Bella e d’annata.

Brevi aneddoti di ciò che è e ciò che non dovrebbe mai essere.

herbie mann - muscle shoales nitty grittyHerbie Mann è una figura tutto sommato poco nota, soprattutto al di fuori del jazz, nonostante una carriera quasi cinquantennale e una varietà stilistica poco usuale nell’ambito di riferimento; circostanza forse dovuta allo strumento di elezione, il flauto traverso, che poco appeal ha per le masse e che conosce rilevanti limitazioni sonore. Ciò, tuttavia, non ha impedito al nostro uomo di attraversare a testa alta diverse epoche musicali, dal bebop al soul-jazz fino alla disco e oltre, e di realizzare taluni dischi di ottimo livello. Tra questi si segnala proprio “Muscle Shoals Nitty Gritty”, classe 1970 e si sente tutto. Registrato, naturalmente, a Muscle Shoals, Alabama, e anche questo si sente eccome, i musicisti quelli che hanno prodotto gli esiti a tratti leggendari a marchio Stax o Atlantic (Barry Beckett, Roger Hawkins, Eddie Hinton, David Hood, Wayne Jackson, Andrew Love) e a coronamento l’apporto di quel maestro del groove che è il vibrafonista Roy Ayers. Ne esce un capolavoro di jazz che, imbevutosi come da titolo del soul più rustico e verace, è pronto ormai a trasmigrare nel funk senza per questo barattare la ricchezza armonica per il coinvolgimento ritmico; su questi presupposti, classificarlo come jazz ci può stare (valga, al riguardo, il posizionamento al numero nove della classifica di Billboard dedicata al genere), ma sarebbe nondimeno riduttivo. Nel fluire non-stop delle suggestioni, una menzione speciale va fatta per la curiosa rilettura di Come Together dei Beatles, a cui il basso dell’ospite Miroslav Vitous dona una particolare ed avvolgente elasticità ritmica. Nel mio locale ideale, prima di una certa ora e dopo una certa ora la musica è questa.

jimmy smith - the catIn inglese lo chiamano bachelor pad jazz, jazz per appartamento da scapolo, e che mi venga un colpo (cit.; cit. Carson, naturalmente) se la definizione non è perfettamente appropriata per descrivere una musica il cui scopo precipuo è di fungere da elegante sottofondo per attività lato o stricto sensu edonistiche: piacevole se effettivamente ascoltata ma mai invadente al punto da richiedere attenzione; idonea a coprire eventuali pause di silenzio della conversazione o a commentare sornionamente fruscii di durata e intensità variabili (della puntina, beninteso); stimolante per menti e, all’occorrenza, corpi abbisognevoli di intrattenimento. In questo ipotetico sottogenere psico-musicale, quasi esclusivamente strumentale, l’organo elettrico troneggia, siccome strumento dai plurimi registri e dal timbro variabile, capace di carezzare e di schiaffeggiare, di liquidità come di consistenza. Ma il solo organo a lungo andare stanca (sic!), e dunque quale miglior modo per stemperarne la monotonia polifonica che non affiancargli un’orchestrina organizzata sul modello delle big band dello swing ma in formato ridotto, in grado di apportare ulteriori spinta ritmica e policromia sonora e di atmosfera? Il dubbio deve essere venuto anche a Jimmy Smith, l’uomo che ha sdoganato l’Hammond in ambito jazz, perché nel 1963, un anno dopo essere passato dalla Blue Note alla Verve, decide di collaborare con Lalo Schifrin, compositore e arrangiatore argentino in bilico tra jazz, musica brasiliana e colonne sonore (opera sua, in un futuro allora relativamente lontano, l’immortale tema di “Mission Impossible” e l’inquietante funk elettrico posto a corredo dei film che vedono protagonista l’ispettore Callahan). Ne esce una delle pietre miliari del jazz per scapoli (più C.C. Baxter che Rudy Radcliff, a onor del vero), dove l’organo sa accentare sornione scopofili passaggi blues senza dimenticare di esibirsi in impennate di guizzanti cromatismi da maschio alfa, mentre gli ottoni incitano e punteggiano e rinfocolano e la sezione ritmica sospinge con dolcezza e senza rudezza veruna. Insomma, un sound (av)vincente per chi non può rinunciare e nondimeno non vuole legami. Eccetto che con la musica.

jimmy davis & junction - kick the wall
Da un Jimmy all’altro e il cambiamento è totale, perché il qui sopra effigiato Davis è stato una fulgida meteora della stagione d’oro dell’AOR, con un unico album, questo “Kick The Wall” del 1987, a lungo dimenticato e ristampato solo nel 2017 in Australia. Gran peccato, perché il contenuto è solido e costituisce, complice forse la provenienza del leader e dei suoi Junction (il chitarrista Tommy Burroughs, il tastierista John Scott e il batterista Chuck Reynolds) da Memphis, uno di più validi esempi di collegamento tra il suono patinato dell’AOR e la solidità anche concettuale dell’heartland rock che da John Mellencamp arriva a certo country ruffiano ma a suo modo autentico: emblematiche sul punto la sudista Shoe Shine Man, come dei Georgia Satellites che incidono per la Stax, e Why The West Was Won, tra Blasters e Bryan Adams. Siamo a metà degli anni Ottanta, però, e si sente, soprattutto nella ballad Just Having Touched, che i ricami pianistici e il languido sassofono riconducono al tipico AOR soft del periodo (certe cose di Michael Bolton, ad esempio), nonostante tra i solchi allignino rocker di tutto rispetto come Over The Top, in grado di insegnare un paio di cosette a Stan Bush, e l’emblematicamente intitolata Are We Rockin’ Yet?, impreziosita dalla slide di Joe Walsh. Disco emblematico del periodo e tuttavia (o forse per questo) dalla scrittura solida, dall’esecuzione impeccabile e dalla produzione accurata, “Kick The Wall” non ebbe fortuna, nonostante un certo riscontro guadagnato dal video della title-track su MTV, finendo per pagare in maniera probabilmente troppo salata il suo porsi al crocevia tra mondi, quello scintillante e (sub)urbano dell’AOR e quello down home del southern e dell’heartland rock, apparentemente inconciliabili. Di esso, dunque, non è inutile né sgradita una riscoperta.

Aerosmith-Music-From-Another-Dimension
Sedici tracce per oltre settantadue minuti, e già questo basterebbe. Ma, volendo fare le cose in grande, si possono aggiungere gli altri tre brani della versione deluxe, per ulteriori tredici minuti circa. Neanche fossimo a inizio anni Novanta, quando sembrava che ciascuno dei settantaquattro minuti di musica a disposizione del CD, supporto ormai assurto definitivamente a standard dell’industria, dovesse essere riempito ad ogni costo. Del resto, che i cinque bostoniani ancora considerino l’inizio dei Novanta come una loro personale età dell’oro è evidente, giacché è da allora che la qualità media dei loro dischi stagna pericolosamente, nonostante occasionali guizzi, come fa notare il guru John Kalodner. Non sorprende dunque che l’ultimo lavoro discografico degli Aerosmith in ordine di tempo sia proiettato a recuperare almeno in parte la, beh, magia del periodo che va da “Permanent Vacation” a “Get A Grip”. A voler essere più prosaici, si può ritenere questo “Music For Antoher Dimension!”, ormai vecchio di sette anni, il probabile epilogo discografico della formazione di Steven Tyler, al netto delle raccolte e dei dischi dal vivo ormai di prammatica; come valutare, altrimenti, il coinvolgimento del chitarrista Rick Dufay, che sostituì Brad Whitford nel periodo 1981-1984 (circostanza che, peraltro, ben dimostra le gerarchie interne al gruppo, atteso che di Jimmy Crespo, sostituto di Joe Perry dal ’79 all’84, non c’è traccia nella lista degli ospiti)? È dunque comprensibile che in questa uscita gli ormai non più giovani musicisti abbiano voluto convogliare tutte le presunte buone idee partorite e elaborate negli ultimi anni, ossia dal poco meno che tedioso “Just Push Play”. E il risultato è valido ma interlocutorio: infatti, se l’album si fosse limitato ai primi otto brani (che durano comunque 37:23 minuti), “Music From Another Dimension!” si porrebbe inequivocabilmente come il miglior disco degli Aerosmith dal 1993, a tratti arrivando persino a insidiare “Get A Grip”, che ha sì picchi inarrivabili, ma anche una certa stanchezza nella seconda metà; così, invece, zavorrato dall’eccessivo minutaggio e dalle idee non sempre a fuoco, resta “solo” una solid(issim)a testimonianza di quella che ebbe il fegato di autodefinirsi la più grande rock ‘n’ roll band d’America e, in ogni caso, un ascolto che è piacevole ripetere numerose volte. Nota a margine: produce Jack Douglas, l’artefice del suono Aerosmith dell’epoca d’oro, e si sente. Eccome se si sente. Salutiamo gli Aerosmith incisi, dunque, e con loro tutto un approccio a come registrare e far suonare i dischi.

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…don’t have any feelings.

Ma ve lo immaginate imbolsito, rugoso e con i fili dorati della barba, al solito trasandata in maniera autentica e non finta, da cui fanno capolino sempre più consistenti chiazze bianche?

Ve lo immaginate costretto da discografici e manager ad avere profili social e ad aggiornarli con selfie e simili?

Ve lo vedete chiamato a fare il giudice in un talent show, o a partecipare a reality di dubbia qualità per assecondare la sete di presenzialismo di una moglie rampante sotto le spoglie (!) dell’alternativa consapevole?

Come accogliereste dischi sempre più fiacchi e adagiati sui cliché, oppure svolte stilistiche quantomeno avvilenti per chi a ventisei anni si è dichiarato annoiato e vecchio dopo essersi appagato della rabbia adolescenziale?

Reggereste la visione a lato delle passerelle dell’haute couture più blasonate, alla presentazione dell’ennesima rivisitazione di camicioni a quadri e jeans decolorati e lacerati?

È stato meglio così. È più triste e lo sarà sempre, ma è stato meglio così.

Ci ha fatto divertire, come, arrivati, chiedevamo. E, dopo tanto peregrinare, si è meritato di trovare gli amici nella propria testa e intrattenersi con loro.

Il resto non conta. Ed è stato meglio, è meglio, così.kurt cobain reading wheelchair

P.S.: chissà cosa avrebbe detto, lui, della storia dei feti di plastica.

Streaming for vengeance: The Dirt

The_Dirt_Movie_Poster

Atteso lungamente e infine realizzato quando Netflix ha acquistato i diritti sull’omonimo libro, “The Dirt” ha visto la luce ieri, 22 marzo, portando la biografia dei Mötley Crüe all’unico vero grado di fruizione nella quale avesse senso, quello audiovisivo, nonostante il libro non mancasse di charme e si ponesse, in ragione delle incredibili vicende capitate ai quattro (spesso, viene da pensare, esagerate o amplificate per ragioni narrative), come un vero e proprio romanzo. Ma l’aspetto visuale è sempre stato cruciale per la faccenda Crüe, e quindi sarebbe stato limitativo e forse persino ingenuo pensare che la pur potentissima arma dell’immaginazione riuscisse a rendere compiutamente un’estetica e un periodo storico che più di ogni altro all’infuori della contemporaneità ha fatto del look e del glamour il proprio elemento distintivo. Godiamoceli con gli occhi non meno che con le orecchie, i Mötley Crüe, ché la mente non serve veramente. Anche se ci piacciono dalla A alla Z, è all’incirca verso la R che danno il meglio di sé.

Confesso subito: temevo che il film sarebbe stata l’ennesima produzione coeva di biopic musicali, prona sui dettami ideologici della contemporaneità e dunque capace di distorcere la realtà e le sue pur sgradevoli o persino orribili implicazioni in nome dell’onnipresente e in apparenza invincibile politically correct. Una soluzione del genere avrebbe ucciso un film de(l) genere, e anche un annacquamento ideologico avrebbe avuto effetti devastanti sulla narrazione, perché nulla di ciò che ha riguardato i Mötley Crüe è mai stato improntato alla correttezza, politica, ideologica o di altra natura; poteva funzionare – e ha infatti funzionato – per i Queen, ma non per Vince, Mick, Nikki e Tommy. Sono quindi sollevato nel constatare che del politically correct non c’è tutto sommato traccia in “The Dirt”: i protagonisti e il loro entourage erano bianchi, e come tali sono stati ricostruiti, senza posticce interpolazioni nel nome dell’equità razziale; il sesso, anche nelle sue componenti più selvagge e decadenti, era una componente essenziale del modo di essere del gruppo, e anche su nudità e simili non ci sono stati tagli significativi (anche se, trattandosi dei Mötley Crüe e di sesso, the more the better è sempre un’opzione); la droga, tutta, anche quella pesante e nelle sue peggiori implicazioni, c’è e pervade tutta la parabola narrativa, come è probabile che sia successo davvero e come si ricava dal libro e dalle altre fonti, orali (!) o scritte, a disposizione; il maschilismo e la violenza ci sono e si vedono; il decadentismo c’è e si vede e si sente, insomma. E già questo è un successo.

Ma se la sceneggiatura si dimostra fedele al libro, e la sua realizzazione non si distacca particolarmente dalla realtà, ottima risulta anche la scelta del cast: Douglas Booth è davvero simile a Nikki Sixx, l’aura maledetta e pericolosa di Iwan Rheon (basta ricordarselo nei panni di Ramsey Bolton in “Il Trono di Spade”) si attaglia perfettamente al taciturno Mick Mars e il tatuato Colson Baker riesce a rendere in maniera adeguata l’esuberanza adolescenziale di Tommy Lee. Senza parlare delle protagoniste femminili, sostanzialmente in secondo piano nella narrazione ma tutte perfettamente calate nella parte a ciascuna assegnata e, per così dire, esteticamente conformi. Neanche gli effetti speciali deludono, limitandosi a ricostruire e, beh, riprodurre lo show ultrapirotecnico del gruppo senza strafare, come sembra invece un must in quest’epoca di grafica computerizzata. L’ambientazione, poi, è perfetta: l’immaginario della California meridionale degli anni Ottanta è restituito alla perfezione, con il suo carico di palme, spider sportive, vestiti attillati di cuoio e animalier, feste, ville e blonde bombshells, e solo a voler fare i feticisti si può muovere alla produzione qualche piccolissimo appunto (l’auto in cui Vince e Razzle fanno l’incidente era una De Tomaso Pantera del ’79, non una Chevrolet Corvette; ma trovala tu, nel 2019, una De Tomaso Pantera…). E anche la regia risulta incredibilmente misurata nell’uso degli espedienti narrativi, limitandosi a una ricostruzione piana e cronologica della vicenda (ulteriore dimostrazione della bontà della sceneggiatura e, prima ancora, del libro da cui è tratta in maniera sostanzialmente pedissequa) che sa valorizzare gli elementi più spumeggianti senza per questo evitare di soffermarsi sui momenti più tragici della storia; il regista, Jeff Tremaine, viene da produzioni seriali improntate alla frenesia narrativa, ma “The Dirt” lo trova, in maniera forse sorprendente, consapevole del suo ruolo e delle esigenze di copione. Sulla scelta musicale, poi, non mi dilungo, rilevando come anche in questo caso abbia prevalso un self-restraint tanto incredibile quanto efficace (simile, in questo, allo stile chitarristico di Mick Mars) e come la versione trip-hop di Live Wire funzioni davvero bene, sia di per sé che per gli scopi narrativi a cui è adibita; per il resto spero prevalgano la curiosità e il desiderio di divertimento del pubblico.

Insomma, un prodotto magistrale, realizzato per divertire con stile e pienamente riuscito nei proprio intento. Perché, obiettivamente, fare un film sui Mötley Crüe nel 2019, oltre che vellicare gli istinti ludici degli oramai non particolarmente giovani fan, serve solo a intrattenere piacevolmente, stampando un sorriso sulle labbra (scegliete voi quali) degli spettatori e implicitamente rilevando la distanza tra lo show biz che fu, in cui comportamenti eccessivi di ogni sorta erano tollerati e in un certo senso considerati parte del rischio d’impresa, e quello odierno, in cui è ancor più vero di allora che il profitto è tutto e i tempi di realizzo non consentono di creare immaginari, suggestioni e circhi capaci di catturare durevolmente la fascinazione del grande pubblico. Questo hanno fatto, i Mötley Crüe; hanno catturato l’attenzione del pubblico, ed è difficile competere con loro in questo campo, anche oggi, anche in video.

Immagino che consigliare la visione di “The Dirt” a chi si interessa della materia (rock, ma anche divertimento) risulti, a questo punto, forzato. Ma forzato è stato anche il successo dei Mötley Crüe a fronte degli effettivi meriti musicali, e quindi ci può stare. Un ultimo appunto: siccome produce Netflix, il film è stato pubblicato solo su tale piattaforma, e non nei cinema (a quanto consta); pertanto, profittarne in streaming è l’unico vero modo di fruirne, puro divertimento e poi via a farsi distrarre da altro. ‘cause I’m a live, live wireless.

Streaming for vengeance, ecco come dobbiamo fare. Ecco cosa ci resta.

Come il vibrar di una molla: Dick Dale (1937-2019)

Dick_Dale

Un modo per dare un senso all’albosepolcrale festa del papà è celebrare un vero padre, qualcuno che ha dato origine a qualcosa di rilevante per la vita.

Il 16 marzo scorso è venuto meno l’ottantunenne Richard Mansour, in arte Dick Dale. La vulgata lo ricorda come “il chitarrista di Pulp Fiction”, alludendo a quella Misrilou che adorna i titoli di testa del film e che gli ha dato fama e profitti imperituri, ma non è per questo, o meglio non soprattutto per questo, che Dick Dale merita di essere ricordato, quanto, piuttosto, per essere stato uno dei più grandi innovatori e pionieri della chitarra elettrica: sua, infatti, è stata l’idea di usare il riverbero degli amplificatori Fender, per creare il suono spazioso e liquido della musica surf. Senza parlare della sua innovativa tecnica chitarristica, fatta di rapidissime pennate alternate che scandiscono melodie veloci e ossessivamente intense; accorgimento che non solo richiese un’ulteriore elaborazione degli amplificatori, ma anche l’uso di corde più spesse di quanto al tempo, i primissimi anni Sessanta, comunemente in uso, salvo poi diventare lo standard in epoca successiva e tuttora. Mancino, virtuoso, primo vero poster boy della Stratocaster (Buddy Holly ancora troppo compositore e Buddy Guy troppo stilisticamente settoriale) e consapevole del suo ruolo di strumentista d’eccezione, Dick Dale è stato il primo vero guitar hero, figlio adottivo della California (vi migrò diciassettenne con la famiglia, nel 1954) e del melting pot d’oltreoceano (padre libanese, madre polacco-bielorussa). Un Hendrix o un Eddie Van Halen ante litteram, insomma, capace di valorizzare le proprie radici inserendole nel vasto e allora plasmando campo del rock, introducendo nello stile chitarristico scale proprie della musica mediorientale e ampliando enormemente il vocabolario di tutti i chitarristi rock, a quel tempo fermi alla struttura armonica del blues e alla scala pentatonica.
Ecco perché Dick Dale è un padre. Nostro padre.

Il suo lascito musicale si compone di nove LP di materiale originale; pochi, per una carriera ultracinquantennale, ma monito del fatto che nel momento del massimo successo del nostro e del surf (1962-1964) l’industria andava principalmente a 45 giri. Sono quindi i singoli episodi il miglior modo di ricordare quest’uomo che tanto ha dato alla musica pur mantendendo sempre un basso profilo (eccetto che sul palco, dove non si è mai risparmiato): oltre al superclassico Misrilou (che, peraltro, è il riadattamento di una canzone tradizionale del Mediterraneo orientale), la sincopata Let’s Go Trippin’ (anticipo sulla Summer of Love?), la programmaticamente intitolata Shake ‘n’ Stomp, la frenetica rilettura del traditional ebraico Hava Nagila (a dimostrazione che il Mediterraneo è pur sempre il Mediterraneo) e la confessoria King Of The Surf Guitar. Una qualsiasi raccolta di singoli, insomma.

Il re della chitarra surf: questo è stato, il nostro Dick. Un re, il nostro Dick. Una vera festa del papà, non c’è che dire.

Bye Byalla, Richard.

Carta non canta (Buone notizie! Si risparmia sulla TARI).

Quella che vedete sopra è la copertina dell’ultimo numero cartaceo di Maximum Rocknroll, che da aprile di quest’anno interromperà le pubblicazioni fisiche per darsi alle sole telematiche. Troppo alti i costi, ormai, e troppo pochi i lettori, persino a quattro dollari e novantanove, che in euro fa, ha sempre fatto, cinque (spese di spedizione dall’America comprese), per pensare di tirare avanti un’istituzione sotterranea che dal 1982 pubblica gratis i contributi di chiunque voglia contribuire allo spirito DIY della musica e della (sub)cultura punk nelle sue varie declinazioni. Certo MRR proseguirà online, ma che non la si possa più trovare in carta e ossa (in Italia, da Agipunk a Bologna, nel catalogo della Coward Records e nelle due sedi di Radiation Records a Roma) è un segno dei tempi.

Il cestino che conteneva i fiori è giunto in discarica, ormai. E il veleno circola a pieno regime nella macchina umana.

Un mondo senza Maximum Rocknroll, ecco cosa ci aspetta. Senza la prima vera fanzine globale. Non serve più, ormai: ora ci sono i social e i blog. Ora ci siamo noi.

Ma anche loro.

Le solite canaglie. Noi e loro. Ma più che altro, noi. Ahinoi.

DIY di ahinoi.

Perché non sarò mai un critico musicale #2

1) Se hai sede in Irlanda e dici di voler aiutare i Paesi del Terzo Mondo, sei colpevole anche tu.
2) Voglio Una Donna, la Born To Run italiana.
3) “Speak Of The Devil” > “Live Evil”
4) La vaporwave, gli Art Of Noise con trent’anni di ritardo. Mentale.
5) E.C. was here. Yeah, right.
6) Combatti il daltonismo, ascolta gli Stryper.
7) Meno Canterbury, più Salisbury. E già così…
8) La gente che ritiene Mick Box un grande chitarrista.
9) Il suono della tastiera su “This Year’s Model”. E su tutto ciò che ci va dietro.
10) “Loveless” oblige.

Humbly to express A penitential loneliness: Tommy Bolin – Teaser

tommy bolin-teaser

Quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di Tommy Bolin? Onestamente.

Probabilmente da qualche profondo esperto viola, che vi rammentava dei talenti di quel chitarrista americano tanto capace quanto sfortunato, o pure scemo a sprecare l’occasione d’oro offertagli dall’essere chiamato a sostituire nientemeno che Sua Maestà Ritchie Blackmore, finendo male per contrappasso sostanzialmente faustiano, e passiamo oltre ché è meglio. Magari qualche critico vi ha segnalato che il nostro uomo, proprio quello che faceva annullare interi concerti per overdosi non richieste, era stato, prima e dopo, anche solista di vaglia, ma hai voglia a dare retta ai critici quelli veri, che ogni tanto ti imbeccano sul disco della vita, ma il più delle volte ti fanno comprare roba che sì però e se per caso ti tocca il com’è umano Lei. Ma anche là, che cosa ne sanno i critici, perlopiù? Chiedetevi quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di Tommy Bolin e avrete la risposta.

Non è del Tommy Bolin che ventunenne ha già tre LP di hard blues all’attivo con gli Zephyr che ci occupiamo qui. Né del sostituto pieno di inventiva che seppe agevolmente calzare scarpe di taglia enorme quali quelle di Joe Walsh e Ritchie Blackmore. No, qui parliamo di Bolin come Bolin, Thomas Richard Bolin al servizio di se stesso. Parliamo di “Teaser”, l’album capolavoro. Quello che, foss’anche pretermesso il resto, proprio bisognerebbe avere ascoltato.

Lasciati gli Zephyr nel 1972, omaggiato il talento di Billy Cobham prestandogli il proprio sull’eccellente “Spectrum” (1973) e infine raccolto meno del previsto (commercialmente; come chitarrista nessuno mai ebbe dubbi) nei James Gang di “Bang” e “Miami”, nel 1975 il nostro uomo, a stento ventiquattrenne, debutta da solista con “Teaser”, nove brani per neanche trentotto minuti, ma di quelli che lasciano il segno: riassunto di stili chitarristici, l’album dimostra la versatilità di Bolin, a suo agio chitarristico nei cangianti panni del rocker tutto d’un pezzo (The Grind, che non poco insegnò ai Van Halen in termini di impatto e swing; Teaser, tra hard e funk color porpora profondo) come del jazzista che guarda a sud (la deliziosa bossa nova di Savannah Woman, sospinta dalle percussioni di Phil Collins), del libertario in levare (People, People, che fa vergognare Clapton anche solo di aver pensato di poter sparare allo sceriffo) e del fusionist consapevolmente post-hendrixiano (la strumentale Marching Powder, con ospiti Narada Michael Walden, Jan Hammer, Sammy Figueroa e David Sanborn), senza per questo dimenticare le abilità canore (la grinta di The Grind che trasmoda senza sforzo nella versatilità confidenziale di Wild Dogs), compositive (tutti i pezzi tranne uno sono firmati o cofirmati dal nostro uomo) e produttive, nonostante l’aiuto dei capaci Lee Kiefer e Danny MacKay e, soprattutto, l’uso di studi di punta come il Record Plant, gli Electric Lady e i londinesi Trident. Ma i suoni curati, lungi dal coprire carenze di idee, servono qui a esaltare una sostanza musicale di prim’ordine. Ogni pezzo è una sorpresa su “Teaser”, e il passaggio da uno stile all’altro è perfettamente naturale e, soprattutto, è porto con sicurezza e competenza tali da risultare sempre armonico e mai posticcio. Una lezione di eclettismo di cui è difficile non innamorarsi, se si hanno a cuore le musiche chitarristiche e ciò che ci ostiniamo ellitticamente a chiamare pop.

La Nemperor Records, nata un anno prima per volontà di Brian Epstein (quel Brian Epstein) e casa di delfini del jazz-rock del calibro di Jan Hammer e Stanley Clarke, coglie immediatamente l’occasione offertale da un talento così puro, ma nemmeno la distribuzione Atlantic di cui l’etichetta può fregiarsi consente a “Teaser” di decollare, complice anche l’entrata di Bolin nei Deep Purple poco dopo, con conseguente assenza di tournée promozionale del disco e, soprattutto, aggravarsi irrimediabile di una dipendenza da eroina iniziata molto presto e altrettanto presto divenuta ingovernabile, fino all’esito supremo, nella Miami di quel maledetto 4 dicembre 1976. Venticinque anni compiuti da poco e una vita davanti: ecco chi era Tommy Bolin, nonostante tutto.

Anche “Teaser” ha una vita davanti. Venite anche voi a ricordaglielo, prima che lui si ricordi di voi e, come ogni spacciatore che si rispetti, venga a vendervi il suo prodotto. Uno di quelli che ti svolta la giornata, ma solo fino a quella seguente. Uno stuzzichino, insomma. E allora ne vuoi ancora. E ancora. E ancora. Vuoi il pasto completo e non sei mai sazio. Finché, un giorno, a forza di pasteggiare, ti ritrovi a Miami.