Chiunque pronunci la parola “imbecille” è certissimo di non esserlo: Sheet Mag – Need To Feel Your Love

sheer mag - need to feel your love

Venerdì sera ho suonato hardcore punk in uno spazio okkupato con indosso una maglietta effigiante la calvizie elettrica di Marinetti. Volevo vedere se il ’77 è passato davvero e la verifica ha dato esito inequivocabilmente positivo, se si deve giudicare dalla reazione piatta, o meglio la non-reazione, degli astanti, e resta tuttavia il dubbio se essa derivi da tolleranza, indifferenza o ignoranza. Ma, riguardando la questione da un altro punto di vista, la risposta al dubbio di cui sopra sarebbe di segno opposto, e sempre per fatti occorsi quella sera.

Poco tempo prima che cominciasse il concerto, avvistata in fondo alla sala una cesta contenente pochi dischi, mi recavo ad ispezionarne il contenuto. Scorrevo così la successione di 12″, disilluso e poco convinto che si potesse ivi celare qualcosa di diverso da mediocri proposte di hardcore punk, richieste dal tenore dalla serata e dall’aspetto del venditore e alle quali fin troppo spazio consento di occupare sugli scaffali. Nell’operazione mi imbattevo in una strana e oscura copertina, dai contorni granulosi e raffigurante un aereo in volo da un cielo nero verso l’unico sprazzo di schiarita, e con nell’angolo in alto a sinistra (visto che il Settantasette non è finito?) un logo puntuto di chiara ascendenza metallara. Strano reperto, in quel contesto anti-sistema e schierato anche esteticamente, eppure a suo modo accattivante, con quell’improbabile foto del gruppo sul retro, quattro capelloni dall’aria spostata attorno ad una corpulenta ragazza dalle sembianze nerd, il tutto in bianco e nero puntinato stile Roy Lichtenstein dei poveri. E poi quel nome mi diceva qualcosa, si richiamava a qualche lettura fatta tempo addietro chissà dove, magari in un sito di recensioni, o magari in qualche chat dei social in cui si scatena l’hype e si adegua la mission alla vision. La seconda, senza dubbio. Come che sia, mi facevo vincere dalla tentazione e dall’intuito e lasciavo nelle mani di colui che si scoprirà poi essere il chitarrista dei romani Education, quartetto dedito a un pregevole post-punk, ancora piuttosto punk ma già oltre quanto a ombrosità ed estetica (per sincerarsene ci si rechi qui), una cifra elevata per il contesto, ma non superiore al prezzo di vendita praticato mediamente nei negozi, in cambio di “Need To Feel Your Love” degli Sheer Mag ancora incellofanato, concedendomi persino il lusso di scialacquare i due euro residui in una birra per la Causa. LP griffato Toxic Shock Records senza uno straccio di anno di pubblicazione o di informazioni di sorta sul gruppo o l’etichetta, e il mistero fitto (in epoca di cyber-security, capirete, son soddisfazioni) stuzzicava ulteriormente la curiosità, e il manufatto doveva sopravvivere ai perigli usuali di simili contesti per riuscire infine a girare sotto la puntina, ad un’ora imprecisata del tardo mattino seguente. Colpendo già al primo ascolto, e la curiosità si rivelava allora ben riposta.

Il debutto sulla lunga distanza dei Sheer Mag, quintetto di Philadelphia, arriva nel 2017, dopo una serie di singoli, raccolti in un’omonima raccolta del 2016, e vede un gruppo maturo a livello compositivo nonostante la recente formazione, impiantato saldamente nei suoni tradizionali del rock ma deciso a rendere quella formula attuale, attualissima per corpi e soprattutto cervelli odierni. Scelta ribadita costantemente e anche nel contegno “impegnato ma non troppo”, del quale è esempio esplicativo la scelta di non munirsi di istromenti social. La rivoluzione deve venire da dentro, sembrano dire i nostri, ripartendo da ciò che ci lega gli uni agli altri uti singuli prima ancora che uti socii, e di qui il titolo del disco, ad un tempo preghiera e proclama per un mondo migliore. Che già il disco, pur con tutti i suoi limiti, riesce a realizzare, per quanto nelle sue possibilità ontologiche.

Ascoltare “Need To Feel Your Love” è come sintonizzarsi su una radio FM dell’America di metà anni Settanta, in cui il formato aor (non ancora genere musicale) consente di passare brani di durata non stereotipata e playlist stilisticamente variegateE lo è vieppiù in ragione della produzione, volutamente lo-fi e garagistica pur in un contesto che richiederebbe rifiniture e dettagli. Ma si tratta di una scelta che ha la sua coerenza, per così dire, politica, perché mossa dalla consapevolezza che l’ascolto di quelle stazioni radio avveniva su sgangherati apparecchi dai minuscoli e gracchianti altoparlanti, magari collocati in ambienti rumorosi, e dunque per arrivare alla massa occorre calarsi nel suo modus operandi, arrivando persino a comprenderne la fisiologica frammentazione in fazioni che fra loro si guardano in cagnesco e tentando di ricompattarle verso l’obiettivo comune del rock ‘n’ roll sorretto da ideali. Operazione che non ha nulla di filologico, prefiggendosi piuttosto una riedizione per contesto contemporaneo di quello spirito di esplorazione che allignava nella creatività musicale del tempo; tentativo senz’altro complesso e non privo di contraddizioni e tuttavia lodevole per lo sforzo di recuperare una dimensione di identificazione collettiva quantomeno sul piano sonoro.

Dicevamo che sembra di ascoltare una radio you essay di metà anni Settanta attraverso un apparecchio nihon di metà anni Settanta, e la scaletta non lascia delusi in tal senso, ché sembra di voltare pagina ad ogni brano, perché l’apertura con il boogie ad alto voltaggio di Meet Me In The Street chiama in causa Thin Lizzy e AC/DC, ma già dalla seguente Need To Feel Your Love sembra di stare in un disco di Dionne Warwick, e se Just Can’t Get Enough è un mosso power pop di eccellente fattura la cui paternità non sarebbe strano ricondurre a Paul Collins e Expect The Bayonet l’hit che i Blondie non scrivono da ormai troppo tempo, Rank And File spinge come se alla chitarra ci fosse il Mick Ronson dei tempi d’oro e Turn It Up è hard rock tagliato con l’accetta e maleducato come si deve. E siamo solo al lato A; il verso, se pure simile per eclettismo e leggermente calante in qualità, offre comunque spunti notevoli: la gita al Sud a base di intrecci di chitarre e ritmi saltellanti di Suffer Me, la disco con gusto stile Re del Pop di Pure Desire, il boogie sbarazzino e agrodolce di Can’t Play It Cool e, a chiudere, una sorniona rosa bianca metaforicamente deposta sul memoriale di Sophie Scholl. Una bella lezione di indipendenza di giudizio (cos’è l’eclettismo, dopotutto?), integrità ideologica  e tolleranza in poco più di quarantadue minuti. Più hardcore di così ci sono solo dischi brutti.

P.S.: le principali recensioni del disco disponibili online, soprattutto quelle in inglese, insistono sul fatto che gli Sheer Mag riescono a riabilitare moralmente l’hard rock degli anni Settanta, preservandone la forza d’urto ma annullandone il sessismo. A discorsi del genere la critica mainstream non è nuova (ad esempio, nei tardi anni Novanta altrettanto potere taumaturgico era riconosciuto agli Smashing Pumpkins) e, scambiando la causa con l’effetto, dimostra come il politically correct abbia ormai avvelenato quasi completamente il senso critico, anche in chi per lavoro dovrebbe dimostrarsi abile e aduso a storicizzare. Peccato. Nella speranza, pur flebile, che si tratti di intenzioni preterintenzionali, passiamo oltre e godiamoci il disco. I dischi.

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Gimmick danger: The Morlocks – Bring On The Mesmeric Condition

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I Morlacchi sono tornati, cremosi e rustici come sempre. Li capitana, al solito, Leighton Koizumi, un metro e novanta per forse settanta chili di nippo-americano con capelli a fungo e apertura orale che Steve Tallarico lèvati. Tornato alla vita e ormai residente europeo dopo essere sparito dalla circolazione per un decennio ed infatti dato da più parti per morto. Si scoprì poi che, nel momento più grave della sua dipendenza da eroina, aveva sparato ad uno spacciatore in Messico durante l’acquisto di una partita di droga e aveva trovato alloggio decennale nelle locali galere, e ditemi voi se non sembra la trama di un film di Tarantino o Rodriguez. Leggenda metropolitana o meno che sia, aggiunge al fascino inquietante di un personaggio che, tra i prime movers del revival garagista degli anni ’80, prima con i Gravedigger V e poi proprio con i Morlocks, si candida ora a plausibile successore di Iggy Pop nel ruolo di rettile del rock ‘n’ roll, e pazienza se la fama sarà una frazione di quella dell’originale. Iguana no, lucertola meno ancora; facciamo camaleonte, un leone che striscia a terra, che sa cambiare colore per adattarsi all’ambiente e che all’occorrenza stende la preda aprendo fulmineamente la bocca. Sì, il Camaleonte ci sta.

Tutto questo preambolo per dire che Leighton Koizumi è i Morlocks, e che i Morlocks sono tornati. Rompendo un silenzio discografico decennale (“Easy Listening For The Underachiever”, stampato per i tipi della nostrana Go Down Records, una faccenda del 2008) e con una formazione completamente rinnovata che sembra una barzelletta (chitarrista e bassista tedeschi, altro chitarrista italiano e batterista olandese) ma il cui modo di suonare non ha nulla di risibile, il 31 agosto scorso il gruppo ha pubblicato “Bring On The Mesmeric Condition”, il suo sesto LP, se accogliamo la teoria per cui “Submerged Alive” sarebbe in realtà un disco di studio con posticce grida del pubblico. La forma è quella dei tempi migliori (?), e la linfa portata dai quattro nuovi membri, alcuni facenti parte del gotha della scena garage europea, ha galvanizzato la ditta Morlocks, che, tra la furia MC5 di Bothering Me, l’omaggio alla tradizione di No One Rides For Free (dal vivo presentata con l’eloquente chiosa “ass, grass or cash“) e la torbida pantomima stoogesiana di Heart Of Darkness, produce l’album stilisticamente più vario ma musicalmente più coeso della sua lunga carriera. Chiaro, un disco del genere (in tutti i sensi) non cambierà la vita a nessuno, e la sensazione di pericolo che potevano suscitare “Emerge” o “Submerged Alive” è da lungo svanita, ma è bello sapere che i Morlacchi sanno ammorbare ancora come si deve. Invero un ascolto, anche solo distratto (complimenti se ci riuscite), sarebbe un ottimo modo per omaggiare un uomo e una formazione che più credibilmente e ostinatamente di altri e altre hanno fatto del rock ‘n’ roll la propria ragione di vita. Sempre che non vi innamoriate anche voi della op art in copertina, e allora sarà l’inizio di un tête-à-tête a dodici pollici e trentatré giri.

Dal vivo, ovviamente, la resa del materiale è decuplicata: la combinazione chitarra pulita-chitarra fuzzolente (il vero asso nella manica dei Morlocks) potentissima ma in grado di consentire articolazioni sonore senza affogare i brani in un marasma  ultradistorto che li rende indistinguibili l’uno dall’altro (uno dei problemi principali dei gruppi dell’underground); la batteria una perversa scarica di adrenalina e, all’occorrenza, un motore di morboso groove; la voce di Leighton Koizumi un urlo ferino e ferito ma anche un sensuale rantolo da corteggiamento bestiale. Esperienza ovviamente consigliata (a me è capitata una settimana fa e devo ancora riprendermi), ma questo si poteva immaginare. Ma, al netto dei consigli, senza la condizione mesmerica da portare sul palco, a gente de(l) genere non resta nulla, neanche una ragione di vita. E dunque una volta di più la si faccia entrare, questa maledetta condizione mesmerica. Ce la meritiamo, razza di animali da salotto che siamo diventati.

Summer’s almost gone…

…e quindi sono stato a fare scorta. Eccone il resoconto, con l’avvertenza che da queste parti, un centinaio di anni fa, Hemingway veniva ferito in combattimento, e che quindi write drunk, edit sober resta un’opzione perfettamente in linea con il genius loci. Si parte.

Heart – Heart
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Solo per rimpiazzare la mia copia vinilica, una stampa portoghese comprata per due soldi alla Feira da Ladra anni addietro. Perché certe cose suonano meglio se sanno di plastica, si sa; e se non lo si sa, basta guardare la copertina, che da sola vìola come minimo il Protocollo di Kyoto. Ma che suoni, signori! Una glassa, di quelle capaci di coprire il gusto se non si fa attenzione con i dosaggi, rilega il tutto, conferendogli quella patina affascinante che avvince inscindibilmente immagine, suoni e musica, legandoli al periodo storico di emissione. Ma la musica è il fattore dirimente, ed è qui di alto livello, non un brano meno che di immediata memorizzazione grazie alle corde vocali seriche e alla performance stellare della solita Ann Wilson nonché a una scrittura che saggiamente chiede aiuto all’esterno, conscia che le buone idee non sono monopolio di alcuno e meno che mai a Seattle. Sulle fortune commerciali del Cuore numero due vi rimando a fonti più competenti, significando, tuttavia, che ci troviamo in zona podio dell’aor e che l’opera di Ron Nevison in fase di produzione, uno per cui la qualifica di esperto dello studio di registrazione è alquanto riduttiva, tocca qui uno dei suoi apici. E sì, per larghi tratti suona meglio in CD (ma i mixaggi delle due stampe analogica e digitale sono rilevantemente diversi, senz’altro in Never; ascoltare per credere). Nove corrusche istantanee dalla scala mobile che rallenta; magari l’ha fatto anche per fermarsi a contemplare Ann e Nancy. Tira più un eccetera eccetera.

Kinks – The Ultimate Collection
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Prima sorelle, ora fratelli. Cos’altro si può aggiungere sui due Davies che non sia stato già scritto o detto? Nulla. Solo, onestamente, che, per quanti non si scoprano hardcore fan e si sentano quindi in dovere di procurarsi la cospicua opera omnia dei quattro inglesi, questa doppia raccolta è uno dei migliori modi, se non il migliore, per divenire membro onorario della K.I.N.K.S. Appreciation Society KBE. Dentro vi sfilano quarantaquattro dei brani più celebri dei Kinks, e alla lista manca davvero poco, anche se i dischi “narrativi” della seconda metà degli anni Sessanta sono nel complesso sottorappresentati (un titolo su tutti: Drivin’ da “Arthur”). Ma lagnarsi non è possibile, ché qui si hanno le radici del nostro bitt (Death Of A Clown, ma senza struggimenti, perché un fiore appassisce quando pensa all’autunno) e del Brit pop (negli “and I see you and you see me” di Wonderboy gli omofoni di She’s Electric degli Oasis con venticinque anni di anticipo), del garage (All Day And All Of The NightI Gotta Move e tutto il resto) e dell’hard rock (You Really Got Me; mi spiace, Eddie e Alex: vincono loro, Ray e Dave), e più in generale molteplici delizie di prim’ordine selezionate accuratamente. E scusate se è troppo.

Down – NOLA
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Né più né meno che un classico realizzato da una formazione classica. “I Black Sabbath alle prese con l’umidità della Crescent City” (espressamente omaggiata nel titolo) potrebbe essere un buon riassunto del contenuto, ma peccherebbe per difetto, omettendo di dar conto del grande balzo in avanti che questo dream team formatosi quasi per caso è riuscito ad imprimere ad un genere, il doom metal, altrimenti arroccato in vizze ancorché fascinose coordinate tralatizie. Si potrebbe dire che con “Nola” si passa definitivamente (?) dal doom allo sludge, che non a caso significa “fango” e qualcosa sul genius loci del luogo di provenienza del genere deve pur dircelo. Senonché non si tratta solo di importanza storica (anno 1995), perché il disco è un capolavoro di composizione hard ‘n’ heavy, riff elefantiaci che progrediscono con insospettabile leggiadria e intenzioni viceversa chiaramente bellicose, mentre l’ugola di Phil Anselmo si produce in una prestazione che è non solo l’ultima cantata (dal verbo “cantare”) della sua carriera, ma anche una delle migliori in assoluto. E c’è persino spazio per un singolo, Stone The Crow, da dare in pasto alla Generazione X che vagheggia di andare oltre ma che, quanto al rock, più di un aggiornamento di punk e metal non ha saputo realizzare. Brutte notizie, peccatori: il Messia è tornato. Sta a Nòrleens, fuma Blue Dream e madido di sudore ondeggia mollemente la testa, sorridendo beota ai nipotini di Tony Iommi. Pentitevi finché siete in tempo.

Sleep – Sleep’s Holy Mountain
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Come sopra, ma stavolta siamo nella California del nord, il cui clima è un toccasana per certune realizzazioni botaniche. Niente allucinazioni desertiche da sole rosso, dunque, né frenesia futurista da valle del silicio. Qui dominano rigogoglio umido e lunghe ombre sinistre, proiettate da oggetti di cui non si intravede l’esatta forma ma pur sempre in grado, all’occorrenza, di coprire ogni raggio di luce di provenienza esterna. Si tratta perlopiù di paesaggi dell’anima, resa ricettiva come sappiamo e meno male ché i nostri sono solo in tre. Riff oscuri ma inconfondibilmente bluesy, controtempi ritmici bene assortiti, sui tamburi tocchi ora felpati ora squassanti stile Ward, misticismo lirico, esperimenti con pedali ed effetti chitarristici; ma soprattutto tempi e spazi dilatati, a preconizzare il delizioso delirio del seguente ed eloquente “Dopesmoker”. In breve: lo stoner parte da qui.

Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda
herbie hancock - fat albert rotunda
Dipartita dal variegato jazz (vicino all’hard bop prima, sperimentale con Miles Davis poi) dei Sessanta, in anticipo sull’elasticità funkeggiante dei primi Settanta e ben lungi delle sperimentazioni elettroniche che verranno e porteranno a Herbie Hancock grande successo, “Fat Albert Rotonda” nasce come colonna sonora per “Hey, Hey, Hey, It’s Fat Albert”, un lungometraggio ibrido di animazione e attori dal vivo incentrato su Fat Albert (da noi Albertone), nero corpulento e sorridente che interagisce con i suoi amici in avventure picaresche e slapstick, come pure con Bill Crosby in carne ed ossa, che presenta lo show e doppia i personaggi. Quando Hancock pubblica il disco corre il fatidico 1969 e si sente, perché frequentemente i fiati starnazzano e si imbizzarriscono sul groove granitico e gommoso allestito dal basso e soprattutto dalla batteria di Albert “Toothie” Heat, e neanche le divagazioni del leader al piano elettrico, il marchio Warner Bros. e la produzione di Rudy Van Gelder riescono a tenere fuori dal disco la ruvidezza delle strade del ghetto, da cui, del resto, questa musica trae la prima e principale ispirazione. Ne escono trentotto minuti strumentali di funk-jazz intenso e trascinante, con occasionali aperture soul e l’atmosfera di creatività poliedrica della cultura nera di quel periodo restituita intatta nel fermento e nel fascino. Potrebbe quasi essere un disco da isola deserta; Cantaloupe, naturalmente.

Alice In Chains – Dirt
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Ne torno nuovamente in possesso, dopo che una furia destruens di qualche anno fa mi aveva spinto a liberarmene incerimoniosamente senza reale motivo. Sul contenuto non c’è molto da dire, se non che è il solito classico del rock anni Novanta, talmente perfetto da sembrare un greatest hits. La disperazione si sente meno che su “Facelift” e sul seguente “Jar Of Flies”, ma l’afflato emotivo nella voce di Layne Staley è tutt’altro che assente o finto. Se proprio vogliamo muovergli una critica, diciamo che suona troppo “leccato” e da classifica e troppo poco terroso e terreo. Ma io non me la sento, onestamente; non oggi, quantomeno. E in ogni caso questo è il periodo giusto per fare proprio un nuovo disco degli Alice In Chains, nuovo o meno che sia.

Johann Sebastian Bach – Concerti Brandeburghesi 1-6 – Musica Antiqua Köln, Reinhard Göbel

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Al tempo di pubblicazione, anno Domini MCMLXXXVI, questa edizione dei sei Concerti Brandeburghesi destò grande scalpore per l’inaudita velocità esecutiva con cui gli spartiti bachiani venivano riproposti, tanto che non poche critiche piovvero in capo all’ensemble coloniese e, soprattutto, al suo giovane ma già famoso direttore, Reinhard Goebel. Si rimproverava a costui un’esecuzione eretica, inutilmente ed ottusamente virtuosistica, lontana da ogni canone filologico della tradizione interpretativa del corpus forse più elevato del barocco. Una volta di più, però, il tempo è stato galantuomo, ed oggi si riconosce pacificamente alla versione “anfetaminica” dei Musica Antiqua Köln il valore di spartiacque esecutivo, rispettoso del rigore filologico ma al tempo stesso capace di conferire nuova linfa all’approccio interpretativo libertario inaugurato da Karl Richter a Monaco nel 1964, valorizzando al massimo la forma del concerto in tre movimenti (a parte la controversa decisione di includere anche il quarto movimento “Minuetto – Trio I – Polacca – Trio II” del primo Concerto, da taluni ritenuta un’aggiunta apocrifa), secondo gli intendimenti originari dello stesso Bach, e consegnando ai posteri una pietra miliare nella storia dell’esecuzione del repertorio barocco, incorniciata da una resa sonora di altissimo livello (merito della ristampa della serie Masters della Archiv, che incrementa ulteriormente il già alto nitore dell’edizione originale in digitale; avendo ascoltata anche quest’ultima, concessami in prestito tempo addietro, sono in grado di fare alcuni paragoni) e da un libretto in tre lingue esaustivo sulla genesi dell’opera e le scelte filologiche dell’esecuzione. Ma questa è la parte tecnica; per quanto riguarda la restante parte, mi congedo osservando che, limpida e rigorosa, virtuosa ed emozionante, la musica dei Concerti Brandeburghesi riflette l’anelito trascendente che spesso, per non dire sempre, mosse Bach alla composizione. Comporre musica per avvicinarsi il più possibile a Dio; un movente su cui, in tempi di streaming, potrebbe essere non inopportuno riflettere.

MC5 – High Time
mc5 - high time

Un orologio rotto segna le cinque. L’ora del tè, anche a Ann Arbour, Michigan. Quando si interrompe ciò che si sta facendo, che sia la rivoluzione o altro, e ci si raduna in un salotto per bere una tazza e conversare. Passa-tempo alto, appunto. Come questo scorcio di 1971, la rivolta ormai sedata ed anzi in larga parte collassata su se stessa e il ripiegamento delle rivendicazioni dal piano collettivo a quello individuale. Cose già note dalle parti degli MC5. Ma questo colpo di coda finale, al netto dell’amarezza nel vedere la band più riottosa d’America imborghesirsi sino ad implodere rapidamente, è un saggio di rock ‘n’ roll bruciante nell’impeto e nell’afflato emotivo, forse proprio per la consapevolezza della sconfitta, ma stilisticamente capace di spingersi oltre all’elaborazione precedente (la marcetta fiatistica che chiude gli oltre sette minuti di boogie indiavolato di Sister Anne, il gospel che incontra i Lynyrd Skynyrd di Baby Won’t Ya, i Bad Company a passeggio nei giardini della mente di Future/Now, il free jazz ‘n’ roll per cavernicoli della conclusiva Skunk (Sonicly Speaking)), dimostrando che anche tra i rivoluzionari signori si nasce e gli MC5, modestamente, lo nacquero. “Kick Out The Jams” è il documento storico del Sessantotto che sappiamo e “Back In The U.S.A.” il successivo riuscitissimo ritorno a casa, ma di stare senza “High Time” non ne vale la pena.

Pretty Things – S.F. Sorrow
pretty things - s.f. sorrow
Il primo concept album inequivocabile che gli annali del rock ricordino (dicembre 1968; Tommy chi, quello del maggio del ’69?) vede i Pretty Things staccarsi dai fragorosi lidi di alcolico rhythm & blues che alla metà del decennio li avevano visti crescere ruspanti ma validi adepti di Animals e Rolling Stones per avventurarsi in mari in cui domina ormai la scoperta della psiche umana e delle sue tortuosità. Infatti la musica di “S.F. Sorrow” è lontana anni luce dal selvaggio jungle beat del passato e si ammanta di coltri cangianti, ora spesse ora impalpabili ma sempre evocative ed ammalianti, per narrare la storia di Sebastian F. Sorrow, uomo qualunque d’Inghilterra costretto ad attraversare abissi personali a loro volta incastrati in, o direttamente causati da, catastrofi storiche e proprio per questo condannato a vagare nella vita privo di ogni speranza e senza nemmeno ricordare come ci è finito, in questa situazione; prototipo dei Tommy e degli Arthur a venire e dunque anti-eroe par excellence e icona popolare ma non necessariamente popular del martire dell’industrialismo. Non è però il solo fil rouge narrativo, innovativamente monotematico, a rendere il disco di importanza storica, perché il contenuto musicale non è da meno: le trame acustiche non contrastano con occasionali ostentazioni di virilità, gli archi rafforzano anziché affossare (merito di Abbey Road, probabilmente, ma io non riesco a non paragonare questo aspetto di “S.F. Sorrow” a “Forever Changes” dei Love, parimenti portato in trionfo proprio dalle sapienti orchestrazioni), i cori tappezzano e il fuzz sulle chitarre colora e spiega invece di coprire tutto e fungere da alibi. L’influenza scarafaggesca si sente eccome (sarà lo studio di registrazione?) e certo non è un male, ma la presenza di menti creative come Twink (ex leader dei Tomorrow e poi solista), Phil May e Dick Taylor, oltre che del produttore Norman Smith, mantiene l’album a debita distanza da tutto quanto l’UFO Club e la Swingin’ London dischiudono dai loro petali multicolore, rendendolo, in ultima analisi, una delle perle creative più sottovalutate di quella irripetibile stagione. Un capolavoro, nelle molteplici accezioni del termine. E con buona pace del povero Sebastian F. Sorrow.

Laura Nyro –  Time And Love: The Essential Masters
laura nyro

Ve lo racconto un’altra volta, ché l’estate sta finendo. Comunque qui si gode così così, come con una dose tagliata troppo e male. Meglio di questa raccolta sono gli album, specialmente “New York Tendaberry”; cercate quelli e, trovatili, non vi mancherà nulla. Ma a quel punto sarà già inverno.

Scelgo la vita: The 16 Eyes – Look

the 16 eyes - look

Ciao!
Il pacco mi è arrivato oggi; tutto a posto, grazie mille!
Devo ancora aprirlo, ma ho già una curiosità: con tutti quei “FRAGILE”, per caso ci avete messo dentro gli Yes?

Sono stato combattuto fino all’ultimo se scrivere o meno questa e-mail al mittente del disco la cui copertina è in mostra poco sopra, ma alla fine, complice forse una birretta serale discorrendo degli MC5, mi sono risolto a farlo. La risposta non è ancora arrivata e chissà se mai lo farà, ma questo non mi ha impedito di seguire il solito rito una volta trovato il cartone di forma quadrata dentro casa: corsa su per le scale (avete presente le temperature di questi giorni?); getto di borse nel primo angolo libero, in spregio totale del contenuto, sia esso computer o surgelati; scardinamento del cartone con forbice e quel misto di frenesia e cautela per evitare danni; estrazione della reliquia, auto-ostensione a due mani e contemplazione immediata della copertina. Ora, però, viene il problema principale: aprire il disco, incellofanato per tutti i trentuno virgola cinque centimetri di ognuno dei suoi quattro lati.

Sono solo in casa, ma a certe cose non si può rinunciare anche se nessuno ti vede, e quindi per l’ennesima volta provo il metodo di apertura übercool che vidi utilizzare da King Automatic al Bassy Cowboy Club, quando, da me richiesto di una dedica alla mia sodale sul verso della copia contestualmente acquistata di “Lorraine Exotica”, con gesti ed espressione che tradivano quell’inconfondibile mistura di nonchalance, grandeur e bohème si strisciò sulla coscia destra il lato della copertina corrispondente all’apertura, passandolo avanti e indietro finché il cellofan cedette solo su quel lato, rimanendo perfettamente intatto in ogni altra sua parte. Il tutto richiese non più di venti secondi e, oltre a denotare un’evidente e inveterata familiarità del musicista transalpino con il formato vinilico, mi parve the coolest thing since sliced bread, inducendomi a tentare di replicarlo ogniqualvolta mi fosse capitato di acquistare un trentatré giri nuovo. Senza che, ça va sans dire, mi sia mai riuscito. Come sarà andata questa volta? Col coltello. Ma finché la maggioranza non sarà in grado di aprire à la King Automatic il cellofan che avvolge un LP, sarà sempre l’era del digitale.

A questo punto, però, il disco gira già sotto la puntina, restituendo le meraviglie che ci si attendeva (e, nell’algido mondo del digitale, giustificando la spesa). Quattordici pezzi originali (?) di garage-punk suonato con foga e istinto, ma senza dimenticare melodia e ballabilità, da quattro veterani della feconda scena neo-garage americana degli anni Ottanta; ciascuno occhialuto e di qui la ragione sociale The 16 Eyes. Potremmo citare molte precedenti esperienze che hanno guadagnato i galloni ai componenti del gruppo, ma limitiamoci a tre, per inquadrare il suono: Outta Place, Jeff Dahl e, solo per la forza descrittivo-allusiva del nome, Glory Holes. Ispidezze garage, ornamenti mod, foia rock ‘n’ roll e l’occasionale divagazione psichedelica, insomma. Ma tutto fatto come si deve da chi sa e vuole fare come si deve, e infatti il tetto dei tre minuti è sfondato solo due volte. Luce verde, marcia ingranata, gomme che stridono, strisce nere sull’asfalto e via veloci senza pensarci.

E infatti già Know Know fonde il motore iniettando nei cilindri Beach Boys e Stooges e si prosegue su questa strada con l’olio che ribolle, facendo tappa a salutare i Fuzztones (Bad Old Days), gli Who modernisti (Anyway), gli Steppenwolf (Dead Blow Hammer), i Long Ryders (Stupid Little Girl) e tanti altri amici vecchi e vecchissimi. Così i 16 Eyes e di conseguenza io, che, quando dalle casse irrompe a volumi delittuosi Brand New Girl, ballo scompostamente in salotto, mettendo a rischio la stabilità della puntina e non sentendo la porta che si apre e i saluti e le domande e il chiacchiericcio, il cui compito è quello di riportarmi alla solita vita, da cui, per una mezz’ora scarsa, i 16 Eyes erano riusciti a sottrarmi, risucchiandomi nel loro mondo di stoneage Romeos e righe e pois. Fino alla prossima volta, che, mentre mi ricompongo, giuro a me stesso sarà a breve. Per intanto tiro avanti, lontano dai guai. Con sedici occhi che mi osservano nel buio.

Non cercateli nello streaming, i 16 Eyes. Neanche in quello di coscienza. Cercateli voi. In voi.

…e chiunque dorma in una casa da solo è preso da Lilith: Lucifer – Lucifer II

lucifer
Non so se vi ricordate “Live Through This” delle Hole, classe 1994 e unanimemente considerato il loro capolavoro. Di esso si è sempre malignato che fosse perlopiù farina del sacco del consorte della maggiore azionista, uomo di spiccata personalità e comprovate abilità autoriali, tale Kurt Cobain. Velenose e maschiliste insinuazioni a parte, e constatato come certe dinamiche seguitino a riproporsi identiche persino nel mondo del rocchenròll, pure (auto)dichiaratosi libertario e libertino, c’è da dire che un coevo sodalizio sentimentale e musicale tra donna e uomo può rivelarsi foriero di grande piacere anche per le orecchie. O di luce.

I Lucifer, ad esempio, sono da sempre la creatura della berlinese Johanna Sadonis, voluttuosa cantante votata al dark sound che nel corso degli anni, complice un’indubbia avvenenza, è riuscita a coinvolgere nel proprio progetto musicisti uomini di chiara fama e altrettanto preclare abilità. Il debutto omonimo, datato 2015, vedeva in formazione Gary “Gaz” Jennings, chitarrista dei Cathedral e dei Septic Tank, ed usciva per l’inglese Rise Above Records, forse l’etichetta di punta per le sonorità doom e forse anche perché il patron di essa, nonché voce dei Cathedral, Lee Dorrian intratteneva con la Sadonis una relazione non solo artistica e d’affari. E ciò tuttavia non impediva a quell’album, frutto di un lavoro di gruppo tradizionalmente inteso, di essere un valido esempio di sonorità catacombali e sinistre, ispirate dai Sabbath come dai Sabbat senza per questo scordare maledizioni sepolte da millenni nelle sabbie mediorientali e morbosità decadentiste. Ma solo quello che non c’è non si rompe, citando il titolare dell’unica Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila Tedesca giunta in terra americana (a proposito, fanno ottant’anni adesso), e dunque le strade dell’inglese e della tedesca si sono presto separate, sospingendo il Portatore di Luce nuovamente nell’oscurità, sino all’incontro con un altro mentore, tale Niklas Andersson d’Isvezia. Costui, noto alle cronache, naviga da oltre vent’anni i mari del rock con poliedrica abilità, nitido talento e genuino entusiasmo nell’intraprendere nuove spedizioni musicali, e non sorprende dunque saperlo pronto nell’offrire la sua perizia come batterista, compositore, cantante, chitarrista, bassista e produttore al debilitato progetto della bionda cantante. Cosicché, reperito il giovane chitarrista svedese Robin Tindebrink, i rinati Lucifer si sono inabissati verso nuove vette, dapprima con una formazione e un’attività live stabili (a dare manforte sono giunti da ultimo il bassista Alexander Mayr e il chitarrista degli svedesi Dead Lord Martin Nordin), quindi con un nuovo album,  “Lucifer II”, uscito il 6 luglio scorso per la Century Media. Il tutto senza contare la relazione sentimentale sorta tra la conturbante tedesca e il talentuoso svedese, lei ancora nel secondo decennio di vita e lui a vista del mezzo secolo e però spiriti affini nel corpo e nella musica, e che tenerezza vedere lui con l’espressione imbambolata, tipica dei primi sussulti di un nascente amore, quando, durante il concerto berlinese degli Imperial State Electric il 7 dicembre 2017, si inginocchiò ai bordi del palco, nell’intermezzo tra una canzone e l’altra, per baciare brevemente ma appassionatamente la sua bella che assisteva all’esibizione in prima fila.

Vista la forte personalità musicale di Andersson, era quasi ovvio che la sua presenza avrebbe influenzato il nuovo corso sonoro della formazione, ed infatti così è stato, e basti a conferma raffrontare le melodie vocali del disco con quelle di Hellacopters e Imperial State Electric. Non si può tuttavia parlare di scippo del monicker ovvero di un suo snaturamento, trattandosi, piuttosto, di evoluzione, perché gli elementi fondativi del dark sound sabbathiano, che costituivano le coordinate essenziali del progetto, sono rimasti al loro posto, mentre gli aspetti più pesanti e metallici sono stati smussati in favore di un approccio più tradizionalmente legato a ciò che oggi passa sotto il nome di “classic rock dei Seventies“, in primis mutuato dai Blue Öyster Cult, da sempre grande amore di Andersson, i quali hanno prestato l’approccio intelligente alla scrittura e alcune soluzioni sonore, come i fraseggi chitarristici sovrapposti; emblematico sul punto, già dal titolo, un brano come Reaper On Your Heels. Lo spirito cupo del progetto Lucifer continua però ad incombere, incarnato dalla prestazione vocale della Sadonis, che stavolta imbizzarrisce il suo timbro in maggiori modulazioni bluesy rispetto al passato ma che nondimeno si mantiene un contralto dalla resa emotivamente grave e seriosamente sacerdotale. Non così le trame strumentali, che, proprio a causa della presenza di Nicke Andersson, guadagnano in ariosità e brio, conferendo sfaccettature interessanti ad un album che rischiava di essere affossato in partenza dal fatto di iscriversi in un revival settantiano ormai sin troppo affollato: che sia dovuta alle sfumature di pianoforte e tamburelli in un pezzo pure morbosamente sepolcrale come Dreamer, allo spazio sincopato e alla linea vocale prettamente kissiane di Phoenix, alle dinamiche e alle stratificazioni sonore di Eyes In The Sky, la varietà, pure restando chiaramente in ambito settantiano, non manca. Ne risulta un disco che ha molti punti di forza: un suono pieno, atavico come i suoi referenti ma chiaramente coevo, come denunciano i bassi in eccessiva evidenza all’interno dello spettro sonoro; una lunghezza adeguata (attorno ai quaranta minuti), ideale per ascolti plurimi senza noia; una scelta dei brani oculata, tra cui spicca una rilettura davvero notevole di Dancing With Mr. D dei Rolling Stones, resa quasi una outtake di “Volume 4” senza sacrificarne la natura freak e il lucore che la firma Jagger-Richards garantisce all’originale. Qualche punto debole c’è (soprattutto Before The Sun, semi-ballata alla foggia degli Scorpions di epoca Uli Jon Roth non appieno convincente), ma l’esperienza complessiva è più che positiva anche per chi, come lo scrivente, fatica a relazionarsi con la voce, ma solo quella, di Johanna Sadonis. Particolari non irrilevanti nel promuovere (?) a pieni voti (?) “Lucifer II” sono, poi, la copertina, summa settantiana di artefatte semplicità e autenticità, con tanto di espressioni diversamente acute dei musicisti, e il fatto che la stampa in vinile includa per lo stesso prezzo anche l’album in formato CD, riconoscendo esigenze senza per questo rinunciare a  sancire gerarchie.

Meno Cathedral e Danzig, più BÖC e Sabbath ’75-’79, insomma. Meno Dorrian, più Andersson. E nel mezzo lei, la bionda Johanna, a ribadire la sua personalità per schivare frusti stereotipi di genere ed etichette da “Courtney in tunica”. A ribadire che sono i Lucifer a portare la luce nella vita degli uomini che vi si accostano, e non il contrario. E che, in questo caso, c’è pure l’happy ending. Potenza di Lucifero.

Incertum habeo pudeat an pigeat magis disserere: Eneide – Uomini Umili, Popoli Liberi

eneide - uomini umili, popoli liberi

Sono questi giorni convulsi per la storia e l’assetto istituzionale della Repubblica italiana, nonché momento di valutazioni più o meno approfondite, più o meno rigorose, sul rapporto tra l’Italia e gli altri Stati europei, in particolare la Germania, ora accusata di comportarsi da padrone senza averne titolo, ora additata come esempio di coerenza e tutela degli interessi alla stabilità. Quale miglior occasione, dunque, di questo poco confortante panorama per valorizzare le nostre creazioni? Facciamolo, dunque, ratione materiae.

Gli Eneide nascono a Padova nel 1970 con il nome di Eneide Pop, composti da cinque adolescenti (il cantante e chitarrista Gianluigi Cavaliere, il chitarrista e flautista Adriano Pegoraro, il tastierista Carlo Barnini, il bassista Romeo Pegoraro e il batterista Moreno Diego Polato) per suonare cover, principalmente di gente come Led Zeppelin, King Crimson, Vanilla Fudge, e, nonostante la giovane età, dimostrano presto grande coesione e perizia strumentale, costruendosi rapidamente un seguito di pubblico nella loro regione. Nel frattempo iniziano a sperimentare con un suono più personale, che seguisse le tendenze del momento senza sacrificare la personalità della proposta, e per rendersi immediatamente riconoscibili mutano nome in Eneide. Il pop italiano, come si chiamava al tempo, vive in quegli anni, all’incirca dal 1970 al 1972, la sua stagione più creativa, e quando, dopo molti concerti, un paio dei quali in apertura a Genesis e Atomic Rooster, l’agenzia di concerti ed etichetta Trident offre agli Eneide di fare da spalla ai Van der Graaf Generator in sei date del lungo tour italiano di supporto a “Pawn Hearts”, ed altresì un contratto discografico, è un chiaro segnale che le quotazioni del quintetto sono in rialzo. Nel frattempo, il gruppo ha accumulato e rodato sul palco un discreto gruzzolo di brani originali, che vengono incisi in studio nel 1972, su proposta dell’etichetta, con lo scopo di ricavarne un trentatré giri da pubblicare quello stesso anno: nasce così “Uomini Umili, Popoli Liberi”. Tuttavia, per motivi mai chiariti, il disco non verrà pubblicato, e il successivo fallimento della Trident nel 1975, con un catalogo di soli otto LP e sei 45 giri, non aiuta la causa del gruppo, che infatti, dopo avere proseguito per un periodo del 1973 come touring band del cantautore Maurizio Arcieri, che nello stesso anno aveva pubblicato il suo unico LP “Trasparenze” (un passabile esercizio tra progressive e psichedelia), si scioglie. Fine degli Eneide. E il disco?

“Uomini Umili, Popoli Liberi” vede infine la luce nel 1990, quando i musicisti decidono di pubblicarlo in autonomia, mediante l’etichetta L.P.G., da loro stessi creata per l’occasione; con l’aiuto della genovese Black Widow ne vengono stampate cinquecento copie in vinile, presto esaurite. Il riscontro fa sì che si susseguano ulteriori ristampe: nel 1995 per la prima volta in CD, e poi ancora, ad opera dalla milanese AMS, nel 2010 e nel 2016, rispettivamente in CD e in vinile. Manca solo una versione ufficiale smaterializzata, ma, a parte tale circostanza, l’album ha una disponibilità sorprendentemente ampia per un’uscita postuma e nitidamente settoriale, indirizzata com’è ai più fedeli adepti del suono progressivo italiano dei Settanta, che s’indovinano numericamente limitati. C’è da chiedersi il perché di tanto interesse, e proviamo quindi a rispondere.

“Uomini Umili, Popoli Liberi” è un disco di rock progressivo, pienamente figlio del suo tempo, epoca in cui si sperimentavano soluzioni sonore che permettessero di andare oltre le conquiste e gli stilemi dei Sixties, non più adatti al mutato contesto di disillusione e volontà di sovvertimento radicale con ogni mezzo. Però è atipico, perché non contiene i tipici rimandi sonori della stagione progressiva italiana; a parte, infatti, l’inevitabile richiamo ai Jethro Tull che l’uso del flauto in ambito rock comporta, qui a fare da arbitri d’eleganza sono altri: i Led Zeppelin per la potenza, chitarristica e batteristica (con anche un plateale scippo a Stairway To Heaven nell’arpeggio di Cantico delle Stelle, che apre e chiude il disco); gli Atomic Rooster per le concatenazioni tra i cupi passaggi delineati dalle distorsioni e la perenne mutevolezza delle atmosfere garantita dalle infiltrazioni tastieristiche; persino i Deep Purple, da cui viene mutuata la lezione di indurimento e articolazione degli elementi sopra detti. Regna, quindi, un suono mediamente più hard rispetto alla generalità delle proposte del progressive italiano, il quale, invece, ha sempre dato prevalenza alla consistenza melodica del patrimonio musicale nazionale, ponendosi come sincretismo tra tradizione e novità di ineguagliata originalità, in Italia e nel mondo. Certo, anche in questo album non mancano i riferimenti obbligati del periodo (oltre ai citati Jethro Tull, anche i Genesis, che ispirano le parti più melodiche, come nel lento Canto della Rassegnazione), ma l’atmosfera che si respira è più variegata, fatta di abissi nichilistici e di tentativi di liberazione per vie escatologiche, esplorate in maniera vaga, o persino magico-spaziali (come nella toccante Viaggio Cosmico, illuminata da un violoncello che condensa lo stupore e il dolore dell’umanità per la propria condizione), ancorché in maniera ingenua e sognatrice più che consapevole e determinata. Manca, insomma, l’afflato politico che l’epoca comandava a qualunque gesto di creatività, sostituito, piuttosto, da un umanesimo moderato, sincero e animato da lodevoli intenzioni ecumeniche ma confuso e incerto sulla direzione da prendere per lasciarsi a tergo un presente sicuramente insoddisfacente. Forse per questo motivo il disco non vide la luce al tempo. Eppure la condanna dello status quo, sia pure in tralice, c’è ed è netta, e faccia fede sul punto la voce profonda e intonata, appassionata e appassionante, di Gianluigi Cavaliere, ideale trait d’union canoro tra Guccini e Cisco. Troppo poco per i Settanta, il decennio manicheo per antonomasia nella storia repubblicana, e subentra quindi un’ἐποχή quasi ventennale. Ormai infranta, e per fortuna. Anche se, al netto dei paraocchi ideologici, si fa strada un’amara constatazione; o magari, per chi c’era, un rimpianto.

Gli anni Settanta non sono stati certo rose e fiori; nemmeno rose e garofani, se è per questo. Ma da quella aspra (il computer me l’ha corretto in “spara”; bist Du, Sigmund?) contrapposizione ideologica sono sorte le basi per quello che oggi chiamiamo “la modernità”, e per ottenere alcune di quelle conquiste altri popoli, da noi affatto distanti per tradizioni, cultura, visione del mondo e colori nazionali, hanno dovuto lottare fino a un paio di giorni fa. L’odierna dialettica, invece, ha come motore la mera (auto)conservazione in forme più o meno intatte, anziché la progressione verso orizzonti ideali, a volte anche solo idealistici, oggi nemmeno concepibili a livello collettivo. Domina in questi giorni l’inconciliabilità, e niente o nessuno appare in grado di sopirla, perché è ormai ubiqua la percezione che i destini umani, individuali e collettivi, siano agitati da forze più grandi, rese operative dallo stesso comportamento umano e ormai faustianamente fuori controllo. L’idea di homo faber fortunae suae, antica ma foriera di elevazioni e riscosse individuali e soprattutto sociali, ci ha abbandonato, al più sostituita dal mito del self made man. Col risultato che prima eravamo uomini umili, ora, invece, umili uomini. Cerchiamo almeno di conservarci popoli liberi.

Dazio Sam: Judas Priest – Firepower

Oggi è uscito il nuovo album dei Judas Priest, il primo da quattro anni. L’ultimo in cui suonerà Glenn Tipton, a cui è stato diagnosticato il Parkinson e che infatti non sarà sul palco nel prossimo tour. Chiamiamolo il testamento di Tipton, quindi. Sono andato a comprarlo oggi stesso, come si faceva una volta, mettendo via i soldi necessari, come si faceva una volta, e contando ad uno ad uno i giorni che mancavano all’uscita, come si faceva una volta. E ora, dopo una serie ininterrotta di ascolti, uno dei quali mi ha portato a scagliare una sedia da una parte all’altra della stanza urlando spaventose bestemmie di approvazione, mi sento di affermare quanto segue.

È uscito il nuovo dei Judas Priest, e il mio consiglio è di ascoltarlo immediatamente, perché ti prende, ti divarica le natiche tenendoti fermo mentre ti dibatti per protestare e ti spinge dentro fino in fondo un’ora di acciaio britannico purissimo, scintillante e inossidabile, perché sa che ti piace e alla fine ne chiederai ancora. Provare per credere.

Buon otto marzo. Ah no, oggi è il nove.