non gira più liscio come in passato. Per il momento la cosa è tenuta sotto controllo, e quindi godiamoci il disco (che comunque resiste a plurimi ascolti), ma il futuro è ignoto, giustappunto.

8. Cannibal Corpse – Red Before Black
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Svariati recensori e i suoi stessi autori l’hanno definito “catchy“, e se non è strano appioppare un simile aggettivo ad un album dei Cannibal Corpse non so cosa lo sia. Eppure la definizione ha senso, perché in questi solchi (anche il CD ne ha, dopotutto), pur non distaccandocisi dall’usuale formula stilistica, si trovano alcuni dei riff più densi di groove apparecchiati dai cinque americani nell’arco di una carriera quasi trentennale, a tratti vicini a certe soluzioni thrash eppure sempre inconfondibilmente uguali a se stessi. Difficile segnalare un pezzo che si elevi dalla mischia di sangue, frattaglie, growl vocale e ritmi ora velocissimi ora schiacciasassi, ma l’ascolto d’insieme è fluido e piacevole, spingendo una volta di più a giocarsi le vertebre cervicali per il puro gusto di farlo. Nota di merito alla produzione, che sottolinea la potenza definendo i suoni senza per questo cadere in inutili eccessi tecnologici. Ennesima conferma della qualità eccezionale del più famoso gruppo death metal in attività.

9. The Night Flight Orchestra – Amber Galactic
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Sembra impensabile che qualcosa del genere provenga dai principali compositori dei Soilwork, il cantante Björn Strid e il chitarrista David Andersson, peraltro in combutta con il bassista Sharlee D’Angelo, anche lui forte di un pedigree metallico di tutto rispetto (King Diamond, Mercyful Fate, Spiritual Beggars, Arch Enemy). Eppure il side-project in questione è arrivato al decimo anno di attività e al terzo LP, nel corso del tempo incontrando il favore di un gigante discografico come la Nuclear Blast, solitamente poco avvezza a queste sonorità. Che sono quelle delle radio di fine Settanta e inizio Ottanta, rock melodico che non disdegna moderate escursioni progressive e stilettate chitarristiche senza per questo dimenticare le esigenze del grande pubblico in termini di melodia e ballabilità. Il risultato sono undici pezzi deliziosamente démodé, tra Toto, Alan Parsons Project, Electric Light Orchestra, Journey, Foreigner e tutto il resto che sapete o potete immaginare. Si è detto ripetutamente che la Svezia ha una marcia in più quando si parla di melodie; ebbene, “Amber Galactic” non fa mai eccezione alla regola, e sul punto valgano esemplificativamente Gemini, preclaro esempio di smash hit single nel 1984 di una dimensione parallela, e una Domino che nella predetta dimensione ha fatto ricchi Giorgio Moroder, Harold Faltermeyer e Kenny Loggins. Il riciclo musicale di quella stagione raramente ha dato frutti migliori.

10. L.A. Guns – The Missing Piece
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Mi ero ripromesso di evitare di inserire in questa lista troppi dischi di hard rock anni Ottanta, di quelli fatti da gente avvezza alla pubblicità ingannevole in forma di cerone e pantaloni attillati con i calzini arrotolati dentro il pacco. La verità è che non ci riesco, che il grigiore di un’epoca (interiore ed esteriore) di disfacimento e transizione come la presente mi sembra contrastabile unicamente con manifestazioni estetiche corrusche e animate da una joie de vivre autodistruttiva e irresponsabile ma nondimeno tale. E tanto (poco) mi basta. Resta che il nuovo disco degli L.A. Guns, il primo che vede insieme dopo decenni lo storico cantante Phil Lewis e il chitarrista fondatore Tracii Guns (pur in una risibile situazione di coesistenza di due diversi gruppi omonimi, questo e quello capitanato dal batterista storico Steve Riley assieme a un pugno di carneadi; situazione che accomuna diverse realtà della scena del Sunset Strip, tra cui i Great White, e che, oltre ad ingrassare avvocati e promoter, disvela latenti problemi egotici e/o finanziari dei musicisti), è indiscutibilmente un disco di hard rock stradaiolo come non se ne fanno da tempo, un saggio della materia vergato con un’ispirazione stupefacente (vabbè…) per dei veterani. Anzi, la stupefazione si incrementa con l’ascolto, che disvela soluzioni compositive variegate, inusitate per questa sigla, senza sacrificare l’impatto complessivo: se l’iniziale It’s All The Same To Me già da subito alza i livelli di deboscia e quanto segue nulla fa per ridurre l’aria viziosa, l’atipica ballata Christine, il lento semi-blues The Flood’s The Fault Of The Rain (probabilmente sarò l’unico al mondo a sentirci un’assonanza con Roof With A Hole dei Meat Puppets), una title-track che con giusto una patina di modernità in più potrebbe essere un successo degli Stone Sour e gli articolati cinque minuti della conclusiva Gave It All Away sembrano il parto di un’altra band. Magari una migliore, ma per adesso va più che bene così. Ritorno tanto inatteso quanto sorprendente in qualità.

Altre pillole di 2017
Duel – Witchbanger
: texani che rifanno i Black Sabbath. Suoni analogici, riff scontati, voce al bourbon, groove da vendere. Duri e ottusi come il guscio di un armadillo.

Morbid Angel – Kingdoms Disdained: death metal americano che gorgoglia e bestemmia dal centro dell’universo, come solo deve fare. Di nuovo nessuna pietà. Per fortuna.

Marilyn Manson – Heaven Upside Down: meno riff blues e più atmosfere elettroniche e suoni metal, ma la sostanza c’è. Era meglio “The Pale Emperor”, ma il Reverendo è tornato per restare.

Don Barnes – Ride The Storm: inciso nel 1989 dal cantante dei .38 Special con fior di turnisti e lasciato a prender polvere sino a quest’anno. AOR vecchia scuola come non se ne sente più, a tratti (la title-track) memorabile come le cose migliori dell’epoca.

Target – In Range: come sopra, solo che l’anno era il ’79. Notabile per la voce magnifica di Jimi Jamison, a quel punto già giunta a maturazione timbrica. Per il resto un passabile southern rock che persegue le sue ambizioni radiofoniche flirtando con l’hard rock, così riflettendo la crisi del genere nel dopo ’77.

Steve Earle & The Dukes – So You Wanna Be An Outlaw: Una garanzia. Rock che sovente varca la Frontiera e si lorda della polvere della prateria; ma anche country che una volta ogni tanto si concede una serata in città. La conclusiva epopea western di Goodbye Michelangelo è toccante come non mai.

The Jesus And Mary Chain – Damage And Joy: c’è molto mestiere, ma la vena compositiva non si è esaurita. E, al solito, l’abito pop, sintetico ma anche acustico, dona proprio. Chiamiamolo Brit pop evoluto.

Gregg Allman – Southern Blood: in apertura è posto l’unico brano autografo, My Only True Friend, toccante testamento in forma di ballata al profumo di soul, che si apprezza vieppiù alla luce del supremum exitum. Il resto sono cover, nove, che spaziano da Tim Buckley ai Grateful Dead, da Willie Dixon ai Little Feat, da Bob Dylan a Jackson Browne (qui chiamato a duettare con Allman nella conclusiva Song For Adam), e si muovono in ambito più folk del solito, forse perché per il blues non c’è più tempo. Un congedo postumo con un sorriso, una carezza e una ritirata in punta di piedi, chiudendosi delicatamente la porta alle spalle.

L’altro 2017
Perché, ormai lo sappiamo, è il 2017 solo se ci credi.

Judas Priest – Jugulator
In occasione del ventennale l’ho rispolverato, scoprendolo più valido di quanto lo ricordassi e di quanto lo si è sempre fatto passare, forse per lo smarrimento di tutti i gruppi di heavy metal classico negli anni Novanta e senz’altro per la difficoltà a concepire i Priest senza Rob Halford. In realtà “Jugulator” è figlio legittimo del suo tempo, i suoni un concentrato di compressione al fine di incrementare lo spessore e i riff interamente pensati per creare il massimo groove possibile pur restando in velocità media, secondo lo schema portato al successo dai Pantera, ma la scrittura è solida e la voce di Ripper Owens non fa mancare nulla in termini di tecnica, aggressività ed espressività. Peccato solo per le intro e le outro che affliggono quasi ogni brano, aggiungendo a ciascuno almeno un minuto di troppo; in loro assenza, staremmo parlando del miglior album dei Judas Priest da “Painkiller”.

The Keys – The Keys Album
Incredibile scoperta casuale, ma di quelle destinate a durare. Perché l’omonimo LP del quartetto inglese, pubblicato nel 1981, è forse (ma forse neanche tanto forse) il miglior album di power pop di sempre. Prodotto da Joe Jackson, uscito su A&M, “The Keys Album” vedeva i Keys cesellare melodie meravigliose su chitarre cristalline e ritmi frizzanti, aggiungendovi strepitose armonizzazioni vocali, con un amore malcelato per il primigenio rock ‘n’ roll e la British Invasion ma un orecchio parimenti attento a ciò che accadeva nell’Inghilterra coeva, alle prese con new wave e rockabilly revival. E così Hello Hello è il singolo per cui i Cheap Trick degli anni ’80 avrebbero fatto carte false e One Good Reason tiene incredibilmente insieme Stray Cats e Wham! distillando il meglio da entrambe. E così il singolo I Don’t Wanna Cry si qualifica nientemeno come uno dei due o tre migliori pezzi power pop di tutti i tempi e la conclusiva World Ain’t Turning, stilisticamente vicina ai Plimsouls, non è tanto da meno. E così If It’s Not Too Much continua la tradizione di vestire Buddy Holly e Ricky Nelson della miglior sartoria britannica e Back To Black fa mostra di eco chitarristico e verve ritmica tipicamente rockabilly. E così fino alla fine, ossia finché si è costretti a ripartire da capo. La disgrazia, però, è che il disco non è mai stato ristampato e non ne esiste una versione digitale ufficiale, cosicché tocca o rivolgersi al mercato dell’usato, dove è difficile cavarsela con cifre contenute, o sfruttare il buon cuore di taluni utenti del solito sito dei video, a cui vi rimando. Imperdibile per chiunque.

Blue Ash – No More No Less
Altro classico del power pop, stavolta conclamato, ancorché di nicchia come il genere po(p)stula. Con questo debutto del 1973 il quartetto dell’Ohio intendeva alimentare la fiamma accesa dai Raspberries e dai Badfinger riportando in auge valori compositivi dei primi Sessanta. Con risultati artisticamente egregi ma di raggio limitato, visto che la penuria di vendite portava la Mercury a scaricare il gruppo già nel ’74, lasciandolo senza contratto per tre anni, fino ad un LP per l’etichetta di Playboy (!), ovviamente invenduto (il dico), e allo scioglimento nel 1979. Ma “No More No Less” resta una strepitosa istantanea della prima stagione power pop, quella più di tutte alle prese con l’alchemica individuazione dell’equilibrio tra armonia ed energia; spesso nella stessa canzone, come certifica in apertura Abracadabra (Have You Seen Her?), singolo esemplare, mentre le due cover in scaletta, Dusty Old Fairgrounds di Bob Dylan e Anytime At All di Beatles, fissano le coordinate stilistiche di riferimento, con giusto una punta di country in più. Nel mezzo, dieci pezzi autografi che avrebbero meritato miglior fortuna. Né più, né meno, per l’appunto.

The Bellrays – Black Lighting
Abbandonate le slabbrature punk degli esordi, gli ultimi Bellrays hanno abbracciato un suono pieno e a tratti quasi hard, senza per questo dimenticare chi sono e da dove vengono. Fermo che dal vivo sono insuperabili per quasi chiunque, “Black Lightning”, uscito nel 2011, ne è la prova: dieci pezzi, trenta minuti scarsi e una scarica emotiva che oscilla tra gli estremi di cui si compone il titolo, tra i muri chitarristici di Bob Vennum e gli affreschi vocali di Lisa Kekaula, tra la potenza di fuoco punk ‘n’ roll (la title-track, roba da far verdi d’invidia i Backyard Babies; Hell On Earth, punk allo spasimo; Everybody Get Up, machismo sonoro dal ritornello spietato) e una pur esuberante melanconia soul (Sun Comes Down è puro sound Hitsville U.S.A., la conclusiva Sun Comes Down legittimamente potrebbe essere griffata Motown, mentre nel mezzo Anymore è una lettera di congedo dalla vita con pochi equivalenti sul piano emozionale), tra l’anima black e la tempesta di fulmini. Difficile starne lontani, una volta scoperto.

Damnatio memoriae
Annihilator – For The Demented

Nomen omen.

Cinque più cinque meno

Note In Lettere compie oggi cinque anni. Non li porta granché bene, a giudicare dal collasso numerico, di articoli e lettori, che lo affligge con cadenza ormai cronica, ma tant’è. E poi chissà. Segnalo però un dato incoraggiante (o scoraggiante, a seconda delle prospettive): la più frequente ricerca dell’anno per giungere al blog è stata il gaddiano “campicello di Monroe“, battendo, per la prima volta, materie riferibili alle qualità della consorte di Giove.

E niente, mi sembrava giusto ricordarlo.

All’anno prossimo, per chi ci sarà.

Andergraund Saund 5

NEW CANDYS – BLEEDING MAGENTA

new candys - bleeding magenta

Di realtà interessanti nel sottobosco musicale nazionale ce ne sono svariate, e dunque portarle all’attenzione dei lettori è solo questione di disporre del tempo necessario per scovarle, sviscerarle e scriverne. Ma quando all’orizzonte si palesa una scoperta, inattesa quanto folgorante, poterne far propaganda è un piacere prima ancora che un dovere morale. Per chi vi scrive, i New Candys sono questa scoperta.

Quartetto veneziano attivo dal 2008 e con un paio di singoli, un EP e due LP all’attivo, i New Candys si muovono nel variegato universo sonoro del rock indipendente con sicurezza e molto talento, e non è un caso se la loro mistura di Jesus And Mary Chain, shoegaze, grunge, Velvet Underground e certa psichedelia di ascendenza britannica (qualcuno, a ragione, ci sente i Black Rebel Motorcycle Club) ha attirato l’attenzione di una prestigiosa etichetta del settore come la londinese Fuzz Club. Proprio per i tipi di quest’ultima, infatti, ha visto la luce, il 6 ottobre scorso, “Bleeding Magenta”, terzo album e definitiva consacrazione della formazione. Non bastasse la stilosa copertina, in uno tenera e inquietante, le undici tracce che compongono il disco dimostrano una piena maturità compositiva e una totale padronanza strumentale, in cui i referenti sonori sopra citati sono amalgamati in maniera personale e, soprattutto, accattivante: le melodie non difettano mai, gli arrangiamenti fanno ottimo governo dell’alternanza dinamica e favoriscono la differenziazione dei brani, la produzione (opera del Fox Studio di Andrea Volpato) sottolinea ove necessario senza per questo comprimere la gamma dinamica e la resa fonica complessiva. Il risultato è un disco che avvolge l’ascoltatore in spire oniriche, trascinandolo in introspezioni qui dolci e là ruvide, ora torpide ora chiazzate di magenta color del rumore. E non se ne ha mai abbastanza.

Dire che è incredibile (massì, stupefacente) scoprire di avere un gruppo della qualità dei New Candys sotto casa senza che ce ne sia accorti prima (degli altri) è molto probabilmente banale, ma anche indicativo del torpore e del livellamento al ribasso tipici della contemporaneità. Qui si può evitare di commettere lo stesso errore per il futuro.

Sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie: Flamin’ Groovies – Fantastic Plastic

Flamin' Groovies - Fantastic Plastic

Pensavo di essere troppo giovane per assistere alla pubblicazione di un nuovo album dei Flamin’ Groovies: troppo tempo, venticinque anni, è passato da quel “Rock Juice” che li vedeva ormai ben instradati sul viale del tramonto, canzoni sovente imbarazzanti a sancire il declino del gruppo di culto più “di culto” che il rocchenròll abbia mai prodotto. E invece sono contento di essere stato smentito. Felice, persino.

Dei Groovies dovreste già sapere, ma, se così non fosse, ecco una sinossi. Nati a San Francisco a metà anni Sessanta dalle ceneri di due formazioni folk, i nostri hanno la singolare caratteristica di avere sempre, intendo sempre, sbagliato la scelta dei tempi: con il trentatré giri di debutto, “Supersnazz”, anno 1969, si professavano apologeti del rock ‘n’ roll anni Cinquanta e della grafica anni Trenta quando tutti inseguivano la psichedelia e le utopie allucinate; con i seguenti LP provavano quindi ad allinearsi alle lancette della contemporaneità musicale, ma nemmeno il qualitativamente gigantesco “Teenage Head” (1971), che qualcuno icasticamente descrisse come “il modo in cui avrebbero suonato i Rolling Stones se avessero giurato fedeltà alla Sun Records anziché alla Chess” e che, pare, lo stesso Mick Jagger abbia definito superiore al contemporaneo ed osannato “Sticky Fingers”, riuscì a risollevarne le quotazioni. Col risultato di vedere la formazione sfaldarsi e riassestarsi (al posto di Roy Loney subentra il chitarrista e cantante Chris Wilson) e quindi ricomparire in Inghilterra a metà dei Settanta, sintonizzata su un suono debitore della British Invasion e delle sue risposte americane e pronta a farlo sapere al mondo con l’aiuto del gallese Dave Edmunds, produttore e spirito affine (suoi i Rockfield Studios, per i quali passeranno anche gli Stray Cats debuttanti). Ma anche stavolta il tempismo è pessimo, perché “Shake Some Action”, secondo lavoro qualitativamente gigantesco in carriera nonché vero e proprio classico del rock anni Settanta (o forse del rock in generale), esce nel 1977, quando infuria la tempesta punk e di una raffinata ma non sufficientemente energetica miscela di suoni inglesi del decennio precedente (“Il migliore album dei Beatles mai inciso dai Rolling Stones. O il contrario, non si è mai capito“, lo definì acutamente un critico di casa nostra) nessuno o quasi sa che farsene. Né miglior sorte ebbero i seguenti due dischi, datati ’78 e ’79 e calanti in qualità, al punto da spingere la formazione in ibernazione durante gli anni Ottanta (quando, cioè, il revival del garage e dei Sixties avrebbe potuto conferire al gruppo una qualche notorietà; ennesima errata scelta di tempo), salvo poi riemergere con il citato, e francamente scadente, “Rock Juice”, restando quindi una piccola attrazione concertistica per nostalgici nel corso del nuovo millennio. Sino ad oggi, 22 settembre 2017. Sino a “Fantastic Plastic”.

Tutto nasce quando, nel 2013, Cyril Jordan, leader indiscusso della formazione già dagli anni Settanta, nuovamente incontra a Londra il vecchio compare Chris Wilson, con cui non si parla da decenni. In qualche modo l’alchimia si ricrea, e i due, oltre a riprendere l’avventura Groovies insieme sul palco, entrano in studio alla fine di ogni tour per fissare su disco le idee compositive che la compresenza suscita loro. Quattro anni dopo, ecco il risultato. Appreso tutto ciò è legittimo lo scetticismo sulla qualità di detto risultato, e quindi l’unico modo per capire se questo pezzo di plastica suona giustappunto fantastico come da titolo è porlo nel lettore e premere il tasto con il triangolo disegnato.

Ebbene, “Fantastic Plastic” funziona. Eccome se funziona. Ovviamente si parla di un album di vecchie glorie (glorie…) che ritornano, e dunque nihil sub sole novum è la doverosa cautela in questi casi, ma la ricapitolazione stilistica è sufficientemente ispirata da suscitare piacere e sollievo per un rientro che sulla carta presentava ampi margini di incognita. Non tutto è ineccepibile, ad onor del vero: Don’t Talk To Strangers dei Beau Brummels si rivela graziosa ma prescindibile, Let Me Rock, vecchio arnese scritto nel ’72 e inciso per la prima volta quarantacinque anni dopo, appare un restauro riuscito a metà, Crazy Macy è un rockabilly un po’ dozzinale di cui non si sentiva particolare necessità e la strumentale I’d Rather Spend My Time With You ha il giusto twang nelle chitarre ma è anonima o poco meno. E però, ad onta di una scaletta inutilmente caricata di brani (dodici), i lati positivi prevalgono: l’apertura con What The Hell Is Going On, pietra dura della miglior cava stonesiana, riscalda cuori e corpi e invita a proseguire il tragitto, End Of The World trasmette in diretta da quel bilico tra melodia ed energia che furono i Settanta della band, She Loves You racchiude in un titolo scarafaggesco un ottimo esercizio di calligrafia parimenti made in Liverpool, I Want You Bad degli NRBQ risplende della migliore grazia jingle-jangle e fa il paio con l’altrettanto ottima e byrdsiana Cryin’ Shame (l’arpeggio iniziale, ovviamente di Rickenbacker a dodici corde, è persino sottratto per metà a Mr. Tambourine Man). Dovendo rendere in percentuale i “pro” e “contro” della musica in esso contenuta, “Fantastic Plastic” totalizzerebbe un ipotetico 65-35. Ma se aggiungiamo il miglior suono che i Flamin’ Groovies abbiano mai avuto in un disco di studio, un amalgama in cui le chitarre rilucono nitide quanto necessario senza sacrificare l’energia rock ‘n’ roll, le armonie vocali avvolgono senza farsi melense, ogni strumento ha una precisa collocazione nello spettro sonoro e, in generale, nel comporre il quadro d’insieme i dettagli sono valorizzati anziché sacrificati, e se altresì consideriamo il valore aggiunto di una copertina accattivante, dal meraviglioso fascino retro, opera dello stesso Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis (famoso illustratore americano degli anni Cinquanta e Sessanta), allora il rapporto tra “contro” e “pro” è destinato a sbilanciarsi ulteriormente in favore dei secondi.

Un pezzo di storia del rock ‘n’ roll alza nuovamente la testa, e, vista la condizione delle sue vertebre cervicali, non si può che gioire per l’invidiabile forma dimostrata. Bentornati Groovies, goodbye foglio azzurro che siedi nel portafoglio inane.

Vae victis: l’altro 1992

The year that punk broke, ormai lo sapete tutti. Ma il resto? Quello che i Nirvana e i Sonic Youth non vi hanno insegnato? Voglio dire, a questo punto è arcinoto tutto quanto: a inizio anno “Nevermind” va in cima in America e #ciaone al resto; Rodney King le prende forte ma chi gliele dà va in pace e, come dire, hell breaks loose, anche musicalmente; Jack Frusciante esce dal gruppo e apriti cielo; Sinéad O’Connor straccia Wojtyla in diretta e apriti cielo sul serio; Mustaine con occhiali e pizzetto, dopo aver lamentato gli strascichi rurali della Reaganomicsinterroga parlamentari in pectore davanti alle telecamere, e tutto il resto. Ma il resto, appunto? Quelli che ci credevano e sono rimasti fregati, i repubblichini del rocchenròll, che fine hanno fatto? Intenti a baloccarsi nelle loro certezze quando il mondo intorno a loro cambiava irrimediabilmente e per loro non c’era più posto, nonostante un decennio trascorso a condividere germi ed emozioni. Fregati, dal primo all’ultimo; convinti magari di potercela fare, e (forse) per questo doppiamente fregati. Ma non era tutta merda quella che luccicava, né il contrario, e addito dunque taluni che affogarono e avrebbero meritato un altro paio di bracciate,  con chiosa esopica. Poi fate voi, come sempre.

Giant - Time To BurnGIANT – TIME TO BURN
Il disco di un gruppo formato da sessionmen di Nashville e L.A. che suonano rock radiofonico, che speranza poteva avere sul mercato, nell’anno di Seattle trionfante e soprattutto della dipartita di Jeff Porcaro? Onestamente. Eppure in un’ipotetica lista dei dieci migliori dischi AOR di tutti i tempi “Time To Burn” è senz’altro in classifica, se non addirittura sul podio. Datasse dall’89 indietro avrebbe avuto meritata fortuna, e invece niente. Però resta un capolavoro (ma che scrivo? Un CA-PO-LA-VO-RO) di hard deco, con pezzi scritti (a più brani collabora Mark Spiro), suonati (Dann Huff, Mike Brignardello, Alan Pasqua) e prodotti (Terry Thomas in cabina di regia) dai migliori. E una resa sonora francamente inarrivabile: quando devo provare la qualità di un impianto, io uso questo CD. È finito come è finito, ed è un peccato; ma che ne sanno i 1960.

Stan Bush - Every Beat Of My HeartSTAN BUSH – EVERY BEAT OF MY HEART
Nel 1992 il disco di uno che di cognome fa Bush, e peraltro con una copertina del genere, era più fottuto di un reparto maternità. Ma il contenuto spiazza (o forse no), perché la professionalità del nostro uomo, unita alle doti compositive di coadiutori tipo Jim Vallance (l’artefice del 50% della fortuna di Bryan Adams; sì, la sappiamo la storia del treno tra le gambe, risparmiatecela ché ormai anche voi avete l’età che avete) e Jonathan Cain, partorisce un lavoro di qualità superba nel cesello degli arrangiamenti e nella finitura delle melodie. Da qui in poi sarà pilota automatico, comunque a livelli sempre più che dignitosi, ma il talento o c’è o non c’è. E qui, ’92 o meno, c’è eccome.

Unruly Child - Unruly Child

UNRULY CHILD – UNRULY CHILD
World Trade chi? Signal chi? Ecco. Figurati la loro crasi. Ma se l’hard rock melodico aveva un futuro in quel fatidico anno di cinque lustri or sono, certamente passava per le maniere del Bambino Indisciplinato, concentrato di accattivante smargiasseria ottantiana e umbratile consapevolezza novantiana. Non che avesse alcuna possibilità, come certificato dallo scioglimento del gruppo a due settimane dalla pubblicazione dell’album. Poi di cotanta avania giustizia ha fatto il tempo, ma che delusione sapere quella copertina caravaggesca non apprezzata come meritava il contenuto.

Jackyl - Jackyl
JACKYL – JACKYL
Basterebbe la copertina (e vi risparmio il retro), ma non guasta aggiungere due precisazioni: il pezzo più noto, The Lumberjack, è un blues con assolo di motosega, e la canzone conclusiva si intitola She Loves My Cock. L’equivalente musicale di gridare “Sieg heil!” a Norimberga nell’autunno del ’45, insomma. Però questo ciocco di hard quadrato dalla voce stridula è prodotto da Brendan O’Brien, e nessuno di voi lettori avveduti, colti e di buon gusto si sognerebbe mai di mettere in discussione Pearl Jam, Red Hot e RATM. E allora come la mettiamo con il marchio Geffen sul retro (lo stesso dei Nirvana, inter alios) e i due milioni di copie vendute? Non è che…? No, impossibile: siete troppo avveduti, colti e di buon gusto per tramutarvi improvvisamente in Hyde. Scusate l’infelice illazione. Vi omaggio e vi saluto. Sieg Hyde.

Ugly Kid Joe - America's Least Wanted

UGLY KID JOE – AMERICA’S LEAST WANTED
Gerusalemme. Scovo un negozio di oggetti usati. Entro e comincio a rovistare in una scatola contenente qualche CD. Il negoziante mi vede e mi domanda se sono interessato ai dischi. Rispondo di sì. “Because I have a record store“. Mi fa cenno di seguirlo. Esce dal negozio, si dirige verso la porta che si trova alla destra del negozio stesso, situata in un anonimo condominio, estrae un mazzo di chiavi e la apre. All’interno vi è un breve corridoio buio, con in fondo una rampa di scale. Entra. Lo seguo. Dopo due passi dentro l’uscio si volge sulla destra e mi mostra uno sgabuzzino, zeppo di vinili accatastati senza ordine alcuno. Mi spiega la legenda delle etichette, ciascuna di un colore diverso, corrispondente ad una diversa percentuale di sconto da applicare al prezzo indicato, e mi lascia a rovistare nella baraonda di dischi, conservati in stati compresi tra il passabile e l’intollerabile. Dopo una breve e insoddisfacente ricerca individuo una scatola contenente CD e mi metto ad esplorarla, trovando infine una copia di “America’s Least Wanted” degli Ugly Kid Joe per 7 shekel (circa 1,70 euro). Trascorsa circa mezz’ora, visto che si era fatto tardi e che cercare in quella congerie a trentatrè giri risultava impossibile e/o inutile (peccato solo per il live dei Descendents), torno in negozio con il compact prescelto e lo porgo al negoziante unitamente ad una banconota, schernendomi per il parco acquisto con un sorriso di circostanza e un “I’m a poor guy” quasi di scuse. Senza mutare la propria espressione tra il flemmatico e l’estenuato, il venditore prende i soldi, mi dà il resto e con tono monocorde risponde: “Next time try to come back when you have more money, because the air conditioning costs more than 7 shekel.“. Questo fulgido esempio di Witz (witza vissuta) valga a sancire la centralità archetipale del quintetto californiano nel grande inganno che fu il cambio della guardia nel rock di inizio Novanta: bastava solo proporre facce nuove con il look debitamente ritoccato in senso street-wise (guardateli: cappello col frontino girato all’indietro e magliette di gruppi hardcore, come una qualunque band thrash del lustro precedente) e sostituire a livello lirico le spacconate da allupato perenne con un pizzico di umorismo demenziale e di intimismo da gioco della bottiglia per continuare a propinare al pubblico improvvisamente scopertosi alternativo la stessa miscela di chitarre dondolanti e melodia ammiccante che aveva fatto la fortuna di Poison & co. Non è certo un male, perché un consumatore, come qualunque pesce piccolo, può ingoiare solo una certa quantità di plastica prima di soccombere, e poi qui i brani accattivanti ci sono e i musicisti sanno il fatto loro. Ma fa sempre impressione, e suscita pure un certo sdegno, scoprire una volta di più come nelle mani dei vasai della discografia di peso siamo nulla più che creta inerte. Niente di nuovo, non fosse che oggi la situazione si è aggravata, discografia o aliunde. Oh well, whatever, vae victis.

Sogno Giamaica, sogno libertà

Troppe cose e troppo in fretta succedono perché Note in Lettere possa essere in qualche modo presente nel frenetico susseguirsi della contemporaneità, cosicché l’aggiornamento si è rarefatto ben oltre le due uscite mensili che l’autore aveva promesso a se medesimo come soglia dignitosa di mantenimento di codesta finestra italografa in forma telematica. Vano, quindi, vaticinare plausibili frequenze di future pubblicazioni, e ci si conforti con l’inattendibilità, temporale o altrimenti, dell’autore. Tuttavia, una menzione, sia pur breve e giocoforza incompleta, occorre, sempre a tema con gli argomenti che trovano qui cittadinanza.

Tre giorni addietro cadeva il cinquantacinquesimo anniversario dell’indipendenza formale della Giamaica dal Regno Unito. Il 6 agosto 1962, infatti, entrava in vigore il Jamaica Independence Act, approvato dal Parlamento britannico il precedente 19 luglio, che, dando attuazione alle richieste del Chief Minister caraibico Norman Manley e all’esito del referendum che l’anno precedente aveva sancito l’uscita della Giamaica dalla Federazione delle Indie Occidentali, trasformava l’isola delle Grandi Antille in un’entità internazionale autonoma, ancorché alimentata dal cordone ombelicale politico-economico detto Commonwealth, e dunque continuando formalmente a riconoscere il mon droit targato Windsor. Notoriamente gli inizi di uno Stato appena costituitosi in forma (semi)indipendente non sono dei più pacifici, e infatti lo scontro politico giamaicano assunse sovente i colori accesi del dissenso radicale e persino le tinte fosche della violenza, che non risparmiò nemmeno il cittadino più celebre, simbolo della Giamaica nel mondo. Era, infatti, il 3 dicembre 1976 quando un uomo armato, che gli accertamenti successivi decretarono vicino al partito di opposizione, si introdusse nella casa di Bob Marley e gli sparò, colpendolo al petto ed al braccio e ferendo altresì la moglie Rita alla testa e il manager Don Taylor ad una gamba. Le pur gravi ferite riportate, tuttavia, non impedirono ai Marley di esibirsi due giorni dopo al concerto  gratuito “Smile Jamaica”, organizzato dal musicista con il supporto del Primo Ministro Manley proprio come valvola di decompressione per la crescente tensione politica dell’isola,  salvo ritirarsi immediatamente dopo in un esilio autoimposto a Londra. E questo episodio dimostra quello che già dovrebbe essere ben noto, ossia che l’indipendenza, o quantomeno l’autogoverno, comporta delle responsabilità serie in termini di gestione politica e sociale di una nazione, e solo un equilibrio in tale gestione, che richiede lungimiranza e lucidità (ma anche un pizzico di autodeterminazione non guasta), consente di tenere lontano lo spettro della violenza, che costituisce un rischio costante per ogni nazione, tanto più grande laddove prosperi una marcata e percepita diseguaglianza tra i cittadini e un diffuso malessere covi sotto la superficie della apparente pace sociale. Una lezione che la Giamaica deve ancora completamente fare propria, e chissà che questo anniversario non valga da spunto di riflessione, per i giamaicani ma non solo.

Valga come ulteriore spunto la meditazione di Marley su quell’imboscata notturna che tanto profondamente lo segnò (e non solo nella carne), contenuta nell’album “Survival” (1979) e, ancorché non uno degli apici del disco e meno che mai della carriera, recante osservazioni deflagranti e di sorprendente attualità (“Attraverso la strategia politica/Ci tengono affamati/Quando riceverai del cibo/Il tuo fratello diverrà il tuo nemico“), rivelatrici e desolanti seppure lenite da un’escatologia oppiacea (“E non riuscirono a toccarci/Attraverso i poteri dell’Altissimo/Continuiamo a ritornare in superficie/Attraverso i poteri dell’Altissimo“). Che sia una conferma del valore profetico del messaggio del principe del reggae o una mera presa d’atto di come va il mondo lo stabilisca da sé il lettore; per parte mia, è difficile rinvenire forma più idonea per ricordare il genetliaco della Giamaica indipendente.