Verba volant, scripta manent.

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Uno in più con noi.

Oggi Note in Lettere entra nel suo sesto anno, dopo essere stato, magari lo ricorderete dal tredici ottobre scorso, five years dead. Non se la passa granché numericamente (i post ben al di sotto dell’auspicata media di due al mese) e qualitativamente (futili sbrodolamenti personali e recensioni anodine in luogo di meditati approfondimenti), ma finché taluno seguita a capitarci pure intento in tutt’altre e più prosaiche ricerche, quelle sì indubbiamente meritevoli di approfondimento, tanto vale continuare a restare quivi abbarbicati. Nemo dat quod non habet, in ogni caso.

Ma non ci sono segreti: come sempre, il tempo è nei Journey, che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del SAL. Approvato anche stavolta, spero e temo, ma niente a che vedere con calvizie elettriche capaci di suscitare plausi continentali e oltre, ché qui domina un’ipertricosi inestricabile, attrito all’azione e alibi concettuale per un trogolo passatista con istromento d’avvenire (quello di una volta). Qualcuno deve pur farlo, dopotutto.

Vediamo come va. E dove.

Gimmick danger: The Morlocks – Bring On The Mesmeric Condition

morlocks-bring on the mesmeric condition

I Morlacchi sono tornati, cremosi e rustici come sempre. Li capitana, al solito, Leighton Koizumi, un metro e novanta per forse settanta chili di nippo-americano con capelli a fungo e apertura orale che Steve Tallarico lèvati. Tornato alla vita e ormai residente europeo dopo essere sparito dalla circolazione per un decennio ed infatti dato da più parti per morto. Si scoprì poi che, nel momento più grave della sua dipendenza da eroina, aveva sparato ad uno spacciatore in Messico durante l’acquisto di una partita di droga e aveva trovato alloggio decennale nelle locali galere, e ditemi voi se non sembra la trama di un film di Tarantino o Rodriguez. Leggenda metropolitana o meno che sia, aggiunge al fascino inquietante di un personaggio che, tra i prime movers del revival garagista degli anni ’80, prima con i Gravedigger V e poi proprio con i Morlocks, si candida ora a plausibile successore di Iggy Pop nel ruolo di rettile del rock ‘n’ roll, e pazienza se la fama sarà una frazione di quella dell’originale. Iguana no, lucertola meno ancora; facciamo camaleonte, un leone che striscia a terra, che sa cambiare colore per adattarsi all’ambiente e che all’occorrenza stende la preda aprendo fulmineamente la bocca. Sì, il Camaleonte ci sta.

Tutto questo preambolo per dire che Leighton Koizumi è i Morlocks, e che i Morlocks sono tornati. Rompendo un silenzio discografico decennale (“Easy Listening For The Underachiever”, stampato per i tipi della nostrana Go Down Records, una faccenda del 2008) e con una formazione completamente rinnovata che sembra una barzelletta (chitarrista e bassista tedeschi, altro chitarrista italiano e batterista olandese) ma il cui modo di suonare non ha nulla di risibile, il 31 agosto scorso il gruppo ha pubblicato “Bring On The Mesmeric Condition”, il suo sesto LP, se accogliamo la teoria per cui “Submerged Alive” sarebbe in realtà un disco di studio con posticce grida del pubblico. La forma è quella dei tempi migliori (?), e la linfa portata dai quattro nuovi membri, alcuni facenti parte del gotha della scena garage europea, ha galvanizzato la ditta Morlocks, che, tra la furia MC5 di Bothering Me, l’omaggio alla tradizione di No One Rides For Free (dal vivo presentata con l’eloquente chiosa “ass, grass or cash“) e la torbida pantomima stoogesiana di Heart Of Darkness, produce l’album stilisticamente più vario ma musicalmente più coeso della sua lunga carriera. Chiaro, un disco del genere (in tutti i sensi) non cambierà la vita a nessuno, e la sensazione di pericolo che potevano suscitare “Emerge” o “Submerged Alive” è da lungo svanita, ma è bello sapere che i Morlacchi sanno ammorbare ancora come si deve. Invero un ascolto, anche solo distratto (complimenti se ci riuscite), sarebbe un ottimo modo per omaggiare un uomo e una formazione che più credibilmente e ostinatamente di altri e altre hanno fatto del rock ‘n’ roll la propria ragione di vita. Sempre che non vi innamoriate anche voi della op art in copertina, e allora sarà l’inizio di un tête-à-tête a dodici pollici e trentatré giri.

Dal vivo, ovviamente, la resa del materiale è decuplicata: la combinazione chitarra pulita-chitarra fuzzolente (il vero asso nella manica dei Morlocks) potentissima ma in grado di consentire articolazioni sonore senza affogare i brani in un marasma  ultradistorto che li rende indistinguibili l’uno dall’altro (uno dei problemi principali dei gruppi dell’underground); la batteria una perversa scarica di adrenalina e, all’occorrenza, un motore di morboso groove; la voce di Leighton Koizumi un urlo ferino e ferito ma anche un sensuale rantolo da corteggiamento bestiale. Esperienza ovviamente consigliata (a me è capitata una settimana fa e devo ancora riprendermi), ma questo si poteva immaginare. Ma, al netto dei consigli, senza la condizione mesmerica da portare sul palco, a gente de(l) genere non resta nulla, neanche una ragione di vita. E dunque una volta di più la si faccia entrare, questa maledetta condizione mesmerica. Ce la meritiamo, razza di animali da salotto che siamo diventati.

Summer’s almost gone…

…e quindi sono stato a fare scorta. Eccone il resoconto, con l’avvertenza che da queste parti, un centinaio di anni fa, Hemingway veniva ferito in combattimento, e che quindi write drunk, edit sober resta un’opzione perfettamente in linea con il genius loci. Si parte.

Heart – Heart
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Solo per rimpiazzare la mia copia vinilica, una stampa portoghese comprata per due soldi alla Feira da Ladra anni addietro. Perché certe cose suonano meglio se sanno di plastica, si sa; e se non lo si sa, basta guardare la copertina, che da sola vìola come minimo il Protocollo di Kyoto. Ma che suoni, signori! Una glassa, di quelle capaci di coprire il gusto se non si fa attenzione con i dosaggi, rilega il tutto, conferendogli quella patina affascinante che avvince inscindibilmente immagine, suoni e musica, legandoli al periodo storico di emissione. Ma la musica è il fattore dirimente, ed è qui di alto livello, non un brano meno che di immediata memorizzazione grazie alle corde vocali seriche e alla performance stellare della solita Ann Wilson nonché a una scrittura che saggiamente chiede aiuto all’esterno, conscia che le buone idee non sono monopolio di alcuno e meno che mai a Seattle. Sulle fortune commerciali del Cuore numero due vi rimando a fonti più competenti, significando, tuttavia, che ci troviamo in zona podio dell’aor e che l’opera di Ron Nevison in fase di produzione, uno per cui la qualifica di esperto dello studio di registrazione è alquanto riduttiva, tocca qui uno dei suoi apici. E sì, per larghi tratti suona meglio in CD (ma i mixaggi delle due stampe analogica e digitale sono rilevantemente diversi, senz’altro in Never; ascoltare per credere). Nove corrusche istantanee dalla scala mobile che rallenta; magari l’ha fatto anche per fermarsi a contemplare Ann e Nancy. Tira più un eccetera eccetera.

Kinks – The Ultimate Collection
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Prima sorelle, ora fratelli. Cos’altro si può aggiungere sui due Davies che non sia stato già scritto o detto? Nulla. Solo, onestamente, che, per quanti non si scoprano hardcore fan e si sentano quindi in dovere di procurarsi la cospicua opera omnia dei quattro inglesi, questa doppia raccolta è uno dei migliori modi, se non il migliore, per divenire membro onorario della K.I.N.K.S. Appreciation Society KBE. Dentro vi sfilano quarantaquattro dei brani più celebri dei Kinks, e alla lista manca davvero poco, anche se i dischi “narrativi” della seconda metà degli anni Sessanta sono nel complesso sottorappresentati (un titolo su tutti: Drivin’ da “Arthur”). Ma lagnarsi non è possibile, ché qui si hanno le radici del nostro bitt (Death Of A Clown, ma senza struggimenti, perché un fiore appassisce quando pensa all’autunno) e del Brit pop (negli “and I see you and you see me” di Wonderboy gli omofoni di She’s Electric degli Oasis con venticinque anni di anticipo), del garage (All Day And All Of The NightI Gotta Move e tutto il resto) e dell’hard rock (You Really Got Me; mi spiace, Eddie e Alex: vincono loro, Ray e Dave), e più in generale molteplici delizie di prim’ordine selezionate accuratamente. E scusate se è troppo.

Down – NOLA
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Né più né meno che un classico realizzato da una formazione classica. “I Black Sabbath alle prese con l’umidità della Crescent City” (espressamente omaggiata nel titolo) potrebbe essere un buon riassunto del contenuto, ma peccherebbe per difetto, omettendo di dar conto del grande balzo in avanti che questo dream team formatosi quasi per caso è riuscito ad imprimere ad un genere, il doom metal, altrimenti arroccato in vizze ancorché fascinose coordinate tralatizie. Si potrebbe dire che con “Nola” si passa definitivamente (?) dal doom allo sludge, che non a caso significa “fango” e qualcosa sul genius loci del luogo di provenienza del genere deve pur dircelo. Senonché non si tratta solo di importanza storica (anno 1995), perché il disco è un capolavoro di composizione hard ‘n’ heavy, riff elefantiaci che progrediscono con insospettabile leggiadria e intenzioni viceversa chiaramente bellicose, mentre l’ugola di Phil Anselmo si produce in una prestazione che è non solo l’ultima cantata (dal verbo “cantare”) della sua carriera, ma anche una delle migliori in assoluto. E c’è persino spazio per un singolo, Stone The Crow, da dare in pasto alla Generazione X che vagheggia di andare oltre ma che, quanto al rock, più di un aggiornamento di punk e metal non ha saputo realizzare. Brutte notizie, peccatori: il Messia è tornato. Sta a Nòrleens, fuma Blue Dream e madido di sudore ondeggia mollemente la testa, sorridendo beota ai nipotini di Tony Iommi. Pentitevi finché siete in tempo.

Sleep – Sleep’s Holy Mountain
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Come sopra, ma stavolta siamo nella California del nord, il cui clima è un toccasana per certune realizzazioni botaniche. Niente allucinazioni desertiche da sole rosso, dunque, né frenesia futurista da valle del silicio. Qui dominano rigogoglio umido e lunghe ombre sinistre, proiettate da oggetti di cui non si intravede l’esatta forma ma pur sempre in grado, all’occorrenza, di coprire ogni raggio di luce di provenienza esterna. Si tratta perlopiù di paesaggi dell’anima, resa ricettiva come sappiamo e meno male ché i nostri sono solo in tre. Riff oscuri ma inconfondibilmente bluesy, controtempi ritmici bene assortiti, sui tamburi tocchi ora felpati ora squassanti stile Ward, misticismo lirico, esperimenti con pedali ed effetti chitarristici; ma soprattutto tempi e spazi dilatati, a preconizzare il delizioso delirio del seguente ed eloquente “Dopesmoker”. In breve: lo stoner parte da qui.

Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda
herbie hancock - fat albert rotunda
Dipartita dal variegato jazz (vicino all’hard bop prima, sperimentale con Miles Davis poi) dei Sessanta, in anticipo sull’elasticità funkeggiante dei primi Settanta e ben lungi delle sperimentazioni elettroniche che verranno e porteranno a Herbie Hancock grande successo, “Fat Albert Rotonda” nasce come colonna sonora per “Hey, Hey, Hey, It’s Fat Albert”, un lungometraggio ibrido di animazione e attori dal vivo incentrato su Fat Albert (da noi Albertone), nero corpulento e sorridente che interagisce con i suoi amici in avventure picaresche e slapstick, come pure con Bill Crosby in carne ed ossa, che presenta lo show e doppia i personaggi. Quando Hancock pubblica il disco corre il fatidico 1969 e si sente, perché frequentemente i fiati starnazzano e si imbizzarriscono sul groove granitico e gommoso allestito dal basso e soprattutto dalla batteria di Albert “Toothie” Heat, e neanche le divagazioni del leader al piano elettrico, il marchio Warner Bros. e la produzione di Rudy Van Gelder riescono a tenere fuori dal disco la ruvidezza delle strade del ghetto, da cui, del resto, questa musica trae la prima e principale ispirazione. Ne escono trentotto minuti strumentali di funk-jazz intenso e trascinante, con occasionali aperture soul e l’atmosfera di creatività poliedrica della cultura nera di quel periodo restituita intatta nel fermento e nel fascino. Potrebbe quasi essere un disco da isola deserta; Cantaloupe, naturalmente.

Alice In Chains – Dirt
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Ne torno nuovamente in possesso, dopo che una furia destruens di qualche anno fa mi aveva spinto a liberarmene incerimoniosamente senza reale motivo. Sul contenuto non c’è molto da dire, se non che è il solito classico del rock anni Novanta, talmente perfetto da sembrare un greatest hits. La disperazione si sente meno che su “Facelift” e sul seguente “Jar Of Flies”, ma l’afflato emotivo nella voce di Layne Staley è tutt’altro che assente o finto. Se proprio vogliamo muovergli una critica, diciamo che suona troppo “leccato” e da classifica e troppo poco terroso e terreo. Ma io non me la sento, onestamente; non oggi, quantomeno. E in ogni caso questo è il periodo giusto per fare proprio un nuovo disco degli Alice In Chains, nuovo o meno che sia.

Johann Sebastian Bach – Concerti Brandeburghesi 1-6 – Musica Antiqua Köln, Reinhard Göbel

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Al tempo di pubblicazione, anno Domini MCMLXXXVI, questa edizione dei sei Concerti Brandeburghesi destò grande scalpore per l’inaudita velocità esecutiva con cui gli spartiti bachiani venivano riproposti, tanto che non poche critiche piovvero in capo all’ensemble coloniese e, soprattutto, al suo giovane ma già famoso direttore, Reinhard Goebel. Si rimproverava a costui un’esecuzione eretica, inutilmente ed ottusamente virtuosistica, lontana da ogni canone filologico della tradizione interpretativa del corpus forse più elevato del barocco. Una volta di più, però, il tempo è stato galantuomo, ed oggi si riconosce pacificamente alla versione “anfetaminica” dei Musica Antiqua Köln il valore di spartiacque esecutivo, rispettoso del rigore filologico ma al tempo stesso capace di conferire nuova linfa all’approccio interpretativo libertario inaugurato da Karl Richter a Monaco nel 1964, valorizzando al massimo la forma del concerto in tre movimenti (a parte la controversa decisione di includere anche il quarto movimento “Minuetto – Trio I – Polacca – Trio II” del primo Concerto, da taluni ritenuta un’aggiunta apocrifa), secondo gli intendimenti originari dello stesso Bach, e consegnando ai posteri una pietra miliare nella storia dell’esecuzione del repertorio barocco, incorniciata da una resa sonora di altissimo livello (merito della ristampa della serie Masters della Archiv, che incrementa ulteriormente il già alto nitore dell’edizione originale in digitale; avendo ascoltata anche quest’ultima, concessami in prestito tempo addietro, sono in grado di fare alcuni paragoni) e da un libretto in tre lingue esaustivo sulla genesi dell’opera e le scelte filologiche dell’esecuzione. Ma questa è la parte tecnica; per quanto riguarda la restante parte, mi congedo osservando che, limpida e rigorosa, virtuosa ed emozionante, la musica dei Concerti Brandeburghesi riflette l’anelito trascendente che spesso, per non dire sempre, mosse Bach alla composizione. Comporre musica per avvicinarsi il più possibile a Dio; un movente su cui, in tempi di streaming, potrebbe essere non inopportuno riflettere.

MC5 – High Time
mc5 - high time

Un orologio rotto segna le cinque. L’ora del tè, anche a Ann Arbour, Michigan. Quando si interrompe ciò che si sta facendo, che sia la rivoluzione o altro, e ci si raduna in un salotto per bere una tazza e conversare. Passa-tempo alto, appunto. Come questo scorcio di 1971, la rivolta ormai sedata ed anzi in larga parte collassata su se stessa e il ripiegamento delle rivendicazioni dal piano collettivo a quello individuale. Cose già note dalle parti degli MC5. Ma questo colpo di coda finale, al netto dell’amarezza nel vedere la band più riottosa d’America imborghesirsi sino ad implodere rapidamente, è un saggio di rock ‘n’ roll bruciante nell’impeto e nell’afflato emotivo, forse proprio per la consapevolezza della sconfitta, ma stilisticamente capace di spingersi oltre all’elaborazione precedente (la marcetta fiatistica che chiude gli oltre sette minuti di boogie indiavolato di Sister Anne, il gospel che incontra i Lynyrd Skynyrd di Baby Won’t Ya, i Bad Company a passeggio nei giardini della mente di Future/Now, il free jazz ‘n’ roll per cavernicoli della conclusiva Skunk (Sonicly Speaking)), dimostrando che anche tra i rivoluzionari signori si nasce e gli MC5, modestamente, lo nacquero. “Kick Out The Jams” è il documento storico del Sessantotto che sappiamo e “Back In The U.S.A.” il successivo riuscitissimo ritorno a casa, ma di stare senza “High Time” non ne vale la pena.

Pretty Things – S.F. Sorrow
pretty things - s.f. sorrow
Il primo concept album inequivocabile che gli annali del rock ricordino (dicembre 1968; Tommy chi, quello del maggio del ’69?) vede i Pretty Things staccarsi dai fragorosi lidi di alcolico rhythm & blues che alla metà del decennio li avevano visti crescere ruspanti ma validi adepti di Animals e Rolling Stones per avventurarsi in mari in cui domina ormai la scoperta della psiche umana e delle sue tortuosità. Infatti la musica di “S.F. Sorrow” è lontana anni luce dal selvaggio jungle beat del passato e si ammanta di coltri cangianti, ora spesse ora impalpabili ma sempre evocative ed ammalianti, per narrare la storia di Sebastian F. Sorrow, uomo qualunque d’Inghilterra costretto ad attraversare abissi personali a loro volta incastrati in, o direttamente causati da, catastrofi storiche e proprio per questo condannato a vagare nella vita privo di ogni speranza e senza nemmeno ricordare come ci è finito, in questa situazione; prototipo dei Tommy e degli Arthur a venire e dunque anti-eroe par excellence e icona popolare ma non necessariamente popular del martire dell’industrialismo. Non è però il solo fil rouge narrativo, innovativamente monotematico, a rendere il disco di importanza storica, perché il contenuto musicale non è da meno: le trame acustiche non contrastano con occasionali ostentazioni di virilità, gli archi rafforzano anziché affossare (merito di Abbey Road, probabilmente, ma io non riesco a non paragonare questo aspetto di “S.F. Sorrow” a “Forever Changes” dei Love, parimenti portato in trionfo proprio dalle sapienti orchestrazioni), i cori tappezzano e il fuzz sulle chitarre colora e spiega invece di coprire tutto e fungere da alibi. L’influenza scarafaggesca si sente eccome (sarà lo studio di registrazione?) e certo non è un male, ma la presenza di menti creative come Twink (ex leader dei Tomorrow e poi solista), Phil May e Dick Taylor, oltre che del produttore Norman Smith, mantiene l’album a debita distanza da tutto quanto l’UFO Club e la Swingin’ London dischiudono dai loro petali multicolore, rendendolo, in ultima analisi, una delle perle creative più sottovalutate di quella irripetibile stagione. Un capolavoro, nelle molteplici accezioni del termine. E con buona pace del povero Sebastian F. Sorrow.

Laura Nyro –  Time And Love: The Essential Masters
laura nyro

Ve lo racconto un’altra volta, ché l’estate sta finendo. Comunque qui si gode così così, come con una dose tagliata troppo e male. Meglio di questa raccolta sono gli album, specialmente “New York Tendaberry”; cercate quelli e, trovatili, non vi mancherà nulla. Ma a quel punto sarà già inverno.

Agosto madre mia se ti conosco.

Quando la temperatura sembra raggiungere vertici prima ignoti e nemmeno la notte, ossia il momento in cui la canicola dà o dovrebbe dare un po’ di tregua, porta ristoro, occorre prendere provvedimenti. Ma cosa fare se il caldo intollerabile non solo persiste anche durante la notte, ma ha stabile alloggio dentro? Cosa fare se la calura opprimente null’altro produce se non sudori freddi, che dalla fronte incrociano gli occhi in perpendicolare e ne offuscano lo sguardo?

La notte è il tempo del foro interno, dei conati di inconfessabile, dei rimorsi mordaci. Del sentirsi persino senza madre, il sancta sanctorum dell’essere vivi, irrimediabilmente soli con se stessi. Delle ombre nere che trascolorano in blu. O meglio, in blues. E chi di blues e di notti calde dentro e fuori ne sa, o persino ne ha mai saputo, di più di Ray Charles?

“La calda notte dell’ispettore Tibbs” uscì nel 1967, e per la prima volta un canadese guardava al Sud e ai suoi costumi con lucidità mista a indulgenza. Ma non era costui un musicista; per quello ci vorranno altri cinque anni e non son pochi, specie in quel periodo. I musicisti indigeni, invece, avevano ben chiaro cosa succedesse nelle afose notti giù in Dixieland, e sempre meno tema di farlo sapere, anche solo in tralice, descrivendo notti di autoconsapevolezza, e perciò di blues, con i modi squisiti, artistici e umani, a cui già allora da tempo ci avevano abituato. Lasciamo quindi a loro, alla struggente voce di brother Ray, all’organo sornione di Billy Preston e agli arrangiamenti impeccabilmente dosati di Quincy Jones, di condurci oltre la siepe e poi del buio che ivi ristagna, raggelandoci e contemporaneamente scaldandoci il cuore in una notte già difficile. In cui adesso naufraghiamo, madidi dentro e fuori a discrezione, o forse il contrario, ma pur sempre vigili affinché non ci colga il sonno esiziale, quello che genera i mostri. Perché a quel punto saremmo davvero in the heat of the night, e se al Sud, altrove o all’inferno non farebbe più tanta differenza.

Scelgo la vita: The 16 Eyes – Look

the 16 eyes - look

Ciao!
Il pacco mi è arrivato oggi; tutto a posto, grazie mille!
Devo ancora aprirlo, ma ho già una curiosità: con tutti quei “FRAGILE”, per caso ci avete messo dentro gli Yes?

Sono stato combattuto fino all’ultimo se scrivere o meno questa e-mail al mittente del disco la cui copertina è in mostra poco sopra, ma alla fine, complice forse una birretta serale discorrendo degli MC5, mi sono risolto a farlo. La risposta non è ancora arrivata e chissà se mai lo farà, ma questo non mi ha impedito di seguire il solito rito una volta trovato il cartone di forma quadrata dentro casa: corsa su per le scale (avete presente le temperature di questi giorni?); getto di borse nel primo angolo libero, in spregio totale del contenuto, sia esso computer o surgelati; scardinamento del cartone con forbice e quel misto di frenesia e cautela per evitare danni; estrazione della reliquia, auto-ostensione a due mani e contemplazione immediata della copertina. Ora, però, viene il problema principale: aprire il disco, incellofanato per tutti i trentuno virgola cinque centimetri di ognuno dei suoi quattro lati.

Sono solo in casa, ma a certe cose non si può rinunciare anche se nessuno ti vede, e quindi per l’ennesima volta provo il metodo di apertura übercool che vidi utilizzare da King Automatic al Bassy Cowboy Club, quando, da me richiesto di una dedica alla mia sodale sul verso della copia contestualmente acquistata di “Lorraine Exotica”, con gesti ed espressione che tradivano quell’inconfondibile mistura di nonchalance, grandeur e bohème si strisciò sulla coscia destra il lato della copertina corrispondente all’apertura, passandolo avanti e indietro finché il cellofan cedette solo su quel lato, rimanendo perfettamente intatto in ogni altra sua parte. Il tutto richiese non più di venti secondi e, oltre a denotare un’evidente e inveterata familiarità del musicista transalpino con il formato vinilico, mi parve the coolest thing since sliced bread, inducendomi a tentare di replicarlo ogniqualvolta mi fosse capitato di acquistare un trentatré giri nuovo. Senza che, ça va sans dire, mi sia mai riuscito. Come sarà andata questa volta? Col coltello. Ma finché la maggioranza non sarà in grado di aprire à la King Automatic il cellofan che avvolge un LP, sarà sempre l’era del digitale.

A questo punto, però, il disco gira già sotto la puntina, restituendo le meraviglie che ci si attendeva (e, nell’algido mondo del digitale, giustificando la spesa). Quattordici pezzi originali (?) di garage-punk suonato con foga e istinto, ma senza dimenticare melodia e ballabilità, da quattro veterani della feconda scena neo-garage americana degli anni Ottanta; ciascuno occhialuto e di qui la ragione sociale The 16 Eyes. Potremmo citare molte precedenti esperienze che hanno guadagnato i galloni ai componenti del gruppo, ma limitiamoci a tre, per inquadrare il suono: Outta Place, Jeff Dahl e, solo per la forza descrittivo-allusiva del nome, Glory Holes. Ispidezze garage, ornamenti mod, foia rock ‘n’ roll e l’occasionale divagazione psichedelica, insomma. Ma tutto fatto come si deve da chi sa e vuole fare come si deve, e infatti il tetto dei tre minuti è sfondato solo due volte. Luce verde, marcia ingranata, gomme che stridono, strisce nere sull’asfalto e via veloci senza pensarci.

E infatti già Know Know fonde il motore iniettando nei cilindri Beach Boys e Stooges e si prosegue su questa strada con l’olio che ribolle, facendo tappa a salutare i Fuzztones (Bad Old Days), gli Who modernisti (Anyway), gli Steppenwolf (Dead Blow Hammer), i Long Ryders (Stupid Little Girl) e tanti altri amici vecchi e vecchissimi. Così i 16 Eyes e di conseguenza io, che, quando dalle casse irrompe a volumi delittuosi Brand New Girl, ballo scompostamente in salotto, mettendo a rischio la stabilità della puntina e non sentendo la porta che si apre e i saluti e le domande e il chiacchiericcio, il cui compito è quello di riportarmi alla solita vita, da cui, per una mezz’ora scarsa, i 16 Eyes erano riusciti a sottrarmi, risucchiandomi nel loro mondo di stoneage Romeos e righe e pois. Fino alla prossima volta, che, mentre mi ricompongo, giuro a me stesso sarà a breve. Per intanto tiro avanti, lontano dai guai. Con sedici occhi che mi osservano nel buio.

Non cercateli nello streaming, i 16 Eyes. Neanche in quello di coscienza. Cercateli voi. In voi.

…e chiunque dorma in una casa da solo è preso da Lilith: Lucifer – Lucifer II

lucifer
Non so se vi ricordate “Live Through This” delle Hole, classe 1994 e unanimemente considerato il loro capolavoro. Di esso si è sempre malignato che fosse perlopiù farina del sacco del consorte della maggiore azionista, uomo di spiccata personalità e comprovate abilità autoriali, tale Kurt Cobain. Velenose e maschiliste insinuazioni a parte, e constatato come certe dinamiche seguitino a riproporsi identiche persino nel mondo del rocchenròll, pure (auto)dichiaratosi libertario e libertino, c’è da dire che un coevo sodalizio sentimentale e musicale tra donna e uomo può rivelarsi foriero di grande piacere anche per le orecchie. O di luce.

I Lucifer, ad esempio, sono da sempre la creatura della berlinese Johanna Sadonis, voluttuosa cantante votata al dark sound che nel corso degli anni, complice un’indubbia avvenenza, è riuscita a coinvolgere nel proprio progetto musicisti uomini di chiara fama e altrettanto preclare abilità. Il debutto omonimo, datato 2015, vedeva in formazione Gary “Gaz” Jennings, chitarrista dei Cathedral e dei Septic Tank, ed usciva per l’inglese Rise Above Records, forse l’etichetta di punta per le sonorità doom e forse anche perché il patron di essa, nonché voce dei Cathedral, Lee Dorrian intratteneva con la Sadonis una relazione non solo artistica e d’affari. E ciò tuttavia non impediva a quell’album, frutto di un lavoro di gruppo tradizionalmente inteso, di essere un valido esempio di sonorità catacombali e sinistre, ispirate dai Sabbath come dai Sabbat senza per questo scordare maledizioni sepolte da millenni nelle sabbie mediorientali e morbosità decadentiste. Ma solo quello che non c’è non si rompe, citando il titolare dell’unica Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila Tedesca giunta in terra americana (a proposito, fanno ottant’anni adesso), e dunque le strade dell’inglese e della tedesca si sono presto separate, sospingendo il Portatore di Luce nuovamente nell’oscurità, sino all’incontro con un altro mentore, tale Niklas Andersson d’Isvezia. Costui, noto alle cronache, naviga da oltre vent’anni i mari del rock con poliedrica abilità, nitido talento e genuino entusiasmo nell’intraprendere nuove spedizioni musicali, e non sorprende dunque saperlo pronto nell’offrire la sua perizia come batterista, compositore, cantante, chitarrista, bassista e produttore al debilitato progetto della bionda cantante. Cosicché, reperito il giovane chitarrista svedese Robin Tindebrink, i rinati Lucifer si sono inabissati verso nuove vette, dapprima con una formazione e un’attività live stabili (a dare manforte sono giunti da ultimo il bassista Alexander Mayr e il chitarrista degli svedesi Dead Lord Martin Nordin), quindi con un nuovo album,  “Lucifer II”, uscito il 6 luglio scorso per la Century Media. Il tutto senza contare la relazione sentimentale sorta tra la conturbante tedesca e il talentuoso svedese, lei ancora nel secondo decennio di vita e lui a vista del mezzo secolo e però spiriti affini nel corpo e nella musica, e che tenerezza vedere lui con l’espressione imbambolata, tipica dei primi sussulti di un nascente amore, quando, durante il concerto berlinese degli Imperial State Electric il 7 dicembre 2017, si inginocchiò ai bordi del palco, nell’intermezzo tra una canzone e l’altra, per baciare brevemente ma appassionatamente la sua bella che assisteva all’esibizione in prima fila.

Vista la forte personalità musicale di Andersson, era quasi ovvio che la sua presenza avrebbe influenzato il nuovo corso sonoro della formazione, ed infatti così è stato, e basti a conferma raffrontare le melodie vocali del disco con quelle di Hellacopters e Imperial State Electric. Non si può tuttavia parlare di scippo del monicker ovvero di un suo snaturamento, trattandosi, piuttosto, di evoluzione, perché gli elementi fondativi del dark sound sabbathiano, che costituivano le coordinate essenziali del progetto, sono rimasti al loro posto, mentre gli aspetti più pesanti e metallici sono stati smussati in favore di un approccio più tradizionalmente legato a ciò che oggi passa sotto il nome di “classic rock dei Seventies“, in primis mutuato dai Blue Öyster Cult, da sempre grande amore di Andersson, i quali hanno prestato l’approccio intelligente alla scrittura e alcune soluzioni sonore, come i fraseggi chitarristici sovrapposti; emblematico sul punto, già dal titolo, un brano come Reaper On Your Heels. Lo spirito cupo del progetto Lucifer continua però ad incombere, incarnato dalla prestazione vocale della Sadonis, che stavolta imbizzarrisce il suo timbro in maggiori modulazioni bluesy rispetto al passato ma che nondimeno si mantiene un contralto dalla resa emotivamente grave e seriosamente sacerdotale. Non così le trame strumentali, che, proprio a causa della presenza di Nicke Andersson, guadagnano in ariosità e brio, conferendo sfaccettature interessanti ad un album che rischiava di essere affossato in partenza dal fatto di iscriversi in un revival settantiano ormai sin troppo affollato: che sia dovuta alle sfumature di pianoforte e tamburelli in un pezzo pure morbosamente sepolcrale come Dreamer, allo spazio sincopato e alla linea vocale prettamente kissiane di Phoenix, alle dinamiche e alle stratificazioni sonore di Eyes In The Sky, la varietà, pure restando chiaramente in ambito settantiano, non manca. Ne risulta un disco che ha molti punti di forza: un suono pieno, atavico come i suoi referenti ma chiaramente coevo, come denunciano i bassi in eccessiva evidenza all’interno dello spettro sonoro; una lunghezza adeguata (attorno ai quaranta minuti), ideale per ascolti plurimi senza noia; una scelta dei brani oculata, tra cui spicca una rilettura davvero notevole di Dancing With Mr. D dei Rolling Stones, resa quasi una outtake di “Volume 4” senza sacrificarne la natura freak e il lucore che la firma Jagger-Richards garantisce all’originale. Qualche punto debole c’è (soprattutto Before The Sun, semi-ballata alla foggia degli Scorpions di epoca Uli Jon Roth non appieno convincente), ma l’esperienza complessiva è più che positiva anche per chi, come lo scrivente, fatica a relazionarsi con la voce, ma solo quella, di Johanna Sadonis. Particolari non irrilevanti nel promuovere (?) a pieni voti (?) “Lucifer II” sono, poi, la copertina, summa settantiana di artefatte semplicità e autenticità, con tanto di espressioni diversamente acute dei musicisti, e il fatto che la stampa in vinile includa per lo stesso prezzo anche l’album in formato CD, riconoscendo esigenze senza per questo rinunciare a  sancire gerarchie.

Meno Cathedral e Danzig, più BÖC e Sabbath ’75-’79, insomma. Meno Dorrian, più Andersson. E nel mezzo lei, la bionda Johanna, a ribadire la sua personalità per schivare frusti stereotipi di genere ed etichette da “Courtney in tunica”. A ribadire che sono i Lucifer a portare la luce nella vita degli uomini che vi si accostano, e non il contrario. E che, in questo caso, c’è pure l’happy ending. Potenza di Lucifero.