Un altro immondo è possibile. Francisco-san sindaco del Biafra.

jello biafra
Nell’autunno 1979 Eric Boucher, da Boulder, Colorado, si candidò a sindaco di San Francisco. Aveva già dimostrato di avere le idee chiare, d’altronde: il giugno precedente aveva pubblicato il singolo California Über Alles con il gruppo di cui era cantante, i Dead Kennedys, aveva fondato l’etichetta discografica Alternative Tentacles e si era costruito una crescente reputazione di terrorista culturale, a cui la candidatura forniva la definitiva credibilità. Per ammissione dello stesso protagonista, la decisione era maturata dopo un commento fatto dall’allora membro del gruppo Bruce “Ted” Slesinger, che gli si era così rivolto: “Jello, sei talmente polemico che dovresti candidarti a sindaco.“. Detto, fatto: furono raccolti millecinquecento firme e novecento dollari, perlopiù con iniziative promozionali autogestite come i concerti punk, e venne formato uno staff di volontari, che comprendeva tutti i membri dei Dead Kennedys, il promoter Dirk Dirksen, il fanzinaro Mickey Creep e altri elementi della fervente controcultura cittadina. Le scelte, naturalmente, si rivelarono in linea con le intenzioni anarcoidi e situazioniste: il motto della campagna elettorale, “There’s always room for Jello“, venne mutuato integralmente dallo slogan pubblicitario della gelatina Jell-O, e il programma, vergato dallo stesso Jello Biafra su un tovagliolo durante un’esibizione dei Pere Ubu, conteneva non poche proposte di portata dirompente e causticamente sarcastiche. Tra queste:

  • obbligare gli uomini d’affari a indossare abiti da clown all’interno dei confini della città;
  • far eleggere i poliziotti dagli abitanti dei quartieri che sarebbero poi stati chiamati a pattugliare;
  • abbattere il Pier 39, centro commerciale e turistico della città, inaugurato il 4 ottobre 1978;
  • legalizzare l’occupazione di edifici vuoti o per i quali non venivano pagate regolarmente le imposte;
  • pagare i disoccupati per chiedere la carità nei quartieri ricchi;
  • vietare le automobili in tutta la città;
  • erigere statue di Dan White (il consigliere comunale che nel 1978 uccise il sindaco George Moscone e il consigliere gay Harvey Milk) e far vendere dall’amministrazione cittadina dei parchi uova, pietre e pomodori marci con cui bersagliarle.

Inutile dire quale fu la reazione dell’establishment a tali proposte, ma la campagna elettorale proseguì comunque inarrestabile, forte del supporto di uno zoccolo duro e agguerritissimo di sostenitori, che partecipò ai comizi con ilarità consapevole e slogan che denotavano condivisione del progetto (“Cosa succede se vince?“, “Se non vince mi uccido“, “Apocalypse Now” e altri ancora). Le iniziative, poche, prevedevano di indossare la t-shirt della precedente campagna elettorale del rivale Quentin Kopp e in un’occasione Jello si presentò a spazzare le foglie nel giardino della ricca avversaria, nonché consigliera comunale uscente, Dianne Goldman Berman Feinstein, in polemica con la di lei precedente iniziativa di farsi fotografare a pulire le strade di un quartiere degradato di San Francisco. Il culmine fu una marcia in cui Jello Biafra provvide a fare ciò che fanno i politici in campagna elettorale, ossia “shaking hands and kissing babies“; anzi no, “shaking babies and kissing hands“, e quindi coerentemente agitò neonati e baciò mani davanti agli sguardi dei media stupefatti e degli astanti divertiti. E poi venne il 6 novembre 1979, il giorno delle elezioni.

Allo spoglio, la sorpresa: gli oltre seimilacinquecento voti racimolati dal lider dei Kennedy Morti, pari al 3,79% del totale, costrinsero la Feinstein e Kopp al ballottaggio, poi vinto dalla prima, che rimase sindaco della città per dieci anni, fino a quando venne eletta in Senato (prima donna della California), dove tuttora siede, il più anziano senatore attualmente in carica e, dovesse riuscire a completare il mandato in corso, la donna che più a lungo ha ricoperto un seggio in Senato nella storia degli Stati Uniti. Superlativo. Superlativi.

Jello Biafra non se la prese a male: nel 1980 era fuori “Fresh Fruits For Rotting Vegetables”, uno dei dischi fondamentali del punk, e la vicenda Dead Kennedys iniziava la sua ascesa, finendo per schiantarsi nel 1986 e aprendo ulteriori spazi per un’intensa attività controculturale del nostro (musicale, editoriale e politica, con il comizio durante le proteste contro la WTO a Seattle nel 1999 e la candidatura alla presidenza nel 2000 con il Green Party) che prosegue intatta fino ad oggi, in particolare con l’ultimo progetto musicale, eloquentemente intitolato Jello Biafra & The Guantanamo School Of Medicine. L’idea di diventare sindaco non si è mai più materializzata, ed è valutazione rimessa al singolo se si tratti di volontà di incidere su un bacino più ampio in forza di un’ottenuta maggiore visibilità o di opportunismo misto a perdita di contatto con la collettività di riferimento.

Sono passati quarant’anni da quell’esperimento, e non ne constano emulazioni altrettanto emulative in alcuna parte del mondo. Resta, quell’esperienza, a memoria di un decennio, che, nelle una volta di più mirabili, definitive persino, parole del solito ineguagliabile Eddy Cilìa, ha avuto il merito di caratterizzarsi per “un’irriverenza di fondo che, a partire più o meno dal giro di boa degli ’80 e irrimediabilmente dai primi ’90, la prevalenza del “politicamente corretto” ha interdetto per sempre. Non c’erano vacche sacre negli anni ’70 – potevi sfottere i Beatles, irridere la Regina e appropriarti magari con orgoglio di parole come “nigger” o “queer” (persino battezzare la tua band Pistole del Sesso, oppure Mogli Abusate) – e di proibita, in quanto disdicevole, c’era solo l’ipocrisia. Quella che ci fa chiamare “non vedente” un cieco e a me, se fossi cieco, a sentirmi chiamare “non vedente” girerebbero i coglioni“. Ma anche come monito, a svegliarsi prima che sia troppo tardi, a provarci seriamente a prendere in mano il nostro destino, a non aver paura di dire che il re è nudo, magari su Re Nudo.

Ma noi no, siamo pigri. Pigri di Mompracem. E ci manca solo che ci governi Sandokan.

It’s tough, kid, but it’s life.

Perché non sarò mai un critico musicale #2

1) Se hai sede in Irlanda e dici di voler aiutare i Paesi del Terzo Mondo, sei colpevole anche tu.
2) Voglio Una Donna, la Born To Run italiana.
3) “Speak Of The Devil” > “Live Evil”
4) La vaporwave, gli Art Of Noise con trent’anni di ritardo. Mentale.
5) E.C. was here. Yeah, right.
6) Combatti il daltonismo, ascolta gli Stryper.
7) Meno Canterbury, più Salisbury. E già così…
8) La gente che ritiene Mick Box un grande chitarrista.
9) Il suono della tastiera su “This Year’s Model”. E su tutto ciò che ci va dietro.
10) “Loveless” oblige.

Indie per cu(l)i. Un tumore ti devasta la vita, ma anche l’entropia non scherza.

Diceva Orson Welles che l’Italia conta oltre cinquanta milioni di attori, e i peggiori stanno sul palcoscenico. Non so se sia vero o meno, ma posso apportare sul punto la mia esperienza, in particolare di quando, nemmeno lontanamente ventenne, mi trovai ad assistere, in contesto carnascialesco, a un’esibizione dei Tre Allegri Ragazzi Morti e, facendo supplire a una non invidiabile distanza dal palco una sobrietà ormai inesistente, domandai loro tra un brano e l’altro, con voce tonante e calata vernacolare, se un’eventuale condotta sodomitica perpetrata nei loro confronti li avrebbe resi più allegri o più morti. Spacconerie alcoliche adolescenziali, ma pur sempre valide per confermare  oggi il giudizio, magari sbrigativo ma già allora fondato, sul trio pordenonese. Che, con l’ultima trovata pubblicitaria (della quale si può apprendere dalla foto di cui sopra o qui), è riuscito a smentire clamorosamente l’autore di “Quarto Potere” e, nel contempo, a svelare con massima chiarezza lo stato odierno della musica italiana che si fa vanto di galloni di autenticità, autonomia artistica e intellettuale nonché – tenetevi forte – indipendenza. In dipendenza. Indi pendenza.

E comunque li ringrazio, i Tre Allegri Ragazzi Morti, per avermi rivelato, a distanza di tutti questi anni, che la risposta allo spiazzante dilemma era: “più morti”.

Morti.

MoRTI.

Che poi sta per “Movimento di Rinnovamento del Teatro Italiano”.

O magari per “Mo’ RTI”.

‘cause I’m: “Hey Teen!”. Minimo annuario discopatico.

Esiste solo una cosa più da sfigati che comprare “Dookie” in CD nel 2018 e ben dopo aver compiuto i trent’anni: macchiarne il libretto con la zuppa di verdure. Surgelata.

È con questa consapevolezza che mi accingo a riferire pillole musicali dell’anno ormai trascorso, che ha visto meno lutti di quello andato (anche se Vinnie Paul…) ma anche meno dischi memorabili. D’altronde il ’18 è l’anno della vittoria, ed è fisiologico rilassarsi un po’. Dite di no, che non ci rilassiamo proprio per niente? Oh beh, peggio per voi: io ho “Dookie”. Sì, beh, quasi.

Auguri.

Dischi notabili

1. JUDAS PRIEST – FIREPOWER
Ne ho scritto a caldo qui e confermo tutto. Dal vivo a Firenze, poi, i pezzi nuovi non hanno per nulla sfigurato a fianco dei classici, e questo vorrà pur dire qualcosa. Col passare del tempo e degli ascolti il valore dell’album si è normalizzato, ma resta comunque la migliore uscita dei Priest dai tempi di “Painkiller”, confermando che proprio quando è data per spacciata la formazione inglese dà il meglio di sé. Il futuro è ignoto, ma un simile congedo discografico sarebbe un trionfo.

2. VISIGOTH – CONQUEROR’S OATH
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Del quintetto di Salt Lake City e del suo secondo LP non si dirà mai abbastanza bene: heavy metal epico in senso tradizionale, possente ma non troppo veloce, zeppo di cori pensati per infondere coraggio sul campo di battaglia e di fraseggi di chitarra armonizzati che allargano lo spazio come un coro in una cattedrale gotica, prodotto al meglio ma con in mente la tradizione (“si sente che anche il produttore era in cotta di maglia!“, l’immortale commento di un amico), non troppo lungo e sempre memorabile (anzi, quasi sempre, Salt City un boogie trascinante ma stilisticamente e tematicamente fuori luogo). Non a caso griffato Metal Blade. Se non il disco dell’anno, senz’altro nel Valhalla con i migliori.

3. LUCIFER – LUCIFER II
Qui

4. THE 16 EYES – LOOK
Qui

5. THE MORLOCKS – BRING ON THE MESMERIC CONDITION
Qui

6. THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – SOMETIMES THE WORLD AIN’T ENOUGH
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Neanche dodici mesi dopo l’ultimo album (di questi tempi, converrete, fa notizia, se uno non si chiama Ty Segall), i cinque svedesi tornano con il quarto LP in sei anni, confermando l’ottimo stato di salute di cui godono. La struttura è la solita: apertura con un brano tirato di hard rock simil-Seventies; prosieguo con addolcimenti tastieristico-melodici; singolo effettivo o potenziale in terza-quinta posizione; dosaggi variabili degli ingredienti predetti fino al congedo, preferenzialmente affidato a una stesura articolata ed evocativa. Però funziona anche stavolta; rischiando qualcosa nell’aggiungere ulteriore patina medio-ottantiana a una formula collaudata ma riscuotendo appieno i profitti del rischio, e basti a conferma il solo lato A dei quattro: This Time straccia i Rainbow post-Dio al loro stesso gioco, Turn To Miami si regge sui chiaroscuri di indolenza sensuale e pericolo tropicale evocati già dal titolo, Paralyzed riscrive in melius gli anni Ottanta dei Doobie Brothers e la title-track è purissimo e scintillante AOR come non se n’è sentito quest’anno. Io continuo a preferire il precedente “Amber Galatic”, ma qui siamo al vertice del catalogo del gruppo e del genere; ammesso che sia uno solo. Il catalogo.

7. THE CREATION FACTORY – THE CREATION FACTORY
CREATIONFACTORY
Quest’anno le sonorità di area Sixties non hanno dato frutti migliori di questo quintetto californiano alla prima prova sulla lunga distanza, che, complice una ragione sociale inequivocabile, un’immagine filologicamente ineccepibile e una produzione manieristicamente perfetta, mette a segno una delle uscite di area più godibili del giro intorno al sole. Un Bignami, potremmo chiamarlo; perché c’è dentro molto di ciò che conta: i Beach Boys in You Be The Judge, i Rolling Stones in Girl You’re Out Of Time, i Kinks in I Don’t Know What To Do e Why Can’t You Make Up Your Mind, i Them in I Want To Be With You, i Creation in Without You, i Byrds in Spring Ain’t Gonna Let You Stay e i 13th Floor Elevator in Hallucination Generation. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità della quarta generazione di revivalisti dei Sixties, che ha assimilato ciò che è accaduto medio tempore ma resta fermamente intenzionata a riportare in vita al meglio possibile l’aura quantomeno sonora del decennio principe del rock. Revival o meno, il risultato è eccellente per scrittura, esecuzione e resa. Non resta che ascoltare e sperare silenziosamente che il debutto non diventi anche la tomba dei Creation Factory.

8. GHOST – PREQUELLE
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Un perfetto esempio di somma paraculaggine musicale, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost. Lima le asperità del precedente e vincente “Meliora” con una carta di grana fina che chiama in causa gli anni Ottanta di Def Leppard e Savatage, ma anche ABBA e Pet Shop Boys, per imbastire un vero e proprio blockbuster, pensato per essere un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, e riuscendoci perfettamente. Il plauso è stato ampio ma non generale, e ognuna delle opinioni non è implausibile. Certo è che la prestazione dei musicisti e del cantante è ancora una volta superlativa. Certo è che la scrittura è stata raffinata ai massimi livelli. Certo è che l’immagine, ancora una volta reinventata dal diabolus ex machina Tobias Forge, funziona e affascina come prima più di prima. Certo è che un singolo incisivo come Dance Macabre il rock non lo sentiva da tempo. Certo è che i Ghost sono i principali candidati a fare da headliner ai festival estivi dei prossimi anni, quando i veterani via via si ritireranno. Certo è che “Prequelle” ce lo si gode. Last but not least per merito della produzione di Tom Dalgety, capace di tenere insieme arrangiamenti articolati ed esigenze commerciali odierne, e del missaggio di un veterano del calibro di Andy Wallace, che dosa sapientemente la densità dei singoli strati sonori, adagiandoli l’uno sull’altro fino a fonderli in un unicum pieno ed avvolgente. Un capolavoro di professionismo, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost.

9. TH’ LOSIN STREAKS – THIS BAND WILL SELF-DESTRUCT IN T-MINUS
th'losin streak - this band will self destruct in t minus
Dopo quattordici anni da un debutto, “Sounds Of Violence”, che aveva fatto sobbalzare non pochi adepti del più selvatico sound garagistico, i quattro di Sacramento sono infine tornati insieme nel 2010 e quest’anno, dopo un acclamato tour europeo, hanno messo insieme un secondo album, anch’esso edito per la solita Slovenly Records e anch’esso selvaggio e urgente come ci si poteva aspettare dalle Scie Perdenti. Ma “This Band…” non è un calco del suo predecessore, perché inietta nella formula di sgangherato rock ‘n’ roll del gruppo una vena distintamente danzereccia e un senso della melodia di matrice mod che, se a tratti smorzano il flusso di elettricità, nondimeno conferiscono all’album una sua identità in un panorama anch’esso ormai fattosi affollato. Lo si può definire freakbeat, merce non particolarmente frequente in terra americana, e se uno come Tim Warren si prodiga a definirlo il migliore inciso quest’anno ci si può accodare senza troppe remore. Ciò che conta, dopotutto, è che la scrittura si mantenga di livello per tutte le tredici tracce, e questo disco, forte dell’adrenalina fuzzosa di (This Man Will Self-Destruct In) T-Minus, dell’esuberanza mod di You Can’t Keep A Good Man Down, dei richiami ai Creation di Order Of The Day e di quelli ai Kinks di  Falling Rain, lo fa. Non perfetto ma potentissimo e sempre coinvolgente, il secondo album dei Th’ Losin Streaks svetta per la splendida copertina, senza dubbio la migliore dell’anno. Avercene, di band che si autodistruggeranno così bene.

10. THE MARCUS KING BAND – CAROLINA DREAMS
marcus king band - carolina confessionsTerzo LP e terzo centro per la formazione del chitarrista e cantante del South Carolina, che a ventidue anni dimostra un’abilità di scrittura e una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi a dir poco sbalorditive. Ancora una volta tiene banco il Sud, principale serbatoio musicale americano e quindi inesauribile fonte di ispirazione per chi voglia mettersi dietro a un microfono con una chitarra in braccio. E the South does it again su “Carolina Confessions”, titolo che cita i sogni della Marshall Tucker Band (che però muoveva dal North Carolina) e scaletta parimenti da sogno con la partenza inarrivabile di Where I’m Headed, le acustiche degli Allman post-Fillmore che convivono sorridenti con i fiati di Otis Redding, e il prosieguo affidato al dramma di Goodbye Carolina, dove il country di Alan Jackson (Midnight In Montgomery) è trafitto al cuore da una slide carica di pathos come quella di Warren Haynes. E da qui in poi, tra il soul ancheggiante di Homesick, l’inchino ad Ike e Tina di How Long, il sofferto lirismo blues di Confessions e lo sterrato imboccato per fuggire da Memphis sulle note di Welcome ‘Round Here, niente è meno che meraviglioso. Un atto d’amore verso il southern rock che nulla ha di nostalgico o didascalico e molto, anzi tutto, di sincero e sentito. Probabilmente il disco dell’anno, e in ogni caso una plausibile ragione per ritenere migliore soffrire e trascorrere sotto un cielo blu a cinquanta stelle anziché sotto uno rosso a cinque.

Altre pillole di 2018
Immortal – All Shall Fall
: manca Abbath ma non conta nulla, perché è tornato Demonaz e i suoi riff thrasheggianti esaltano come non hanno potuto fare in questi years of silent sorrow. Non ci si crede che sia così consistente, eppure lo è; come il male, quello vero. Sento solo freddo, tanto freddo, fuori e dentro me.

Cranston – II: le parti strumentali di chitarra e tastiera sono in mano a Paul Sabu, uno che sa quello che fa. La voce, appartenente a tale Phil Vincent, sfoggia credibilmente un timbro ruvido e bluesy simile a quello che David Coverdale ha ormai perduto. Nel mezzo un valido esercizio di hard rock melodico, che bascula in zona hard blues ma non per questo disdegna l’AOR più virile. Uscita sottotono ma seconda a nessuno dei monicker più blasonati del genere.

Monstrosity – The Rise To Power
Una gradita sorpresa. Non che ci siano dubbi se ascoltare questo o “Millennium”, ma fa piacere saperli ancora vivi e ancora in forma, capaci di declinare il classico suono brutal death della Florida senza cadere negli opposti tranelli del revivalismo e dell’ultratecnicismo iperprodotto. Solo la morte resta uguale a se stessa, dopotutto. La morte, appunto.

Blackberry Smoke – Find A Light: I soliti grandiosi georgiani, leggermente più tirati a lucido di prima ma sempre a fuoco nella scrittura e nell’esecuzione. È legittimo preferire ciò che è venuto prima, ma i Blackberry Smoke restano il migliore gruppo southern rock al mondo (o magari il secondo, dopo la Marcus King Band).

L’altro 2018
The Feelies – Crazy Rhythms

Il primo vagito del college rock. Praticamente i Television risuonati dai R.E.M. con Maureen Tucker alla batteria, mentre i Weezer sbavano tra il pubblico. Forse il più sconosciuto classico del rock. Chissà perché, poi.

Greg Guidry – Over The Line
Chiamiamolo yacht rock ché va (ancora) di moda. Ma scritto bene, arrangiato meglio, eseguito a livelli stratosferici e prodotto come non si fa più. Il fatto che non sia reperibile in digitale se non da un paio d’anni scarsi dice chiaramente che non è un disco per tutti, ed è giusto e bene così.

Orchid – Capricorn
Per tanti è passato senza lasciare traccia, archiviato nell’affollata sezione di cloni dei Black Sabbath. A me ha lasciato un segno, e non so spiegare perché; forse perché condensa meglio di qualunque altro disco mi venga in mente il lato che preferisco di Iommi & co., quello della potenza poderosa e dell’impietosa ineluttabilità, e tanto mi basta a preferirlo negli ascolti a “Volume 4” e “Sabotage”, nientemeno. Sarà campanilismo zodiacale. Tenere un blog di musica mica è necessario, in effetti.

The Gruesomes – Gruesomania
Il migliore album garage di quelli non usciti negli anni Sessanta, e anche con quelli è battaglia serrata. Provateci voi ad ascoltarlo senza fare casino (rumore o altro).

Billy May –  Johnny Cool Soundtrack
Uscito nel 1963, “Johnny Cool” è un omaggio anni Sessanta alla stagione più feconda del noir, gli anni Cinquanta, e, nonostante il cast prestigioso e la regia solida, è poco più che il giusto intrattenimento per una serata qualunque. La colonna sonora, però, è opera di Billy May, uno dei più grandi arrangiatori dell’era swing e oltre, e ha quindi assunto una minuscola dimensione di culto per la sua capacità di affrescare vividamente le atmosfere stilose, minacciose ma invitanti, del noir con un precisissimo dosaggio dello spettro tonale e una padronanza somma della dinamica. Praticamente tutta strumentale (tranne la ballata finale, intonata da Sammy Davis Jr.) e affidata alla versatilità di una big band, questa colonna sonora è jazz per jazzofobi, noir per sorridenti, classe a buon mercato; non ne starei parlando, altrimenti. Ottimo il suono dell’edizione in CD su Ryko (l’unica etichetta che fa le jewel case verdi).

Damnatio memoriae
Incertum habeo
eccetera, quindi fate voi. Mi limito a rilevare che oggi, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito perché quella volta al referendum ha vinto la repubblica: perché l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. E comunque quest’epoca streamingzita fa schifo.

Perché non sarò mai un critico musicale

1) Da almeno quindici anni “indie rock” significa “in die rock”.

2) Radiohead chi?

3) L’auto-tune dimostra meglio di quanto potrà mai fare qualunque governo che la Convenzione di Ginevra è carta straccia.

4) Lyric video sta a videoclip come Jeff Koons sta ad “arte”.

5) setlist.fm e i dvd di concerti, l’home cooking della musica.

6) La gente che filma i concerti col cellulare. Kampuchea for Concert.

7) Le produzioni di Andy Sneap e le copertine Nuclear Blast.

8) Non esistono abbastanza autovelox per un “rock targato Italia”.

9) Il disco con in copertina il prisma e il fascio di luce è una cagata pazzesca.

10) Neil Young faccia attenzione all’articolo 640 del codice penale.

Post scriptum: o forse no.

1) I Journey e i Toto incidono per un’etichetta napoletana.

2) Blaze Bailey ha fatto due dischi con gli Iron Maiden.

Armi di distrazione di massa

  
Venerdì gli Stones si sono esibiti per la prima volta nella loro storia a Cuba, a suggellare il disgelo tra quel Paese e l’ingombrante ed embargadero vicino.

Ora, ferma la pateticità di vedere dei settantacinquenni scimmiottare se stessi cinquantacinque, cinquanta o anche “solo” trentacinque anni fa, c’è da rilevare che dove l’esportazione della democrazia non arriva, la banda di Mick, Keith e Charlie ce la fa senza problemi. Ben fatto, ragazzi.

Alla fine avevano ragione loro (e gli altri) negli anni Sessanta: mettete dei fiori nei vostri cannoni; funzionano meglio.

Lo chiamavano Cirinnà. Il Metal God e le unioni civili.

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Da tempo ferve il dibattito sulle unioni civili e sull’opportunità della loro introduzione nell’ordinamento italiano. Da quando, poi, il relativo disegno di legge (ribattezzato “Cirinnà” dal nome della parlamentare sua promotrice) è approdato nell’aula del Senato, il dibattito si è infuocato, mostrando posizioni opposte, ed apparentemente inconciliabili, espresse con toni spesso esagitati e dubitabilmente riconducibili alle forme comunicative ritenute adatte a quanti ricoprono incarichi istituzionali. Stante l’ampio spettro di posizioni in materia, appare insensato utilizzare questo spazio virtuale per esporne una, peraltro conforme ad altre più autorevolmente esposte ed analiticamente argomentate. Mi preme, tuttavia, sottolineare un aspetto connesso alla questione e riferibile, una volta di più, alla musica.

Se si giungerà all’approvazione del predetto disegno di legge, come auspicano, fra l’altro, le associazioni che si battono per i diritti degli omosessuali, una parte del merito sarà dovuta anche ad una persona che tali associazioni, e gli attivisti in generale, non hanno mai citato ed i cui meriti hanno, deliberatamente o meno, dimenticato. Una persona che ha contribuito all’accettazione su larga scala dell’esistenza “pubblica” dell’omosessualità, e dunque largamente agevolato il percorso che ora la società italiana sembra sul punto di intraprendere. Questa persona è Rob Halford.

Nella mia pur scarsa attenzione per il movimentismo in genere, e per quello omosessuale in particolare, non ho mai sentito alcuno degli attivisti menzionare il cantante dei Judas Priest come un simbolo di identità gay vissuta con coerenza e coraggio. Eppure l’influenza di Halford nella divulgazione dell’immaginario omosessuale al grande pubblico (in larga parte eterosessuale) non ha eguali al mondo: il look a base di pelle nera e borchie (sadomasochistico ma anche spiccatamente omoerotico); un falsetto luciferino ma anche femmineo; le metafore, punto o poco celate nei testi, di una sessualità perversa, animata da volontà dominatrice e agita con meccanicità quasi industriale. Rob Halford ha portato il look e una certa sensibilità gay ad una massa sterminata di persone spesso inconsapevoli ma nondimeno adoranti, influenzando generazioni di musicisti ed ascoltatori, anche direttamente o potenzialmente ostili all’omosessualità (“omofobi” non è termine adatto, perché riconduce la repulsione alla paura, operazione che non vale ad includere tutte le posizioni contrarie all’omosessualità). Rob Halford ha creato quasi da solo la divisa e l’immaginario heavy metal, ed ha imposto al mondo la “sua” visione con la sola forza della sua ispirazione e del suo talento musicale. E, è bene ricordarlo, lo ha fatto in uno degli ambiti musicali più ostili, dove l’atteggiamento estetico (in senso ampio) dominante è quello macho e superomistico, non dove, invece, dominano glamour e ambivalenza, e quindi il passaggio sarebbe stato più semplice ed ovvio. Scoprire che George Michael ed Elton John sono gay non ha sconcertato nessuno; quando, invece, il 26 febbraio 1998 Halford dichiarò la propria omosessualità su MTV, non poche furono le mascelle che si schiantarono al suolo (come detto, un minimo di acuta osservazione avrebbe permesso di comprendere ben prima l’orientamento del cantante e le origini dell’immaginario da lui in larga parte creato) e si aprì in merito un dibattito nel mondo del rock duro, conclusosi sostanzialmente all’unanimità nel senso che Rob Halford poteva fare ciò che voleva con i propri orifizi, ché tanto sarebbe sempre rimasto, secondo la sua stessa definizione, il “Metal God”.

Rob Halford ha esposto la propria personalità al mondo di pari passo con i propri talenti, e quando si è accorto di non poter più reggere la pressione del tralatizio corollario comportamentale dell’essere una rockstar, in opposizione alle proprie pulsioni naturali, ha candidamente e sobriamente ammesso ciò che, in realtà, era già sotto gli occhi e le orecchie di tutti da venticinque anni (al tempo), riuscendo a mantenere il rispetto e l’ammirazione dei fan acquisiti senza precludersene di nuovi per effetto del suo a quel punto manifesto orientamento sessuale; anzi, consentendo a pubblico e musicisti metal omosessuali di vivere con maggiore serenità la propria condizione e portando gli eterosessuali a considerare che un “frocio” non necessariamente suona “frocerie”. Rob Halford, forse inconsciamente, ha aggiunto un tassello affinché una situazione di fatto, come è l’omosessualità, venisse riconosciuta ed accettata su larga scala senza aprioristici giudizi negativi, e di questo le suddette associazioni dovrebbero essergli grate, quantomeno per la visibilità che ha contribuito a dare alla questione. E invece niente, un silenzio assordante. Come i suoi falsetti.

Tanto si doveva al Metal God.
dio halford cartoon

The Immoral Mr. Russ: dieci anni senza Russ Meyer.

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Potrei essere un grande cineasta, se non mi piacessero così tanto le tette. Ma se non posso avere una donna con le tette grandi, piuttosto gioco a carte.
Russ Meyer morì nel settembre 2004, ottantaduenne. Da venticinque anni non produceva un film, la sua ultima opera “Beyond The Valley Of The Ultravixens”, datato 1979. Isolamento autoimposto, forse per la percezione dell’inutilità di aggiungere ulteriori elementi ad un canone registico giunto a definitiva maturazione. Definire l’uomo un regista, tuttavia, è riduttivo, data la sua capacità, unica tra i contemporanei e forse anche tra i posteri, di ricoprire tutti i ruoli decisivi per la realizzazione di un’opera cinematografica: sceneggiatore, produttore (inizialmente con la prima moglie Eve, quindi totalmente in proprio), selezionatore del cast (con un aiutino, confessato, fornito dal paginone centrale di Playboy), committente della colonna sonora, regista, montatore (…) e comparsa (omaggio o sfottò a Hitchcock?) di ogni suo film, Russ Meyer è stato uno dei pochi autori a, ahem, tutto tondo del cinema americano novecentesco, più influente di quanto le tematiche affrontate dalle sue opere possano suggerire. Anzi, il suo corpo d’opera ha dato un contributo decisivo alla costruzione dell’immaginario di una certa cultura sotterranea, che a sua volta ha conosciuto ulteriori germinazioni, come certo malsano, pericoloso ed eccitante rock ‘n’ roll, che ha fatto dei topoi meyeriani un manifesto artistico. Qualche esempio? L’estetica dei Cramps, altrimenti inconcepibile, e i nomi di Mudhoney, Motorpsycho e Faster Pussycat, presi da altrettanti titoli del regista californiano; persino le provocazioni musicali ed estetiche dei Sex Pistols avrebbero dovuto trovare, nella contorta e cinica mente del manager Malcolm McLaren, veste cinematografica per mano di Meyer, con il progetto, poi abortito, “Who Killed Bambi?”. E questo solo per quanto riguarda la musica; nel cinema l’influenza è più sottile ma senz’altro più profonda: chiunque abbia piazzato un seno di taglia superiore alla terza di fronte alla telecamera deve qualcosa al nostro uomo, si potrebbe azzardare. Se è vero quanto osservò François Truffaut, e cioè: “metti una bella donna davanti alla macchina da presa e stai già facendo del cinema“, allora Russ Meyer è un maestro.

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Dieci anni fa l’uomo se ne andava, dicevamo. Ottantaduenne arzillo e sporcaccione, come la sua età e la sua storia professionale hanno sempre suggerito, Meyer ha mantenuto il proprio spirito iconoclasta fino a che il morbo di Alzheimer glielo ha consentito, confermandosi un’icona più o meno inconsapevole (e su questa apparente inconsapevolezza l’uomo ha spesso furbescamente giocato) della controcultura a stelle e strisce, che, nelle sue declinazioni più originali (tra le quali l’opera meyeriana rientra senz’altro), è stata capace di stimolare il pensiero critico pur essendo in apparenza rivolta a vellicare esclusivamente istinti ben più bradi. Nulla era tabù per Russ Meyer, nulla poteva sottrarsi alla caustica satira e alla straripante satiriasi della sua lente da presa: non, ovviamente, il sesso (nonostante la sua opera contempli, in materia, esclusivamente esseri umani), non la violenza (spesso correlata al sesso ma ancora più spesso fine a se stessa), non il conflitto tra generi (da Meyer risolto a favore del femminile, con la creazione della stereotipata figura della vixen, amazzone giunonica e dominatrice, dagli insaziabili appetiti erotici), non il nazismo (il ricorrente utilizzo di un personaggio chiamato Martin Bormann e intriso di germanismi caricaturali, nonché l’intera trama di “Up!”), non l’autorità costituita (i poliziotti, sempre rappresentati come prevaricatori autoritari ed impuniti; probabile strascico dell’abbandono nell’infanzia da parte del padre, poliziotto ad Oakland), non la critica sociale e di costume (il predicatore in “Lorna”, lo show business di epoca flower power in “Beyond The Valley Of The Dolls”, l’America profonda e conservatrice delle piccole città in “Beneath The Valley Of The Ultra Vixens”); nulla. Ed ecco così creato (o assemblato?) un linguaggio cinematografico del tutto personale, intento ad affrescare, con l’occhio attento e bramoso di un voyeur feticista, un mondo di auto da corsa e motociclisti col chiodo, sbirri sadici e polpose Semiramidi, copule immerse nei grandi spazi naturali e spogliarelli tanto eccitanti quanto grotteschi (il pesce surgelato in “Vixen”), famiglie disfunzionali e letti senza materasso, seni straripanti (da notare che l’intera parabola cinematografica di Meyer si svolge prima dell’avvento della mastoplastica additiva) e ubique allusioni falliche. Cattivo gusto, si obietterà; probabile, ma è proprio questo il punto: nelle parole di Meyer stesso, “nulla è osceno, se è fatto con cattivo gusto“. E infatti nessuno dei suoi film ha mai incontrato la scure della censura, incassando, anzi, somme ingenti tanto dalle proiezioni in sala (negli ormai celebri grindhouse agli esordi e persino nei circuiti d’essai a fine carriera) quanto dai supporti home video.

Come definire, dunque, Russ Meyer? Un innovatore? Un sovversivo? Un furbastro? Un affarista? Un guardone dietro una cinepresa? Provo a rispondere. Un artista scaltro e disincantato, impegnato a trasformare le proprie perversioni erotiche in una ubertosa cash cow, nel contempo mostrando agli spettatori le assurdità del mondo e delle leggi ultime che lo governano, in primis la sopraffazione e l’istinto sessuale nelle sue forme più inconfessabili, una porzione delle quali è irrimediabilmente presente in ogni individuo. Capitalista fino al midollo e però consapevole del potere liberatorio, privato e dunque politico, delle pulsioni erotiche, Russ Meyer è quintessenzialmente americano: gli mancano la lucidità sovversiva di un Tinto Brass (il primo Brass, quantomeno) e la morbosità ossessiva di un Nagisa Oshima, ma non si è mai nascosto dietro ambizioni intellettuali o autoriali (anche se autore lo è stato eccome), preferendo un approccio pop eppure (r)innovativo alla materia filmica, non di rottura e disconoscimento della tradizione (specialmente quella dei più pecorecci nude movies; d’altronde, un seno è un seno in ogni epoca) bensì di dirompente rilettura, capace di cavalcare il cambiamento sociale e, contemporaneamente, di alimentarlo.

Anyone can do it” fu uno dei motti del movimento punk; sulla lapide di Russ Meyer si legge: “I was glad to do it“. Ci crediamo, mister Russ. E ora torna pure a goderti i sudati mel…ehm, milioni: te li sei meritati.

Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono: Ian McLagan (1945-2014)

Stavo lavorando sul prossimo post in questo blog. L’obiettivo stava prendendo forma, piano piano, dopo numerosi abbozzi scartati a vari livelli di avanzamento nella realizzazione ed una decisione definitiva. Poi, il colpo. Ferale. La notizia. L’ennesima (Ilvo Diamanti esci da questo corpo!). Che ancora una volta mi costringe a lasciare tutto là e ad occuparmene.

Ieri, a notte alta, è morto d’infarto, sessantanovenne, Ian McLagan. In un letto d’ospedale di Austin, Texas. E dove altro poteva morire uno così se non nella più musicale città texana, casa madre di Stevie Ray Vaughan e Roky Erickson, Joe Ely e Marcia Ball? L’uomo che, nato nella Greater London a guerra appena finita, è stato l’epitome tastieristica della British Invasion? L’uomo che ha traghettato la declinazione pianistica del blues nuovamente al di là dell’Atlantico, rivendendo quella musica di cinque note e mezzo, agghindata delle procaci vesti del rock, ai suoi primigeni inventori? E così da ieri, per un altro rovescio della sorte, il firmamento della Stella Solitaria, ma anche della storia del rock, è di colpo più buio.

Da quando, fresco adolescente, imparò a mettere e tenere le mani sulla tastiera (i primi timidi esercizi con i Boz and the Boz People del futuro King Crimson e Bad Company Boz Burrell e con i Muleskinners), McLagan ha sempre viaggiato in prima: dapprima alfiere, con gli Small Faces, di quel cocktail di musica e stile che va sotto il nome di mod e che contribuì a sancire il Rinascimento britannico nella musica pop; quindi ambasciatore del più puro spirito e suono rock ‘n’ roll con il supergruppo Faces (imprescindibili i loro quattro LP); infine impresario di se stesso, corteggiato da chiunque alimentasse la fiamma di un suono pulsante e verace (i Rolling Stones di “Some Girls”, Chuck Berry nelle “London Sessions”, il Bruce Springsteen di “Human Touch”, ma anche i compari Rod Stewart e Ron Wood; e poi ancora Jackson Browne, Joe Cocker, Billy Bragg, Lucinda Williams, Taj Mahal, Buddy Guy, i Georgia Satellites, i Thin Lizzy, gli Stray Cats e molti, molti, molti altri ancora), senza per questo perdere il piacere di suonare musica per sé (nove tra LP ed EP da solista). In tre parole: un numero uno. Ecco quanto si è perduto ieri notte, in quel letto d’ospedale del Texas.

Perché il 2014 non voglia lasciare in pace i musicisti di talento non mi è ancora chiaro. Ma mi è chiaro che il tempo non bene impiegato è tempo sprecato, che nessuno ci restituisce. E non è mai sprecato il tempo speso ad ascoltare buona musica. Non sprechiamolo.

Ciao Ian, grazie di tutto.

ian mclagan

P.S. Un buon modo per ricordare McLagan è senz’altro il suo senso dell’umorismo, sempre sottolineato da quanti lo hanno conosciuto di persona e bene esemplificato dall’esistenza di una sezione “Jokes” nel suo sito Internet. Proprio da lì traggo questa battuta per rinfrancarci lo spirito, visto che la vita va, deve andare, avanti.

“Come definiresti una donna stupenda al braccio di un batterista? Un tatuaggio.”