Surf Ozzies Must Die. L’onda corta dei Neptunes.

I Neptunes sono stati un quintetto di Perth. Formatisi nel 1987, suonavano una mistura di surf, power pop e garage e incidevano per la storica etichetta Citadel di Sidney, casa della miglior parte del rock australiano del periodo. Nel 1988 debuttarono con “Hydrophobia”, EP di sei pezzi, dei quali due strumentali. Tra di essi si stagliano My Mermaid, uno dei brani migliori mai usciti dal continente nuovissimo, un efficace riff di tre accordi a sorreggere un assalto adrenalinico eppure stiloso, e il surf carezzevole di Summer’s Almost Gone, fresca come la brezza che spira dall’Oceano Indiano, esercizio barracudesco (nel senso di Barracudas) che non si fa dimenticare. Come pure la simpatica copertina a tema marino. Eccola:

neptunes - hydrophobia

Poi concerti, un cambio di formazione (alla batteria Martin Moon sostituisce David Shaw) e nel 1991 il secondo episodio discografico: “Godfish”, un altro EP di sei canzoni, anch’esso edito solo in vinile. Opera graziosa, in sostanziale linea di continuità con il disco precedente ma più opaca in fase di scrittura, anche se non priva di momenti di interesse: Love Sign si dimena di un garage irsuto e coinvolgente, mentre il pop dalle tinte spagnoleggianti di Wait For The Sun cavalca abilmente le onde sul doorso di una tavola e Down South trapianta la California spiagge e palme nell’altrettanto solatia Australia sudorientale.

neptunes - godfish

Ma l’atmosfera è di stanchezza, e gli scarsi riscontri portano aria di smobilitazione, quindi i Neptunes si sciolgono subito dopo, lasciando ad altri il compito di portare avanti un monicker abbastanza frequentato (più di una decina le formazioni omonime). A suggellarne l’eredità, in quello stesso 1991 la Citadel raccoglie l’opera omnia del gruppo, dodici brani, in un unico CD, “Godfish”.

Da allora i Neptunes non hanno più combinato un cazzo.

E voi, invece?

Dc a 9: i dischi

Ed ecco, dopo due mesi di assenza e qualche tentativo di articolo abortito, l’annuale adempimento del dovere compilativo. Anno musicalmente avaro, questo 2019, che ha visto più defezioni rilevanti (João Gilberto, Dr. John, Dick Dale, Roky Ericsson, Rik Ocasek, Ginger Baker, Andre Matos) che album degni di menzione, tanto che a stento mi riesce di individuarne dieci per la consueta playlist. Un anno da dimenticare, insomma. Procedo dunque all’elencazione ritenuta adeguata, in no particular order come sempre, confidando che il 2020 possa portare un netto miglioramento da tutti i punti di vista. Augh.

Dischi notabili

1. REFUSED – WAR MACHINE
Qui. E il passare del tempo non attenua ascolti e riscontri. Il disco dell’anno, per quanto se ne può sapere da queste parti.

2. THE BACKDOOR SOCIETY – THE BACKDOOR SOCIETY
Qui. Confermati impatto e mestiere; una promessa, e chissà che il gruppo riesca a mantenerla.

3. EX HEX – IT’S REAL

ex hex - it's real

Questo trio americano interamente femminile ha pubblicato quest’anno il suo secondo ellepì, colmo di un power pop accattivante e ben costruito, che tiene insieme la freschezza melodica di matrice pop, l’esuberanza irruente di stampo punk e un vago ascendente hard rock nelle partiture di chitarra. E il coloratissimo risultato non delude affatto. Delle Go-Go’s per il Ventunesimo secolo, come peraltro suggerito dalla copertina.

4. THE NIGHT TIMES – HERE WE GO

the night times - here we go

Avete presente il detto anglofono secondo cui non si può giudicare un libro dalla sua copertina? Ecco, dimenticatelo, ché il debutto dei californiani Night Times confessa apertamente e con orgoglio le sue intenzioni già dalla foto di frontespizio: proporre una mezz’oretta del più puro e selvatico garage punk di stretta osservanza Sixties, le chitarre una pulita e una fuzzata, l’organo Farfisa o Vox, i ritmi convulsi, i tamburelli, le maracas, le urla e tutto il resto. Operazione riuscita alla perfezione, in un disco (uscito solo su vinile, peraltro) che trasuda eccitazione senza dimenticare la ballabilità, riuscendo così a trasmettere la sensazione di esuberanza ormonale che ha sempre costituito il primum movens del genere. Difficile e forse insensato selezionare singoli brani, ma mi pare comunque preferibile farsi scorticare cento volte da un pezzo come I Don’t Mind o agitarsi in preda alle convulsioni surf di Go Mental o al febbrile rockabilly di Charmed che cedere alle lusinghe di uscite più blasonate o sedicenti originali. Santino (?) dei Sonics in tasca e pepe al culo, insomma. Ben arrivati, tempi notturni.

5. AMYL AND THE SNIFFERS – AMYL AND THE SNIFFERS

amyl and the sniffers - amyl and the sniffers.jpg

Debutto sulla lunga distanza dopo due EP in tre anni per questi quattro australiani, capitanati dalla magnetica Amy Taylor e autori di un tellurico punk garagistico, che richiama da vicino le più urticanti proposte proposte rock n’ roll di quella terra spargendo energia a piene mani grazie alla foga esecutiva dei musicisti e alla voce abrasiva e allupata della cantante, ideale continuatrice della scuola di Wendy O. Williams e Poly Styrene senza peraltro dimenticare un vago sentore pop preso a prestito dalla Debbie Harry degli esordi, che fa capolino qui e là e che l’ascoltatore attento potrà cogliere a tratti, negli interstizi del muro chitarristico e ritmico eretto dagli Sniffatori. Punk fatto come si dovrebbe, con il rock n’ roll come ragione di vita e anche un po’ più in basso. Down under, d’altronde.

6. RIOT CITY – BURN THE NIGHT

riot city - burn the night.jpg

L’ondata di revival del metal classico è ormai grandemente scemata rispetto all’inizio del decennio, ma ciò non significa che non continuino a uscire ottimi dischi ispirati alle sonorità heavy degli anni Ottanta; anzi, la sopravvenuta riduzione della platea permette di apprezzare ancora di più i risultati più alti e di commuoversi per la dedizione di chi continua a praticare il genere prediletto a prescindere dalle mode. Questa volta il plauso cade sui Riot City, giovani canadesi (provenienza geografica che stupisce ben poco per questa proposta) che a maggio hanno debuttato con un gioiellino di heavy speed totalmente ottantiano, che guarda a Judas Priest, primi Iron Maiden, Raven, Vicious Rumors e Savage Grace per produrre una colata di acciaio ispirata al power metal americano e forgiata sulle chitarre armonizzate e sugli acuti perforanti di Cale Savy. Intensità costante, riff perfettamente concatenati, ritmica serrata, oltre ad una produzione che valorizza i singoli strumenti senza cedere a tentazioni ottusamente filologiche (proverbiale la mancanza di dinamica di molti album storici del metal anni Ottanta) e ad una copertina che riesuma l’Hellion, custode del priestiano “Screaming For Vengeance”, fanno di “Riot City” il miglior album di heavy metal uscito quest’anno. Chissà che fine hanno fatto gli Striker, a proposito.

7. DUFF MCKAGAN – TENDERNESS
Qui. Ribadisco: chi l’avrebbe mai detto.

8. LES GRYS-GRYS – LES GRYS-GRYS

les grys grys - les grys grys

Francesi di Montpellier, i cinque Grys-Grys hanno esordito quest’anno con un LP di ascendenza sessantiana di qualità incredibile, maturo nei riferimenti stilistici e nella scrittura: sfacciatezze mod si fondono a umori psichedelici, l’esuberanza garage si appaia all’allusività rock-blues, suoni ricercati corredano essenziali jungle beat e la ricercatezza melodica non pregiudica l’impatto. Who, Stones, Bo Diddley, Electric Prunes, Yardbirds, Sonics e molti altri copulano felici in questo disco. Come dei Creation Factory più raffinati, insomma. Davvero incredibile.

9. JEFF DAHL – ELECTRIC JUNK

jeff dahl - electric junk.png

Questo disco non è nemmeno indicato su Discogs, e di mister Dahl a tutt’oggi non esiste nemmeno una pagina di Wikipedia, nonostante le decine di uscite a suo nome e le comparsate in dischi e progetti musicali altrui, a conferma della natura elusiva di questo piccolo eroe dell’underground, attivo sin dalla fine degli anni Settanta e in qualche modo riuscito a eludere persino quel fazzoletto di notorietà quantomeno settoriale che l’informazione telematica garantisce a praticamente chiunque. Merito, o colpa, di un atteggiamento a suo modo incompromissorio, incentrato sulla riproposizione costante di un punk n’ roll coinvolgente anche se raramente memorabile (mirabile eccezione “Wasted”, uscito nel 1991) e dunque presto archiviato nella sezione del revivalismo carbonaro come materia per cultori. A riprova della coerenza dell’uomo si pone questo “Electric Junk”, autoprodotto e pubblicato con diffusione streamingzita e una volta di più zeppo delle solite melodie trascinanti flagellate da chitarre essenziali, rese con mezzi e suoni parimenti essenziali, nel più puro spirito del ’77. La presenza è motivata più dal valore simbolico della coerenza stilistica e attitudinale che dall’effettiva consistenza dell’opera, e nondimeno “Electric Junk”, pur non essendo più di quanto il titolo promette, si fa ascoltare con un certo piacere anche più di una volta.

10. TUXEDO – TUXEDO III

tuxedo - tuxedo III

Se Michael Jackson fosse vivo e facesse un disco così sarebbero in tanti a spellarsi le mani in applausi. E invece ne è autore un duo di produttori americani, giunti ormai al traguardo del terzo album e animati dall’intento ben preciso di rivitalizzare la disco, aggiornandone lo spirito all’epoca del #metoo e del reggaeton. Divertirsi e divertire con stile e colorando di glamour le lenti deformanti della popstalgia è lo scopo di “Tuxedo III”, ed è pienamente raggiunto: le drum machine essenziali conducono al bersaglio il ritornello appiccicoso di You And Me, Tuxedo Way anima party di ieri e di domani cavalcando un basso insidioso con commento di coretti da Studio 54 e c’è persino tempo per abbassare luci e ritmi con un accenno di ballata, quella Toast 2 Us che ha fatto propria la lezione del R&B anni ’90 senza peraltro dimenticare qualche aroma jazz, a dimostrazione che anche la più filologica delle riproposizioni non è mai una totale copia carbone del passato. Un disco con dichiarati intenti mercantili e tuttavia realizzato con una certa classe e la giusta dose di leccata sfrontatezza. Gli(lle)tterati e orgogliosi.

Altre pillole di 2019
SPIDERGAWD – V: una garanzia: rock duro ma composto e suonato con intelligenza, con in mente first and foremost la canzone e le sue esigenze, la melodia in primis. Che in questo album è un po’ più presente rispetto al passato, ma che nondimeno non comporta alcun sacrificio in termini di qualità e integrità. Magistrali per continuità.

BELLRAYS – PUNK FUNK ROCK SOUL VOL. 2: una garanzia vol. 2: la miscela si è fatta più blended, con più rock classico e soul a sopperire alla foga punk degli esordi, ma la classe non è acqua e qui si sente ancora una volta: Bob Vennum e i ragazzi sprigionano il fulmine o la scossa alla bisogna, e Lisa Kekaula è la solita pantera che sa cavalcarla con sfrontatezza, aggressività o sensualità. Si nota un leggero appannamento della scrittura rispetto al passato anche recente (leggi: anni Dieci), ma che suonino tozzo hard (Perfect), boogie lascivo (Bad Reaction) o pensosi blues (Every Chance I Get), i Bellrays restano sempre la solita, grandiosa macchina da rock n’ roll.

SACRED REICH – AWAKENING: non esattamente perfetto, ma un incoraggiante segnale nell’ottica del rientro nel genere, che poi è il thrash metal legato alla vecchia scuola, quella degli anni Ottanta, suonato con intelligenza e senza fanatismo, come è proprio di chi quel periodo lo ha vissuto in prima persona. Certo, i giorni di gloria (?) sono alle spalle, ma fa sempre piacere sapere che, in tempi di sommovimenti politici latinoamericani, c’è chi suona, oh se suona, la sveglia.

KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – INFEST THE RATS NEST: gli imprendibili e imprevedibili australiani da due LP l’anno colpiscono ancora, forgiando nove tracce di heavy metal misto a speed metal ottantiano e con una punta di hard rock, suonato con intelligenza e senza cadere in frusti stereotipi. Impatto, atmosfera, coinvolgimento e la solida, mefitica voce di Stu MacKenzie. Davvero notevole, poi, in chiave di estetica metal, la gigeriana copertina. Ci stava bene in Top 10 (anche perché, diciamocelo, ‘sto Jeff Dahl, ma chi cazzo è?), però ormai è andata così. Da ascoltare senza esitazione.

ATLANTEAN KODEX – THE COURSE OF EMPIRE: il metal in uno dei suoi massimi picchi emotivi: heavy cadenzato e crepuscolare per descrivere la fine di un’epoca, quella della civilità occidentale. Mai troppo veloce e sempre decadentemente melodico, per un risultato incredibilmente icastico. Difficile da descrivere a parole, ed è un buon segno. Sarebbe stato bene in Top 10, ma è la fine di un’epoca, per l’appunto.

L’altro 2019
UNIDA – COPING WITH THE URBAN COYOTE
Questo disco mi ha letteralmente salvato la vita, nel periodo buio da fine agosto a inizio ottobre. L’ho scoperto per caso, qui, e altrettanto casualmente ho deciso di ascoltarlo; la sua potenza, quel suono pastoso e saturo, quel basso di inaudito spessore, quella foga esecutiva mi hanno investito, facendomi capire che c’era ancora qualcosa di valido nella vita e un motivo per lottare. Mi ci sono quindi aggrappato, e la voce ululante di John Garcia mi ha sorretto. Anzi: il “your eyes don’t look just the same” all’inizio di If Only Two mi ha inchiodato alle mie responsabilità di vivente, spingendomi a cercare un rilancio, che ogni ascolto di questo disco ha spinto sempre un passo oltre. Non potrò mai ringraziare abbastanza gli Unida (e chi me li ha fatti scoprire) per ciò che hanno fatto, e cioè “Coping With The Urban Coyote”, che, per quanto mi riguarda, trasmoda da titolo a missione. Mi accorgo adesso che il testo della canzone in realtà dice “your eyes both look just the same“: mi piace pensare che non sia un caso.

J.P. BIMENI & THE BLACK BELTS – FREE ME
Dopo gli Excitements, è ancora Barcellona via l’Africa a dettare i tempi del nuovo vecchio soul: J.P. Bimeni è ruandese, risiede nella città catalana e possiede una voce di potenza e sensualità incredibilmente prossima a quella di Otis Redding e Marvin Gaye; i Black Belts sono un quartetto indigeno dedito al soul strumentale sulla scia di MGs e Bar-Kays. Insieme firmano un LP, uscito nel 2018, di ottima qualità, in cui convivono ballate col cuore in mano (I Miss You) e agrodolci esuberanze (Honesty Is Luxury), in un contesto che distilla il suono Stax per l’epoca di Trump. Se l’onestà è un lusso, come il disco proclama, vale nondimeno la pena concederselo, e sul piano musicale “Free Me”, clamorosa opera prima, è un lusso d’altri tempi.

SIZIKE – U ZEMLIJ CUDA
Recentemente ristampato, questo LP uscito originariamente nel 1986 è opera dei Data, un collettivo jugoslavo a prevalenza serba autore di un pop sintetico e ballabile, tipico del periodo, proteso ad emulare i dettami modaioli imperanti illo tempore eppure nient’affatto privo di quella cifra estetica e stilistica di area slava, fatta di kitsch inconsapevole e senso del ridicolo nullo o quasi. Sintetizzatori analogici, batterie elettroniche d’antan e vocalizzi femminili prevalentemente in lingua realizzano un gioiellino di esotica motilità (facile prevederne l’acquisto/acquisizione da parte di dj hipsterici desiderosi di stupire la platea) senza per questo impedire l’ascolto casalingo o l’uso a mo’ di tappezzeria sonora. A corredo della ristampa ci sono anche tre brani altrimenti inediti dei Data, sempre in stile. Una godibile mezz’ora di new wave danzabilmente hipster e un inusuale angolo prospettico per riflettere sulla globalizzazione e sugli abiti in materiali sintetici; avvertenza: forte potenziale di culto.

ROY AYERS UBIQUITY – RED, BLACK & GREEN
Il soul jazz dei Settanta, il decennio d’oro del genere, al massimo della sua forza espressiva: ritmo irresistibile anche nelle sue declinazioni più pacate, arrangiamenti curati, varietà nell’improvvisazione e orgogliosa esibizione delle radici. La disco e le sue sbornie sono poco oltre (siamo nel 1973) e non saranno ignorate, ma qui Ayers suona ancora perché deve, per sé e per gli altri, per il corpo e per la mente; non a caso aprono e chiudono rispettivamente le riletture di Ain’t No Sunshine (Bill Withers) e Papa Was A Rolling Stone (Temptations), con la consapevolezza afrocentrica della title-track, posta a metà, a fare da spartiacque. Uno degli album migliori di uno dei maestri del vibrafono a capo di una delle sue formazioni più solide.

Damnatio memoriae
BLIND GUARDIAN TWILIGHT ORCHESTRA – LEGACY OF THE DARK LANDS
Il disco orchitestrale, finalmente.

BRUCE SPRINGSTEEN – WESTERN STARS
Come sopra. Ma la goduria vera è leggere gli inerpicamenti dei critici musicali per giustificare, contestualizzare, interpretare. Your eyes both look just the same.

…bisogna farsi gli italiani: The Backdoor Society – The Backdoor Society

Mentre tutto il mondo neo-Sixties guarda lontano, all’America o alla Francia, io focalizzo lo sguardo su Piacenza, e il perché è presto detto.

Innanzitutto perché è vicina a Salsomaggiore. E a Pisa. E poi perché ci sono i Backdoor Society. Quattro individui che, assunta la più classica testudo rock (voce-chitarra-basso-batteria), si studiano di ricreare il più selvatico suono del rhythm & blues nella concezione che ne avevano i gruppi europei a metà anni Sessanta, dopo l’esplosione del fenomeno Rolling Stones, con particolare riguardo a quella ruspante versione delle declinazioni più esuberanti della British Invasion (Pretty Things, Animals, Birds) emersa nei Paesi Bassi ad opera di formazioni come Het, Q’65, Motions e Outsiders e ribattezzata “Niederbiet”. Riuscendoci peraltro egregiamente, come è spesso proprio dei gruppi italiani che si cimentano nel genere, e dunque ottenendo riscontri, prima concertistici, in patria e all’estero, quindi discografici, ad opera dell’attivissima Area Pirata, che ad aprile ha pubblicato il loro primo LP, l’omonimo la cui copertina si può vedere sopra, sagace riassunto di stilemi nella sua mistura di op art prettamente Sixties e tinte da Honey Bee che ronza sulle acque fangose; blues e psichedelia insieme, una volta di più.

Se si dovesse credere al “Dutch Beat album of the year” con cui la rivista inglese Shindig, una delle voci più autorevoli in materia di suoni dei Sessanta, ha incoronato “Backdoor Society”, il risultato degli sforzi dei nostri piacentini in studio di incisione dovrebbe essere eccellente. Ma alla stampa è meglio non credere più di tanto, preferendo, in materia, l’orecchio all’occhio. E a verifica aurale l’album non delude, confermandosi una forza della natura, una scarica di energia in dodici tracce che trasporta nel mezzo della Pianura Padana il jungle beat di Bo Diddley come riletto dagli zeekapers del Mare del Nord, riuscendo a suonare sincero pur nell’evidente derivatività della proposta musicale. Perché, obiettivamente, come si fa a restare fermi davanti al tarantolame di Story No. 2, o al battito animale di Go On Home? O a non volersi far risucchiare nel powwow malsano di What’s On Your Mind, tra Dead Kennedys e il garage più ruspante? A dire il vero ci sarebbero anche un paio di ballate, giusto per riprendere un minimo di fiato, ma sono a fondo corsa, come Better Than Me, e comunque evolvono sempre da arpeggi jangly a convulsi due quarti di elettricità e blues con gli amplificatori Vox a palla. E la malia di “Backdoor Society” è, alla fine, proprio questa: che è un album di puro rock ‘n’ roll, suonato con le attenzioni melodiche dei medi anni Sessanta ma pur sempre puntato sugli istinti bradi dell’ascoltatore, e in questa sua miscela fa un ottimo lavoro, tenendo insieme più che egregiamente i due elementi, la melodia e l’impeto, non da ultimo per la prova dei musicisti e per la produzione, filologica senza estremismi e dunque funzionale a una efficace resa fonica.

Davvero una sorpresa, questo album; una bella sorpresa. O forse no, non si deve parlare di sorpresa, perché qui da noi le condizioni ambientali vi sono tutte affinché le realtà musicali autoctone possano dimostrare quanto valgono (quando valgono, naturalmente), supportate da etichette parimenti nostrane e credibili sul piano internazionale, e infatti tanto è successo in questo caso. Però noi italiani siamo bravi a sabotarci da soli, e quindi vale la pena di ribadire che in quest’ambito, in particolare quello del Sixties revival, non siamo secondi a nessuno; al massimo amari, e senza ghiaccio.

Io, comunque, spero di vederla dal vivo, la Backdoor Society. Anche solo per comprare una maglietta che esibisca il logo della sua ragione sociale. Maglietta da vestire con scopo scaramantico e premonitorio non meno che lubricamente predatorio. Perché nella Primogenita lo sanno che, fatta l’Italia, bisogna farsi gli italiani.

‘cause I’m: “Hey Teen!”. Minimo annuario discopatico.

Esiste solo una cosa più da sfigati che comprare “Dookie” in CD nel 2018 e ben dopo aver compiuto i trent’anni: macchiarne il libretto con la zuppa di verdure. Surgelata.

È con questa consapevolezza che mi accingo a riferire pillole musicali dell’anno ormai trascorso, che ha visto meno lutti di quello andato (anche se Vinnie Paul…) ma anche meno dischi memorabili. D’altronde il ’18 è l’anno della vittoria, ed è fisiologico rilassarsi un po’. Dite di no, che non ci rilassiamo proprio per niente? Oh beh, peggio per voi: io ho “Dookie”. Sì, beh, quasi.

Auguri.

Dischi notabili

1. JUDAS PRIEST – FIREPOWER
Ne ho scritto a caldo qui e confermo tutto. Dal vivo a Firenze, poi, i pezzi nuovi non hanno per nulla sfigurato a fianco dei classici, e questo vorrà pur dire qualcosa. Col passare del tempo e degli ascolti il valore dell’album si è normalizzato, ma resta comunque la migliore uscita dei Priest dai tempi di “Painkiller”, confermando che proprio quando è data per spacciata la formazione inglese dà il meglio di sé. Il futuro è ignoto, ma un simile congedo discografico sarebbe un trionfo.

2. VISIGOTH – CONQUEROR’S OATH
visigoth-conqueror's oath
Del quintetto di Salt Lake City e del suo secondo LP non si dirà mai abbastanza bene: heavy metal epico in senso tradizionale, possente ma non troppo veloce, zeppo di cori pensati per infondere coraggio sul campo di battaglia e di fraseggi di chitarra armonizzati che allargano lo spazio come un coro in una cattedrale gotica, prodotto al meglio ma con in mente la tradizione (“si sente che anche il produttore era in cotta di maglia!“, l’immortale commento di un amico), non troppo lungo e sempre memorabile (anzi, quasi sempre, Salt City un boogie trascinante ma stilisticamente e tematicamente fuori luogo). Non a caso griffato Metal Blade. Se non il disco dell’anno, senz’altro nel Valhalla con i migliori.

3. LUCIFER – LUCIFER II
Qui

4. THE 16 EYES – LOOK
Qui

5. THE MORLOCKS – BRING ON THE MESMERIC CONDITION
Qui

6. THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – SOMETIMES THE WORLD AIN’T ENOUGH
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Neanche dodici mesi dopo l’ultimo album (di questi tempi, converrete, fa notizia, se uno non si chiama Ty Segall), i cinque svedesi tornano con il quarto LP in sei anni, confermando l’ottimo stato di salute di cui godono. La struttura è la solita: apertura con un brano tirato di hard rock simil-Seventies; prosieguo con addolcimenti tastieristico-melodici; singolo effettivo o potenziale in terza-quinta posizione; dosaggi variabili degli ingredienti predetti fino al congedo, preferenzialmente affidato a una stesura articolata ed evocativa. Però funziona anche stavolta; rischiando qualcosa nell’aggiungere ulteriore patina medio-ottantiana a una formula collaudata ma riscuotendo appieno i profitti del rischio, e basti a conferma il solo lato A dei quattro: This Time straccia i Rainbow post-Dio al loro stesso gioco, Turn To Miami si regge sui chiaroscuri di indolenza sensuale e pericolo tropicale evocati già dal titolo, Paralyzed riscrive in melius gli anni Ottanta dei Doobie Brothers e la title-track è purissimo e scintillante AOR come non se n’è sentito quest’anno. Io continuo a preferire il precedente “Amber Galatic”, ma qui siamo al vertice del catalogo del gruppo e del genere; ammesso che sia uno solo. Il catalogo.

7. THE CREATION FACTORY – THE CREATION FACTORY
CREATIONFACTORY
Quest’anno le sonorità di area Sixties non hanno dato frutti migliori di questo quintetto californiano alla prima prova sulla lunga distanza, che, complice una ragione sociale inequivocabile, un’immagine filologicamente ineccepibile e una produzione manieristicamente perfetta, mette a segno una delle uscite di area più godibili del giro intorno al sole. Un Bignami, potremmo chiamarlo; perché c’è dentro molto di ciò che conta: i Beach Boys in You Be The Judge, i Rolling Stones in Girl You’re Out Of Time, i Kinks in I Don’t Know What To Do e Why Can’t You Make Up Your Mind, i Them in I Want To Be With You, i Creation in Without You, i Byrds in Spring Ain’t Gonna Let You Stay e i 13th Floor Elevator in Hallucination Generation. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità della quarta generazione di revivalisti dei Sixties, che ha assimilato ciò che è accaduto medio tempore ma resta fermamente intenzionata a riportare in vita al meglio possibile l’aura quantomeno sonora del decennio principe del rock. Revival o meno, il risultato è eccellente per scrittura, esecuzione e resa. Non resta che ascoltare e sperare silenziosamente che il debutto non diventi anche la tomba dei Creation Factory.

8. GHOST – PREQUELLE
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Un perfetto esempio di somma paraculaggine musicale, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost. Lima le asperità del precedente e vincente “Meliora” con una carta di grana fina che chiama in causa gli anni Ottanta di Def Leppard e Savatage, ma anche ABBA e Pet Shop Boys, per imbastire un vero e proprio blockbuster, pensato per essere un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, e riuscendoci perfettamente. Il plauso è stato ampio ma non generale, e ognuna delle opinioni non è implausibile. Certo è che la prestazione dei musicisti e del cantante è ancora una volta superlativa. Certo è che la scrittura è stata raffinata ai massimi livelli. Certo è che l’immagine, ancora una volta reinventata dal diabolus ex machina Tobias Forge, funziona e affascina come prima più di prima. Certo è che un singolo incisivo come Dance Macabre il rock non lo sentiva da tempo. Certo è che i Ghost sono i principali candidati a fare da headliner ai festival estivi dei prossimi anni, quando i veterani via via si ritireranno. Certo è che “Prequelle” ce lo si gode. Last but not least per merito della produzione di Tom Dalgety, capace di tenere insieme arrangiamenti articolati ed esigenze commerciali odierne, e del missaggio di un veterano del calibro di Andy Wallace, che dosa sapientemente la densità dei singoli strati sonori, adagiandoli l’uno sull’altro fino a fonderli in un unicum pieno ed avvolgente. Un capolavoro di professionismo, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost.

9. TH’ LOSIN STREAKS – THIS BAND WILL SELF-DESTRUCT IN T-MINUS
th'losin streak - this band will self destruct in t minus
Dopo quattordici anni da un debutto, “Sounds Of Violence”, che aveva fatto sobbalzare non pochi adepti del più selvatico sound garagistico, i quattro di Sacramento sono infine tornati insieme nel 2010 e quest’anno, dopo un acclamato tour europeo, hanno messo insieme un secondo album, anch’esso edito per la solita Slovenly Records e anch’esso selvaggio e urgente come ci si poteva aspettare dalle Scie Perdenti. Ma “This Band…” non è un calco del suo predecessore, perché inietta nella formula di sgangherato rock ‘n’ roll del gruppo una vena distintamente danzereccia e un senso della melodia di matrice mod che, se a tratti smorzano il flusso di elettricità, nondimeno conferiscono all’album una sua identità in un panorama anch’esso ormai fattosi affollato. Lo si può definire freakbeat, merce non particolarmente frequente in terra americana, e se uno come Tim Warren si prodiga a definirlo il migliore inciso quest’anno ci si può accodare senza troppe remore. Ciò che conta, dopotutto, è che la scrittura si mantenga di livello per tutte le tredici tracce, e questo disco, forte dell’adrenalina fuzzosa di (This Man Will Self-Destruct In) T-Minus, dell’esuberanza mod di You Can’t Keep A Good Man Down, dei richiami ai Creation di Order Of The Day e di quelli ai Kinks di  Falling Rain, lo fa. Non perfetto ma potentissimo e sempre coinvolgente, il secondo album dei Th’ Losin Streaks svetta per la splendida copertina, senza dubbio la migliore dell’anno. Avercene, di band che si autodistruggeranno così bene.

10. THE MARCUS KING BAND – CAROLINA DREAMS
marcus king band - carolina confessionsTerzo LP e terzo centro per la formazione del chitarrista e cantante del South Carolina, che a ventidue anni dimostra un’abilità di scrittura e una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi a dir poco sbalorditive. Ancora una volta tiene banco il Sud, principale serbatoio musicale americano e quindi inesauribile fonte di ispirazione per chi voglia mettersi dietro a un microfono con una chitarra in braccio. E the South does it again su “Carolina Confessions”, titolo che cita i sogni della Marshall Tucker Band (che però muoveva dal North Carolina) e scaletta parimenti da sogno con la partenza inarrivabile di Where I’m Headed, le acustiche degli Allman post-Fillmore che convivono sorridenti con i fiati di Otis Redding, e il prosieguo affidato al dramma di Goodbye Carolina, dove il country di Alan Jackson (Midnight In Montgomery) è trafitto al cuore da una slide carica di pathos come quella di Warren Haynes. E da qui in poi, tra il soul ancheggiante di Homesick, l’inchino ad Ike e Tina di How Long, il sofferto lirismo blues di Confessions e lo sterrato imboccato per fuggire da Memphis sulle note di Welcome ‘Round Here, niente è meno che meraviglioso. Un atto d’amore verso il southern rock che nulla ha di nostalgico o didascalico e molto, anzi tutto, di sincero e sentito. Probabilmente il disco dell’anno, e in ogni caso una plausibile ragione per ritenere migliore soffrire e trascorrere sotto un cielo blu a cinquanta stelle anziché sotto uno rosso a cinque.

Altre pillole di 2018
Immortal – All Shall Fall
: manca Abbath ma non conta nulla, perché è tornato Demonaz e i suoi riff thrasheggianti esaltano come non hanno potuto fare in questi years of silent sorrow. Non ci si crede che sia così consistente, eppure lo è; come il male, quello vero. Sento solo freddo, tanto freddo, fuori e dentro me.

Cranston – II: le parti strumentali di chitarra e tastiera sono in mano a Paul Sabu, uno che sa quello che fa. La voce, appartenente a tale Phil Vincent, sfoggia credibilmente un timbro ruvido e bluesy simile a quello che David Coverdale ha ormai perduto. Nel mezzo un valido esercizio di hard rock melodico, che bascula in zona hard blues ma non per questo disdegna l’AOR più virile. Uscita sottotono ma seconda a nessuno dei monicker più blasonati del genere.

Monstrosity – The Rise To Power
Una gradita sorpresa. Non che ci siano dubbi se ascoltare questo o “Millennium”, ma fa piacere saperli ancora vivi e ancora in forma, capaci di declinare il classico suono brutal death della Florida senza cadere negli opposti tranelli del revivalismo e dell’ultratecnicismo iperprodotto. Solo la morte resta uguale a se stessa, dopotutto. La morte, appunto.

Blackberry Smoke – Find A Light: I soliti grandiosi georgiani, leggermente più tirati a lucido di prima ma sempre a fuoco nella scrittura e nell’esecuzione. È legittimo preferire ciò che è venuto prima, ma i Blackberry Smoke restano il migliore gruppo southern rock al mondo (o magari il secondo, dopo la Marcus King Band).

L’altro 2018
The Feelies – Crazy Rhythms

Il primo vagito del college rock. Praticamente i Television risuonati dai R.E.M. con Maureen Tucker alla batteria, mentre i Weezer sbavano tra il pubblico. Forse il più sconosciuto classico del rock. Chissà perché, poi.

Greg Guidry – Over The Line
Chiamiamolo yacht rock ché va (ancora) di moda. Ma scritto bene, arrangiato meglio, eseguito a livelli stratosferici e prodotto come non si fa più. Il fatto che non sia reperibile in digitale se non da un paio d’anni scarsi dice chiaramente che non è un disco per tutti, ed è giusto e bene così.

Orchid – Capricorn
Per tanti è passato senza lasciare traccia, archiviato nell’affollata sezione di cloni dei Black Sabbath. A me ha lasciato un segno, e non so spiegare perché; forse perché condensa meglio di qualunque altro disco mi venga in mente il lato che preferisco di Iommi & co., quello della potenza poderosa e dell’impietosa ineluttabilità, e tanto mi basta a preferirlo negli ascolti a “Volume 4” e “Sabotage”, nientemeno. Sarà campanilismo zodiacale. Tenere un blog di musica mica è necessario, in effetti.

The Gruesomes – Gruesomania
Il migliore album garage di quelli non usciti negli anni Sessanta, e anche con quelli è battaglia serrata. Provateci voi ad ascoltarlo senza fare casino (rumore o altro).

Billy May –  Johnny Cool Soundtrack
Uscito nel 1963, “Johnny Cool” è un omaggio anni Sessanta alla stagione più feconda del noir, gli anni Cinquanta, e, nonostante il cast prestigioso e la regia solida, è poco più che il giusto intrattenimento per una serata qualunque. La colonna sonora, però, è opera di Billy May, uno dei più grandi arrangiatori dell’era swing e oltre, e ha quindi assunto una minuscola dimensione di culto per la sua capacità di affrescare vividamente le atmosfere stilose, minacciose ma invitanti, del noir con un precisissimo dosaggio dello spettro tonale e una padronanza somma della dinamica. Praticamente tutta strumentale (tranne la ballata finale, intonata da Sammy Davis Jr.) e affidata alla versatilità di una big band, questa colonna sonora è jazz per jazzofobi, noir per sorridenti, classe a buon mercato; non ne starei parlando, altrimenti. Ottimo il suono dell’edizione in CD su Ryko (l’unica etichetta che fa le jewel case verdi).

Damnatio memoriae
Incertum habeo
eccetera, quindi fate voi. Mi limito a rilevare che oggi, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito perché quella volta al referendum ha vinto la repubblica: perché l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. E comunque quest’epoca streamingzita fa schifo.

Gimmick danger: The Morlocks – Bring On The Mesmeric Condition

morlocks-bring on the mesmeric condition

I Morlacchi sono tornati, cremosi e rustici come sempre. Li capitana, al solito, Leighton Koizumi, un metro e novanta per forse settanta chili di nippo-americano con capelli a fungo e apertura orale che Steve Tallarico lèvati. Tornato alla vita e ormai residente europeo dopo essere sparito dalla circolazione per un decennio ed infatti dato da più parti per morto. Si scoprì poi che, nel momento più grave della sua dipendenza da eroina, aveva sparato ad uno spacciatore in Messico durante l’acquisto di una partita di droga e aveva trovato alloggio decennale nelle locali galere, e ditemi voi se non sembra la trama di un film di Tarantino o Rodriguez. Leggenda metropolitana o meno che sia, aggiunge al fascino inquietante di un personaggio che, tra i prime movers del revival garagista degli anni ’80, prima con i Gravedigger V e poi proprio con i Morlocks, si candida ora a plausibile successore di Iggy Pop nel ruolo di rettile del rock ‘n’ roll, e pazienza se la fama sarà una frazione di quella dell’originale. Iguana no, lucertola meno ancora; facciamo camaleonte, un leone che striscia a terra, che sa cambiare colore per adattarsi all’ambiente e che all’occorrenza stende la preda aprendo fulmineamente la bocca. Sì, il Camaleonte ci sta.

Tutto questo preambolo per dire che Leighton Koizumi è i Morlocks, e che i Morlocks sono tornati. Rompendo un silenzio discografico decennale (“Easy Listening For The Underachiever”, stampato per i tipi della nostrana Go Down Records, una faccenda del 2008) e con una formazione completamente rinnovata che sembra una barzelletta (chitarrista e bassista tedeschi, altro chitarrista italiano e batterista olandese) ma il cui modo di suonare non ha nulla di risibile, il 31 agosto scorso il gruppo ha pubblicato “Bring On The Mesmeric Condition”, il suo sesto LP, se accogliamo la teoria per cui “Submerged Alive” sarebbe in realtà un disco di studio con posticce grida del pubblico. La forma è quella dei tempi migliori (?), e la linfa portata dai quattro nuovi membri, alcuni facenti parte del gotha della scena garage europea, ha galvanizzato la ditta Morlocks, che, tra la furia MC5 di Bothering Me, l’omaggio alla tradizione di No One Rides For Free (dal vivo presentata con l’eloquente chiosa “ass, grass or cash“) e la torbida pantomima stoogesiana di Heart Of Darkness, produce l’album stilisticamente più vario ma musicalmente più coeso della sua lunga carriera. Chiaro, un disco del genere (in tutti i sensi) non cambierà la vita a nessuno, e la sensazione di pericolo che potevano suscitare “Emerge” o “Submerged Alive” è da lungo svanita, ma è bello sapere che i Morlacchi sanno ammorbare ancora come si deve. Invero un ascolto, anche solo distratto (complimenti se ci riuscite), sarebbe un ottimo modo per omaggiare un uomo e una formazione che più credibilmente e ostinatamente di altri e altre hanno fatto del rock ‘n’ roll la propria ragione di vita. Sempre che non vi innamoriate anche voi della op art in copertina, e allora sarà l’inizio di un tête-à-tête a dodici pollici e trentatré giri.

Dal vivo, ovviamente, la resa del materiale è decuplicata: la combinazione chitarra pulita-chitarra fuzzolente (il vero asso nella manica dei Morlocks) potentissima ma in grado di consentire articolazioni sonore senza affogare i brani in un marasma  ultradistorto che li rende indistinguibili l’uno dall’altro (uno dei problemi principali dei gruppi dell’underground); la batteria una perversa scarica di adrenalina e, all’occorrenza, un motore di morboso groove; la voce di Leighton Koizumi un urlo ferino e ferito ma anche un sensuale rantolo da corteggiamento bestiale. Esperienza ovviamente consigliata (a me è capitata una settimana fa e devo ancora riprendermi), ma questo si poteva immaginare. Ma, al netto dei consigli, senza la condizione mesmerica da portare sul palco, a gente de(l) genere non resta nulla, neanche una ragione di vita. E dunque una volta di più la si faccia entrare, questa maledetta condizione mesmerica. Ce la meritiamo, razza di animali da salotto che siamo diventati.

Scelgo la vita: The 16 Eyes – Look

the 16 eyes - look

Ciao!
Il pacco mi è arrivato oggi; tutto a posto, grazie mille!
Devo ancora aprirlo, ma ho già una curiosità: con tutti quei “FRAGILE”, per caso ci avete messo dentro gli Yes?

Sono stato combattuto fino all’ultimo se scrivere o meno questa e-mail al mittente del disco la cui copertina è in mostra poco sopra, ma alla fine, complice forse una birretta serale discorrendo degli MC5, mi sono risolto a farlo. La risposta non è ancora arrivata e chissà se mai lo farà, ma questo non mi ha impedito di seguire il solito rito una volta trovato il cartone di forma quadrata dentro casa: corsa su per le scale (avete presente le temperature di questi giorni?); getto di borse nel primo angolo libero, in spregio totale del contenuto, sia esso computer o surgelati; scardinamento del cartone con forbice e quel misto di frenesia e cautela per evitare danni; estrazione della reliquia, auto-ostensione a due mani e contemplazione immediata della copertina. Ora, però, viene il problema principale: aprire il disco, incellofanato per tutti i trentuno virgola cinque centimetri di ognuno dei suoi quattro lati.

Sono solo in casa, ma a certe cose non si può rinunciare anche se nessuno ti vede, e quindi per l’ennesima volta provo il metodo di apertura übercool che vidi utilizzare da King Automatic al Bassy Cowboy Club, quando, da me richiesto di una dedica alla mia sodale sul verso della copia contestualmente acquistata di “Lorraine Exotica”, con gesti ed espressione che tradivano quell’inconfondibile mistura di nonchalance, grandeur e bohème si strisciò sulla coscia destra il lato della copertina corrispondente all’apertura, passandolo avanti e indietro finché il cellofan cedette solo su quel lato, rimanendo perfettamente intatto in ogni altra sua parte. Il tutto richiese non più di venti secondi e, oltre a denotare un’evidente e inveterata familiarità del musicista transalpino con il formato vinilico, mi parve the coolest thing since sliced bread, inducendomi a tentare di replicarlo ogniqualvolta mi fosse capitato di acquistare un trentatré giri nuovo. Senza che, ça va sans dire, mi sia mai riuscito. Come sarà andata questa volta? Col coltello. Ma finché la maggioranza non sarà in grado di aprire à la King Automatic il cellofan che avvolge un LP, sarà sempre l’era del digitale.

A questo punto, però, il disco gira già sotto la puntina, restituendo le meraviglie che ci si attendeva (e, nell’algido mondo del digitale, giustificando la spesa). Quattordici pezzi originali (?) di garage-punk suonato con foga e istinto, ma senza dimenticare melodia e ballabilità, da quattro veterani della feconda scena neo-garage americana degli anni Ottanta; ciascuno occhialuto e di qui la ragione sociale The 16 Eyes. Potremmo citare molte precedenti esperienze che hanno guadagnato i galloni ai componenti del gruppo, ma limitiamoci a tre, per inquadrare il suono: Outta Place, Jeff Dahl e, solo per la forza descrittivo-allusiva del nome, Glory Holes. Ispidezze garage, ornamenti mod, foia rock ‘n’ roll e l’occasionale divagazione psichedelica, insomma. Ma tutto fatto come si deve da chi sa e vuole fare come si deve, e infatti il tetto dei tre minuti è sfondato solo due volte. Luce verde, marcia ingranata, gomme che stridono, strisce nere sull’asfalto e via veloci senza pensarci.

E infatti già Know Know fonde il motore iniettando nei cilindri Beach Boys e Stooges e si prosegue su questa strada con l’olio che ribolle, facendo tappa a salutare i Fuzztones (Bad Old Days), gli Who modernisti (Anyway), gli Steppenwolf (Dead Blow Hammer), i Long Ryders (Stupid Little Girl) e tanti altri amici vecchi e vecchissimi. Così i 16 Eyes e di conseguenza io, che, quando dalle casse irrompe a volumi delittuosi Brand New Girl, ballo scompostamente in salotto, mettendo a rischio la stabilità della puntina e non sentendo la porta che si apre e i saluti e le domande e il chiacchiericcio, il cui compito è quello di riportarmi alla solita vita, da cui, per una mezz’ora scarsa, i 16 Eyes erano riusciti a sottrarmi, risucchiandomi nel loro mondo di stoneage Romeos e righe e pois. Fino alla prossima volta, che, mentre mi ricompongo, giuro a me stesso sarà a breve. Per intanto tiro avanti, lontano dai guai. Con sedici occhi che mi osservano nel buio.

Non cercateli nello streaming, i 16 Eyes. Neanche in quello di coscienza. Cercateli voi. In voi.

Andergraund Saund 6

bee bee sea - sonic boomerang

BEE BEE SEA – SONIC BOOMERANG
Balza subito all’occhio che il nome del gruppo, tradotto letteralmente, significa “ape ape mare”, ma, foneticamente, anche (molto) altro. Questo trio mantovano ama i calembour e non ne fa mistero in “Sonic Boomerang”, uscito nel 2017 e zeppo di titoli accattivanti come “D.I. Why Why Why” o “Chum On The Drum“. Ma non sono solo i nomi dei brani o la caleidoscopica copertina a catalizzare l’attenzione, perché le otto canzoni di cui si compone questa seconda fatica discografica del gruppo costituiscono un gioiellino di rock che si districa tra ruvidezza garage, psichedelia della più accessibile e pop di ascendenza mod. Un frullato di Ramones, Jam, Mojomatics, Libertines, White Stripes e primi Stereophonics, si può dire. Non che tutto ciò non sia mai stato fatto prima e/o meglio, ma questo “Sonic Boomerang” resta grazioso, piacevole, coinvolgente e di consistente qualità per tutta la sua non eccessiva durata, ed ottiene proprio l’effetto che il suo titolo si prefigge: finito il giro si torna indietro e si ricomincia da capo. Scoperta sorprendente e certificazione del buono stato di salute del sottobosco italico, i Bee Bee Sea sono in tour per la penisola in questi giorni, e se vi capitano sotto tiro fare loro visita potrebbe rivelarsi un’idea migliore di quanto questo scritto non suggerisca. Per fugare i dubbi ci si rechi qui.

trick or treat - reanimated

TRICK OR TREAT – RE-ANIMATED
Il power metal è intrinsecamente musica da réclame degli gnomi che impacchettano i wafer, e i cartoni animati giapponesi contengono sigle che rimandano al medesimo senso di pacchianeria over the top, melodicamente accattivante, ritmicamente avvincente ed intrisa di un’epicità d’accatto ancorché irresistibile. E quindi era solo questione di tempo prima che questi due mondi si incontrassero, attesa anche l’abbondante sovrapponibilità tra i due pubblici di estimatori. Di questa chiusura del cerchio si incaricano i modenesi Trick Or Treat, che, forti di solide capacità tecniche, realizzano un progetto che non potrà non far sorridere i millennials cresciuti con il peggio (o forse il meglio) delle importazioni televisive di due-tre decenni addietro. E, nonostante alcune scelte “populiste” (Jem e le Olograms che ok però; Ken il Guerriero, quando al genere e all’operazione avrebbe maggiormente giovato la scelta della sigla in giapponese della seconda serie; Jeeg Robot d’acciaio), il disco funziona, tra soluzioni indovinate (Batman con chitarre maideniane in relativa e l’ottimo duetto tra Alessandro Conti e Roberto Tiranti; David Gnomo amico mio, già pubblicata in passato), una ricca messe di ospiti (oltre al citato Rob Tyrant, il guru del genere Giorgio Vanni, Michele Luppi, Steva Deathless dei Deathless Legacy, Michele Luppi, Damnagoras degli Elvenking e altri ancora) e, in generale, un’atmosfera di divertimento puro, tanto nell’intento quanto nella realizzazione. Ovviamente si possono avanzare mille obiezioni sulla scelta dei brani (ad esempio, io avrei incluso He-manConan – il barbaro, non il detective – ma sono gusti), però il senso e la riuscita dell’operazione non si sposterebbero di molto. Per una metà maideleine proustiana e per l’altra fanciullino pascoliano, “Re-Animated” funziona proprio per questa tensione tra nostalgia e passione, comunque filtrata attraverso il sano approccio ludico di cui si è detto, il quale, tuttavia, impedisce al disco di diventare qualcosa di più di un transeunte divertissement, obiettivo che forse nemmeno si poneva (e la realizzazione mediante crowdfunding sembra deporre in questo senso). Perché è vero che “mai, mai scorderai”, ma è anche vero che “il tempo passa per tutti, lo sai; nessuno indietro lo riporterà, neppure noi”. Coerentemente, non c’è un “qui” a cui in conclusione rimandare. (Ri)animatevi.

Sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie: Flamin’ Groovies – Fantastic Plastic

Flamin' Groovies - Fantastic Plastic

Pensavo di essere troppo giovane per assistere alla pubblicazione di un nuovo album dei Flamin’ Groovies: troppo tempo, venticinque anni, è passato da quel “Rock Juice” che li vedeva ormai ben instradati sul viale del tramonto, canzoni sovente imbarazzanti a sancire il declino del gruppo di culto più “di culto” che il rocchenròll abbia mai prodotto. E invece sono contento di essere stato smentito. Felice, persino.

Dei Groovies dovreste già sapere, ma, se così non fosse, ecco una sinossi. Nati a San Francisco a metà anni Sessanta dalle ceneri di due formazioni folk, i nostri hanno la singolare caratteristica di avere sempre, intendo sempre, sbagliato la scelta dei tempi: con il trentatré giri di debutto, “Supersnazz”, anno 1969, si professavano apologeti del rock ‘n’ roll anni Cinquanta e della grafica anni Trenta quando tutti inseguivano la psichedelia e le utopie allucinate; con i seguenti LP provavano quindi ad allinearsi alle lancette della contemporaneità musicale, ma nemmeno il qualitativamente gigantesco “Teenage Head” (1971), che qualcuno icasticamente descrisse come “il modo in cui avrebbero suonato i Rolling Stones se avessero giurato fedeltà alla Sun Records anziché alla Chess” e che, pare, lo stesso Mick Jagger abbia definito superiore al contemporaneo ed osannato “Sticky Fingers”, riuscì a risollevarne le quotazioni. Col risultato di vedere la formazione sfaldarsi e riassestarsi (al posto di Roy Loney subentra il chitarrista e cantante Chris Wilson) e quindi ricomparire in Inghilterra a metà dei Settanta, sintonizzata su un suono debitore della British Invasion e delle sue risposte americane e pronta a farlo sapere al mondo con l’aiuto del gallese Dave Edmunds, produttore e spirito affine (suoi i Rockfield Studios, per i quali passeranno anche gli Stray Cats debuttanti). Ma anche stavolta il tempismo è pessimo, perché “Shake Some Action”, secondo lavoro qualitativamente gigantesco in carriera nonché vero e proprio classico del rock anni Settanta (o forse del rock in generale), esce nel 1977, quando infuria la tempesta punk e di una raffinata ma non sufficientemente energetica miscela di suoni inglesi del decennio precedente (“Il migliore album dei Beatles mai inciso dai Rolling Stones. O il contrario, non si è mai capito“, lo definì acutamente un critico di casa nostra) nessuno o quasi sa che farsene. Né miglior sorte ebbero i seguenti due dischi, datati ’78 e ’79 e calanti in qualità, al punto da spingere la formazione in ibernazione durante gli anni Ottanta (quando, cioè, il revival del garage e dei Sixties avrebbe potuto conferire al gruppo una qualche notorietà; ennesima errata scelta di tempo), salvo poi riemergere con il citato, e francamente scadente, “Rock Juice”, restando quindi una piccola attrazione concertistica per nostalgici nel corso del nuovo millennio. Sino ad oggi, 22 settembre 2017. Sino a “Fantastic Plastic”.

Tutto nasce quando, nel 2013, Cyril Jordan, leader indiscusso della formazione già dagli anni Settanta, nuovamente incontra a Londra il vecchio compare Chris Wilson, con cui non si parla da decenni. In qualche modo l’alchimia si ricrea, e i due, oltre a riprendere l’avventura Groovies insieme sul palco, entrano in studio alla fine di ogni tour per fissare su disco le idee compositive che la compresenza suscita loro. Quattro anni dopo, ecco il risultato. Appreso tutto ciò è legittimo lo scetticismo sulla qualità di detto risultato, e quindi l’unico modo per capire se questo pezzo di plastica suona giustappunto fantastico come da titolo è porlo nel lettore e premere il tasto con il triangolo disegnato.

Ebbene, “Fantastic Plastic” funziona. Eccome se funziona. Ovviamente si parla di un album di vecchie glorie (glorie…) che ritornano, e dunque nihil sub sole novum è la doverosa cautela in questi casi, ma la ricapitolazione stilistica è sufficientemente ispirata da suscitare piacere e sollievo per un rientro che sulla carta presentava ampi margini di incognita. Non tutto è ineccepibile, ad onor del vero: Don’t Talk To Strangers dei Beau Brummels si rivela graziosa ma prescindibile, Let Me Rock, vecchio arnese scritto nel ’72 e inciso per la prima volta quarantacinque anni dopo, appare un restauro riuscito a metà, Crazy Macy è un rockabilly un po’ dozzinale di cui non si sentiva particolare necessità e la strumentale I’d Rather Spend My Time With You ha il giusto twang nelle chitarre ma è anonima o poco meno. E però, ad onta di una scaletta inutilmente caricata di brani (dodici), i lati positivi prevalgono: l’apertura con What The Hell Is Going On, pietra dura della miglior cava stonesiana, riscalda cuori e corpi e invita a proseguire il tragitto, End Of The World trasmette in diretta da quel bilico tra melodia ed energia che furono i Settanta della band, She Loves You racchiude in un titolo scarafaggesco un ottimo esercizio di calligrafia parimenti made in Liverpool, I Want You Bad degli NRBQ risplende della migliore grazia jingle-jangle e fa il paio con l’altrettanto ottima e byrdsiana Cryin’ Shame (l’arpeggio iniziale, ovviamente di Rickenbacker a dodici corde, è persino sottratto per metà a Mr. Tambourine Man). Dovendo rendere in percentuale i “pro” e “contro” della musica in esso contenuta, “Fantastic Plastic” totalizzerebbe un ipotetico 65-35. Ma se aggiungiamo il miglior suono che i Flamin’ Groovies abbiano mai avuto in un disco di studio, un amalgama in cui le chitarre rilucono nitide quanto necessario senza sacrificare l’energia rock ‘n’ roll, le armonie vocali avvolgono senza farsi melense, ogni strumento ha una precisa collocazione nello spettro sonoro e, in generale, nel comporre il quadro d’insieme i dettagli sono valorizzati anziché sacrificati, e se altresì consideriamo il valore aggiunto di una copertina accattivante, dal meraviglioso fascino retro, opera dello stesso Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis (famoso illustratore americano degli anni Cinquanta e Sessanta), allora il rapporto tra “contro” e “pro” è destinato a sbilanciarsi ulteriormente in favore dei secondi.

Un pezzo di storia del rock ‘n’ roll alza nuovamente la testa, e, vista la condizione delle sue vertebre cervicali, non si può che gioire per l’invidiabile forma dimostrata. Bentornati Groovies, goodbye foglio azzurro che siedi nel portafoglio inane.

I ragazzi dimenticati dal mondo: Gimme Danger

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L’ennesimo documentario di argomento musicale? Sì e no.

In prevalenza Iggy-centrico come è lecito attendersi, ma anche ricco di dettagli forniti da altri protagonisti (Ron Asheton, Scott Asheton, James Williamson, Steve MacKay, Mike Watt, Kathy Asheton, il discografico e manager Danny Fields), “Gimme Danger” esplora la vicenda forse più torbida dell’intera storia del rock ‘n’ roll facendosi forza di un riuscito collage di frammenti di concerti (la cui forza narrativa è impareggiata e, forse, impareggiabile), sequenze di repertorio, spezzoni di prodotti televisivi e cinematografici d’antan e interviste ben calibrate. Le redini, beninteso, sono saldamente in pugno a Iggy Pop, che avvince con la sua voce profonda e inquietante e le sue peculiari metafore (“lo stile chitarristico di Williamson è come un cane antidroga che ti entra in casa e sniffa dappertutto, in ogni angolo, finché non trova quello che cerca”, o qualcosa del genere), ma l’intera storia è dinamite. Anche se la protagonista è un’altra: la musica.

Sono le canzoni degli Stooges il vero punto di forza di questo film, il cui suono esce dallo schermo con la consueta pericolosità e pervade le orecchie più di quanto riescano a fare con gli occhi le pur forti immagini. Niente è fuori posto; non una scelta sbagliata, non un classico assente. Anzi, c’è pure qualche aggiunta dal passato di Iggy, dalla riottosa contemporaneità dell’epopea del gruppo e anche dal mondo post-atomico del dopo-Stooges. Nulla di paragonabile, però, alla forza espressiva del materiale dei quattro e due mezzi qui celebrati, sfregio al buon costume e minaccia costante alla sanità mentale, come si conviene al rock ‘n’ roll quello vero. Ma che gli Stooges fossero la più grande rock ‘n’ roll band del mondo lo sapevamo già; veniamo alla pellicola.

Che parte col botto e per un’ora circa avvince ed a tratti mozza il fiato, ma verso la fine si perde, ché la vicenda realmente rilevante è durata poco più di quattro anni (1967-1970 e poi qualche mese tra ’72 e ’73), mentre sul periodo successivo si poteva calare il sipario quasi subito (anche perché a dilungarsi subentrava il rischio di incentrare l’attenzione sulla carriera solista del solo Iggy), e quindi l’estensione della narrazione fino alla reunion degli anni Duemila, nonostante costituisca con ottima probabilità un atto dovuto e una razionale chiusura del cerchio, servendo anche ad integrare il minutaggio, comporta un inevitabile calo di tono e intensità rispetto a quanto precede. Opinabile, poi, la ricostruzione dell’influenza del suono Stooges riferita al solo punk (sia primordiale che seguente) ma, soprattutto, imperdonabile l’omissione di qualunque riferimento, anche solo una menzione, all’ultima esibizione del gruppo, quel concerto del 9 febbraio 1974 a Detroit che segnò il punto di massima decadenza mai raggiunto dal rock, ammirevolmente documentato fin dal 1976 su “Metallic K.O.”; impensabile che Jarmusch, nel cui montaggio accorto e nella stessa scelta del soggetto si intravede un fan, ne abbia ignorato l’esistenza. Curiosa, poi, la mancanza di aneddoti a contenuto sessuale, in spregio della triade che da sempre accompagna il rock ‘n’ roll, ma probabilmente si tratta di una scelta stilistica per concentrare l’attenzione sulla natura “altra” della formazione e della sua musica. È doveroso, però, menzionare l’attenzione che il regista pone alla ricostruzione delle influenze del gruppo, disvelandole più variegate di quanto il suono scarno e selvaggio del suo corpo d’opera lasci immaginare: non solo, infatti, si fa menzione dei fermenti di musica d’avanguardia propugnati dal collettivo ONCE di Ann Arbor (che spingeranno i quattro giovani rocker a sperimentare la costruzione di nuovi strumenti musicali), ma anche viene ricostruita la temperie di magmatico sincretismo stilistico di quel Rinascimento pop che fu la fine degli anni Sessanta, periodo in cui una formazione che puntava a realizzare il rock più dionisiaco che si fosse mai sentito non trovava affatto strano guardare  per ispirazione a Miles Davis e James Brown, a Velvet Underground e Mothers Of Invention,  a Muddy Waters e John Coltrane  indifferentemente.

Segnalo da ultimo di avere udito alla fine del film taluni spettatori lamentarsi dei sottotitoli in italiano, che effettivamente coprivano parte del materiale presente sullo schermo: per parte mia, se questo è il prezzo da pagare per evitare doppiaggi improponibili per il formato  documentaristico (anche perché a volte il mero tono della voce, sia pure in lingua originale, può significare di più del contenuto del discorso), ben vengano le sovrimpressioni, come “male minore” ma anche quale utile ausilio di comprensione per gli anglofoni nostrani.

Non scevro da pecche ma comunque avvincente e prezioso per ciò che documenta, “Gimme Danger” ottiene l’effetto che ogni documentario musicale dovrebbe generare per dirsi riuscito: quando esci dalla sala ti viene voglia di formare un gruppo, e fanculo se non sai suonare niente. Difficile dire lo stesso di altre uscite simili.

Republic disgrace: Robert “Strings” Dahlqvist (1976-2017)


Se ne è andato senza far rumore, in maniera speculare a come suonava e stava sul palco, Strings: un concentrato di energia fisica e sonora irresistibile, come esige il rock ‘n’ roll della vecchia scuola. E ora gli Hellacopters redivivi non potranno più avvalersi di quello statuario angelo biondo che sapeva levare al cielo la sei corde, in primis la fida Epiphone Crestwood, per provocare lampi, fulmini e saette di incondizionata devozione a Keef e Sonic Smith, Ace Frehley e Deniz Tek. Sarà dura, adesso, ma almeno resta quel pugno di dischi, tra tutti un “High Visibility” irraggiungibile, a ricordare di cosa è stato capace Robert Dahlqvist con in mano una chitarra.

Ciao Strings.