Seven Deadly Sins # 20

YACHT ROCK

Nel 2005, la rete americana Channel 101 mandò in onda una serie televisiva costruita su fittizi episodi, dal sapore vagamente surreale, che coinvolgevano astri e meteore del rock più leggero e radiofonico degli anni Settanta, gli eroi della radio FM a stelle e strisce nel periodo che va grosso modo dagli accordi di pace di Parigi alla crisi degli ostaggi in Iran. La serie, ideata in collaborazione con alcuni autori della All Music Guide, si chiamava, per l’appunto, “Yacht Rock”. Un simile sottogenere del rock non è mai stato codificato espressamente, ma, a ben guardare, la locuzione riassume con la massima efficacia un certo modo di intendere, comporre e suonare musica pop, tipico proprio dei mid-late Seventies: suoni puliti, curati, levigati; arrangiamenti stratificati e rigogliosi, abbondanti di tastiere soffuse (non è ancora l’epoca di sintetizzatori digitali e drum machine) e chitarre comprimarie, rigorosamente trattenute sotto una certa soglia di decibel; linee vocali molto melodiche ma anch’esse scientemente limitate nella gamma dinamica, evitando il ricorso tanto a falsetti istrionici quanto ad evocative gravità baritonali; testi che narrano i capricci di Cupido e l’aventuroso carcere soave conseguente piuttosto che cimentarsi con l’impegno civile tipico della decade; look che ricalca il mainstream della moda del tempo, in un riuscito tentativo di tenere insieme l’immedesimazione del quivis de populo che ascolta la radio e compra i dischi e la corrusca teatralità imposta dallo show biz. Ne esce una musica che, pur nella varietà delle singole proposte, è elegante e raffinata, ricercata e volutamente artefatta, voluttuosa ed edonistica; spesso fatua. La perfetta colonna sonora per una gita su un immenso yacht in legno, con sole e fresca brezza a far da contorno a fisici scultorei malcelati da abiti all’ultimo grido e preziosi nettari versati in scintillante cristalleria tintinnante di numerosi brindisi. Yacht rock: suona proprio bene, una semialliterazione ingentilita dal delicato movimento di lingua sul palato necessario per pronunciarla. Faccio mia la definizione, dunque, e chissà che non diventi una di quelle etichettature postume prodotte con intenti semicanzonatori e poi entrate nell’uso comune (tipo “hair metal”). Definizione, peraltro, sommamente liquida, giacché, nonostante i criteri temporali e stilistici sopra indicati fungano da valide linee guida, all’ascoltatore è rimessa ampia discrezionalità circa la sua applicabilità o meno ad una determinata proposta musicale. Ottimo esempio di “non-genere”, lo yacht rock impone di lavorare con l’immaginazione, per fare scivolare sulle placide onde delle emozioni l’agile scafo delle note, il tutto sotto il cielo dell’anima, ora terso ora incoltrito o addirittura procelloso. Salpate le ancore, si parte.

1. Gerry Rafferty – Baker Street
Passano pochi secondi e poi, a ciel sereno, parte quel tema di sassofono, che si radica nella memoria come un’edera su un muro. Clima epico via via stemperato in un agrodolce resoconto della celebre via londinese, qui archetipo della spietatezza della grande città. Investigazioni interiori che, guarda caso, non mettono in luce un colpevole: elementare, Watson.

2. Christopher Cross – Sailing
Una caratteristica dello yacht rock è che gli hit da alta classifica spesso coincidono con il meglio che il “genere” ha da offrire: l’esigenza di commerciabilità è intrinseca nella definizione, insomma. Stando a questa logica, nel chiamare in causa Cross, texano re della stagione aurea dell’FM, la scelta sarebbe dovuta cadere su Ride Like The Wind, suo massimo momento di gloria e capolavoro di levità pop. Tuttavia, nello spirito dello yachting, le ho preferito questa canzone, raffinato ed eloquentemente battezzato resoconto del veleggiare, carezzevole come un alito di Zefiro che porta melodie sireniche di grazia ineguagliabile. E tre Grammy Awards. “Just a dream and the wind to carry me”: ti crediamo, Chris.

3. Steely Dan – Rikki Don’t Lose That Number
Dal disco capolavoro “Pretzel Logic” (1974), sofisticato pastiche di pop, rock, jazz e canzone d’autore, una opener che installa un pianoforte e una linea vocale di matrice cantautorale su un andamento swingante ora leggiadro ora stuzzicante, finché, poco dopo metà corsa, una solista acuminata movimenta le cose, portandole in territori abitati dai primi Eagles: Jackson Browne prenderà attenta nota. Elegante come un abito di sartoria, tenera come una carezza.

4. Fleetwood Mac – Go Your Own Way
Da ormai trentasette anni quel ritornello fantastico perseguita chi lo ha ascoltato anche solo una volta. Difficile, d’altronde, scordarsi l’intreccio fatato delle voci di Stevie Nicks e Lindsay Buckingham (la disinvoltura degli americani nell’uso ambiguo dei nomi non cessa di stupirmi) che si formulano reciprocamente l’invito a troncare la travagliata relazione, che proprio in quel periodo si stava esaurendo. Ma ad ascoltare il pezzo non lo diresti: è molto più facile farsi trasportare dal clima solatio, dall’andamento allegro, e alla fine anche quel coro fantastico sembra più un’incitazione nel corso di una gara automobilistica (anzi, per stare in tema, di motoscafi) che un grido di dolore per una storia d’amore giunta a repentina conclusione. Godiamoci, quindi, il frutto delle loro fatiche, e invidiamoli anche un pizzico, perché prenderla così alla leggera quando succede non è da tutti.

5. Linda Rondstadt – You’re No Good
Ancora male d’amore, ma esorcizzato in modo diverso: Linda lo butta fuori con un fraseggio vocale ombroso e bluesy, che suggerisce ambasce interiori. Ma al tempo stesso la ragazza ha voglia di lasciarsi alle spalle i dispiaceri e divertirsi, e si serve di una base strumentale minimale e dal groove invitante, in un certo senso proto-disco, per comunicarlo al mondo. Perché non può piovere per sempre, e il sole torna a splendere, prima o poi. Più prima che poi: questa versione del brano (originariamente scritto nel 1963 da Clint Ballard Jr. e prodotto dalla leggendaria coppia di autori Leiber-Stoller) guadagna alla Rondstadt il numero uno delle classifiche americane ed a “Heart Like A Wheel” (1974), LP al cui principio questa canzone è collocata, il Grammy per miglior album. Di che consolarsi, insomma; magari comprandosi uno yacht.

6. Steve Miller Band – Take The Money And Run
Da uno dei più celebrati rulers of the airwaves di metà anni Settanta il resoconto di una coppia di rapinatori in fuga col malloppo, mentre un detective li insegue e il clima attorno a loro si fa sempre più caldo. E la fuga si fa ardua, perché dal Sud di quelle chitarre pulite ma ispide, che risiedono in zona Sweet Home Alabama, alla spensierata California meridionale dei coretti sul ritornello è una lunga strada. La fuga nelle classifiche, invece, è stata breve, perché un riparo sicuro l’hanno trovato subito entrambi, singolo e album. E il titolo, da imperativo beffardo, è diventato un buon consiglio per gli entranti anni Ottanta.

7. Loggins & Messina – Sailin’ With The Wind
La copertina di “Full Sail” li ritrae spensierati al timone di una barca a vela in legno, intenti a scoprire le terre emerse per mezzo del fluido che le connette.  Sorridente spensieratezza confermata dalla canzone che chiude il disco, un’avvolgente veleggiata di oltre sei minuti che parte pacata e confidenziale, alla foggia di James Taylor, e prosegue tra fioriture caraibiche, momenti di bonaccia e boline di soliste gentili e languidi sassofoni. Finché, quando il cielo si incendia di un acceso tramonto e la giornata volge ormai al termine, si riporta lo yacht in darsena. Fino alla prossima escursione.

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Seven Deadly Sins # 19

NIGHT OF THE WITCHES
Questa notte si celebra (per così dire) Walpurgisnacht, antica festa della natura delle popolazioni germaniche che il cristianesimo trionfante pensò di delegittimare instaurando la credenza che, nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio, le streghe si riuniscano per ballare il Sabba sul monte Blockberg, nella Germania centrale. Naturale, quindi, che le suggestioni sataniste (confermate anche dall’inclusione della festività nel novero delle celebrazioni sataniche da parte di Anton LaVey) attraessero quei musicisti interessati, per reale convinzione o per mero desiderio di ribellione, al lato oscuro dell’esistenza. Tra i molti brani che trattano dell’argomento, ne ho cercati sette che, complessivamente considerati, riuscissero ad evocare acconciamente l’aura esoterica della ricorrenza: coraggio, fatevi stregare.

1. Death SS – Walpurgisnacht
Dai maestri pesaresi dell’horror metal la migliore introduzione possibile, un viaggio alle radici stesse dell’inquietudine che questa ricorrenza è in grado di suscitare. Non a caso questo brano apre anche il loro migliore album, “Heavy Demons”.

2. Black Sabbath – Black Sabbath
Scrosciare di pioggia a ribadire che è una di quelle notti in cui stare a casa, rintocchi funerei e poi il diabolus in musica (preso in prestito dal movimento “Marte” di Gustav Holst nella sinfonia “I Pianeti”) che si abbatte sul malcapitato come un maleficio irrimediabile, mentre il riff che introduce il concitato congedo null’altro può essere se non la Morte che picchetta impaziente il suolo con la sua falce per vedere adempiuto il suo debito di sangue. Segni particolari: immortale.

3. Mercyful Fate – Come To The Sabbath
L’acuto luciferino del Re Diamante, vero e proprio richiamo infernale, sarebbe già abbastanza. Ma si aggiungono anche quelle chitarre che puzzano di zolfo lontano un miglio, e già le streghe danzano. Con tanto di invito a unirci al Sabba. Fino a metà brano, però, quando arriva…no, è troppo: scopritelo da voi, se avete coraggio.

4. Warlord – Black Mass
Sfortunato e talentuosissimo trio americano, gli Warlord sono titolari di almeno un classico del metal di ogni tempo, e cioè il loro debutto “Deliver Us”, incredibile fusione di heavy metal, atmosfere epiche e reminiscenze folk dall’ampio potere evocativo. Potere esercitato al meglio in questa descrizione mid-tempo di una messa nera, pericolosa come il riff ossessivo ma stuzzicante come le melodie chitarristiche, marziale come la vocalità (che alterna canto a
declamazione) ma ammaliante come l’andamento ritmico. E passare al lato oscuro non è mai stato così facile.

5. Diamond Head – Am I Evil?
Agli esordi erano talmente promettenti che la stampa inglese cercava in loro dei novelli Zeppelin e un imberbe danese residente in California, un certo Lars Ulrich, si era trasferito a Londra per un mese a casa loro. E proprio da quei fulgidi albori viene questo classico del maligno in musica: riff plumbeo che omaggia la sabbathiana “Symptom Of The Universe” indicando nel contempo la via che percorrerà il thrash, andamento intricato, costruito sull’alternanza tra tempi medi e accelerate tappezzate di doppia cassa, e un ritornello dal testo fin troppo retorico. Si proclamano figli di una strega, d’altronde, e si sente.

6. The Sonics – The Witch
Il suono più duro ed inquietante fino al 1964, anno di pubblicazione del 45 giri, e forse anche oltre. C’è ancora la struttura armonica del blues, ma questi garagisti di Tacoma l’hanno già portata al next step, contaminandola con accordi dissonanti, un sax irriconoscibile quanto è distorto, voci minacciose e partiture batteristiche che sono un’assalto all’arma bianca. E stavolta il Sabba non si tiene tra i monti, ma sul dancefloor.

7. Michael Jackson – Thriller
Perché tanto ormai siamo sul dancefloor. Perché il Primo Maggio è festa e stasera si può folleggiare. Perché abbiamo ancora gli zombie di John Landis negli occhi. Perché un Vincent Price così non si discute. E adesso basta; occhio, anzi, ché è quasi mezzanotte e qualcosa di malvagio si nasconde nel buio.

Seven Deadly Sins # 18

TWELVE STRINGS WONDERS
Per fare il rock ‘n’ roll ci vuole la chitarra, e la chitarra ha sei corde. Ma a volte ne ha dodici. Si può fare il rock ‘n’ roll con doppie trame, dunque? Due signori, un polistrumentista texano e un ingegnere di origini svizzere, tali George Beuchamp e Adolph Rickenbacker, si sono incaricati di rispondere positivamente, dapprima inventando – erano gli anni Trenta – la chitarra elettrica (nientemeno), poi raddoppiandone l’usuale numero di corde. Ne è uscito uno strumento dal suono inaudito allora come ora: argentino e penetrante, tintinnante e compatto, quasi un rintocco di campane in un sogno brumoso. Fu chiamato “jingle-jangle”, e tuttora non è chiaro se per ragioni onomatopeiche o da un verso di “Mr. Tambourine Man” di Bob Dylan; forse per entrambi i motivi, a sottolinearne l’ambiguo potere evocativo, capace di conferire un piacere ed un benessere intrinsecamente narcotici. Come che sia, dopo che, nel febbraio 1964, George Harrison provò, primo tra i professionisti di fama, quello strano oggetto rosso e bianco chiamato Rickenbacker 360/12 (la seconda mai costruita!), la musica non fu più la stessa, e si scatenò una corsa, principalmente in terra americana, ad imitare quel suono così unico, dando origine ad un nuovo genere, il folk-rock. Talmente basato sul suono della dodici corde che venne con essa sostanzialmente identificato. E mentre nei Seventies le 12-strings di grido furono principalmente Gibson SG, dal suono peculiare ma senz’altro più organico (si ascoltino “Stairway To Heaven” e “Hotel California”), nel decennio successivo le Rickies tornarono in auge nell’underground grazie ad un’ondata di band dedite al recupero del folk-rock che fu ed al suo aggiornamento ai nuovi standard imposti dal punk. In America ne nacque un non-genere, il college rock, che al suo interno conteneva una nutrita schiera di gruppi inequivocabilmente definiti “jangle pop”, dei quali i R.E.M. prima maniera furono i massimi rappresentanti, nonché un vero e proprio movimento di rivisitazione dei Sixties detto Paisley Underground, i cui ultimi strascichi arrivano, attraverso l’Inghilterra dei Novanta in preda al ciclone Brit-pop (Kula Shaker, in questo caso), fino ad oggi. I sette pezzi rispecchiano essenzialmente i due periodi principali, i Sessanta e gli Ottanta, con giusto un brano Seventies di raccordo e una chiusura indubbiamente nostalgico-revivalista, ma dovuta, per qualità e spessore dei personaggi coinvolti. E adesso preparate le orecchie ben aperte, perché quelle dodici corde non le sanno cogliere tutti, ma a quelli che le colgono hanno cambiato la vita.

1. The Beatles –  Ticket To Ride
Già dall’accordo iniziale e dall’arpeggio finale di “A Hard Day’s Night”, luglio 1964, si era capito che qualcosa era cambiato, che una stereofonia così non si era mai sentita e le cose non potevano che proseguire su quella strada. Si incaricava di confermarlo, l’estate seguente, uno dei gioielli incastonati in “Help!”, che apre proprio con quel tintinnio destinato immediatamente agli annali della musica novecentesca. Detta così, sembrerebbe che il pezzo in sé non abbia molto altro da offrire, ma il lettore ormai smaliziato sa che, quando si tratta dei Fab Four, ad offrirsi non sono le canzoni, ma le orecchie. Sciantose per quel tamburello che detta il crescendo, ammiccanti per gli intrecci vocali dei soliti, inarrivabili Lennon-McCartney e ormai irrimediabilmente cotte quando arriva la certificazione del controllore sul ritornello. Curiosità: per la prima volta la chitarra è suonata da Paul.

2. The Byrds – Mr. Tambourine Man
La pietra dello scandalo. “Andammo al cinema a vedere “A Hard Day’s Night”, e mi procurai subito una Rickenbacker a dodici corde come quella che George Harrison suonava nel film. La usammo per registrare “Mr. Tambourine Man” passandola solo attraverso un compressore. Non c’è altro“. Parola di Roger McGuinn, riconosciuto capostipite del jingle-jangle sound, novello Re Artù che impugna una Excalibur a dodici corde per liberare il mondo del rock dalle sue limitazioni. Difficile, d’altronde, fallire con un Merlino di nome Robert Zimmermann che crea incantesimi di tale potenza. Ne esce, per l’appunto, il fondamento di una leggenda. Anzi, di due: del folk-rock e della Rickenbacker.

3. Rokes – C’è Una Strana Espressione Nei Tuoi Occhi
Ha acutamente osservato Eddy Cilìa sul “Mucchio” che questo brano fu la principale fonte di esposizione del pubblico italiano alle delizie del jingle-jangle: difficile dissentire. Era il 1966 quando accadde, forse perché i Rokes erano inglesi e avevano un maggior contatto con quanto succedeva dalle loro parti in quegli anni frenetici, mentre nessun altro, nel timido panorama discografico dell’Italia anni Sessanta, aveva osato correre il rischio di importare quella straordinaria novità. In ogni caso ne è uscito un pezzo da antologia, archetipale di un’epoca e di un genere, il beat, che qui da noi ebbe vasto e prolungato seguito. L’originale sarebbe “When You Walk In The Room” dell’americana Jackie DeShannon, poi portata al successo dai conterranei Searchers, ma la versione “autarchica” di Shel Shapiro e la sua banda è quella in un certo senso definitiva.

4. Tom Petty & The Heartbreakers – Here Comes My Girl
Già la copertina di “Damn The Torpedoes” dichiara gli intenti: da un lato i piedi per terra del rocker tutto d’un pezzo, dall’altro le divagazioni sognanti della dodici corde. Tra Stones e Byrds, insomma. Obiettivo centrato con un album che è forse l’apice di una discografia di alto livello, in cui si staglia questa numero due: ritmo incalzante e una voce che sa tenere insieme Dylan, Jagger e le armonie dei Byrds, mentre lo scampanellio marca Rickenbacker riempie il sottofondo. Eterea e ctonia insieme.

5. R.E.M. – Moral Kiosk
Athens, Georgia, 1983. La banda di Berry, Buck, Mills e Stipe debutta sulla lunga distanza con “Murmur” e subito gli elogi si sprecano: chi sono quei quattro dall’aria timida e tranquilla, quasi malinconica, che si permettono di unire così bene i Sessanta di Byrds e Velvet Underground con le velleità artistoidi della montante new wave? Sappiamo ormai che fu vera gloria (e, se siamo onesti, che gli allori più fulgidi albergano altrove), ma sarebbe da folli perdersi questa perla di jangle pop proposto con abbandono e determinazione insieme, sorretta da una ritmica non dimentica del punk e da un insidioso coro…corale, mentre le plettrate di Peter Buck sulla “dodiciona” ingentiliscono il tutto più di quanto non riesca a fare da sola la voce di Stipe. Affrettatevi al chiosco, signore e signori, perché redenzione ce n’è, ma non per tutti.

6. The Smithereens – Only A Memory
Dimenticati alfieri del college rock, i quattro del New Jersey si ponevano come trait d’union tra la British Invasion, l’arena rock dei Settanta e lo spirito indipendente degli Ottanta, affrescando folgoranti quadretti dove le assorte eppure irresistibili melodie della voce sono contese tra il ruggito delle distorsioni e il rintocco jangly delle chitarre. Merito di Pat DiNizio, cantante dal tono profondo e talvolta inquietante, chitarrista capace e compositore dotato di intuito per i contrasti emotivi. Notevoli soprattutto il terzo LP, “Especially For You” (1986), e il quarto, “Green Thoughts” (1988), dal quale è tratto questo singolo, un elettrico 4/4 costruito sul sereno variabile, tuoni Marshall e schiarite Rickenbacker, un riff che ammicca al Bowie di “Rebel Rebel”, un ritornello ombroso e rari solismi di ascendenza hard. Il successo venne ma fu effimero, e confinò gli Smithereens in un’immeritata nicchia, nella quale tuttora giacciono. Peccato.

7. The Beach Boys – California Dreamin’
Parte l’arpeggio iniziale e si alza già un vento freddo che ci fa desiderare di essere altrove. Quando poi viene invocato il Golden State (“Eden e Getsemani dell’uomo industriale”, ebbi a definirlo; confermo) crolla tutto, e partire è l’unica soluzione. Chissà, poi, se quella California è mai esistita. Nel dubbio, la Ricky dell’ospite Roger McGuinn (Byrds, ma c’è bisogno di dirlo?) risponde creando uno strato di malinconia talmente denso che nemmeno le voci angeliche dei quattro Ragazzi da Spiaggia (ex ragazzi: fu incisa nel 1986, per essere acclusa alla raccolta “Made in The U.S.A.”) riescono a fugarlo. Non va meglio con il sax, ché son pugnalate al cuore ad ogni nota, tanto quanto il flauto nell’originale evocava meraviglie esotiche. Sarà che son passati vent’anni (E che vent’anni! Dal ’66 all’86…), ma il jingle-jangle, pur maestoso come sempre, sa di occasione mancata, di brusco risveglio, di amaro in bocca. Di dodici mesi di inverno. Ridacci il nostro sogno, signor Tambourine.

Seven Deadly Sins # 17

STICKS TRICKS
Chi ha i capelli lunghi e va in giro coi musicisti? Un batterista“. Firmato Nicko McBrain. Questa la considerazione media di cui godono coloro che scelgono di posizionarsi dietro i tamburi. Hanno fama di essere rintronati, caratterialmente inaffidabili e irrilevanti a livello compositivo. A volte è vero, ma a volte no. Certo è che con le loro bacchette hanno il grande potere di affossare un brano o farlo funzionare. Quando, però, si lascia a loro la prima parola, e di solito i chitarristi inorridiscono al sol pensiero, i risultati possono raggiungere altezze ancora più elevate: l’introduzione batteristica rende una canzone inusuale, peculiare e particolarmente evocativa, spesso sublimandola nell’immortalità. Trattandosi di pratica frequente in quasi tutti i sottogeneri del rock, ardua è la missione del compilatore nell’inanellare sette pezzi sette che rappresentino la forza dell’incipit di drum solo; mi sono quindi mantenuto su consolidati binari di importanza storica, sia del brano sia del batterista, per tracciare una sorta di filo rosso che colleghi l’evoluzione della pratica. Nel fare ciò non ho beninteso dimenticato i miei gusti (e infatti qualcuno potrà trovare da ridire sull’ingente quantità di materiale di area hard ‘n’ heavy, ma è innegabile l’importanza che questo filone ha riposto nelle invenzioni batteristiche), ma ho cercato di mantenere un approccio, per quanto possibile, storico-critico. Ed è per questo che in chiusura porgo sentite scuse ad alcune mie dilette rimaste fuori, delle quali solo la tirannia dello spazio ha decretato l’esclusione. Perdonatemi, “Rise Above” (Black Flag), “Painkiller” (Judas Priest) e “Supersonic” (Oasis), sono e resto un vostro ammiratore.

1. The Beatles – She Loves You
Apparentemente non è nulla. Due battute di percussione sui tom e poi parte la canzone, indimenticabile per via di un ritornello ammiccante. Ma il clima selvaggio ed eccitante del brano non sarebbe lo stesso, e forse nemmeno avrebbe potuto crearsi, senza il contributo di Ringo, il primo (anno Domini 1963) a rendersi conto della potenza dei mezzi a sua disposizione. È nata una star(r).

2. The Who – The Ox
Il calendario segna il 1965 quando un quartetto londinese debutta sulla lunga distanza con dodici brani che chiamano a raccolta il rhythm ‘n’ blues americano per narrare i travagli di una generazione ancora acerba ma votata a cambiare il mondo. Chiudono il passo questi neanche quattro minuti di follia strumentale, dove la selvaggia tribalità di Keith Moon si manifesta per la prima volta in tutta la sua deflagrante potenza. E il drumkit non sarà mai più lo stesso.

3. Led Zeppelin – When The Levee Breaks
Del solo intro di batteria, un elefantiaco 4/4 che si abbatte sull’orecchio del malcapitato ascoltatore, reduce dalle carinerie acustiche e dal clima fricchettone di “Going To California”, si contano ventitrè campionamenti. Potremmo fermarci qua per dare a Bonham ciò che è di Dio, ma sarebbe fare un’ingiustizia al brano, rielaborazione di un blues di Memphis Minnie di influenza difficilmente eguagliabile, chitarra e armonica che tratteggiano il Far West su di un ritmo che pare il tempo dato ai rematori di una galea in viaggio…sul Mississippi. E le cover, infatti, ammontano a diciassette. Assieme a “Moby Dick”, la colonna portante della leggenda di Bonzo.

4. Deep Purple  – Fireball
Ultimi mesi del 1970. Londra, uno studio di registrazione. Ian Paice si siede dietro i suoi tamburi, posizionati per il mancino che è, e crea la leggenda: tredici secondi di evoluzioni a 240 bpm stese su un folto tappeto di doppia cassa. Per la prima volta su disco, si può azzardare. Rivolgimento copernicano che farà sfracelli tra i batteristi di tutto il mondo e un’influenza profondissima sulla successiva evoluzione dei suoni duri: “Overkill” dei Motörhead, futuro trigger per la NWOBHM e il thrash, ad esempio; ma anche “Hot For Teacher” dei Van Halen, e una buona quota del power metal europeo. Diavolo di un Paice.

5. Aerosmith – Walk This Way
Quando il rock incontra il funk, e nascono bastardi di talento. Come questo, tra gli apici della produzione dei bostoniani e pietra angolare del crossover, come sanno bene i Run-DMC. Una sincope da ascoltare per evitarne un’altra. Merito del mai sufficientemente celebrato Joey Kramer, solido timekeeper la cui principale sfortuna è stata quella di emergere nella stagione, gli anni Settanta, che ha dato alla batteria rock le sue personalità più rilevanti in assoluto. Gli è toccato camminare su questa strada, e se l’è cavata egregiamente, almeno fino a quando Igor (Aigor!) non si è ripreso il suo bastone.

6. Iron Maiden – Run To The Hills
Il più sfortunato di tutti. Ha suonato sui tre dischi che hanno costruito la leggenda della Vergine di Ferro e poi ha lasciato a loro di mietere la ricca messe. È finito a suonare con gente anche prestigiosa ma da meno di lui, e poi è finito e basta per una sclerosi multipla, nel 2013. Ma Clive Burr vive, vive ogni volta che Bruce, Steve, Dave e Adrian ci portano a caccia di indiani sulle colline del Dakota: è lui che fissa il passo della cavalleria, un trotto nato tra cassa, hi-hat, tom e piatto splash che si tramuta presto in carica al galoppo e diventa inarrestabile. Orribile la strage, nelle classifiche (settimo posto in Inghilterra) e nei cuori (forse l’introduzione batteristica più mitizzata nella storia del metal). Si salvi chi può.

7. R.E.M. – It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)
Quattro battute, quattro rullate e via spediti a snocciolare al limite della comprensibilità le miserie e le gioie di veder crollare il mondo come lo conosciamo in compagnia del “L.B. club” (Bernstein, Breznev, Bruce e Bangs). Una delle summae possibili degli anni Ottanta nonché un cerchio che si chiude: come in “She Loves You”, la carica del brano è indiscutibile; ma senza quelle rullate all’inizio non avrebbe potuto crearsi. “That’s great, it starts with an earthquake“, appunto.

Seven Deadly Sins # 16

ABERDEEN BODHISATTVA
Nel Buddhismo, bodhisattva è colui che, pur avendo raggiunto il Nirvana, rinuncia all’estinzione del ciclo di reincarnazioni tipica del raggiunto stato di illuminazione per aiutare gli esseri senzienti che ancora si attardano sulla via che conduce alla liberazione dal desiderio e dal bisogno. Kurt Cobain è stato uno di loro. Frequentatore assiduo dell’underground e animato da un genuino spirito punk di autoproduzione e diffusione per canali alternativi, non è venuto meno al proprio ruolo – e, soprattutto, alla coscienza di esso – anche dopo avere acquisito una fama senza pari nella sua generazione, sfruttando la propria visibilità mediatica per porre l’attenzione su alcune realtà musicali indipendenti, meritevoli di riscontri da parte del grande pubblico. Perciò, nella commemorazione che il ventennale (da celebrarsi il prossimo 5 aprile) del tragico epilogo della sua vita necessariamente comporterà, mi pare doveroso ricordare il leader dei Nirvana, più che per motivi arcinoti o per ritriti cliché, per la sua efficace opera di supporto e propaganda di altri musicisti misconosciuti ma di grande spessore. A volte basta una maglietta, a fare grande chi la indossa.

1. Meat Puppets – Whirlpool
Per quantità e qualità meritano di stare in testa. Il trio arizoniano è stato capace di sfuggire ad ogni etichettatura, passando con la massima disinvoltura da uno stile all’altro (hardcore punk, country, psichedelia, roots rock, hard rock, pop, grunge; talvolta tutti insieme) e risultando convincente alle prese con ognuno di essi. In una discografia di livello medio molto, molto elevato, “Forbidden Places”, classe 1991 e primo album sulla major London dopo oltre un decennio con la leggendaria SST, è probabilmente la lost gem, sfuggito a tutti al tempo della pubblicazione (hai voglia a sbracciarsi a Tempe quando tutti hanno gli occhi puntati su Seattle!) e anche dopo (è fuori catalogo e non è mai stato ristampato). Da una sì prodiga miniera merita senz’altro l’estrazione questo pezzo, un power pop che vorrebbe farsi hard ma non ne ha il coraggio, non riuscendo a troncare totalmente con le proprie radici country e psichedeliche e corteggiando l’ascoltatore con una melodia vocale perfetta. Se ne accorgeranno, primi di tutti, i They Might Be Giants, e poco dopo verranno l’unplugged coi Nirvana e l’accesso al giro che conta, ratificato dal successivo “Too High To Die”. Ma la vera gloria è da qui indietro, quando erano indipendenti. Anzi no: quando mai non lo sono stati?

2. The Wipers – Potential Suicide
Un giorno o l’altro dovrò decidermi e narrare la storia di Greg Sage, uno dei più magnifici perdenti che il rock ‘n’ roll ricordi. Nativo di Portland, Oregon, a capo degli Wipers già nel 1977, Sage ha guidato la sua band attraverso i meandri dell’underground a stelle e strisce per oltre due decenni, partorendo una schiera di album, dieci, di livello costantemente elevato e gettando la spugna solo quando la triste realtà del disinteresse (nonostante un momento di notorietà relativa con l’esplosione del grunge) era divenuta ineludibile persino incidendo da solista (tre LP tra 1999 e 2002). E a poco sono valsi gli attestati di stima di musicisti più famosi, talvolta divenuti tali facendo propria l’intuizione principe degli Strofinacci: pop e punk non sono antagonisti necessari, se ci sono la psichedelia e la dinamica a tenerli uniti. Intuizione mirabilmente sintetizzata in questo brano, una seconda linea dell’immortale debutto a 33 giri “Is This It?” (1980), che già reca in nuce il trademark sound dei Nirvana: strofa quieta ed improvvise esplosioni di distorsione satura. Mancino, cantante e chitarrista, unico songwriter e leader di un trio, non timoroso di sperimentare con le sonorità più recondite del rock (si ascolti il disturbato e nevrotico “Youth Of America”), Greg Sage era un Kurt Cobain in potenza. Ma le cose sono andate diversamente e, probabilmente per sua fortuna, si è dovuto accontentare di rimanere quello che il titolo promette: un potenziale suicida.

3. Shonen Knife – Animal Song
Quando infine le vidi dal vivo, mi trasformai in un’isterica bambina di nove anni ad un concerto dei Beatles“. Parole così, pronunciate dal leader del gruppo più in voga del momento (la dichiarazione data 1991), avrebbero dovuto scatenare un bel putiferio. E invece non accadde niente, nemmeno quando le tre di Osaka furono chiamate ad aprire il tour estivo dei tre di Seattle (del quale si racconta che, ad ogni data inglese, Dave Grohl dovette aiutare le Shonen Knife, che suonavano da dieci anni, ad allestire la batteria). O meglio, ci fu un contratto con la Capitol ma nessun miglioramento nei rapporti col pubblico, grande o piccolo che fosse, e nella qualità delle uscite. Meglio, allora, rivolgersi alle prime prove; quelle più genuine e per questo spiazzanti; quelle che per puro caso avevano varcato il Pacifico ed erano finite nelle grinfie della K Records, ottenendo diffusione e generando un culto minuto ma radicato, specialmente tra i musicisti; quelle totalmente basate su canzonette di tre accordi, melodie infantili di marca precipuamente nipponica e testi di un’innocenza che sconfina nell’anencefalia. Roba che fa apparire i Ramones, recentemente tributati dalle tre con “Osaka Ramones”, dei compassati accademici. Una proposta che ricade appieno nell’azzeccata locuzione anglofona “acquired taste“, ma di sicura peculiarità, che Cobain ebbe il merito di cogliere e tentare di elevare. È andata come è andata, con buona pace di tutti.

4. Shocking Blue – Venus
In “Bleach”, al numero 5, troviamo “Love Buzz”, nenia vagamente speziata d’Oriente che i Nirvana rileggono con distorsioni nervose. Ma gli autori, gli olandesi Shocking Blue, attivi da metà anni Sessanta al 1974, erano anche molto altro: c’era del country, qui e là, come pure quadratezze beat-garage e divagazioni propriamente psichedeliche. Bell’esempio della versatilità del gruppo di Robby Van Leeuwen è “Venus”, il loro maggior successo americano, one hit wonder dell’affollata stagione psichedelica (come “Love Buzz”, proviene dall’LP “At Home”, del 1969) che mischia Creedence, Stones e una punta di Grace Slick nella voce grintosa di Mariska Veres. Peccato che la sostanza del songwriting non sia sempre stata di spessore pari a questo brano (e album), facendo cadere gli Shocking Blue tra le maglie del periodo più creativo del rock e in un dimenticatoio dal quale solo un orecchio attento poteva decidere di sottrarli. Operazione non pienamente riuscita, ma, una volta di più, meritoria.

5. Redd Kross – Notes And Chords Mean Nothing To Me
Si sa che il defunto li metteva in ogni compilation che preparava per gli amici. E di loro si sa che sono tra i primattori della scena hardcore losangelena, essendo cresciuti gomito a gomito con gente come Ron Reyes (voce dei Black Flag) e Greg Hetson (chitarrista di Circle Jerks e Bad Religion). Ma dai colleghi si distinguono per una scrittura decisamente più classicheggiante, non dimentica del rock dei Sessanta e del power pop, partorendo brani concisi che affiancano convincentemente aggressività e respiro melodico e che tematicamente pescano a piene mani nei più oscuri meandri della cultura pop, da Russ Meyer (la cover di “Look On Up At The Bottom” delle Carrie Nations, fittizia girlie band del film “Beyond The Valley Of The Dolls”) come da Charles Manson (la cover, stavolta, è “Cease To Exist”; un nome un programma…), fino alla demenza vera e propria (testi, e più d’uno, che trattano dei cereali da colazione). Nella vasta offerta costituita dal primo LP “Born Innocent”, del 1982, ho scelto questa martellante scaglia di punk melodico, il cui titolo è metà confessione e metà dichiarazione di intenti. Ratificheranno espressamente i Monkeywrench (sul debutto “Clean As A Broke Dick Dog”, 1992), ma sarebbe ipocrita non rinvenirne la lezione anche nei Nirvana.

6. The Vaselines – Molly’s Lips
Senza Cobain, il duo scozzese sarebbe rimasto nel quasi totale anonimato, con buona pace di cultori e ignari. E invece tre cover, disseminate in operazioni discografiche assortite e occasionalmente eseguite dal vivo, hanno reso giustizia all’affascinante guitar pop di Eugene Kelly e Frances McKee, partorito a metà anni Ottanta e condensato in due EP e un LP (ma nel 1992 l’opera omnia è stata raccolta in un unico CD dalla Sub Pop). Plauso a questi neanche due minuti per jingle jangle chitarristico e voce carezzevole nel suo ripetere una filastrocca tanto memorabile quanto disarmantemente semplice: “Kiss, kiss Molly’s lips“. I Nirvana la rifaranno a distorsione spiegata, rendendola più divertente ma snaturando l’aurea ad uno eterea e scanzonata dell’originale. Chissà se Molly se l’è presa.

7. Beat Happening – Our Secret
Traccia 1, Lato A, primo album. Nel 1983 era un segreto, ma non poteva essere custodito a lungo: ritmi incalzanti, chitarre non distanti dal coevo fermento Paisley Underground e una voce narcotica e trasognata. Merito del guru Calvin Johnson, leader del gruppo e fondatore della K Records di Olympia, attiva agitatrice dell’underground statunitense, il cui logo, una K racchiusa in uno scudo, albergava tatuato sull’avambraccio di Cobain e nel testo di “Lounge Act”. Eroi della scena alternativa del Northwest tra Ottanta e Novanta, ebbero postuma la gloria meritata, ma senza i riscontri di vendita del grande pubblico. Sono il nostro segreto, dopotutto.

Seven Deadly Sins # 15

CONTINENTAL DRIFT
Non perdo nemmeno tempo ad esporre perché i Rolling Stones sono la seconda banda più influente nella storia del rock. Chi legge probabilmente lo sa già fin troppo bene. Ma, di tutte queste influenze, mi pare meritevole sottolineare la più curiosa, la più duratura e forse la più pervasiva, tanto da avere coinvolto un’intera nazione di musicisti: il rock rolinga. Nell’Argentina degli anni Ottanta, appena liberatasi dal giogo di una delle più sanguinarie dittature del continente sudamericano, un manipolo di musicisti adoratori delle Pietre Rotolanti decise di riproporre quel suono così classico, quell’archetipo del rock, adattandolo alla realtà locale, in primis alla lingua spagnola. Il risultato fu un proliferare di gruppi dediti a recuperare i suoni dell’irripetibile decade che passa tra “The Rolling Stones” e “It’s Only Rock ‘n’ Roll”, fino alla nascita di un’etichetta di genere sotto cui racchiudere tutte queste realtà (alcune divenute molto famose, altre rimaste nelle seconde file, ma nessuna nota oltreconfine o, perlomeno, al di fuori del mondo ispanofono): rock rolinga, appunto, con un evidente prestito dalla ragione sociale della “world’s greatest rock ‘n’ roll band“. Il fenomeno conobbe ampio successo fino ad addentro gli anni Novanta, quando, per le defezioni di alcuni protagonisti storici, la corrente si disperse in molti rivoli in cui abbondano le contaminazioni con altre sonorità. Gli anni Duemila, tuttavia, trovano ancora dei giovinastri dediti a portare alta la torcia litica del rock argentino. Un piccolo riassunto della quale potete trovare qui sotto.

1. La 25 – Cancion De Barrios Bajos
Li conobbi perché Osvaldo, il bomber della Roma, mostrò una maglia del gruppo esultando dopo un gol: già il logo non poteva trarre in inganno circa le intenzioni sonore del gruppo, ma l’ascolto confermò le buone impressioni iniziali. Schitarrate à la Keef per nulla à la page, infiltrazioni di armonica e storiacce di quartieri bassi, donne e rock ‘n’ roll. Difficile chiedere di più allo zucchero marrone.

2. Los Ratones Paranoicos – Caballos De Noche
Ai “cavalli selvaggi” d’Inghilterra, i Topi Paranoici, gli iniziatori veri e propri del rock rolinga (sono attivi dal 1984), rispondono con una galoppata da notti brave, lasciva come quel riff di chitarra e ammiccante come il piano honky tonk che fa capolino qui e là. Breve ed essenziale come da menu, se cantata in inglese non sfigurerebbe nemmeno su “Sticky Fingers”.

3. Viejas Locas – Nena Me Gustas Asi
Altra vecchia (pazza) guardia del rock rolinga, questi sette porteños hanno impregnato gli anni della crisi economica del più sano spirito rock ‘n’ roll, unendo ad una vena più tipicamente stonesiana elementi provenienti dalle rielaborazioni successive di quel sound, specialmente di area nordamericana. Ne è un valido esempio questo brano, estratto dall’ottimo debutto omonimo (1995), che fonde mirabilmente un assetto alla “Street Fighting Man” con l’attitudine al boogie elettrico dei Georgia Satellites. Ed è esattamente asi che ci gusta.

4. Intoxicados – Quieren Rock
Nati nel 2000 da una costola dei disciolti Viejas Locas, gli Intossicati hanno spinto oltre il discorso dei loro padri putativi, abbracciando totalmente la causa del boogie ad alto tasso adrenalinico ma senza sconfinare in territori prettamente hard rock, restando anzi più prossimi alla sleaziness sonora dei New York Dolls e del punk ’77. “Quieren Rock” li fotografa al meglio della forma, tra Rose Tattoo e Dead Boys, mentre un ghigno tra sarcasmo,  soddisfazione e approvazione solca i volti segnati di Mick e Keith appoggiati al muro a guardare.

5. Jovenes Pordioseros – Vertigo
Il gruppo esiste dal 1993, ma debutta su supporto solo dopo un decennio, e da allora può vantare un’onesta produzione discografica di quattro LP in otto anni. E fin da principio i Giovani Accattoni non hanno deluso gli appassionati di rock viscerale “traditi” dalle contaminazioni con altri generi tentate da certi colleghi, restando fedeli alla causa del rock stone (altro nome del rock rolinga) e tuttalpiù contaminandolo con qualche armonia beatlesiana. Ma non è quest’ultimo il caso di “Vertigo”, che a un riff sincopato di raccordo tra i primi AC/DC e gli Stones coevi unisce un ritornello insidiosamente melodico e corredato di cori sullo stile dei migliori Ramones. E nemmeno ripetuti ascolti sono in grado di scalfirne la carica. Poveri ma bravi.

6. Los Piojos – Esquina Libertad
Formati nell’88 e divenuti una delle band più famose d’Argentina, condizione che li ha portati ad esibirsi ripetutamente all’estero, e particolarmente in Europa, i Pidocchi sono una vera e propria istituzione del rock nazionale, come dimostra la collaborazione nientemeno che con El Pibe de Oro nell’omaggio di “Maradò”. Ma a conferma che il gruppo ha sostanza musicale (ma anche lirica) e non solo mediatica ci sono i brani, tra cui questo, una sorta di “Get Rhythm” che scalpita e scalcia come un toro imbizzarrito nella pampa. Un’altra interessante sfaccettatura della via albiceleste al rock.

7. La Renga – La Balada Del Diablo Y La Muerte
L’anima sudamericana contempla una forte religiosità, talvolta quasi ossessiva, e soprattutto una presenza pervasiva della morte, costantemente raffigurata e menzionata nella cultura tradizionale e popolare. Il rock, che su queste tematiche ha edificato più di un sottogenere, non poteva dirsi estraneo alla chiamata, meno che mai in Argentina. Ecco allora questo quartetto di Mataderos, storico viandante sulle strade del rock (il primo album data 1991), farsi carico dell’incombente con un pezzo  epico e haunting, che parte semiacustico per poi crescere in intensità e culminare in un liberatorio assolo di chitarra, il tutto rilegato dalla voce profonda e riflessiva del leader “Chizzo” Nápoli, sorta di Eddie Vedder en español. Si tratta di una sorta di bonus track, perché effettivamente gli Stones classici sono altrove, ma l’intensità e l’atmosfera suggeriscono attenti e pregressi ascolti di un certo quartetto inglese che per diventare la più grande rock ‘n’ roll band del mondo ha senz’altro stretto accordi con il diavolo e la morte.

Seven Deadly Sins # 14

MARAUDER (OF THE CHARTS)
Da tempo ormai si levano alti lai verso il triste destino dei “cervelli in fuga”, gente promettente che, per perseguire le proprie ambizioni, perlopiù di natura imprenditoriale, scientifica o artistica, è costretta ad emigrare e a conseguentemente porre il proprio talento al servizio dello Straniero. L’etichetta di “cervello”, a onor del vero, è spesso appiccicata a sproposito o con eccessiva larghezza, talvolta persino offendendo la materia grigia di chi, invece, resta. Ma se di cervelli in fuga dall’Italia vogliamo parlare, in ambito musicale nessuno, fin dalla seconda metà del Novecento, sovrasta i traguardi di Giorgio Moroder, altoatesino di Ortisei armato fin dalla prima gioventù di idee chiare, ferrea determinazione, teutonica etica del lavoro e vivida intelligenza. E i risultati a cui consente di approdare la combinazione di questi elementi sono adeguatamente enucleati nel palmares: due Oscar per la miglior canzone, tre Grammy Awards, un modello di automobile intestato a suo nome (la Cizeta Moroder V-16) e il titolo di Commendatore della Repubblica italiana, tra gli altri. Difficile riassumere quarantacinque anni di musica – non sempre eccellente, a onor del vero; anzi – in sette brani, ma valga la playlist come stimolo al lettore per incuriosirsi.

1. Giorgio – Son Of My Father
Emigrato a metà anni Sessanta in Germania con in mente di diventare musicista, il nostro ci prova subito, ottenendo, però, scarsi riscontri. Fino al 1972, quando l’album “Son Of My Father”, uscito a nome Giorgio, gli consente di tentare il primo, timido abbordaggio alle classifiche. Fa da sperone il brano omonimo, che unisce un beat danzereccio di matrice boogie al sintetizzatore Moog, allora strumento di pura avanguardia, del quale Moroder fu uno dei primi utilizzatori. Un punto di contatto tra gli Status Quo e la Shania Twain di “Man, I Feel Like A Woman”, che in quello stesso anno sarà portato nella Top 20 inglese dalla meteora Chicory Tip.

2. Donna Summer – I Feel Love
Dal 1971 Moroder è ormai stabile a Monaco, e qui incide demo nello studio da lui creato (i leggendari Musicland Studios, che hanno ospitato gente di ogni tipo, dai Deep Purple a Amanda Lear, dai Rolling Stones ai Queen), nella speranza di trovare un cantante adatto. Figura che si materializza in Donna Summer, pantera americana di una sensualità senza rivali. Dal 1974 al 1980 i due collaborano fittamente, e il sodalizio costituisce una delle vette creative dell’era disco. Archetipo ne è questo brano del 1977, in cui le tastiere dal suono cromato e splendente e i ritmi sintetici di una delle prime, pioneristiche drum machine anticipano largamente il gusto degli anni Ottanta e determinano la nascita, o perlomeno l’iscrizione anagrafica, di un nuovo genere: l’elettronica.

3. Irene Cara – Flashdance…What A Feeling
L’uomo di Ortisei è sempre stato affascinato dal cinema, e Hollywood nota le sue capacità fin da fine anni Settanta, quando viene incaricato di musicare “Fuga di mezzanotte” e di scrivere un brano per il disco-film “Grazie a Dio è venerdì”. Ma l’exploit cinematografico arriva con il nuovo decennio, un’escalation inarrestabile che raggiunge vette che forse nemmeno lo stesso compositore poteva immaginare: la trilogia “American Gigolo” (1982), “Scarface” (1983) e “Flashdance” (1983) sbanca il botteghino e spedisce i pezzi di Moroder nei piani alti di Billboard. Simbolo di quegli allori è “What A Feeling”, classico del filone “film sulla danza” tuttora onnipresente nell’etere e multimillion seller di portata epocale: a tutt’oggi è il quarto brano eseguito da una cantante più venduto di sempre. Lo si ama (principalmente le adolescenti) o lo si odia (principalmente quelli, uomini in ispecie, che all’epoca c’erano), ma è praticamente impossibile ignorarlo, con quel ritornello che si salda molesto nel timpano dell’ascoltatore per poi aggredirne la memoria. What a feeling, appunto.

4. Freddie Mercury – Love Kills
A metà anni Ottanta, Moroder è il re delle colonne sonore. Ma la fama a volte acceca e fa credere alla portata imprese in cui sarebbe meglio non cimentarsi. Parlo delle musiche composte dall’altoatesino, con quasi sessanta anni di ritardo, a corredo di “Metropolis”, capolavoro del cinema muto. Passo indubbiamente falso, ma vista la classe dell’uomo qualcosa da salvare c’è comunque: questa “Love Kills”, che unisce due dei massimi talenti della musica pop del tempo in un curioso ma interessante mélange dei reciproci stili, la densa elettronica di Moroder e il versatile, teatrale, emotivamente denso cantato del leader dei Queen. Sintetizzatori a profusione, innumerevoli sovrincisioni delle linee vocali e baffi, molti baffi.

5. Berlin – Take My Breath Away
In diretta dalla soundtrack più venduta di tutti i tempi, nientemeno. Atmosfere languide, linea di basso indimenticabile e le immagini di Tom Cruise e Kelly McGillis in azione che fanno sistematicamente capolino. Uno dei più fulgidi esempi dell’abilità di Moroder di abbandonare l’elettronica tout court per cimentarsi, con grande successo, nella scrittura pop. Curiosità: il testo (come pure quello dell’altro grande hit del disco, “Danger Zone”, cantata da Kenny Loggins) fu scritto da Tom Whitlock, all’epoca meccanico delle Ferrari di Moroder; ulteriore indice dell’intelligenza dell’uomo nel saper cogliere anche gli spunti più inattesi. Perdonate l’ovvietà dell’inclusione, ma oggi è San Valentino, dopotutto.

6. Mr. Big – Strikes Like Lightning
Anno 1990. L’ospite è un insulso susseguirsi di cliché dell’action movie, ma non è “Top Gun”. Il brano è rimasto quasi totalmente sconosciuto, schiacciato dai copiosi riscontri dell’opera dei Mr. Big, forse il quartetto complessivamente più talentuoso dell’hard rock americano a cavallo tra Ottanta e Novanta. La sua inclusione, dunque, è dovuta a fini dimostrativi, a ribadire la versatilità compositiva di Moroder, a suo agio con i beat ammiccanti della disco come con le chitarre ruggenti dell’hard ‘n’ heavy con ambizioni da classifica. E un assolo di sei corde che scapicolla e tuona come il fulmine del titolo.

7. Daft Punk – Giorgio By Moroder
La definitiva consacrazione. “Random Access Memories”, ultima fatica del venerato duo francese, è zeppo di collaborazioni, ma nessuna – nonostante l’oceanico successo del singolo “Get Lucky” – raggiunge il livello di questo brano, un vero e proprio tributo all’uomo che forse ha fatto di più per la musica elettronica. Che qui si racconta per svariati minuti, mentre una base memore dei suoi trascorsi bavaresi di metà anni Settanta cresce in sottofondo, mutandosi in una melodia avvolgente e avvolgendosi ancora nelle spire della narrazione autobiografica, fino all’esplosione finale di una roboante chitarra dal sapore hard. La torcia è passata; illuminata rigorosamente al neon.