It’s such a fine line between stupid and…: Dream Widow – Dream Widow

Ricavo da Wikipedia che Dave Grohl è nato il 14 gennaio 1969 e ha iniziato la sua carriera di musicista nel 1986, entrando come batterista negli Scream, gruppo hardcore di Washington. Saprete (o ricorderete) che a quei tempi la situazione tra le scene musicali era piuttosto polarizzata: i punk e i metallari non si mischiavano, se non in occasionali e limitati contesti, e all’interno dello stesso mondo metal vigeva il più stretto e intransigente settarismo. Pertanto, un batterista hardcore ben difficilmente poteva avere commerci con il metal senza essere immediatamente espulso dal gruppo ed emarginato dalla scena. A Dave Grohl, quindi, non deve essere dispiaciuto accettare le regole del gioco, visto che è rimasto negli Scream fino al 1990, anno del loro scioglimento, per poi passare ad un altro gruppo ben noto, che non faceva mistero di volersi tenere il più distante possibile dal mondo metal (emblematiche alcune dichiarazioni di Novoselic all’indomani del successo di “Nevermind”: “Noi siamo heavy ma non siamo heavy metal. L’heavy metal manca completamente dell’intuito più profondo delle cose.“; cito a memoria). Le cose, poi, sono andate come sappiamo: il successo, il suicidio, la carriera solista a nome Foo Fighters, l’ulteriore successo, le collaborazioni con everybody and their mother, i progetti paralleli.

Nel corso degli anni la posizione del nostro poliedrico artista verso il metal si è progressivamente ammorbidita, mediante pubbliche attestazioni di stima per il genere e i colleghi di area, nonché collaborazioni con alcuni dei suoi musicisti più eminenti (vedasi il progetto Probot, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Lemmy, Cronos e Max Cavalera).

E veniamo al dunque. Il 25 febbraio scorso è uscito nelle sale cinematografiche d’America “Studio 666”, sorta di commedia horror su un gruppo che va a registrare il suo nuovo album in una villa di Los Angeles posseduta da maligne entità soprannaturali, che progressivamente si impossessano dei membri del gruppo facendo commettere loro sanguinosi delitti. Un filmetto anche godibile sulla falsariga degli “heavy metal horror movies” degli anni ’80 come “Black Roses” o “Rock ‘n’ Roll Nightmare” e che non avrebbe fatto molto parlare di sé se non ci fosse stato il nome di Grohl a suscitare il clamore mediatico e la conseguente attenzione del pubblico: la sceneggiatura è tratta da un suo racconto e il gruppo protagonista sono i Foo Fighters, alla loro prima uscita attoriale (che per il batterista Taylor Hawkins sarà anche l’ultima). Naturalmente, per mantenere l’effetto horror-comico, occorre marcare la differenza tra la musica suonata dal gruppo in versione “naturale” e quella prodotta in assetto demoniaco, e dunque quale migliore forma espressiva del metal per dare conto della possessione diabolica? Tutto torna, quindi. Senonché poi Grohl ci prende gusto, decide che lo scherzo non è durato abbastanza e annuncia che per l’occasione i Foo Fighters incideranno un album metal sotto pseudonimo. Detto, fatto: il 25 marzo è uscito l’omonimo disco dei Dream Widow. Che emana una gran puzza di merda.

Dal nome del gruppo, evidente canzonatura in chiave d’arguzia di Dream Evil (storico album dei Dio, vabbè, oltre che gruppo heavy metal svedese, della cui esistenza dubito Grohl avesse/abbia contezza; che roba, contezza!), al logo stile Deicide in sedicesimo, all’illustrazione di copertina, che scimmiotta il pentacolo con una Stella di Davide come disegnata da Escher per essere sixsixsix senza incorrere nell’ostracismo dell’odierno PMRC diffuso, ai titoli delle canzoni, che transitano dall’asettico perplimente (Encino, Cold) al sagace calembour del Male (Oh Come All You Unfaithful) fino al satanismo da discount (cit.) (The Sweet Abyss, Angel With Severed Wings), tutto sa di sbagliato. E non siamo ancora arrivati alla musica. Che ovviamente è un’accozzaglia di suoni ritriti che cerca di porgere il metal per grandi e piccini con piglio deadpan e, non conoscendo la materia, erige un edificio diroccato. Non funziona nulla: il poutpourri di death americano di ieri e di oggi (Encino), lo sludge suonato senza coglioni (Cold, Come All Ye Unfaithful), l’immancabile tupa tupa da thrasher ingrigiti cultuando ai Motörhead (March Of The Insane, il pezzo migliore del lotto, ed è tutto dire), i chiaroscuri goticisti con un trentennio sulle spalle (The Sweet Abyss, Angel With Severed Wings), le avventure infernali sopra i sei minuti (Becoming, titolo che richiama i Pantera senza però esibire un grammo della loro attitudine) e l’immancabile coda strumentale di dieci minuti con titolo in latino sgrammaticato, che pretende di olezzare di zolfo sabbathiano quando, invece, esala al più i miasmi derivanti da una digestione malriuscita. Nemmeno la prestazione strumentale si eleva dalla mediocrità, visto che i riff sono mediamente due per brano e non se ne ricorda uno e gli assoli sembrano quelli di un tredicenne che ha appena scoperto come si usa la leva (del ponte della chitarra), superando in imperizia persino quelli disseminati dagli Anvil in quarant’anni di carriera o quelli su “Burning The Witches” degli Warlock, per un risultato curiosamente simile al debutto, magari in forma di demo, di un gruppetto esordiente di adolescenti; al quale, però, non verrebbero risparmiate stroncature, mentre invece per una rockstar ultracinquantenne che di metal non ha mai capito una beneamata, soprattutto che si può scherzare sul metal ma non col metal, fioccheranno i cenni di approvazione, alcuni anche convinti. Ecco, allora diciamo le cose come stanno: la Vedova del Sogno farebbe bene a raggiungere quanto prima il suo compianto sognatore.

Non è questione di non saper ridere del metal e dei suoi luoghi comuni, ma del fatto che per satirizzare occorre conoscere funditus l’oggetto degli strali, e Grohl non ne sa niente, se non che ci vuole una chitarra distorta, dei riff più o meno veloci e più o meno dissonanti, una batteria potente e articolata e una voce urlata da cookie monster o da Freddie Krueger. E, anche a conoscere la materia musicale su cui si vuole ironizzare, occorre prestare comunque attenzione, perché un conto è uno stile musicale dal punto di vista sonoro e un altro la sua estetica, ed è il motivo per cui “This Is Spinäl Täp” fa e continua a far ridere, mentre invece il gruppo Spinäl Täp sta bene dove sta, e cioè ovunque tranne che sul palco o in sala di incisione. Ecco, ascoltando il disco si ha la piena impressione che Grohl (e compagni, d’altronde; nessuno dei quali, a quanto mi consta, ha esperienze in ambito metal) non abbia afferrato questo semplice concetto, rendendo questo disco persino nocivo e riuscendo nella non facile impresa di dare dignità al progetto Foxboro Hottubs, spinoff garage dei Green Day dal livello artistico alquanto basso, ma che almeno aveva il pregio della comprensione dello stile da rileggere (là in chiave celebrativa anziché canzonatoria). Il nulla cosmico, sia musicalmente che concettualmente. D’altronde, non ha funzionato nel 2004 con i Probot e fior fiore di musicisti metal, perché avrebbe dovuto funzionare ora?

Mi dispiace, Dave. It must go to 11.

21 colpi a salve.

Fino a non troppo tempo fa a 21 anni si diventava maggiori di età. Forse è ancora così, più per contingenze esterne che per disposizione normativa. Come che sia, anche il ventunesimo anno della Ventesima Era (quella che comincia per 20, naturalmente) sta per concludere il suo moto rivoluzionario perisolare (per isolare?), lasciandosi alle spalle la solita scia di defezioni e di “dischi” (facciamo “pubblicazioni musicali”, va’) recanti la fatidica data 2021. Quanto alle prime, ricordo Joey Jordison, talentuosissimo batterista già negli Slipknot, Jeff LaBar, sfortunato ma capace chitarrista dei Cinderella, il fu cantante dei Trouble Eric Wagner, il giornalista musicale inglese Malcolm Dome e naturalmente Charlie Watts, mentre degli altri, pure illustri (Phil Spector, Chick Corea, Marco Mathieu), mi ero dimenticato. Pace a costoro. Quanto alle uscite discografiche, l’anno non è stato dei più fecondi, per ragioni varie e già esplicitate in precedenza. Non mi resta, quindi, che procedere alla solita elencazione, non in ordine qualitativo bensì meramente espositivo, nella speranza che la situazione complessiva possa migliorare. Un augurio a tutt* ($i $crive co$ì, giu$to?).

1. Les Grys-Grys – To Fall Down

Qui. Nel frattempo il gruppo si è sciolto; niente male come testamento olografo. Nell’attesa del comeback (from the grave).

2. Durand Jones & The Indications – Private Space

Qui. Con il passare degli ascolti si conferma un album di grande livello; forse il migliore dell’anno, per quanto se ne può capire da queste parti. In attesa che Witchoo diventi un singolo di successo mercé qualche remix.

3. Pearl & The Oysters – Flowerland

Easy listening 4.0 per questo duo franco-statunitense di stanza in Florida, giunto al terzo album in quattro anni, che porge un cocktail (mescolato, non agitato) di trip hop, disco pacata, slow jam, armonie bossa nova, orchestrazioni anni ’60, elettronica ed exotica. Lalo Schifrin che beve un Martini coi Portishead e Martin Denny, insomma. Il sincretismo che è la cifra del pop contemporaneo è qui presentato ad alti livelli e scorre dissetante e inebriante dal primo all’ultimo sorso. Da consumarsi, naturalmente, liquido.

4. Mild High Club – Going Going Gone

Elettronica gentile, ai profumi di jazz, trip hop e musica brasiliana. Un Nightmares On Wax primevo ma più stiloso, per così dire. Anche qui è impossibile scegliere singoli brani, e anche qui la fruizione raccomanda un aperitivo di accompagnamento. Cocktail music con spirito.

5. David Crosby – For Free

Una sorpresa davvero, questo “For Free”. L’atmosfera è schiettamente yacht rock (e per chi scrive ciò è un bene), come testimoniano River Rise con Michael McDonald alla voce e Rodriguez For A Night di e con Donald Fagen, e, tra il country rock jamestayloriano di I Think I, i ricami blues di Ships In The Night e l’emozionante duetto vocale con Sarah Janosz nell’ossuta rilettura di For Free di Joni Mitchell, la qualità si mantiene alta per tutti i 37 minuti del disco, peraltro ottimamente prodotto da James Raymond, figlio “ritrovato” di Crosby. Cosicché l’ascoltatore si trova a desiderare ardentemente che nel commovente congedo di I Won’t Stay Long, su cui aleggia una tromba che è specchio dei rimpianti di chi sa di aver dato più di ciò che ha ancora da dare, l’autore non faccia sul serio. Un gran bel disco e probabilmente il modo migliore con cui il neo-ottantenne Crosby potrebbe chiudere la propria carriera discografica.

6. Helloween – Helloween

Premetto di non essere mai stato un grande fan, ma, per motivi che non so ancora ben spiegarmi, l’entusiasmo più o meno posticcio per una reunion che mettesse tutti insieme e d’accordo ha contagiato anche me. Il disco, però, non merita dubbi di sorta: livello compositivo alto (da quanto tempo gli Iron Maiden non scrivono un pezzo della qualità di Best Time, onestamente?), performance solide da parte di tutti i musicisti coinvolti (soprattutto i cantanti) e melodie che si fanno ricordare senza per questo sacrificare l’impatto complessivo. Al punto che anche le eccessive divagazioni progressive, noiose come al solito e non sempre centrate (serviva davvero un pezzo, Skyfall, di oltre 12 minuti?), si fanno perdonare. Con la tolleranza che a tratti si può accordare alle vecchie glorie, un ritorno sorprendente e infarcito di idee, al quale fa piacere ritornare ripetutamente. La copertina è, a suo modo, un epitaffio. Bravi, zucconi.

7. Unto Others – Strength

“Strength” è il secondo album per la formazione di Portland, Oregon da quando ha cambiato nome in Unto Others. E che album! Metallo gotico che sa tenere insieme al meglio classicità (le chitarre che suonano linee melodiche armonizzate) e modernità (echi di growl e passaggi in doppia cassa), inserendovi in maniera convincente le influenze dark (io, che conosco poco il genere, ci sento soprattutto i Sisters Of Mercy), mentre le melodie carezzano potenti eppure malinconiche e i testi affrontano le mestizie della vita adulta senza disperazioni posticce. La scoperta dell’anno e un gruppo da seguire.

8. Mortal Vision – Mind Manipulation

Giovani, ucraini e disoccupati, i Mortal Vision partoriscono un debutto che per loro espressa ammissione suona come se fosse uscito dal Brasile del 1987. Come i Sepultura di “Schizofrenia” e “Beneath The Remains”, dunque. A cui, però, i Mortal Vision aggiungono qualche elemento di compattezza midtempo derivato dai Sodom di quel periodo. Il risultato è un disco di thrash metal della vecchia scuola (o meglio, di una delle vecchie scuole) che, però, complici la giovane età e la “fame” del gruppo e una produzione accurata ma non plastificata, suona molto più autentico di molti album di formazioni più celebrate e patinate, esodate o meno. Niente di nuovo sotto il sole, direte; senonché quella luce che sta là in alto non è il sole, ma un’esplosione nucleare, ed è molto più credibile sentirlo dire da quattro ventenni ucraini che da “rockstar” ultracinquantenni californiane.

9. The Night Flight Orchestra – Aeromantic II

Solitamente i sequel non promettono bene, e il fatto che il titolo dell’ultimo LP del gruppo svedese richiamasse espressamente quello del precedente “Aeromantic”, uscito appena un anno fa, non faceva ben sperare per risultati di livello. L’ascolto, però, ha parzialmente smentito questo pregiudizio, perché, se è vero che la formula è ormai consolidata e lo “slittamento” verso il pop ballabile continua inarrestabile, la qualità compositiva si conferma alta e la capacità del gruppo di ricostruire un’atmosfera spazio-temporale (ma soprattutto spazio-) rimane ammirevole. E il disco è, naturalmente, divertente e ottimamente prodotto. Menzione speciale per la sequenza How Long Burn For Me – Chardonnay Nights, la prima all’insegna di un AOR danzereccio da colonna sonora e le altre tra Toto e Survivor, e per il singolo White Jeans, una cavalcata che si stempera in un ritornello da aerobica. Una gAORanzia.

10. Labyrinth – Welcome To The Absurd Circus

Un ritorno di inattesa qualità. Sarà per il nuovo batterista, che ha infuso linfa giovan(il)e, o l’ispirazione fornita dalla pandemia e dalle conseguenti misure restrittive, ma “Welcome To The Absurd Circus”, incentrato proprio sulle questioni sollevate dall’abbattersi del COVID-19 sul mondo, funziona dall’inizio alla fine dei suoi 60 minuti. Rimane una quota di assoli inutilmente virtuosi e prolungati, ma nel complesso i riff ariosi, le armonizzazioni chitarristiche, le andature ritmiche variegate senza essere cervellotiche, le melodie insidiose (quelle di The Absurd Circus e di One More Last Chance si rivelano indimenticabili) e la “solita” rilettura di un brano di synth pop (stavolta Dancing With Tears In My Eyes degli Ultravox) rendono il disco un piacere per le orecchie. Per giunta uscito su Frontiers, ed è bello sapere che in Italia musicisti, produttori e discografici compongono, incidono e pubblicano (ancora) dischi di questo livello. Nell’attesa che il circo dell’assurdo leaves town

L’altro 2021

Pride Of Lions – Lion Heart

È uscito nel 2020 ma mi è entrato in circolo solo quest’anno, complice la diffidenza verso un gruppo che non presentava più molto dell’appeal del suo naturale predecessore, i Survivor. Però questo album coinvolge fin dal primo ascolto, e brani diretti, arrangiamenti lineari ma ragionati, melodie convincenti e memorabili (tutte, incredibilmente) e, in generale, scelte stilistiche in favore di un AOR più schiettamente tradizionale, come quello della casa madre”, anziché delle rielaborazioni contemporanee del genere, che si svolgono quasi sempre all’insegna di aggiornamenti spesso posticci, lo rendono vincente. In una collezione di canzoni che non vuole saperne di levarsi dagli ascolti si segnala particolarmente Carry Me Back, dal ritornello inobliabile. Considerazioni a latere: il disco è stato pubblicato il 9 ottobre 2020, circa un mese prima delle elezioni presidenziali americane, da un gruppo del Midwest composto di soli uomini bianchi per un pubblico composto quasi solamente di uomini bianchi; i testi parlano, fra l’altro, di essere bravi cristiani ed esercitare la carità (Lionheart), degli eroi in divisa che proteggono i cittadini dai brutti e cattivi (Heart Of The Warrior), dell’importanza di concentrarsi sui veri valori e non sul diventare “il più ricco del cimitero” (Give It Away) e dell’illusorietà delle lusinghe offerte dello show business losangeleno (Rock n’ Roll Boom Town). Immagino dica qualcosa dell’America profonda.

Pellegrino & Zodyaco – Morphé

Anch’esso datato 2020, questo LP (letteralmente: si può ascoltare solo a 33 giri o in streaming) del produttore e dj partenopeo Pellegrino, animatore anche dell’etichetta Early Sounds Recordings, condiviso con gli Zodyaco, formazione musicale napoletana dedita ad uno stiloso jazz-funk, produce un lavoro di notevole impatto a partire dalla copertina, sognante e spettacolare riproposizione del Golfo di Napoli. La musica non è da meno, però, con la sua accattivante quanto equilibrata mistura di Italo-disco, jazz, funk morbido, tocchi fusion e house di ispirazione mediterranea. Ottimo sottofondo come pure ascolto piacevole, “Morphé” dimostra, una volta di più, che in Italia talento ce n’è eccome.

Halford – Resurrection

In attesa di rivedere/risentire i Judas Priest dal vivo e/o su disco, la riscoperta di questa uscita dello storico cantante del gruppo inglese, nel periodo in cui viveva ancora della sola carriera solista, è stata una soddisfazione. Nel 2000, esauriti gli esperimenti con i progetti Fight e 2wo, di qualità altalenante e dai tiepidi riscontri, Halford si era reso conto che il suo destino era l’heavy metal più puro, e, venendo a patti con la sua essenza musicale, aveva accettato di entrare in società con Metal Mike, entusiasta chitarrista polacco trasferitosi in America, e il produttore Roy Z, responsabile del mantenimento in vita del suono più classicamente heavy nella tempesta degli anni ’90. Ne uscì un album, significativamente intitolato “Resurrection”, quasi che fosse un ritorno alla vita dopo un lungo sonno mortale, dove il sound priestiano dei primi anni ’90 rifioriva, forte della produzione eccezionalmente compatta e di brani di potenza tuttora ineguagliabile come la title-track, Made In Hell e il duetto con Bruce Dickinson in The One You Love To Hate. Il disco è forse troppo lungo e non tutti i passaggi sono sempre a fuoco, ma la gioia di sentire Halford tornare ad esprimersi su tali registri e con tante consapevolezza e autorevolezza non può che commuovere e far agitare avanti e indietro la testa, in segno di approvazione e non solo. Al cor gentsteel rempaira sempre amore.

Richie Sambora – The Stranger Returns

Per qualche motivo, forse il trentesimo anniversario, nello scorso anno è apparsa in formato streamingzito la storica registrazione radiofonica, che circolava con vari nomi in formato bootleg già dagli anni ’90, del concerto tenuto dal chitarrista dei Bon Jovi al Pecos Theater di San Diego il 16 novembre 1991, nel corso del tour a supporto del suo primo album solista, “Stranger In This Town”. E vale dunque la pena parlarne. Anche perché la qualità della registrazione è indubbiamente alta, ma ciò non varrebbe nulla se non fosse per la qualità elevatissima della prestazione musicale: Sambora, oltre che chitarrista di vaglia e compositore, è sempre stato un eccellente cantante, e l’esibizione in proprio, senza Jon Bon Jovi a fare ombra, gli permette di dimostrarlo in maniera definitiva. Impeccabile la scaletta, che per metà pesca dal disco allora appena uscito (senza mancanze di rilievo, a parte, forse, Ballad Of Youth) e per la restante metà dal repertorio dei Bon Jovi (Bad Medicine, I’ll Be There For You e Wanted Dead Or Alive; saggia la scelta di non cavalcare l’effetto nostalgia o di somministrare un greatest hits), da cover indiscutibili (Midnight Rider in acustico, più Gregg Allman che Allman Brothers Band, e With A Little Help From My Friends secondo il canone joecockeriano) e da brani composti conto terzi (quella We All Sleep Alone che Cher trasformò in una hit), e caloroso e accogliente il sound, che sfronda gli “eccessi” hard rock in favore di arrangiamenti più sobri e toni più classicamente rock, spesso acustici o all’insegna di un blues a tratti leccato ma suonato con sincerità e devozione da una formazione di immense capacità (un plauso alla cantante Crystal Taliafero), per un risultato finale sbalorditivo, da ascoltare dall’inizio alla fine, scoprendosi coinvolti più di quanto si potesse pensare in principio. E non sono molti i dischi dal vivo di cui si può dire lo stesso, specialmente se privi di ritocchi in studio. Un album eccellente, nonché la testimonianza definitiva sul valore di un musicista di enorme talento finito intrappolato nei cliché della rockstar. Nell’attesa che qualcuno si decida infine a pubblicarlo ufficialmente su formato fisico.

Conosci te steso: Durand Jones & The Indications – Private Space

Giunti al traguardo del terzo LP in cinque anni, Durand Jones e gli Indications sorprendono e stupiscono con un’uscita che si richiama in maniera esplicita alla disco, approcciata, come di consueto, dal lato del soul d’annata, lasciando da parte interpolazioni elettroniche e puntando invece sul lato più morbido e seduttivo del genere, per un risultato, l’album “Private Space”, uscito il 30 luglio 2021, di grande suggestione. Il momento preso a riferimento dal gruppo dell’Indiana è quella stagione, iniziata a metà degli anni Settanta, in cui il soul, esaurita ormai la spinta propulsiva, sia ritmica che ideologica, del funk, si sdoppiava, da un lato, nel cosiddetto Philly soul, una proposta carezzevole che stemperava in languori e raffinatezze il grit degli anni “militanti” rallentando i tempi e stratificando gli arrangiamenti, e, dall’altro, nella disco, che manteneva l’acquis funk rivestendolo dell’edonismo necessario ad affrontare la me decade. Soluzioni entrambe commerciali anche se con diverse fortune presso i posteri, ché se la disco è entrata nell’immaginario collettivo come specchio di un’epoca, il soul morbido di Philadelphia (come anche il suo diretto erede, il quiet storm) è rimasto un genere di nicchia, per appassionati, pur influenzando le generazioni successive di musicisti. Tra questi, giustappunto, Durand Jones, cantante nero nativo della Louisiana che concentra in sé una formazione soul (apprendistato nel coro della chiesa) e jazz (studi di sassofono), e gli Indications, quattro ragazzi bianchi (il chitarrista Blake Rhein, il batterista e cantante Aaron Frazer, il bassista Mike Montgomery e il tastierista Steve Okonski) con la passione per l’epoca d’oro di soul e rhythm ‘n’ blues: infatti, se già “American Love Call”, uscito nel 2019, si lasciava alle spalle gli elementi più ruspanti del soul verace contenuto nel debutto omonimo (del 2016, poi ristampato nel 2018) per accogliere archi, mellotron e ritmi più eleganti, con “Private Space” l’operazione viene portata a compimento, inserendo nella mistura anche tratti marcatamente disco, che vengono così a fondersi con il soul morbido dimostrando che non vi è, né mai vi fu, antitesi tra le due forme espressive, soprattutto nel calderone popstalgico che è la scena musicale contemporanea.

Non si tratta, tuttavia, di un mero rimescolamento di generi, ma di un vero e proprio avanzamento qualitativo, perché il songwriting del gruppo ha fatto grandi passi in avanti e le melodie risultano ulteriormente cesellate, facendo dell’album un meraviglioso esemplare di musica nera che, però, è esercizio di reinterpretazione e non di supina riproposizione. Infatti, le sonorità rimandano al passato, ma la loro lettura è totalmente contemporanea e in grado di apportare qualcosa di ulteriore al canone espressivo di quel patrimonio musicale, peraltro con una godibilità che permea l’album da cima a fondo. Si passa così da una Love Will Work It Out che non ci si stupirebbe di trovare su “Let’s Get It On” al singolone d’impatto (diamo tempo a un dj di metterci le mani sopra…) Witchoo, che straccia Pharrell Williams al suo stesso gioco con impareggiabile eleganza, da una title-track che omaggia lo Stevie Wonder più languido a una The Way That I Do che riprende con efficacia roots i commerci con la disco compiuti dai Daft Punk con “Random Access Memories”, districandosi sinuosamente tra slow jam e funk in lamé fino ad I Can See, che conclude i 38:29 minuti del disco con un’ipotesi di Chic in veste di balladeer assistiti da una pacata drum machine quasi acid jazz e da soffusi sintetizzatori analogici. C’è, quindi, una certa varietà, pur restando all’interno di coordinate stilistiche volutamente (de)limitate ma proposte in maniera personale; anche, e forse soprattutto, grazie all’alternanza tra il tenore vellutato di Jones e il falsetto innocente di Frazer, che sovente si intrecciano con cori femminili, a creare suggestioni al calor bianco.

È quindi dolcissimo il naufragar nel mare di “Private Space”, LP improntato anche liricamente al gioco della seduzione e perfettamente in grado, forse per espresso intendimento dei suoi stessi autori, di commentarne la vittoria, facendosi forte di ritmi avvolgenti e coinvolgenti, melodie ricercate e non ovvie, arrangiamenti studiati ed eleganti, suoni curati e magistralmente amalgamati (notevole il missaggio dei bassi, capaci di costituire il necessario propellente ritmico senza risultare invadenti nello spettro sonoro, come spesso accade nelle produzioni più recenti). Tutto splendido, tutto odierno.

Quest’anno l’invecchiamento della popolazione si combatte in un “Private Place”.

In questo mondo non vi sono che due tragedie: una è causata dal non ottenere ciò che si desidera, l’altra dall’ottenerlo: Les Grys-Grys – To Fall Down

grys-grys - to fall down

La verità è che mi sono rotto il cazzo. Della musica, di stare dietro alle nuove uscite, di aspettare l’uscita dei dischi e poi ascoltarli, magari ripetutamente, per farmene un’opinione, discuterne via chat e scriverne qui. Too much monkey business. Tanto più che è pieno di gente che lo fa già, di discuterne e scriverne, e poi, come disse qualcuno, le opinioni sono come il deretano eccetera. La verità è che, come disse qualcun altro, la musica ha rotto il cazzo. La verità è che non è vero niente di tutto ciò.

Aspettavo questo disco da mesi, facendo un silenzioso ma assiduo conto alla rovescia per una data di uscita ignota fino all’ultimo e con l’incertezza di non poterne fruire nemmeno in maniera streamingzita. Verrebbe da chiedersi perché, e la risposta è abbastanza lineare: “Les Grys-Grys”. L’album di debutto dell’omonimo gruppo di Montpellier, uscito nel 2019 (ne avevo accennato qui), aveva sbancato, qualificandosi come uno dei migliori (il migliore?) album di suoni degli anni Sessanta, forte di una carica garagistica irresistibile, un coinvolgente entusiasmo esecutivo e un talento compositivo con pochi eguali. Al punto che nel giro di neanche due anni l’album è esaurito presso tutti i rivenditori (notizia che ha dell’incredibile in questo momento storico, ma che conferma nell’unico modo veramente inoppugnabile la qualità del disco), e l’indugio nel fare mia una copia del trentatré giri all’epoca della pubblicazione (l’album è uscito solo in quel formato, ed è rimasto in streaming per poco tempo; a dimostrazione che non ci si può fidare troppo) mi ha impartito una salutare lezione, nello spirito e nel portafoglio, quando ho tentato di recuperarne una, a quel punto di seconda mano: mai lesinare sul rock ‘n’ roll (e meno che mai sul rocchenròll), perché se ne perde, in qualità della vita e non solo. Su queste premesse, era naturale che il successore di quel grande lavoro di un gruppo esordiente fosse accompagnato da attesa spasmodica, con spasimo accresciuto dalla notizia del passaggio dei cinque francesi alla newyorkese Norton, etichetta che da tempo è garanzia di suoni rock ‘n’ roll (e dintorni) eccitanti e di qualità. Finché, a ciel sereno, lunedì 5 marzo ha fatto la sua comparsa nel mondo “To Fall Down”.

Si dice che non si può giudicare un libro dalla copertina, e questo albo di canzoni non fa eccezione: nonostante una foto in bianco e nero e una grafica minimale ne pongano il frontespizio ad un ideale crocevia tra “The Family That Plays Together” degli Spirit, “Back In The U.S.A.” degli MC5 e “Down By The Jetty” dei Dr. Feelgood, “To Fall Down” guarda con maggior decisione all’epoca della British Invasion e del freakbeat inglese, aumentando altresì il dosaggio di psichedelia. I suoni restano ruvidi e le chitarre irsute di fuzz spediscono gli ampli in Larsen più di una volta (quanti altri dischi usciti recentemente cominciano con trenta secondi di feedback?), ma la scrittura si spinge ad esplorare soluzioni più articolate, declinate in chiave di jam (sempre encomiabilmente contenuta: il brano più lungo, nonché l’unico dei dieci a superare i cinque minuti di durata, si arresta a 5:31), senza dimenticare le radici di ruspante rhythm & blues e le linee vocali un po’ trasognate. Come se l’influenza dei Creation e degli Who modernisti si fosse palesata d’un tratto, prendendosi il proscenio. E di tale sviluppo la scrittura ha risentito solo in parte, perché, se la foga dell’esordio è stata in parte accantonata, l’approccio leggermente più meditato suggerisce un’evoluzione del gruppo, che sperimenta soluzioni diverse senza smettere di suonare la musica che ama e senza perdere in qualità e credibilità. Sarà per questo che quella sorta di Tie Your Mother Down dei Queen girata garage che è So Long (già uscita come lato B di un 45 giri che ha smorzato l’attesa per il secondo album) non stona a fianco di una ballata sbilenca e martoriata da feedback e armonica come Watching My Idols Die, che un’urticante ed eccelsa rilettura a muso duro di Milkcow Blues (anch’essa uscita su singolo e forse il brano migliore del lotto) è contraltare ideale ad una By The River che si muove sui felici sentieri diddleyiani già percorsi dai Quicksilver Messenger Service, che una Mrs. Rampage in grado di proiettare minacciose ombre della knotte a suon di armonica sfrigolante e laceranti power chord slabbrati non riesce a mettere in secondo piano la conclusiva title-track, che nel laboratorio dei Flamin’ Groovies più selvatici mescola illegalmente il blu scuro del Jeff Beck di inizio anni ’70 con il rosso a sprazzi viola dei Creation. Senza dimenticare per strada una Turn My Head al crocevia tra Pretty Things e primi Kinks e una Tell Me schiettamente freakbeat, a creare un insieme omogeneo seppure delimitato da coordinate piacevolmente variegate, quantomeno per l’area sonora ed estetica di riferimento. Merito anche dei suoni, incisivi e diretti, in grado di non far rimpiangere i servigi prestati da Liam Watson (suo il suono di “Elephant” dei White Stripes) per il primo album.

In conclusione, “To Fall Down” è un disco valido, che cresce con gli ascolti (ma ne bastano già due per apprezzarlo) pur fermandosi al di sotto del suo incredibile predecessore, dal quale opportunamente differisce per scelte stilistiche. Resta da capire se, dopo il difficile secondo album, i Grys-Grys saranno in grado di confermarsi ai livelli più che buoni sinora mantenuti. Fermo che sarebbe meglio poterseli godere dal vivo, dove danno (darebbero; o daranno) il meglio di sé. Nel frattempo, il disco è uscito da più di una settimana e procurarsene una copia è ancora (o già) arduo. Due tragedie contemporaneamente.

Ce n’è abbastanza per voler cadere giù.

Doomotica: Here Lies Man – Ritual Divination

Le cose umane, si sa, procedono per ibridazione, più o meno consapevole, più o meno volontaria, e anche le forme espressive, come germinazione degli esseri umani, non si sottraggono a tale modus operandi. In musica, poi, l’ibridazione è la regola, quantomeno da quando, a metà del secolo scorso, le produzioni popular di matrice americana hanno conquistato il proscenio, e di ibridi variabilmente interessanti sono pieni gli annali della materia e non solo, spesso espressione genuina di commistione tra elementi vissuti parimenti in maniera identitaria, ma talvolta frutto di combinazioni obiettivamente poco felici.

Uno dei più recenti e interessanti esempi della materia è “Perpetual Divination”, quarto album degli Here Lies Man, quartetto di Los Angeles discograficamente attivo da un lustro e dedito ad una combinazione curiosa di rock mediamente hard e ritmi di matrice afrobeat o dub. Operazione curiosa ma a suo modo indovinata, soprattutto in quest’ultimo lavoro, uscito il 22 gennaio scorso, in cui la componente hard si ispessisce, ammantandosi di riff mastodontici di netta matrice sabbathiana, senza per questo perdere la componente ritmica schiettamente afrocaraibica. Sì crea così un amalgama sorprendente quanto riuscito, dove l’esuberanza percussiva convive perfettamente con la distorsione tossica della chitarra e gli inserti spettrali delle tastiere, a creare brani non necessariamente lunghi ma dal sicuro effetto ipnotico. Prevalentemente strumentale, e liricamente scarno anche nei brani cantati, “Perpetual Divination” allinea quindici divagazioni sull’asse Birmingham-Lagos-Kingston per oltre un’ora di musica magari ossessiva (nonostante i tempi siano costantemente medio-lenti) ma di grande fascino, che sia una Children Of The Grave girata afro come In These Dreams, la copula tra primi Judas Priest e Gregory Isaacs di Run Away Children, il funk pachidermico di I Wander o il garage nerissimo di Collector of Vanities. E suona benissimo, bilanciando alla perfezione la sezione ritmica e le sue esigenze motorie con l’impatto che si richiede a una chitarra dalla distorsione analogicamente tossica ma possente, senza sacrificare le tastiere. Un appunto si potrebbe muovere alla voce (o meglio, alle voci, atteso che quasi tutte le parti cantate sono corali, a ribadire, forse inconsciamente, il collegamento con il Continente Nero), poco pregnante sul piano emotivo e forse anche per questo lasciata in secondo piano nello spettro sonoro, ad aumentare l’effetto ipnotico-narcotico, ma il lavoro non ne esce pregiudicato nella sua notevole qualità. E resta il dubbio, ozioso ma immaginifico, di cosa sarebbe stato se, dopo il sesto album, Iommi e compagni avessero deciso di esplorare sonorità di matrice africana o caraibica.

Un disco che vale la pena provare, insomma, quantomeno per rendersi conto che in musica sono ancora possibili ibridi ulteriori e stimolanti. Perché di stimoli c’è sempre bisogno, figuriamoci adesso.

Solo l’ostile ci salverà: Evildead – United $tate$ of Anarchy

evildead - united states of anarchy

Difficile trovare un momento migliore per un gruppo thrash metal americano per pubblicare un disco del trascorso periodo preelettorale, governato dalle ben documentate tensioni sociali e dalle altrettanto note difficoltà nella designazione del nuovo presidente.

A chi può interessare, però, un disco di thrash classico suonato da un gruppo riformatosi praticamente per l’occasione dopo quasi trent’anni, con la formazione per quattro quinti identica? A praticamente nessuno, e infatti io stesso mi trovo a trattarne a distanza di troppo tempo dall’uscita, avvenuta il 30 ottobre (ducetto o scherzetto?). “Troppo” perché questo “United States Of Anarchy” è un commentario a caldo della situazione statunitense un attimo prima delle elezioni presidenziali del 2020, esplicito già dal titolo e dalla copertina del solito (terzo lavoro su tre album del gruppo) Ed Repka. I testi sono eloquenti in tal senso, come indicano il riferimento al dilemma tra scegliere “la puttana delle corporation” o “l’hombre cattivo” e l’espressa ancorché generica (?) accusa di essere “an American Mussolini“. È la musica, però, che contrasta con l’immediatezza del momento descritta dai testi e dall’immaginario, perché nei nove brani alligna un thrash metal letteralmente old school, totalmente classico ma al tempo stesso non revivalista. Primo, perché gli Evildead hanno debuttato nel 1989, quando il genere era all’apogeo, ed è quindi difficile e vagamente illogico accusarli di revivalismo. Secondo, perché il thrash metal nasce come forma espressiva che sputa in faccia alla società, in maniera diretta e brutale, gli orrori che essa genera, e dunque è intrinsecamente contemporaneo, nei suoni come nella funzione di denuncia. Suonare thrash metal nel 2020 ha lo stesso significato che poteva avere nel 1986: reagire a un mainstream musicale artefatto e vacuo sollevando, con un linguaggio accessibile a molti, numerosi veli di ipocrisia ammantati su nervi scoperti delle società occidentali (dalla diffusione della droga all’oppressione della religione organizzata, dalla devastazione ambientale all’insensato militarismo, dal potere incontrastato del denaro alla doppia morale pubblica e privata) attraverso la costruzione di immaginari distopici, e spesso realisticamente tali, di distruzione totale o di asservimento tecnologico, senza perdere l’occasione di spassarsela un po’ facendo casino, bevendo e pogando. E se i significati restano identici, anche le motivazioni non sono mutate, proprio perché i problemi denunciati in quel passato che costituì il periodo aureo del thrash si sono in alcuni casi mantenuti e in altri aggravati notevolmente; in questo contesto, un nuovo disco degli Evildead ha senso di esistere oggi come nel 1989, e questo la dice lunga su come è andato il mondo. Resta quindi da capire se avesse senso far uscire un disco in questo momento, inteso tanto in senso ampio, collettivo, quanto in riferimento al gruppo, e la risposta è doppiamente positiva.

Quanto al primo aspetto, è difficile dubitare che l’anno in corso sia (stato) un momento di enormi tensioni, in cui i problemi strutturali dell’organizzazione socio-economica dominante sono emersi prepotentemente in tutta la loro lacerante contraddittorietà. Quanto, invece, al secondo aspetto, fa impressione rivedere in azione un gruppo inattivo da decenni, a parte qualche breve reunion per concerti occasionali, in questo stato di forma. L’impressione, insomma, è che gli Evildead avessero veramente qualcosa da dire, qualcosa di legato a questa contingenza storico-politica, soprattutto in riferimento alla situazione statunitense. Ne è uscito un disco onesto, da tutti i punti di vista: i brani sono pochi e tutti ispirati, sorretti da riff classicamente thrash metal eppure non dalla struttura stereotipata. I testi denunciano, ancorché sovente in maniera generica e forse qualunquista, l’insensatezza del sistema elettorale (The Descending, peraltro ottimo singolo), il cinismo ipocrita della bigotteria (Word Of God), il delirio di onnipotenza dei governanti (Napoleon Complex; facciamo di un governante in particolare), la follia della corsa agli armamenti (A.O.P./War Dance), l’emergenza climatica (Greenhouse) e altre storture ormai incancrenite del sistema. Le ritmiche si assestano su tempi medi, complice anche l’età non più verde del batterista Rob Alaniz (e l’aver mantenuto in formazione costui, anziché sostituirlo con l’ennesimo ragazzino a suo agio nei panni del virtuoso da webcam, costituisce parte non piccola dell’impressione di onestà suscitata da questa rentrée discografica), per un risultato spesso non dissimile, per impatto e groove, dagli Anthrax di I Am The Law. La produzione è del veterano Bill Metoyer (che emozione leggere nuovamente su un retrocopertina la dicitura “Produced by…”!) e non eccede in finiture, lasciando, anzi, alcune sbavature sulla definizione sonora (la cassa della batteria è spesso distorta, ad esempio su Napoleon Complex, a dimostrazione che del trigger non si è abusato in studio), garantendo però impatto e compattezza senza sacrificare alcuno strumento, basso e cori in particolare. La copertina richiama in servizio la mascotte EvilFred, già presente sui due album precedenti, e affida al parimenti veterano Ed Repka l’illustrazione dello scenario caotico richiamato dal titolo e affrescato dalla musica. Un disco di thrash metal onesto e autentico, dunque, realizzato da chi ha fatto di questa musica una ragione di vita e la rispetta troppo per uscirsene con un album ogni due anni per pagarci le bollette, preferendo pubblicare qualcosa quando ce n’è veramente un motivo e a quel punto facendolo nel modo migliore possibile, avvalendosi dei migliori professionisti del settore disponibili. Un disco verace; questo è “United States of Anarchy”, commentario in diretta sugli Stati Uniti (chaos) A.D. MMXX ed ennesima riprova della ragion d’essere, e di continuare ad essere, del thrash metal, al di là di orchestre sinfoniche e aneliti post-adolescenziali all’età dell’oro.

Difficile dire se questo disco avrà un seguito. Ma forse, considerato che cosa rappresenta, sarebbe meglio se non ce l’avesse. Meglio poter passare oltre e (ri)trovare motivi per sorridere, senza farsi troppe domande. Forse sarà possibile, ma probabilmente no. Perché cambia il contesto circostante, ma non il circo contestante. Meno male.

Fa il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai: Steve Earle – Ghosts of West Virginia

La vita è un pantano, amiche e amici. Ma non fatevelo dire da me, che ho il culo piantato sulla sedia davanti a un computer; ascoltate chi di vita ne capisce veramente, ascoltate Steve Earle, il virginiano dagli occhi di ghiaccio che ha vissuto più di quanto si dovrebbe, perlomeno secondo gli standard occidentali.

Il suo ultimo disco, “Ghosts of West Virginia”, parla proprio di vita, quella dei minatori dei Monti Appalacchi che da sempre si spezzano la schiena estraendo carbone in condizioni spesso disumane. Lo fa dando voce alle emozioni di questa umanità irredenta ma resiliente, alle prese con difficoltà quotidiane difficilmente immaginabili per molti di noi eppure ricca di vitalità. Lo fa cantando del loro mondo, fatto di elementi identitari (Union, God and Country) e di una fatica quotidiana che è una condanna (Devil Put The Coal In The Ground), di miti collettivi (John Henry Was a Steel Drivin’ Man) e di destini scritti dalla nascita (Black Lung), di tenerezze piccole ma profonde (If I Could See Your Face Again) e di rabbia orgogliosa di chiamare le cose col loro nome (It’s About Blood). Lo fa con i suoni di quel mondo, il country, il folk e il bluegrass, occasionalmente ispessiti dalla solidità rock che i Dukes, il gruppo di musicisti che lo ha accompagnato per decenni, sanno garantire. Lo fa con testi struggenti, scritti senza giri di parole da chi non ha tempo per elaborare metafore ardite o atmosfere suggestive, perché ha storie da raccontare, storie di vita vera, di carne e ossa, di amore e morte, di qui e ora. Lo fa, come sempre, da outsider, incapace dell’ipocrisia di stare sempre con la ragione e mai col torto e pronto – anzi, ormai aduso – a pagarne le conseguenze, ad esempio schiaffando in copertina una carta geografica con nomi di luoghi e simboli di lavoro e di morte. Lo fa da par suo, con l’ennesimo album da incorniciare.

Probabilmente non è un caso che un disco del genere sia uscito nel 2020. O forse sì, chissà; bisognerebbe chiederlo a Steve ed essere pronti ad accettare la risposta di uno che, erede di Tennessee Ernie Ford e Woody Guthrie e ormai ben al di là di Springsteen, è l’ultimo (l’unico vero?) cantore dell’America profonda, quella che, come ha scritto Mauro Zambellini, dietro i grandi numeri fatica ad arrivare a sera.

Disco dell’anno e, finché le cose andranno così, di ogni anno.

La vita è il sale dell’ottimismo: Devon Williams – A Tear In The Fabric

devon williams - a tear in the fabric

“Uno strappo nel tessuto”: titolo perfetto per descrivere questo tempo di lacerazione del tessuto sociale umano. Sennonché il quarto album del cantautore californiano Devon Williams, uscito il 1 maggio scorso, non tratteggia orizzonti collettivi, bensì intimamente personali, visto che, a leggere le note stampa che accompagnano il disco, nei sei anni che hanno separato questo lavoro dal precedente “Gilding The Lily” al suo autore sono successe cose che cambiano la vita, come la morte del padre per malattia e la nascita di una figlia. Ma, dal momento che, nelle parole di T.S. Eliot, la critica onesta e l’apprezzamento sensibile sono diretti non al poeta ma alla poesia, il vissuto personale dell’autore non assume alcuna rilevanza in merito alla qualità dell’opera, e dunque bisogna concentrarsi sul disco, che di qualità ne ha da offrire non poca.

Sembrerebbe che questa forma di pop cesellato venga incasellato come riproduttivo degli stilemi del pop anni Ottanta, ma c’è da dire che in questa temperie spintamente revivalista di quel decennio basta un sintetizzatore qui e là, un po’ di chorus applicato a chitarre pulite e risonanti nonché una certa dose di riverbero aggiunto ai suoni della batteria per classificare la proposta come “ottantiana”. Mi pare, quest’ultima, un’etichetta applicata con imprecisione in questo caso, perché, se è vero che la scelta sonora di Williams rimanda a certe soluzioni di formazioni come Prefab Sprout e China Crisis, nondimeno il contesto melodico che informa la scrittura trascende quell’epoca, citando anche il jingle jangle sessantiano, certo country e l’intimismo cantautorale di inizio anni Settanta. Insomma, quello di “A Tear In The Fabric” è pop nella più piena accezione, influenzato dal suo passato ma intenzionato a rivolgersi all’epoca presente; risultato che ottiene, peraltro, con uno dei più tipici artifici della musica popular: parlare di sé per esprimere sentimenti universali, nel tentativo di produrre risonanza emotiva in un uditorato di, potenzialmente, qualunque epoca. Solo il miglior pop ci riesce, e questo disco non ci va troppo distante.

Probabilmente per la qualità della stesura melodica, che cattura senza eccedere, e per la trama essenzialmente asciutta dei brani, nonostante l’uso di una strumentazione mediamente articolata (frequenti sono le sovrapposizioni di chitarra acustica ed elettrica, quest’ultima sempre pulita, su drappeggi di sintetizzatori); o forse per la voce così naturale di Williams, apparentemente monocorde ma capace di suonare autenticamente confessoria e di portare l’occasionale sollievo psicologico che i rimuginii esistenziali dopo un po’ richiedono. In ogni caso, la finestra aperta da questi dodici brani sul mondo interiore del loro autore invita ad affacciarsi e osservare il paesaggio, per scorgervi, volta per volta, le nuvole che si addensano (la title-track, condita dagli aromi agresti forniti da una lap steel discreta ma evocativa), una faccia amica (Out Of Time, che si potrebbe persino definire springsteeniana), foglie gialle portate dal vento (In Babylon), placide onde che al tramonto accarezzano la battigia con spuma dorata (il quasi power pop di Deadly Turn) o chissà cos’altro, scorci kinksiani, Waterboys protetti dal polistirolo o magari perfino degli Anathema depotenziati. Visioni dai colori tenui e tuttavia screziate, con il vantaggio che, nonostante le atmosfere siano principalmente intimiste e malinconiche, si scorge sempre una sensazione di speranza latente, di fiducia nella capacità di mettere tutto in prospettiva e saper affrontare le sfide man mano che si presentano e per quello che sono: emblematici al riguardo due inserimenti sonori, rispettivamente un estratto di No More Rock n’ Roll di Clifford T. Ward alla fine di A Tear In The Fabric e un tenero richiamo ai genitori di una voce di bambina, forse proprio la figlia di Williams, in Peace Now?. Malinconia serena, ecco cos’è “A Tear In The Fabric”, parto di un musicista non professionista che ha qualcosa da dire su di lui e (quindi) su di noi.

Malinconia, ma anche serenità. Proprio quello che ci serve, adesso che la tela è lacerata.

Punk per focaccia: X – Alphabetland

x - alphabetland
Nel rock ‘n’ roll ventisette anni sono una vita, anche tra un disco e il suo predecessore, ma nel caso degli X un simile iato sorprende fino a un certo punto: troppo integra, infatti, la vicenda del quartetto losangeleno per poter pensare di contaminarla con uscite inutili. Punk, un tempo, significava anche integrità, e Exene Cervenka, John Doe, Billy Zoom e Dj Bonebrake, nuovamente insieme, lo sanno bene; come sanno che punk per decenni ha significato penuria di mezzi, se si deve dar credito alla recente rivelazione del chitarrista, secondo cui il segreto per una lunga carriera è non guadagnare abbastanza da poter andare in pensione. Problema diffuso oggigiorno, e per dei punk redivivi nientemeno che fiche di partecipazione; ma sarebbe sbagliato liquidare la reunion della formazione originale del più grande gruppo punk che L.A. abbia mai conosciuto come un nuovo declino della civiltà occidentale versione filthy lucre live, anche perché in tal caso difficilmente si sarebbe arrivati al parto discografico dopo trentacinque anni da quel “Ain’t Love Grand” che, inclinando parzialmente verso suoni più levigati e hard, sembrava chiudere più che degnamente la vicenda discografica degli X prima maniera, consegnandola a due ulteriori ellepì dignitosi ancorché anodini (l’ultimo “Hey Zeus!”, del 1993). E se è sempre difficile relazionarsi con simili rientri in scena, a maggior ragione cercando di mantenere il giusto equilibrio verso scelte apparentemente spregiudicate e dettate da ragioni finanziarie, è nondimeno corretto segnalare quando il prodotto di tali operazioni è (più raramente che non, ancor più incredibilmente che non) eccellente. E proprio questo è il caso.

“Alphabetland” sarebbe dovuto uscire ad agosto per la Fat Possum, ma, vista la situazione epidemiologica che costringe mezzo mondo a casa, il quartetto ha pensato di anticiparne di quattro mesi l’uscita, dandolo improvvisamente in pasto al pubblico senza alcun preavviso il 22 aprile scorso. Senza peraltro consegnarlo ai giganti dello streaming, ma affidandolo al solo BandCamp, con la possibilità, oltre che di ascoltarlo gratis, di comprarlo. Chissà quanti lo faranno; ma tutti coloro che decideranno di investire la non elevata somma si porteranno a casa un lavoro di qualità davvero elevata. Non ai livelli del capolavoro “Los Angeles”, beninteso, ma perfettamente in linea con il rock ‘n’ roll urticante e pensante che gli X hanno sempre messo sul piatto ed anzi potenzialmente il loro miglior disco da quell’epocale debutto che costituisce tuttora un manifesto del punk. Merito di un’acquisita maturazione strumentale e vocale, oltre che della presenza di idee, entusiasmo, esperienza e consapevolezza; gli ingredienti necessari per una rentrée discografica che produca qualcosa di rilevante, e qui ci sono tutti.

A cominciare dalla copertina, che impianta sullo sfondo di una figurazione agreste in stile impressionista un logo dai colori assai simili a quelli di un certo motore di ricerca; contraddizione visiva a cui è sottesa la valutazione che qualcosa non funziona in questo mondo preso a metà tra i due estremi. I testi si incaricano di rilevarlo, come quello di Water & Wine, ma è la forza d’urto complessiva del quartetto che non passa inosservata: undici pezzi di rock ‘n’ roll fatto come va fatto, due minuti di ampli a palla e la Gretsch di Billy Zoom che come al solito fomenta gli istinti bradi di punk e greasers indistintamente (ancora Water & Wine; stavolta l’assolo, capace di richiamare dalla tomba Chuck Berry, Cliff Gallup e Link Wray), mentre Exene Cervenka (sicuramente la più influente figura femminile del punk americano) e John Doe si scambiano duetti come se trentacinque anni fossero un battito di ciglia, con un brano che sconfina nell’hardcore (Delta 88 Nightmare) e due episodi inusuali (il simil-funk di Cyrano deBerger’s Back e il recitativo su base pianistica della conclusiva All The Time in The World) a variegare un assalto altrimenti serrato ininterrottamente. Tutti ultrasessantenni e giustamente viaggiano tutti in sesta, senza lesinare nulla in energia e coinvolgimento. Un miracolo, nientemeno. Punk fatto come si deve: perché si ha qualcosa da dire e si ha urgenza di dirlo; e chi ha più urgenza di quattro anziani musicisti in un’epoca di pandemia?

Sono passati quarant’anni, e i telefoni ormai non si riappendono quasi più, ma davanti a un disco come “Alphabetland” è impossibile essere off the hook. Possa vendersi come il pane; come il pan croc.

Quando arrivi all’ultima pagina, chiudi il libro: Lucifer – Lucifer III

lucifer-lucifer III

Senza mezzi termini: una delusione. Il terzo LP dei Lucifer, sagacemente intitolato “Lucifer III”, è uscito lo scorso 16 marzo, e ripropone il metodo già adottato per il lavoro precedente, faccenda del 2018 e sagacemente intitolato “Lucifer II”: registrazione all’home studio di Nicke Andersson, aggiunta alla chitarra di Martin Nordin (bassista dei Dead Lord e ormai membro stabile della formazione), scrittura e immagine saldamente in mano al poliedrico batterista. Il risultato, però, sa di stanchezza e stasi: non un riff memorabile; non una melodia veramente incisiva, nonostante si senta la mano di Nicke su buona parte di esse; la voce di Johanna Sadonis usata in maniera inefficace, spinta su atmosfere blues nonostante un timbro che meglio si attaglierebbe a toni bassi e un semi-recitativo capace di evocare atmosfere arcane, anziché ad acuti e coloriture; l’influenza di Blue Öyster Cult e Kiss, punti di riferimento del principale compositore, ormai fuori controllo, che fagocita quanto restava del feeling oscuro ed esoterico che aveva caratterizzato il gruppo nei primordi.

Ne rimane un hard rock pulito e melodico, indebitato fino al collo con gli anni Settanta ma incapace di ergersi oltre i modelli di riferimento anche sul piano compositivo. In fase di scrittura, invero, il calo di ispirazione rispetto al disco precedente, che pure seguiva le stesse coordinate, è impietoso. Restano la produzione, al solito ottima e ottimamente bilanciata; gli assoli di chitarra, mai autoindulgenti e sempre adeguati nell’arricchire i brani; e la scelta di inserire nella copia in vinile una bustina con il CD, utile per ascolti con scopi diversi e in sedi diverse. Voto buono ma non elevato per la copertina, allegorico affresco alla BÖC ma privo di tutti i riferimenti esoterici e del potenziale immaginifico del geniale gruppo newyorkese. Quanto ai brani, il singolo Leather Demon per un po’ rimane nella memoria, ma il resto ha il fiato corto sin dai titoli. Insomma, una delusione.

Potrebbe andare avanti così per anni, perché la formula funziona e dal vivo il gruppo offre uno show degno di questo nome, ma a livello discografico una riflessione si impone. Magari è solo un passo falso. O, più probabilmente, il matrimonio con il Principe delle Tenebre era solo morganatico. Sentiremo; per intanto, tempus regit actum, e l’actus poteva essere consumato in ben altro modo.