La vita è il sale dell’ottimismo: Devon Williams – A Tear In The Fabric

devon williams - a tear in the fabric

“Uno strappo nel tessuto”: titolo perfetto per descrivere questo tempo di lacerazione del tessuto sociale umano. Sennonché il quarto album del cantautore californiano Devon Williams, uscito il 1 maggio scorso, non tratteggia orizzonti collettivi, bensì intimamente personali, visto che, a leggere le note stampa che accompagnano il disco, nei sei anni che hanno separato questo lavoro dal precedente “Gilding The Lily” al suo autore sono successe cose che cambiano la vita, come la morte del padre per malattia e la nascita di una figlia. Ma, dal momento che, nelle parole di T.S. Eliot, la critica onesta e l’apprezzamento sensibile sono diretti non al poeta ma alla poesia, il vissuto personale dell’autore non assume alcuna rilevanza in merito alla qualità dell’opera, e dunque bisogna concentrarsi sul disco, che di qualità ne ha da offrire non poca.

Sembrerebbe che questa forma di pop cesellato venga incasellato come riproduttivo degli stilemi del pop anni Ottanta, ma c’è da dire che in questa temperie spintamente revivalista di quel decennio basta un sintetizzatore qui e là, un po’ di chorus applicato a chitarre pulite e risonanti nonché una certa dose di riverbero aggiunto ai suoni della batteria per classificare la proposta come “ottantiana”. Mi pare, quest’ultima, un’etichetta applicata con imprecisione in questo caso, perché, se è vero che la scelta sonora di Williams rimanda a certe soluzioni di formazioni come Prefab Sprout e China Crisis, nondimeno il contesto melodico che informa la scrittura trascende quell’epoca, citando anche il jingle jangle sessantiano, certo country e l’intimismo cantautorale di inizio anni Settanta. Insomma, quello di “A Tear In The Fabric” è pop nella più piena accezione, influenzato dal suo passato ma intenzionato a rivolgersi all’epoca presente; risultato che ottiene, peraltro, con uno dei più tipici artifici della musica popular: parlare di sé per esprimere sentimenti universali, nel tentativo di produrre risonanza emotiva in un uditorato di, potenzialmente, qualunque epoca. Solo il miglior pop ci riesce, e questo disco non ci va troppo distante.

Probabilmente per la qualità della stesura melodica, che cattura senza eccedere, e per la trama essenzialmente asciutta dei brani, nonostante l’uso di una strumentazione mediamente articolata (frequenti sono le sovrapposizioni di chitarra acustica ed elettrica, quest’ultima sempre pulita, su drappeggi di sintetizzatori); o forse per la voce così naturale di Williams, apparentemente monocorde ma capace di suonare autenticamente confessoria e di portare l’occasionale sollievo psicologico che i rimuginii esistenziali dopo un po’ richiedono. In ogni caso, la finestra aperta da questi dodici brani sul mondo interiore del loro autore invita ad affacciarsi e osservare il paesaggio, per scorgervi, volta per volta, le nuvole che si addensano (la title-track, condita dagli aromi agresti forniti da una lap steel discreta ma evocativa), una faccia amica (Out Of Time, che si potrebbe persino definire springsteeniana), foglie gialle portate dal vento (In Babylon), placide onde che al tramonto accarezzano la battigia con spuma dorata (il quasi power pop di Deadly Turn) o chissà cos’altro, scorci kinksiani, Waterboys protetti dal polistirolo o magari perfino degli Anathema depotenziati. Visioni dai colori tenui e tuttavia screziate, con il vantaggio che, nonostante le atmosfere siano principalmente intimiste e malinconiche, si scorge sempre una sensazione di speranza latente, di fiducia nella capacità di mettere tutto in prospettiva e saper affrontare le sfide man mano che si presentano e per quello che sono: emblematici al riguardo due inserimenti sonori, rispettivamente un estratto di No More Rock n’ Roll di Clifford T. Ward alla fine di A Tear In The Fabric e un tenero richiamo ai genitori di una voce di bambina, forse proprio la figlia di Williams, in Peace Now?. Malinconia serena, ecco cos’è “A Tear In The Fabric”, parto di un musicista non professionista che ha qualcosa da dire su di lui e (quindi) su di noi.

Malinconia, ma anche serenità. Proprio quello che ci serve, adesso che la tela è lacerata.

The paths of glory lead not but to the grave: Adam Schlesinger (1967-2020)

adam schlesinger

Ieri il COVID-19 si è portato via Adam Schlesinger, cinquantaduenne bassista e compositore molto celebrato. Soprattutto per la musica scritta per cinema e televisione, che gli ha fruttato diversi tra nomination e premi, e il gruppo power-pop Fountains of Wayne, autore di cinque album tra il 1996 e il 2011. Ma io preferisco ricordarlo per l’apporto ad un side-project e l’intervento decisivo per la riuscita dell’ultimo album dei Monkees.

Riposa in pace, Adam. Grazie di tutto.

Surf Ozzies Must Die. L’onda corta dei Neptunes.

I Neptunes sono stati un quintetto di Perth. Formatisi nel 1987, suonavano una mistura di surf, power pop e garage e incidevano per la storica etichetta Citadel di Sidney, casa della miglior parte del rock australiano del periodo. Nel 1988 debuttarono con “Hydrophobia”, EP di sei pezzi, dei quali due strumentali. Tra di essi si stagliano My Mermaid, uno dei brani migliori mai usciti dal continente nuovissimo, un efficace riff di tre accordi a sorreggere un assalto adrenalinico eppure stiloso, e il surf carezzevole di Summer’s Almost Gone, fresca come la brezza che spira dall’Oceano Indiano, esercizio barracudesco (nel senso di Barracudas) che non si fa dimenticare. Come pure la simpatica copertina a tema marino. Eccola:

neptunes - hydrophobia

Poi concerti, un cambio di formazione (alla batteria Martin Moon sostituisce David Shaw) e nel 1991 il secondo episodio discografico: “Godfish”, un altro EP di sei canzoni, anch’esso edito solo in vinile. Opera graziosa, in sostanziale linea di continuità con il disco precedente ma più opaca in fase di scrittura, anche se non priva di momenti di interesse: Love Sign si dimena di un garage irsuto e coinvolgente, mentre il pop dalle tinte spagnoleggianti di Wait For The Sun cavalca abilmente le onde sul doorso di una tavola e Down South trapianta la California spiagge e palme nell’altrettanto solatia Australia sudorientale.

neptunes - godfish

Ma l’atmosfera è di stanchezza, e gli scarsi riscontri portano aria di smobilitazione, quindi i Neptunes si sciolgono subito dopo, lasciando ad altri il compito di portare avanti un monicker abbastanza frequentato (più di una decina le formazioni omonime). A suggellarne l’eredità, in quello stesso 1991 la Citadel raccoglie l’opera omnia del gruppo, dodici brani, in un unico CD, “Godfish”.

Da allora i Neptunes non hanno più combinato un cazzo.

E voi, invece?

Dc a 9: i dischi

Ed ecco, dopo due mesi di assenza e qualche tentativo di articolo abortito, l’annuale adempimento del dovere compilativo. Anno musicalmente avaro, questo 2019, che ha visto più defezioni rilevanti (João Gilberto, Dr. John, Dick Dale, Roky Ericsson, Rik Ocasek, Ginger Baker, Andre Matos) che album degni di menzione, tanto che a stento mi riesce di individuarne dieci per la consueta playlist. Un anno da dimenticare, insomma. Procedo dunque all’elencazione ritenuta adeguata, in no particular order come sempre, confidando che il 2020 possa portare un netto miglioramento da tutti i punti di vista. Augh.

Dischi notabili

1. REFUSED – WAR MACHINE
Qui. E il passare del tempo non attenua ascolti e riscontri. Il disco dell’anno, per quanto se ne può sapere da queste parti.

2. THE BACKDOOR SOCIETY – THE BACKDOOR SOCIETY
Qui. Confermati impatto e mestiere; una promessa, e chissà che il gruppo riesca a mantenerla.

3. EX HEX – IT’S REAL

ex hex - it's real

Questo trio americano interamente femminile ha pubblicato quest’anno il suo secondo ellepì, colmo di un power pop accattivante e ben costruito, che tiene insieme la freschezza melodica di matrice pop, l’esuberanza irruente di stampo punk e un vago ascendente hard rock nelle partiture di chitarra. E il coloratissimo risultato non delude affatto. Delle Go-Go’s per il Ventunesimo secolo, come peraltro suggerito dalla copertina.

4. THE NIGHT TIMES – HERE WE GO

the night times - here we go

Avete presente il detto anglofono secondo cui non si può giudicare un libro dalla sua copertina? Ecco, dimenticatelo, ché il debutto dei californiani Night Times confessa apertamente e con orgoglio le sue intenzioni già dalla foto di frontespizio: proporre una mezz’oretta del più puro e selvatico garage punk di stretta osservanza Sixties, le chitarre una pulita e una fuzzata, l’organo Farfisa o Vox, i ritmi convulsi, i tamburelli, le maracas, le urla e tutto il resto. Operazione riuscita alla perfezione, in un disco (uscito solo su vinile, peraltro) che trasuda eccitazione senza dimenticare la ballabilità, riuscendo così a trasmettere la sensazione di esuberanza ormonale che ha sempre costituito il primum movens del genere. Difficile e forse insensato selezionare singoli brani, ma mi pare comunque preferibile farsi scorticare cento volte da un pezzo come I Don’t Mind o agitarsi in preda alle convulsioni surf di Go Mental o al febbrile rockabilly di Charmed che cedere alle lusinghe di uscite più blasonate o sedicenti originali. Santino (?) dei Sonics in tasca e pepe al culo, insomma. Ben arrivati, tempi notturni.

5. AMYL AND THE SNIFFERS – AMYL AND THE SNIFFERS

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Debutto sulla lunga distanza dopo due EP in tre anni per questi quattro australiani, capitanati dalla magnetica Amy Taylor e autori di un tellurico punk garagistico, che richiama da vicino le più urticanti proposte proposte rock n’ roll di quella terra spargendo energia a piene mani grazie alla foga esecutiva dei musicisti e alla voce abrasiva e allupata della cantante, ideale continuatrice della scuola di Wendy O. Williams e Poly Styrene senza peraltro dimenticare un vago sentore pop preso a prestito dalla Debbie Harry degli esordi, che fa capolino qui e là e che l’ascoltatore attento potrà cogliere a tratti, negli interstizi del muro chitarristico e ritmico eretto dagli Sniffatori. Punk fatto come si dovrebbe, con il rock n’ roll come ragione di vita e anche un po’ più in basso. Down under, d’altronde.

6. RIOT CITY – BURN THE NIGHT

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L’ondata di revival del metal classico è ormai grandemente scemata rispetto all’inizio del decennio, ma ciò non significa che non continuino a uscire ottimi dischi ispirati alle sonorità heavy degli anni Ottanta; anzi, la sopravvenuta riduzione della platea permette di apprezzare ancora di più i risultati più alti e di commuoversi per la dedizione di chi continua a praticare il genere prediletto a prescindere dalle mode. Questa volta il plauso cade sui Riot City, giovani canadesi (provenienza geografica che stupisce ben poco per questa proposta) che a maggio hanno debuttato con un gioiellino di heavy speed totalmente ottantiano, che guarda a Judas Priest, primi Iron Maiden, Raven, Vicious Rumors e Savage Grace per produrre una colata di acciaio ispirata al power metal americano e forgiata sulle chitarre armonizzate e sugli acuti perforanti di Cale Savy. Intensità costante, riff perfettamente concatenati, ritmica serrata, oltre ad una produzione che valorizza i singoli strumenti senza cedere a tentazioni ottusamente filologiche (proverbiale la mancanza di dinamica di molti album storici del metal anni Ottanta) e ad una copertina che riesuma l’Hellion, custode del priestiano “Screaming For Vengeance”, fanno di “Riot City” il miglior album di heavy metal uscito quest’anno. Chissà che fine hanno fatto gli Striker, a proposito.

7. DUFF MCKAGAN – TENDERNESS
Qui. Ribadisco: chi l’avrebbe mai detto.

8. LES GRYS-GRYS – LES GRYS-GRYS

les grys grys - les grys grys

Francesi di Montpellier, i cinque Grys-Grys hanno esordito quest’anno con un LP di ascendenza sessantiana di qualità incredibile, maturo nei riferimenti stilistici e nella scrittura: sfacciatezze mod si fondono a umori psichedelici, l’esuberanza garage si appaia all’allusività rock-blues, suoni ricercati corredano essenziali jungle beat e la ricercatezza melodica non pregiudica l’impatto. Who, Stones, Bo Diddley, Electric Prunes, Yardbirds, Sonics e molti altri copulano felici in questo disco. Come dei Creation Factory più raffinati, insomma. Davvero incredibile.

9. JEFF DAHL – ELECTRIC JUNK

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Questo disco non è nemmeno indicato su Discogs, e di mister Dahl a tutt’oggi non esiste nemmeno una pagina di Wikipedia, nonostante le decine di uscite a suo nome e le comparsate in dischi e progetti musicali altrui, a conferma della natura elusiva di questo piccolo eroe dell’underground, attivo sin dalla fine degli anni Settanta e in qualche modo riuscito a eludere persino quel fazzoletto di notorietà quantomeno settoriale che l’informazione telematica garantisce a praticamente chiunque. Merito, o colpa, di un atteggiamento a suo modo incompromissorio, incentrato sulla riproposizione costante di un punk n’ roll coinvolgente anche se raramente memorabile (mirabile eccezione “Wasted”, uscito nel 1991) e dunque presto archiviato nella sezione del revivalismo carbonaro come materia per cultori. A riprova della coerenza dell’uomo si pone questo “Electric Junk”, autoprodotto e pubblicato con diffusione streamingzita e una volta di più zeppo delle solite melodie trascinanti flagellate da chitarre essenziali, rese con mezzi e suoni parimenti essenziali, nel più puro spirito del ’77. La presenza è motivata più dal valore simbolico della coerenza stilistica e attitudinale che dall’effettiva consistenza dell’opera, e nondimeno “Electric Junk”, pur non essendo più di quanto il titolo promette, si fa ascoltare con un certo piacere anche più di una volta.

10. TUXEDO – TUXEDO III

tuxedo - tuxedo III

Se Michael Jackson fosse vivo e facesse un disco così sarebbero in tanti a spellarsi le mani in applausi. E invece ne è autore un duo di produttori americani, giunti ormai al traguardo del terzo album e animati dall’intento ben preciso di rivitalizzare la disco, aggiornandone lo spirito all’epoca del #metoo e del reggaeton. Divertirsi e divertire con stile e colorando di glamour le lenti deformanti della popstalgia è lo scopo di “Tuxedo III”, ed è pienamente raggiunto: le drum machine essenziali conducono al bersaglio il ritornello appiccicoso di You And Me, Tuxedo Way anima party di ieri e di domani cavalcando un basso insidioso con commento di coretti da Studio 54 e c’è persino tempo per abbassare luci e ritmi con un accenno di ballata, quella Toast 2 Us che ha fatto propria la lezione del R&B anni ’90 senza peraltro dimenticare qualche aroma jazz, a dimostrazione che anche la più filologica delle riproposizioni non è mai una totale copia carbone del passato. Un disco con dichiarati intenti mercantili e tuttavia realizzato con una certa classe e la giusta dose di leccata sfrontatezza. Gli(lle)tterati e orgogliosi.

Altre pillole di 2019
SPIDERGAWD – V: una garanzia: rock duro ma composto e suonato con intelligenza, con in mente first and foremost la canzone e le sue esigenze, la melodia in primis. Che in questo album è un po’ più presente rispetto al passato, ma che nondimeno non comporta alcun sacrificio in termini di qualità e integrità. Magistrali per continuità.

BELLRAYS – PUNK FUNK ROCK SOUL VOL. 2: una garanzia vol. 2: la miscela si è fatta più blended, con più rock classico e soul a sopperire alla foga punk degli esordi, ma la classe non è acqua e qui si sente ancora una volta: Bob Vennum e i ragazzi sprigionano il fulmine o la scossa alla bisogna, e Lisa Kekaula è la solita pantera che sa cavalcarla con sfrontatezza, aggressività o sensualità. Si nota un leggero appannamento della scrittura rispetto al passato anche recente (leggi: anni Dieci), ma che suonino tozzo hard (Perfect), boogie lascivo (Bad Reaction) o pensosi blues (Every Chance I Get), i Bellrays restano sempre la solita, grandiosa macchina da rock n’ roll.

SACRED REICH – AWAKENING: non esattamente perfetto, ma un incoraggiante segnale nell’ottica del rientro nel genere, che poi è il thrash metal legato alla vecchia scuola, quella degli anni Ottanta, suonato con intelligenza e senza fanatismo, come è proprio di chi quel periodo lo ha vissuto in prima persona. Certo, i giorni di gloria (?) sono alle spalle, ma fa sempre piacere sapere che, in tempi di sommovimenti politici latinoamericani, c’è chi suona, oh se suona, la sveglia.

KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – INFEST THE RATS NEST: gli imprendibili e imprevedibili australiani da due LP l’anno colpiscono ancora, forgiando nove tracce di heavy metal misto a speed metal ottantiano e con una punta di hard rock, suonato con intelligenza e senza cadere in frusti stereotipi. Impatto, atmosfera, coinvolgimento e la solida, mefitica voce di Stu MacKenzie. Davvero notevole, poi, in chiave di estetica metal, la gigeriana copertina. Ci stava bene in Top 10 (anche perché, diciamocelo, ‘sto Jeff Dahl, ma chi cazzo è?), però ormai è andata così. Da ascoltare senza esitazione.

ATLANTEAN KODEX – THE COURSE OF EMPIRE: il metal in uno dei suoi massimi picchi emotivi: heavy cadenzato e crepuscolare per descrivere la fine di un’epoca, quella della civilità occidentale. Mai troppo veloce e sempre decadentemente melodico, per un risultato incredibilmente icastico. Difficile da descrivere a parole, ed è un buon segno. Sarebbe stato bene in Top 10, ma è la fine di un’epoca, per l’appunto.

L’altro 2019
UNIDA – COPING WITH THE URBAN COYOTE
Questo disco mi ha letteralmente salvato la vita, nel periodo buio da fine agosto a inizio ottobre. L’ho scoperto per caso, qui, e altrettanto casualmente ho deciso di ascoltarlo; la sua potenza, quel suono pastoso e saturo, quel basso di inaudito spessore, quella foga esecutiva mi hanno investito, facendomi capire che c’era ancora qualcosa di valido nella vita e un motivo per lottare. Mi ci sono quindi aggrappato, e la voce ululante di John Garcia mi ha sorretto. Anzi: il “your eyes don’t look just the same” all’inizio di If Only Two mi ha inchiodato alle mie responsabilità di vivente, spingendomi a cercare un rilancio, che ogni ascolto di questo disco ha spinto sempre un passo oltre. Non potrò mai ringraziare abbastanza gli Unida (e chi me li ha fatti scoprire) per ciò che hanno fatto, e cioè “Coping With The Urban Coyote”, che, per quanto mi riguarda, trasmoda da titolo a missione. Mi accorgo adesso che il testo della canzone in realtà dice “your eyes both look just the same“: mi piace pensare che non sia un caso.

J.P. BIMENI & THE BLACK BELTS – FREE ME
Dopo gli Excitements, è ancora Barcellona via l’Africa a dettare i tempi del nuovo vecchio soul: J.P. Bimeni è ruandese, risiede nella città catalana e possiede una voce di potenza e sensualità incredibilmente prossima a quella di Otis Redding e Marvin Gaye; i Black Belts sono un quartetto indigeno dedito al soul strumentale sulla scia di MGs e Bar-Kays. Insieme firmano un LP, uscito nel 2018, di ottima qualità, in cui convivono ballate col cuore in mano (I Miss You) e agrodolci esuberanze (Honesty Is Luxury), in un contesto che distilla il suono Stax per l’epoca di Trump. Se l’onestà è un lusso, come il disco proclama, vale nondimeno la pena concederselo, e sul piano musicale “Free Me”, clamorosa opera prima, è un lusso d’altri tempi.

SIZIKE – U ZEMLIJ CUDA
Recentemente ristampato, questo LP uscito originariamente nel 1986 è opera dei Data, un collettivo jugoslavo a prevalenza serba autore di un pop sintetico e ballabile, tipico del periodo, proteso ad emulare i dettami modaioli imperanti illo tempore eppure nient’affatto privo di quella cifra estetica e stilistica di area slava, fatta di kitsch inconsapevole e senso del ridicolo nullo o quasi. Sintetizzatori analogici, batterie elettroniche d’antan e vocalizzi femminili prevalentemente in lingua realizzano un gioiellino di esotica motilità (facile prevederne l’acquisto/acquisizione da parte di dj hipsterici desiderosi di stupire la platea) senza per questo impedire l’ascolto casalingo o l’uso a mo’ di tappezzeria sonora. A corredo della ristampa ci sono anche tre brani altrimenti inediti dei Data, sempre in stile. Una godibile mezz’ora di new wave danzabilmente hipster e un inusuale angolo prospettico per riflettere sulla globalizzazione e sugli abiti in materiali sintetici; avvertenza: forte potenziale di culto.

ROY AYERS UBIQUITY – RED, BLACK & GREEN
Il soul jazz dei Settanta, il decennio d’oro del genere, al massimo della sua forza espressiva: ritmo irresistibile anche nelle sue declinazioni più pacate, arrangiamenti curati, varietà nell’improvvisazione e orgogliosa esibizione delle radici. La disco e le sue sbornie sono poco oltre (siamo nel 1973) e non saranno ignorate, ma qui Ayers suona ancora perché deve, per sé e per gli altri, per il corpo e per la mente; non a caso aprono e chiudono rispettivamente le riletture di Ain’t No Sunshine (Bill Withers) e Papa Was A Rolling Stone (Temptations), con la consapevolezza afrocentrica della title-track, posta a metà, a fare da spartiacque. Uno degli album migliori di uno dei maestri del vibrafono a capo di una delle sue formazioni più solide.

Damnatio memoriae
BLIND GUARDIAN TWILIGHT ORCHESTRA – LEGACY OF THE DARK LANDS
Il disco orchitestrale, finalmente.

BRUCE SPRINGSTEEN – WESTERN STARS
Come sopra. Ma la goduria vera è leggere gli inerpicamenti dei critici musicali per giustificare, contestualizzare, interpretare. Your eyes both look just the same.

Fintanto che gli stolti potranno vivere e proliferare, il mondo, nel suo complesso, procederà tollerabilmente bene: Art Brut – Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out!

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Gli Art Brut sono i nuovi Kinks. Anzi no, sono i nuovi Buzzcocks. Anzi no: sono la cosa migliore successa al rock inglese nel ventunesimo secolo.

Da una manciata di mesi i cinque sono giunti al traguardo del quinto album, “Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out!”. Titolo emblematico e irresistibile come quelli che lo hanno preceduto (“It’s A Bit Complicated”, “Art Brut vs. Satan”, “Brilliant! Tragic!” e “Top Of The Pops”) e tutto questo senza ancora arrivare al contenuto. Che è una miscela di energico rock ‘n’ roll non dimentico del punk e però sempre innervato di melodie irresistibili e dementi, suonate con tastiere dai suoni improbabili o da fiati che aprono arricchenti squarci soul. Ma sono i testi ad essere il vero punto di forza del gruppo, una mistura di nonsense e di vita vissuta narrata attraverso giustapposizione di immagini banali e descrizioni surreali, il tutto porto con l’imperturbabilità, vera o apparente, che è caratteristica britannica precipua e dunque tanto fonda l’avvertimento del contrario che impregna quel paradigmatico humor. Sul punto vi rimando a uno dei maestri del genere, Jerome K. Jerome: “When a twelfth-century youth fell in love he did not take three paces backward, gaze into her eyes, and tell her she was too beautiful to live. He said he would step outside and see about it. And if, when he got out, he met a man and broke his head—the other man’s head, I mean—then that proved that his—the first fellow’s—girl was a pretty girl. But if the other fellow broke his head—not his own, you know, but the other fellow’s—the other fellow to the second fellow, that is, because of course the other fellow would only be the other fellow to him, not the first fellow who—well, if he broke his head, then his girl—not the other fellow’s, but the fellow who was the—Look here, if A broke B’s head, then A’s girl was a pretty girl; but if B broke A’s head, then A’s girl wasn’t a pretty girl, but B’s girl was. That was their method of conducting art criticism.. Una cosa così, ma con le chitarre sotto.

Inglesi fino al midollo, persino nella ragione sociale mutuata dal francese Jean Dubuffet, gli Art Brut si peritano di suonare rock ‘n’ roll nell’unico modo in cui ha senso farlo: divertendo e divertendosi. E così fanno anche in “Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out!”, copertina da jazzisti su Columbia e contenuto da new wavers su Virgin, tra il pop angelico di Veronica Falls, il glam da stadio (concerto, non partita) della title-track, il quadretto kinksiano di Good Morning Berlin e l’eccellente pastiche di She Kissed Me (And It Felt Like A Hit), che sorniona capovolge la hit di Phil Spector unendo Dictators e soul di marca Stax. Ce ne sarebbero altre otto su cui soffermarsi, ma non è giusto privare il lettore del piacere della scoperta, tanto più che non si va mai sopra i quattro minuti di durata e, forse, ma solo forse, anche questo è un brillante esempio di umorismo britannico. Dico solo che un disco il cui brano conclusivo contiene il distico “When they release the Blu-ray special edition of your life/ All the deleted scenes will prove you right” non può, non deve passare inosservato.

Ce lo chiede… già, chi ce lo chiede? Pete Shelley, forse. O forse Declan MacManus.

Ci tocca, lads.

Anno ucciso, uomo lagno. Il 2017 musicale di Note in Lettere.

Disclaimer: questo articolo è stato scritto usando un computer fabbricato da lavoratori sfruttati.

Il 2017 non è stato un granché come anno. Anzi, ad essere esatti, lo si può qualificare come un bel disastro. Non tanto sul piano personale, dove pure gli argomenti in tal senso non mancherebbero, quanto su quello musicale, ben più rilevante. Vi risparmio i necrologi, anche se a scorrere la lista c’è da sbalordire ogni volta: Chuck Berry, Allan Holdsworth, Chris Cornell, Gregg Allman, Fats Domino, Tom Petty, Grant Hart, Walter Becker, Al Jarreau, Butch Trucks, Clyde Stubblefield, Martin Eric Sin, Geoff Nicholls, Robert Dahlqvist, Charles Bradley, e da ultimo Malcolm Young. Solo per citare i più noti e più cari. Neanche profondendo sforzi per ucciderli sarebbe stato possibile ottenere una simile lista di lutti. Aveva ragione il Reverendo Gary Davis, veggente come tutti ciechi: la morte è impietosa su questa terra. E non va mai in vacanza. Quindi, come sempre impotenti di fronte al Grande Viaggio, non ci resta che salutare coloro che si sono incamminati e onorarne la memoria attraverso la coltivazione del lascito terreno, sulla cui consistenza fanno fede i nomi, prima ancora che le biografie e le opere.

Venendo, invece, ai vivi, il 2017 non si è rivelato significativamente elevato nelle uscite discografiche, anche se ciò non impedisce di ricadere una volta di più nell’ozioso giochino della sommatoria qualitativa degli ascolti. Anzi, tale circostanza è forse uno stimolo ulteriore al solito passatempo. Ecco, dunque, l’esito musicale dell’anno (quasi) trascorso secondo chi scrive. Come sempre, le scelte indicate sono numerate per ragioni d’ordine estetico dell’esposizione, senza che la collocazione numerica implichi giudizio di valore rispetto agli altri dischi inclusi. Sono ben gradite le selezioni dei lettori, a com(pleta)mento della presente. Ove mancanti, se ne parlerà a voce, qui o di là. Auguri a tutti.

Dischi notabili

1. Flamin’ Grooves – Fantastic Plastic
Qui.

2. Styx – The Mission
Ne avevo scritto qui, e con gli ascolti non è diminuito in consistenza e piacevolezza. Il pensiero di definire così un album degli Styx mi lascia stupefatto tuttora, ma è giusto rendere onore al merito. Che su Marte l’umanità ammari o meno, noi siamo a posto, quantomeno per i prossimi trentadue anni.

3. Rolling Stones – On Air In The Sixties
Rolling Stones - On Air
Contrariamente alle loro ultime uscite, di carattere esclusivamente speculativo, questo doppio, che raccoglie le incisioni per diversi programmi della BBC tra 1963 e 1965, ha un notevole valore documentale e non è di interesse solo archivistico-completistico, perché fa infine luce in maniera adeguata e professionale (le incisioni, in precedenza reperibili su svariati bootleg dalla resa fonica limitata, sono state ripulite negli studi di Abbey Road con un’innovativa tecnologia che consente di separare dal master tape le singole tracce per un nuovo missaggio delle stesse, sostanzialmente riportando l’incisione alla fase di produzione) sul periodo decisivo delle Pietre Rotolanti, quello in cui, sotto la guida di Brian Jones, azzannavano il blues di Chicago e il rock ‘n’ roll con l’ingordigia e la sicumera di imberbi giovincelli, dimostrando la forza di tali forme espressive ad un mondo, e soprattutto ad un’America, che ottusamente negava loro dignità a cagione del tasso di melanina che le aveva originate. E nulla rende al meglio tale decisivo passaggio musicale, culturale e sociale della viva energia di queste esibizioni live, istantanea del Novecento significativa ancorché negletta perlopiù. Il repertorio consta essenzialmente di riletture di (non ancora) classici del blues e del rhythm & blues, ma anche le rare puntate nel repertorio autografo, che allora muoveva i primi passi, (la graffiante zampata di Satisfaction e la dinoccolata spavalderia di The Spider And The Fly), dimostrano che si era di fronte a una formazione destinata a lasciare il segno (una malignità, ma significativa: quando, pigiato il tasto “Play”, parte Come On, chiudendo gli occhi sembra di trovarsi al cospetto dei Chesterfield Kings). Se oggi è immorale, o semplicemente folle, spendere cifre a due zeri per assistere ad un’esibizione della world’s oldest rock ‘n’ roll band, altrettanto lo sarebbe scansare questa eccezionale e ben più economica spiegazione del perché ci si vede domandare cifre ad almeno due zeri.

4. Hüsker Dü – Savage Young Dü
husker du - savage young du
Ancora una ricapitolazione di inizi, ma addirittura in triplice CD. Stavolta occasionata dalla dipartita del batterista e cantante Grant Hart, ma resa nondimeno doverosa dalla latitanza di materiale d’archivio del trio di Minneapolis. Oggetto di recupero è il periodo iniziale della formazione, quello che va dal primo demo del maggio 1979 (otto pezzi, qui raccolti) al 1983, anno di pubblicazione di “Metal Circus” e definitivo salto di qualità nella scrittura e nella carriera discografica. Nel mezzo, bozzetti di brani in fieri elaborati durante le prove, esibizioni dal vivo, outtake di studio, lati B di singoli. La ricca messe di materiale (quasi settanta tracce) non consente di ricapitolarlo tutto analiticamente, ma per comodità lo si può scindere in tre parti: il capitolo demo, molto più eclettico di quanto vorrebbe la vulgata secondo cui i primi Hüsker Dü suonano hardcore punk a velocità supersonica senza badare a sottigliezze e melodie, ché ci si imbatte invece nell’influenza tanto del ’77 (Nuclear Nightmare) quanto dei Sixties (Can’t See You Anymore è già jangle pop); il capitolo dal vivo, che ripulisce la resa fonica del materiale già udito sul debutto “Land Speed Record” pur conservandone la forza d’urto, confermando l’appartenza del gruppo al fenomeno hardcore; il capitolo sessioni di studio, che vede la formazione sperimentare tra passato (le bordate di Afraid Of Being Wrong e Punch Drunk, puramente e schiettamente hardcore) e futuro (la rilettura nervosa di Sunshine Superman di Donovan e Everything Falls Apart, che fotografano il passaggio al nuovo corso). Ciò che ne esce è la ricostruzione di una delle formazioni più creative e originali del rock americano degli anni Ottanta che esplora le sue capacità espressive, dimostrandole spiccate già in esordio ed affinandole a rapide falcate. These important years.

5. Filthy Friends – Invitation
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Restando in tema di underground americano, questo quintetto, formato nel 2012 e poi nuovamente in attività dal 2016, vede a fare compagnia a Corin Tucker, chitarrista e cantante delle Sleater Kinney, nientemeno che Peter Buck, Kurt Bloch dei Fastback, Scott McCaughey (ex Minus-5 e R.E.M.) e Bill Rieflin (già nei King Crimson e nella touring band dei R.E.M.), con anche una comparsata di Krist Novoselic al basso. Visti i galloni alternative della formazione, e il suo atteggiarsi a “supergruppo” nello stile del più pomposo passato del rock, fa sorridere che il loro unico LP abbia visto la luce per l’etichetta Kill Rock Stars!, ma tant’è. Polemiche a parte, se “Infestation” fosse uscito negli anni Ottanta o primi Novanta, se ne parlerebbe ancora adesso come uno dei migliori album del circuito indipendente a stelle e strisce. Merito di canzoni che non si fanno imbrigliare stilisticamente né cedono al desiderio di distinguersi da tutti in forza di ideologie stilistiche preconcette: i tempi sono cambiati, la discografia è crollata e ognuno è libero di proporre qualsiasi cosa. I cinque, musicisti maturi, lo hanno capito e ne hanno fatto il loro punto di forza. E così, dopo l’apertura con il singolo Despierta, che echeggia a dodici corde per poi impennarsi elettricamente, ecco le carte mischiarsi in maniera sorprendente: il glam da arena di Windmill a fianco del pop acustico ma crespo di Faded Afternoon; una Any Kind Of Crowd che sorprende non sentir intonare da Michael Stipe giustapposta alla quasi-kissiana The Arrival; il garage-punk ortodosso di No Forgotten Son armonizzato con una Brother che sembrano i Muse capitanati da Debbie Harry; l’eccitazione power pop di You And Your King per nulla antitetica al delizioso congedo della title-track, che swinga districandosi tra certo jazz acustico e Macca il baronetto. Scrittura di livello altissimo, integrità artistica preservata, accessibilità massima: al tempo una cosa così non l’avrebbero tentata nemmeno i Replacements o i Meat Puppets. La vera meraviglia discografica del rock datato 2017.

6. Pretty Boy Floyd – Public Enemies
pretty boy floyd - public enemies
Non so chi tra i lettori abbia mai visto una foto della formazione dei Pretty Boy Floyd al tempo del suo massimo successo. Nel caso, eccone qui una. Il tutto ha un indubitabile potere respingente, ma, se solo uno abbia voglia di andare oltre l’apparenza (operazione complessa in casi, come questo, di apparenza sostanzializzata) e fermarsi a capire come la proposta musicale del quartetto sia sopravvissuta a mode e rivolgimenti in maniera essenzialmente inalterata, l’ascolto del nuovo disco dei Pretty Boy Floyd, riesumati da un silenzio discografico settennale ad opera della nostrana Frontiers, sembrerà la dimostrazione che, volendolo, è possibile fermare il tempo. Una dimostrazione delle più riuscite e divertenti, peraltro. Guardate la copertina: logo con lettering sottratto agli Iron Maiden e l’immancabile O che racchiude il pentacolo, alla foggia dei Mötley Crüe del periodo ’83 – ’85; e poi un disegno con pipistrelli, scheletro, armi e simboli mortifero-esoterico-complottistici sullo sfondo di una Gotham City da cartone animato. E tutto questo prima ancora di avere ascoltato una sola nota. Se uomini sui cinquant’anni spediscono sul mercato un prodotto del genere, convinti delle sue possibilità di affermazione commerciale, il buono dev’esserci necessariamente. E c’è, infatti: nella sospensione temporale. Anche qui, prima ancora di ascoltare una nota, basta leggere i titoli: High School Queen, Girls All Over The World, Do Ya Wanna Rock, American Dream, Run For Your Life, Shock The World. Non è nemmeno parodia, è proprio convinzione; come di cosa? Che sia ancora il 1988! Quando le chitarre erano fluo e il Muro non quello al confine col Messico. Che poi le canzoni siano pezzi di chewing glam metal tra i più gustosi mai consumati, senza per questo svelarsi come un tentativo di ricostruzione filologica (voglio dire, c’è persino una power ballad intitolata We Can’t Bring Back Yesterday!), resta irrilevante. Se credete che sia in atto una ripresa economica, comprate questo disco.

7. H.E.A.T – Into The Great Unknown
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Ancora non mi faccio persuaso (cit.), ma in qualche modo funziona. Il singolo era terrificante, un inconcludente papocchio di rock moderno senza appigli melodici di rilievo o potenza sonora veruna. L’album, però, in qualche modo regge, nuovamente orientato verso quell’hard rock duro e puro che la formazione svedese ha deciso di praticare a partire dal precedente “Tearin’ Down The Walls” ma ancor più copioso in Watt e grida. Non che questo significhi un’abdicazione dai doveri compositivi, e valga in tal senso la conclusiva title-track, però è innegabile che il motore non gira più liscio come in passato. Per il momento la cosa è tenuta sotto controllo, e quindi godiamoci il disco (che comunque resiste a plurimi ascolti), ma il futuro è ignoto, giustappunto.

8. Cannibal Corpse – Red Before Black
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Svariati recensori e i suoi stessi autori l’hanno definito “catchy“, e se non è strano appioppare un simile aggettivo ad un album dei Cannibal Corpse non so cosa lo sia. Eppure la definizione ha senso, perché in questi solchi (anche il CD ne ha, dopotutto), pur non distaccandocisi dall’usuale formula stilistica, si trovano alcuni dei riff più densi di groove apparecchiati dai cinque americani nell’arco di una carriera quasi trentennale, a tratti vicini a certe soluzioni thrash eppure sempre inconfondibilmente uguali a se stessi. Difficile segnalare un pezzo che si elevi dalla mischia di sangue, frattaglie, growl vocale e ritmi ora velocissimi ora schiacciasassi, ma l’ascolto d’insieme è fluido e piacevole, spingendo una volta di più a giocarsi le vertebre cervicali per il puro gusto di farlo. Nota di merito alla produzione, che sottolinea la potenza definendo i suoni senza per questo cadere in inutili eccessi tecnologici. Ennesima conferma della qualità eccezionale del più famoso gruppo death metal in attività.

9. The Night Flight Orchestra – Amber Galactic
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Sembra impensabile che qualcosa del genere provenga dai principali compositori dei Soilwork, il cantante Björn Strid e il chitarrista David Andersson, peraltro in combutta con il bassista Sharlee D’Angelo, anche lui forte di un pedigree metallico di tutto rispetto (King Diamond, Mercyful Fate, Spiritual Beggars, Arch Enemy). Eppure il side-project in questione è arrivato al decimo anno di attività e al terzo LP, nel corso del tempo incontrando il favore di un gigante discografico come la Nuclear Blast, solitamente poco avvezza a queste sonorità. Che sono quelle delle radio di fine Settanta e inizio Ottanta, rock melodico che non disdegna moderate escursioni progressive e stilettate chitarristiche senza per questo dimenticare le esigenze del grande pubblico in termini di melodia e ballabilità. Il risultato sono undici pezzi deliziosamente démodé, tra Toto, Alan Parsons Project, Electric Light Orchestra, Journey, Foreigner e tutto il resto che sapete o potete immaginare. Si è detto ripetutamente che la Svezia ha una marcia in più quando si parla di melodie; ebbene, “Amber Galactic” non fa mai eccezione alla regola, e sul punto valgano esemplificativamente Gemini, preclaro esempio di smash hit single nel 1984 di una dimensione parallela, e una Domino che nella predetta dimensione ha fatto ricchi Giorgio Moroder, Harold Faltermeyer e Kenny Loggins. Il riciclo musicale di quella stagione raramente ha dato frutti migliori.

10. L.A. Guns – The Missing Piece
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Mi ero ripromesso di evitare di inserire in questa lista troppi dischi di hard rock anni Ottanta, di quelli fatti da gente avvezza alla pubblicità ingannevole in forma di cerone e pantaloni attillati con i calzini arrotolati dentro il pacco. La verità è che non ci riesco, che il grigiore di un’epoca (interiore ed esteriore) di disfacimento e transizione come la presente mi sembra contrastabile unicamente con manifestazioni estetiche corrusche e animate da una joie de vivre autodistruttiva e irresponsabile ma nondimeno tale. E tanto (poco) mi basta. Resta che il nuovo disco degli L.A. Guns, il primo che vede insieme dopo decenni lo storico cantante Phil Lewis e il chitarrista fondatore Tracii Guns (pur in una risibile situazione di coesistenza di due diversi gruppi omonimi, questo e quello capitanato dal batterista storico Steve Riley assieme a un pugno di carneadi; situazione che accomuna diverse realtà della scena del Sunset Strip, tra cui i Great White, e che, oltre ad ingrassare avvocati e promoter, disvela latenti problemi egotici e/o finanziari dei musicisti), è indiscutibilmente un disco di hard rock stradaiolo come non se ne fanno da tempo, un saggio della materia vergato con un’ispirazione stupefacente (vabbè…) per dei veterani. Anzi, la stupefazione si incrementa con l’ascolto, che disvela soluzioni compositive variegate, inusitate per questa sigla, senza sacrificare l’impatto complessivo: se l’iniziale It’s All The Same To Me già da subito alza i livelli di deboscia e quanto segue nulla fa per ridurre l’aria viziosa, l’atipica ballata Christine, il lento semi-blues The Flood’s The Fault Of The Rain (probabilmente sarò l’unico al mondo a sentirci un’assonanza con Roof With A Hole dei Meat Puppets), una title-track che con giusto una patina di modernità in più potrebbe essere un successo degli Stone Sour e gli articolati cinque minuti della conclusiva Gave It All Away sembrano il parto di un’altra band. Magari una migliore, ma per adesso va più che bene così. Ritorno tanto inatteso quanto sorprendente in qualità.

Altre pillole di 2017
Duel – Witchbanger
: texani che rifanno i Black Sabbath. Suoni analogici, riff scontati, voce al bourbon, groove da vendere. Duri e ottusi come il guscio di un armadillo.

Morbid Angel – Kingdoms Disdained: death metal americano che gorgoglia e bestemmia dal centro dell’universo, come solo deve fare. Di nuovo nessuna pietà. Per fortuna.

Marilyn Manson – Heaven Upside Down: meno riff blues e più atmosfere elettroniche e suoni metal, ma la sostanza c’è. Era meglio “The Pale Emperor”, ma il Reverendo è tornato per restare.

Don Barnes – Ride The Storm: inciso nel 1989 dal cantante dei .38 Special con fior di turnisti e lasciato a prender polvere sino a quest’anno. AOR vecchia scuola come non se ne sente più, a tratti (la title-track) memorabile come le cose migliori dell’epoca.

Target – In Range: come sopra, solo che l’anno era il ’79. Notabile per la voce magnifica di Jimi Jamison, a quel punto già giunta a maturazione timbrica. Per il resto un passabile southern rock che persegue le sue ambizioni radiofoniche flirtando con l’hard rock, così riflettendo la crisi del genere nel dopo ’77.

Steve Earle & The Dukes – So You Wanna Be An Outlaw: Una garanzia. Rock che sovente varca la Frontiera e si lorda della polvere della prateria; ma anche country che una volta ogni tanto si concede una serata in città. La conclusiva epopea western di Goodbye Michelangelo è toccante come non mai.

The Jesus And Mary Chain – Damage And Joy: c’è molto mestiere, ma la vena compositiva non si è esaurita. E, al solito, l’abito pop, sintetico ma anche acustico, dona proprio. Chiamiamolo Brit pop evoluto.

Gregg Allman – Southern Blood: in apertura è posto l’unico brano autografo, My Only True Friend, toccante testamento in forma di ballata al profumo di soul, che si apprezza vieppiù alla luce del supremum exitum. Il resto sono cover, nove, che spaziano da Tim Buckley ai Grateful Dead, da Willie Dixon ai Little Feat, da Bob Dylan a Jackson Browne (qui chiamato a duettare con Allman nella conclusiva Song For Adam), e si muovono in ambito più folk del solito, forse perché per il blues non c’è più tempo. Un congedo postumo con un sorriso, una carezza e una ritirata in punta di piedi, chiudendosi delicatamente la porta alle spalle.

L’altro 2017
Perché, ormai lo sappiamo, è il 2017 solo se ci credi.

Judas Priest – Jugulator
In occasione del ventennale l’ho rispolverato, scoprendolo più valido di quanto lo ricordassi e di quanto lo si è sempre fatto passare, forse per lo smarrimento di tutti i gruppi di heavy metal classico negli anni Novanta e senz’altro per la difficoltà a concepire i Priest senza Rob Halford. In realtà “Jugulator” è figlio legittimo del suo tempo, i suoni un concentrato di compressione al fine di incrementare lo spessore e i riff interamente pensati per creare il massimo groove possibile pur restando in velocità media, secondo lo schema portato al successo dai Pantera, ma la scrittura è solida e la voce di Ripper Owens non fa mancare nulla in termini di tecnica, aggressività ed espressività. Peccato solo per le intro e le outro che affliggono quasi ogni brano, aggiungendo a ciascuno almeno un minuto di troppo; in loro assenza, staremmo parlando del miglior album dei Judas Priest da “Painkiller”.

The Keys – The Keys Album
Incredibile scoperta casuale, ma di quelle destinate a durare. Perché l’omonimo LP del quartetto inglese, pubblicato nel 1981, è forse (ma forse neanche tanto forse) il miglior album di power pop di sempre. Prodotto da Joe Jackson, uscito su A&M, “The Keys Album” vedeva i Keys cesellare melodie meravigliose su chitarre cristalline e ritmi frizzanti, aggiungendovi strepitose armonizzazioni vocali, con un amore malcelato per il primigenio rock ‘n’ roll e la British Invasion ma un orecchio parimenti attento a ciò che accadeva nell’Inghilterra coeva, alle prese con new wave e rockabilly revival. E così Hello Hello è il singolo per cui i Cheap Trick degli anni ’80 avrebbero fatto carte false e One Good Reason tiene incredibilmente insieme Stray Cats e Wham! distillando il meglio da entrambe. E così il singolo I Don’t Wanna Cry si qualifica nientemeno come uno dei due o tre migliori pezzi power pop di tutti i tempi e la conclusiva World Ain’t Turning, stilisticamente vicina ai Plimsouls, non è tanto da meno. E così If It’s Not Too Much continua la tradizione di vestire Buddy Holly e Ricky Nelson della miglior sartoria britannica e Back To Black fa mostra di eco chitarristico e verve ritmica tipicamente rockabilly. E così fino alla fine, ossia finché si è costretti a ripartire da capo. La disgrazia, però, è che il disco non è mai stato ristampato e non ne esiste una versione digitale ufficiale, cosicché tocca o rivolgersi al mercato dell’usato, dove è difficile cavarsela con cifre contenute, o sfruttare il buon cuore di taluni utenti del solito sito dei video, a cui vi rimando. Imperdibile per chiunque.

Blue Ash – No More No Less
Altro classico del power pop, stavolta conclamato, ancorché di nicchia come il genere po(p)stula. Con questo debutto del 1973 il quartetto dell’Ohio intendeva alimentare la fiamma accesa dai Raspberries e dai Badfinger riportando in auge valori compositivi dei primi Sessanta. Con risultati artisticamente egregi ma di raggio limitato, visto che la penuria di vendite portava la Mercury a scaricare il gruppo già nel ’74, lasciandolo senza contratto per tre anni, fino ad un LP per l’etichetta di Playboy (!), ovviamente invenduto (il dico), e allo scioglimento nel 1979. Ma “No More No Less” resta una strepitosa istantanea della prima stagione power pop, quella più di tutte alle prese con l’alchemica individuazione dell’equilibrio tra armonia ed energia; spesso nella stessa canzone, come certifica in apertura Abracadabra (Have You Seen Her?), singolo esemplare, mentre le due cover in scaletta, Dusty Old Fairgrounds di Bob Dylan e Anytime At All di Beatles, fissano le coordinate stilistiche di riferimento, con giusto una punta di country in più. Nel mezzo, dieci pezzi autografi che avrebbero meritato miglior fortuna. Né più, né meno, per l’appunto.

The Bellrays – Black Lighting
Abbandonate le slabbrature punk degli esordi, gli ultimi Bellrays hanno abbracciato un suono pieno e a tratti quasi hard, senza per questo dimenticare chi sono e da dove vengono. Fermo che dal vivo sono insuperabili per quasi chiunque, “Black Lightning”, uscito nel 2011, ne è la prova: dieci pezzi, trenta minuti scarsi e una scarica emotiva che oscilla tra gli estremi di cui si compone il titolo, tra i muri chitarristici di Bob Vennum e gli affreschi vocali di Lisa Kekaula, tra la potenza di fuoco punk ‘n’ roll (la title-track, roba da far verdi d’invidia i Backyard Babies; Hell On Earth, punk allo spasimo; Everybody Get Up, machismo sonoro dal ritornello spietato) e una pur esuberante melanconia soul (Sun Comes Down è puro sound Hitsville U.S.A., la conclusiva Sun Comes Down legittimamente potrebbe essere griffata Motown, mentre nel mezzo Anymore è una lettera di congedo dalla vita con pochi equivalenti sul piano emozionale), tra l’anima black e la tempesta di fulmini. Difficile starne lontani, una volta scoperto.

Damnatio memoriae
Annihilator – For The Demented

Nomen omen.

Sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie: Flamin’ Groovies – Fantastic Plastic

Flamin' Groovies - Fantastic Plastic

Pensavo di essere troppo giovane per assistere alla pubblicazione di un nuovo album dei Flamin’ Groovies: troppo tempo, venticinque anni, è passato da quel “Rock Juice” che li vedeva ormai ben instradati sul viale del tramonto, canzoni sovente imbarazzanti a sancire il declino del gruppo di culto più “di culto” che il rocchenròll abbia mai prodotto. E invece sono contento di essere stato smentito. Felice, persino.

Dei Groovies dovreste già sapere, ma, se così non fosse, ecco una sinossi. Nati a San Francisco a metà anni Sessanta dalle ceneri di due formazioni folk, i nostri hanno la singolare caratteristica di avere sempre, intendo sempre, sbagliato la scelta dei tempi: con il trentatré giri di debutto, “Supersnazz”, anno 1969, si professavano apologeti del rock ‘n’ roll anni Cinquanta e della grafica anni Trenta quando tutti inseguivano la psichedelia e le utopie allucinate; con i seguenti LP provavano quindi ad allinearsi alle lancette della contemporaneità musicale, ma nemmeno il qualitativamente gigantesco “Teenage Head” (1971), che qualcuno icasticamente descrisse come “il modo in cui avrebbero suonato i Rolling Stones se avessero giurato fedeltà alla Sun Records anziché alla Chess” e che, pare, lo stesso Mick Jagger abbia definito superiore al contemporaneo ed osannato “Sticky Fingers”, riuscì a risollevarne le quotazioni. Col risultato di vedere la formazione sfaldarsi e riassestarsi (al posto di Roy Loney subentra il chitarrista e cantante Chris Wilson) e quindi ricomparire in Inghilterra a metà dei Settanta, sintonizzata su un suono debitore della British Invasion e delle sue risposte americane e pronta a farlo sapere al mondo con l’aiuto del gallese Dave Edmunds, produttore e spirito affine (suoi i Rockfield Studios, per i quali passeranno anche gli Stray Cats debuttanti). Ma anche stavolta il tempismo è pessimo, perché “Shake Some Action”, secondo lavoro qualitativamente gigantesco in carriera nonché vero e proprio classico del rock anni Settanta (o forse del rock in generale), esce nel 1977, quando infuria la tempesta punk e di una raffinata ma non sufficientemente energetica miscela di suoni inglesi del decennio precedente (“Il migliore album dei Beatles mai inciso dai Rolling Stones. O il contrario, non si è mai capito“, lo definì acutamente un critico di casa nostra) nessuno o quasi sa che farsene. Né miglior sorte ebbero i seguenti due dischi, datati ’78 e ’79 e calanti in qualità, al punto da spingere la formazione in ibernazione durante gli anni Ottanta (quando, cioè, il revival del garage e dei Sixties avrebbe potuto conferire al gruppo una qualche notorietà; ennesima errata scelta di tempo), salvo poi riemergere con il citato, e francamente scadente, “Rock Juice”, restando quindi una piccola attrazione concertistica per nostalgici nel corso del nuovo millennio. Sino ad oggi, 22 settembre 2017. Sino a “Fantastic Plastic”.

Tutto nasce quando, nel 2013, Cyril Jordan, leader indiscusso della formazione già dagli anni Settanta, nuovamente incontra a Londra il vecchio compare Chris Wilson, con cui non si parla da decenni. In qualche modo l’alchimia si ricrea, e i due, oltre a riprendere l’avventura Groovies insieme sul palco, entrano in studio alla fine di ogni tour per fissare su disco le idee compositive che la compresenza suscita loro. Quattro anni dopo, ecco il risultato. Appreso tutto ciò è legittimo lo scetticismo sulla qualità di detto risultato, e quindi l’unico modo per capire se questo pezzo di plastica suona giustappunto fantastico come da titolo è porlo nel lettore e premere il tasto con il triangolo disegnato.

Ebbene, “Fantastic Plastic” funziona. Eccome se funziona. Ovviamente si parla di un album di vecchie glorie (glorie…) che ritornano, e dunque nihil sub sole novum è la doverosa cautela in questi casi, ma la ricapitolazione stilistica è sufficientemente ispirata da suscitare piacere e sollievo per un rientro che sulla carta presentava ampi margini di incognita. Non tutto è ineccepibile, ad onor del vero: Don’t Talk To Strangers dei Beau Brummels si rivela graziosa ma prescindibile, Let Me Rock, vecchio arnese scritto nel ’72 e inciso per la prima volta quarantacinque anni dopo, appare un restauro riuscito a metà, Crazy Macy è un rockabilly un po’ dozzinale di cui non si sentiva particolare necessità e la strumentale I’d Rather Spend My Time With You ha il giusto twang nelle chitarre ma è anonima o poco meno. E però, ad onta di una scaletta inutilmente caricata di brani (dodici), i lati positivi prevalgono: l’apertura con What The Hell Is Going On, pietra dura della miglior cava stonesiana, riscalda cuori e corpi e invita a proseguire il tragitto, End Of The World trasmette in diretta da quel bilico tra melodia ed energia che furono i Settanta della band, She Loves You racchiude in un titolo scarafaggesco un ottimo esercizio di calligrafia parimenti made in Liverpool, I Want You Bad degli NRBQ risplende della migliore grazia jingle-jangle e fa il paio con l’altrettanto ottima e byrdsiana Cryin’ Shame (l’arpeggio iniziale, ovviamente di Rickenbacker a dodici corde, è persino sottratto per metà a Mr. Tambourine Man). Dovendo rendere in percentuale i “pro” e “contro” della musica in esso contenuta, “Fantastic Plastic” totalizzerebbe un ipotetico 65-35. Ma se aggiungiamo il miglior suono che i Flamin’ Groovies abbiano mai avuto in un disco di studio, un amalgama in cui le chitarre rilucono nitide quanto necessario senza sacrificare l’energia rock ‘n’ roll, le armonie vocali avvolgono senza farsi melense, ogni strumento ha una precisa collocazione nello spettro sonoro e, in generale, nel comporre il quadro d’insieme i dettagli sono valorizzati anziché sacrificati, e se altresì consideriamo il valore aggiunto di una copertina accattivante, dal meraviglioso fascino retro, opera dello stesso Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis (famoso illustratore americano degli anni Cinquanta e Sessanta), allora il rapporto tra “contro” e “pro” è destinato a sbilanciarsi ulteriormente in favore dei secondi.

Un pezzo di storia del rock ‘n’ roll alza nuovamente la testa, e, vista la condizione delle sue vertebre cervicali, non si può che gioire per l’invidiabile forma dimostrata. Bentornati Groovies, goodbye foglio azzurro che siedi nel portafoglio inane.

(2017:2) x 4 dB

Istantanee dal 2017 musicale.

HAREM SCAREM – UNITED
Harem Scarem - United

Sono in giro da oltre venticinque anni ma non si sente più di tanto, o anzi sì, perché Harry Hess, pur avendo mantenuto intatte le abilità vocali, ha avuto l’accortezza di tagliare le frequenze più alte e ridicole, mentre la chitarra di Pete Lesperance guizza come sempre, capace di tecnicismi senza scordare le ragioni, primarie, della composizione. Nel corso degli anni i canadesi hanno variato parzialmente lo stile, spostandosi dal puro AOR degli esordi (anno 1991) verso un hard rock più squassante e poi, tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, recuperando un certo approccio pop, servito beninteso in chiave power. Ora che tutto è crollato e si va avanti tutti per ordine sparso, anche gli Harem Scarem rempairano all’ovile del rock melodico e dimostrano di avere ancora da dire in un genere ormai esausto stilisticamente e martoriato da produzioni che puntano, riuscendoci, a venderlo al pubblico del metal. “United” trova il quartetto in gran forma, sia strumentale che compositiva, e forte di una maturità probabilmente inaspettata, ma piena: le ballad struggenti, doverose nel settore, vengono opportunamente limitate alla sola One Of Life’s Mysteries, che, asciugata com’è d’ogni pompa e romanticismo d’accatto, riesce a suonare sorprendentemente contemporanea e classica insieme, mentre la title-track, Sinking Ship e No Regrets sono hard melodico vecchia scuola, Bite The Bullet punta in maniera credibile e godibile alla fetta di mercato di gente come Nickelback e Shinedown, Gravity funkeggia meravigliosamente e The Sky Is Falling dispiega un non comune talento pop da far invidia a numerosi copisti scarafaggeschi e post-scarafaggeschi. Gli Europe un disco così non lo fanno dal 1991, se non dall’88.

STYX – THE MISSION
Styx-The Mission
Premessa: se mi si chiedesse di scegliere tra l’ascolto degli Styx e il quarantuno bis, mi troverei in difficoltà. Ragion per la quale mi sono approcciato a questo nuovo disco (il primo, leggo, di materiale originale dal 2003) con la necessaria cautela e il consueto scetticismo. E fu sorpresa: i brani funzionano tutti e tutti insieme, forti di melodie carezzevoli, chitarre ora spinte ora opportunamente dimesse (ricordo che parliamo del gruppo pomp rock per antonomasia), sintetizzatori ovviamente presenti ma non troppo invadenti e arrangiamenti studiati nel dettaglio per arricchire senza sovraccaricare. La storia narrata dai testi (trattasi, infatti, di concept album su una spedizione spaziale) si perde ed è giusto così, ma i minimi interludi sparsi senza regolarità all’interno della scaletta aumentano la varietà tra i brani e fluidificano l’ascolto, rendendolo piacevole da capo a piedi e giustificando persino una nuova pressione sul tasto con il triangolo. E fungano da esemplificative coordinate stilistiche  da un lato la spinta Gone Gone Gone, due minuti di boogie profondo viola, e dall’altro Time May Bend, crescendo di sintetizzatori, cori e chitarre coi piedi saldi nell’era di Ford e Carter ma la consapevolezza della maturitàLa perizia dei musicisti non è in discussione, beninteso, ma la qualità di “The Mission” si conferma stupefacente ad ogni passaggio, specialmente considerata la nicchia di attrazione concertistica per canizie nelle arene del Midwest in cui il gruppo si è confinato da decenni, legittimante riedizioni di greatest hits o poco più. Cappello.

CHEAP TRICK – WE’RE ALL ALLRIGHT!
Cheap Trick - We're All Alright!

Vista l’età dei musicisti, avere rassicurazioni sul loro stato di salute fa senz’altro piacere. Ma, più che il titolo, parla il contenuto dell’album: a neanche un anno dall’ultima uscita, i Cheap Trick accantonano temporaneamente le sottigliezze del loro stile per concentrarsi sul nocciolo duro e puro del loro rock. In breve: secondo senza contorno (quasi). Ma l’alterazione quantitativa dell’ormai classica miscela sonora non nuoce alla salute del gruppo e degli ascoltatori: otto tracce su dieci (lodevole il self-restraint anche nel minutaggio: un solo brano sfora i quattro minuti e solo altri tre che superano i tre minuti e mezzo) scalciano e saltano e sudano con in mente solo il divertimento esuberante e “sano” a cui questa formazione ha abituato i suoi adepti con gli episodi più strettamente rock ‘n’ roll, mentre le influenze pop restano limitate al piacevole power pop elettroacustico di Floating Down (più Firehouse che Knack, a onor del vero) e ad una She’s Alright tra Sud e California. Immaginate un disco fatto perlopiù di He’s A Whore e avrete un’idea di cosa vi aspetta. Non aspettate voi, però.

CHUCK BERRY – CHUCK
Chuck Berry - Chuck

Come tutti i testamenti, fa litigare chi rimane. E, come tutti i testamenti, è un’occasione per ripercorrere la vita del testatore. Della quale sappiamo che basta, a questo punto, ma sentire il vecchio rocker che ancora una volta strizza furbescamente l’occhio ai piaceri della vita secondo i desiderata del secolo americano non può che far nuovamente sollevare gli angoli della bocca. Come tutti i testamenti, una lettura è sufficiente. Ciao Chuck, grazie ancora.

Se hai culo, la sfiga è lì che te lo guarda. Colazione con i Plimsouls.

Questa musica non mi piace, è un po’ sfiga. Possiamo mettere qualcos’altro?“, mi fa la bionda stamattina a colazione. Mi alzo, vado allo stereo e metto su “Enemy Of God”. Lei bofonchia qualcosa di incomprensibile, perché è già in bagno a lavarsi i denti, e neanche tempo di finire la prima canzone è già fuori di casa. Però la domanda iniziale mi rimane in mente, con tanto di giudizio tranchant: questa musica “è un po’ sfiga“. Ha ragione eh, però mi secca ammetterlo, tutto qua. Per inciso, nello stereo c’era il primo dei Plimsouls.

I Plimsouls, dunque. Musica “un po’ sfiga“. Come dissentire, in effetti? Come altro definire quella soluzione in dosaggio volta per volta variabile tra grinta rock e dolcezza pop che va usualmente sotto il nome di power pop (stile del quale i Plimsouls sono considerati tra gli esponenti di spicco) e il cui insuccesso causa perplessità ad ogni ascolto, vista l’enorme accessibilità della proposta? Musica “un po’ sfiga” ci sta da dio, a pensarci bene; anche perché i testi e le atmosfere sonore esprimono sempre, dietro un’invitante glassa melodica, quel non so che di insoddisfazione e frustrazione, principalmente amorosa, e quel desiderio di rimandare potenzialmente all’infinito il rendez-vous con i problemi, nella migliore concezione adolescenziale della vita sociale. Power pop, quindi apologia zuccherosa della sfiga sentimentale, peraltro con pessimi riscontri commerciali; non c’è da stupirsi che non piaccia alle donne.

Eppure i Plimsouls avevano davvero tutto per farcela: il look, vintage ma non troppo; la capacità strumentale, presente ma non invadente; l’impatto dal vivo, primum movens dell’interesse dei contemporanei; e soprattutto le canzoni, per merito di un compositore talentuoso come Peter Case, capace di scrivere gioielli di pop-rock, ma perlopiù viceversa, che si fanno ricordare sol che si abbia la fortuna, o la voglia, di ascoltarli. Certo ce ne hanno messo anche del loro per finire come sono finiti, ma andiamo con ordine.

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Peter Case nasce a Buffalo, nello stato di New York, e nel 1976, a stento ventiduenne, è già a San Francisco, dove suona e vive per strada. Qui conosce Paul Collins, batterista, e Jack Lee, bassista, essi pure compositori devoti al rock dei Sessanta, principalmente alla British Invasion ed alla cruda risposta americana detta garage: formano così i Nerves, e il primo gennaio 1977 si spostano a Los Angeles in cerca di fortuna, suonando nei locali di quella metropoli e venendo lambiti dal clamore che investe punk e musiche collaterali, al punto da guadagnarsi ingaggi di apertura per Mink DeVille e Pere Ubu e un tour di spalla ai Ramones. Anno risaputamente frenetico, il ’77, e  così anche per i Nerves, che dopo l’EP omonimo (gioiello nascosto se mai ce n’è stato uno; anzi, mica troppo nascosto: chiedete ai Blondie di Hanging On The Telephone) si sfaldano: Jack Lee se ne va (diverrà songwriter di grande successo), mentre Case e Collins provano a mettere insieme i Breakaways, che però durano lo spazio limitato d’un mattin, e il primo dei due si trova costretto – Collins nel frattempo inventatosi bandleader dei Beat – a ripensare alla propria carriera. Trascorre così un anno, finché Case incontra due teppistelli locali con i quali comincia a provare assiduamente, lui alla chitarra e voce e i due, Dave Pahoa e Lou Ramirez, rispettivamente al basso ed alla batteria. Il calendario batte già il 1979 e la morte del punk quando il trio, battezzatosi The Plimsouls, inizia a battere il circuito dei club della Città degli Angeli, non facendosi mancare comparsate sulla scena del delitto (i famosi “templi” punk Oki Dog e Madame Wong’s) a sancire il collegamento con l’intento, proprio di quel movimento, di recuperare al rock la sua matrice “‘n’ roll” mercé quanto accaduto medio tempore. Nel frattempo, però, si è aggiunto alla formazione il chitarrista Eddie Muñoz, originario del Texas, e l’impatto dal vivo del sound del gruppo è ulteriormente aumentato. I responsi che ne vengono sono entusiastici e il passaparola degli spettatori frenetico, così sembra quasi naturale il materializzarsi di un manager, il fido Danny Holloway, e di un contratto discografico con la minuscola Beat Records. Siamo già ad agosto del 1980 quando esce l’EP “Zero Hour”, cinque canzoni dai suoni acerbi ma brillanti nel tenere insieme l’onda nuova di quegli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta e l’eredità Sixties: ritmi sostenuti e armonie vocali, power chord e jingle jangle, il tutto con una coerenza anche qualitativa impeccabile e una gioiosa versione di I Can’t Turn You Loose di Otis Redding a ribadire l’attaccamento alle radici ultime della musica popolare americana. Nel frattempo l’attività live prosegue indefessa ma la stampa non manca di far sentire la propria penna acuminata, ignorando le salde radici rock ‘n’ roll e persino soul del quartetto e liquidandolo sbrigativamente come un’altra power pop band con il cravattino, da accantonare come un reflusso collaterale dell’esposizione goduta in chiusura dei Settanta dai Knack (quelli di My Sharona, beninteso) e da un pugno di altri gruppi di area sia sonora che geografica. Per il momento il dissenso è tenuto sotto controllo e le aspettative sono alte, e infatti alla fine del 1980 il talent scout Michael Barackman conduce i Plimsouls alla Planet Records, sussidiaria della major Elektra.

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L’album di debutto vede la luce il 20 febbraio 1981, è nuovamente prodotto da Danny Holloway e segna un notevole passo in avanti per la formazione: il maggior budget per la registrazione ha permesso di rifinire i dettagli rispetto all’EP (dal quale, peraltro, è qui ripresa la sola Zero Hour, che la nuova produzione addomestica appena e nel contempo rende più incisiva), inserendo anche alcuni dettagli che colorano apprezzabilmente il sound, come le tastiere, suonate dallo stesso Case, vero e proprio trait d’union tra gli organi del garage e i synth della new wave, e soprattutto gli ottoni, che riannodano i fili che legano anche musicalmente i Plimsouls al soul: emblematica sul punto la versione funkeggiante di Mini Skirt Minnie, già nel catalogo di Wilson Pickett, mentre il resto è tutta farina del sacco di Case, a parte una Women scippata agli Easybeats e ricettata da una banda di punk. E che farina! Lost Time se non sono gli Stones all’apogeo, quelli dei primi Settanta, poco ci manca; NowNickels And Dimes vestono un’impeccabile sartoria power pop made in L.A., e chissà che sorte avrebbero avuto fossero state su altri dischi; Hush, Hush si fa strada insidiosa con una melodia chitarristica infestante e un ritmo quasi glam lato Gary Glitter; Want What You Got può qualificarsi “hard mansueto” ed è straniante non meno che invitante; I Want You Back parte rockabilly ed Everyday Things muove da Eddie Cochran, ma entrambe quasi sconfinano nel punk via Buddy Holly, confermando il fil rouge che lega attraverso i decenni e le epoche il rock ‘n’ roll nelle sue declinazioni più esuberanti.

Un discone, detta così. Per taluni lo fu, lo è stato e lo è, ma al tempo il pubblico si accorse a stento della sua pubblicazione, poiché “The Plimsouls” non arrivò oltre la posizione 153 della classifica di Billboard. Forse perché una proposta così “passatista” non era (più) in linea con lo spirito dei tempi e con il rinnovamento sociale, estetico e musicale che l’alba reaganiana prometteva all’America e al mondo. Come che sia, la performance commerciale del disco (e dei due singoli che da esso furono estratti, Zero HourNow) si dimostrò ben poca cosa, soprattutto a fronte degli entusiastici riscontri di chi assisteva ad un’esibizione dal vivo dei Plimsouls, definita unanimemente un concentrato di sudore, elettricità, ritmo e melodia come pochi altri gruppi erano in grado di apparecchiare. Il disinteresse discografico spinge allora il gruppo ad una mossa curiosa ma vincente: si inventa un’etichetta, la Shaky City, e per i suoi tipi dà alle stampe un sette pollici contenente un brano scritto da Case tempo addietro e da subito principe delle scalette live. Million Miles Away fa la sua comparsa fonografica nel 1982 e sbalordisce immediatamente: riff a dodici corde minaccioso ma invitante, ritmica compatta, andamento spedito ma dondolante, ritornello irresistibile; un capolavoro che vale una carriera senza nemmeno sforzarsi di apparire tale. Dev’essere per questo che la regista di “Valley Girl” (in italiano “La Ragazza di San Diego”), un film adolescenziale a basso budget (nel cast anche un esordiente Nicholas Cage), si accorge della sua esistenza e inserisce non solo la canzone nella colonna sonora, ma anche i Plimsouls che la suonano nella pellicola, facendoli esibire davanti alle telecamere e dunque valorizzandoli nella dimensione in cui rendono meglio. Il film, uscito a fine aprile del 1983, conosce rapidamente un successo inaspettato, ed anche il singolo ne beneficia, finendo al numero 82 di Billboard e riaccendendo sul quartetto i riflettori della discografia che conta: si fa allora avanti la Geffen, convinta di poter convertire in una band da classifica quel quartetto così inspiegabilmente recalcitrante al successo, nonstante le indubbie doti compositive ed esecutive fino a quel momento dimostrate.

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Ad “Everywhere At Once”, anch’esso classe 1983, i Plimsouls affidano quindi il compito di rompere il muro di indifferenza discografica che li circonda, forti di un’etichetta major, di adeguati mezzi, di un produttore, Jeff Eyrich, giovane ma già discretamente esperto ed empatico  verso il loro sound (in quello stesso periodo lavora con T-Bone Burnett), e, soprattutto, di un pugno di canzoni potenzialmente vincenti. Non solo A Million Miles Away viene recuperata ed inserita in scaletta, ma anche altri brani, alcuni da lungo collaudati sul palco, hanno le carte in regola per insegnare alle radio e alle orecchie d’America (e non solo) qualcosa su come si fa il pop a base di chitarre: Play The Breaks, scritta con l’aiuto di Eyrich, riluce di chitarre cristalline ed eccitazione corale; How Long Will It Take?, resuscitata dall’EP “Zero Hour”, beneficia della produzione più curata, che le restituisce in impatto mettendone nel contempo in risalto il nitore power pop, e così anche la conclusiva title-track, a cui gli abbellimenti pianistici e l’afflato epico conferiscono un sapore quasi springsteeniano. Riferimento non casuale, ché nella scrittura di Case, a ben guardare, si possono rintracciare gli stessi referenti spazio-temporali (mutatis mutandis, ovviamente) di quella del Boss, e traspare quindi una maggiore attenzione compositiva ai modelli tipicamente roots, come l’andamento quasi bluegrass di Play The Breaks o il dinoccolato rock ‘n’ roll di Magic Touch. Ma questo richiamo alle radici, oltre ad arricchire parzialmente la tavolozza, cozza con i suoni lucidi e radiofonici che la produzione si prefigge (dopotutto siamo ancora in era new wave), e produce quindi un disco che, pur di grande spessore, non è all’altezza del debutto, se non per certi apici che lo superano, complici anche alcuni brani non completamente all’altezza delle aspettative (Shaky City scivola via facilmente ma difetta di una melodia veramente incisiva, la cover di Lie, Beg, Borrow And Steal smarrisce l’eccitazione garagista dell’originale di Mouse & The Traps e Oldest Story In The World è una ballad con aromi surf che, al di fuori del ritornello, non convince più di tanto). “Everywhere At Once” soffre, insomma, il suo stesso titolo. Ma le sue pur veniali manchevolezze diventano insormontabili in un ambiente commercialmente e musicalmente avverso, e dunque l’album riesce persino a peggiorare il piazzamento del suo predecessore, assestandosi ad un numero 183 che sancisce, di fatto, la fine dei Plimsouls: nonostante un tour prolungatosi per tutto il 1984, anche con qualche minimo riassestamento di formazione, all’inizio del 1985 il gruppo ha finito la sua corsa. Case sarà solista di area Americana essenzialmente in acustico (imperdibili i primi due LP, l’omonimo del 1986 e The Man With The Blue Postmodern Fragmented Neo-Traditionalist Guitar del 1989), gli altri sopravviveranno in formazioni locali e in più occasioni il gruppo si riformerà per suonare dal vivo, dando alle stampe anche il dignitoso “Kool Trash” (1998), con il batterista dei Blondie Clem Burke in formazione.

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A memoria della vigoria live dei Plimsouls (dimensione che essi stessi hanno sempre privilegiato e identificato come prevalente nel loro approccio alla materia musicale, lamentandosi che le incisioni di studio non sono mai riuscite a riprodurre su nastro l’eccitazione dei concerti) restano oggi tre dischi dal vivo, dei quali “One Night In America”, registrato in un luogo imprecisato, forse Cleveland, in una serata del 1981 e pubblicato già nel 1989 dalla francese Fan Club, si pone come documento definitivo, sfoggiando una scaletta di soli classici (anche A Million MIles Away e altri pezzi poi finiti sul secondo LP) e una serie di riletture (Time Won’t Let Me degli Outsiders, One More Heartache di Marvin Gaye, Come On Now dei Kinks, Dizzy Miss Lizzy e Sorry degli Easybeats) che disvela l’intento di non farsi rinchiudere nel recinto power pop (ma poi, è mai esistito consapevolmente, quantomeno allora?) e di portare al pubblico solo una dose da cavallo del buon vecchio rock ‘n’ roll, sia esso garage, rhythm & blues, beat, folk rock o tutte queste cose insieme, al punto da farne, con buone probabilità, il miglior disco dei Plimsouls. Non inferiori per impeto e trasporto, tuttavia, sono anche “Live! Beg, Borrow And Steal”, che documenta la serata di Halloween 1981 allo storico Whiskey-a-go-go con scaletta non dissimile da quella di “One Night In America”, e “Beach Town Confidential (Live At The Golden Bear 1983)”, che restituisce l’atmosfera frizzante di un’esibizione angelena del tour di supporto a “Everywhere At Once”, con scaletta incentrata su tale album ma con interessanti variazioni sul tema cover, viste le riuscite riletture di Making Time (Creation), Jumpin’ In The Night (Flamin’ Groovies) e Fall On You (Moby Grape). E forse partire dai dischi dal vivo per esplorare l’universo Plimsouls non è poi una cattiva idea.

Si può dunque riassumere la vicenda Plimsouls con “sfiga”? Anche, ma non solo. Perché la sorte avversa non basta a spiegare una parabola di difficile comprensione; occorre considerare anche il periodo storico, quell’inizio degli anni Ottanta in cui si  intendeva tagliare di netto con il passato, non solo a livello musicale, e dunque era difficilmente pensabile reperire gran copia di orecchi e portafogli disposti ad aprirsi ad una riproposizione  – aggiornata e modificata, ma sempre riproposizione – di stilemi a quel punto vecchi di un quindicennio, specialmente in un’epoca di costante susseguirsi di novità musicali anche dirompenti e di vivo interesse per le stesse. Né, e dispiace rilevarlo, ha giovato il tentativo di “tenere il piede in due scarpe”, non contestando l’assimilazione al fenomeno power pop quando esso sembrava ancora commercialmente rilevante (anche se la sovrapposizione tra tale rilevanza e la carriera dei Plimsouls è stata minima a livello temporale) e a livello di produzioni nei dischi di studio, ma al tempo stesso cercando di smarcarsi dall’etichetta new wave – ché in tale fenomeno perlopiù il power pop veniva ricondotto –  per rimarcare le radici rock ‘n’ roll quando ciò è apparso preferibile. In ultima analisi, sfiga sì, ma anche errori. Ma più sfiga. Molta più sfiga. A me, però, i Plimsouls hanno portato bene: ora so che la colazione è il pasto più importante della giornata.

That’s (not) all folks!: Imperial State Electric – All Through The Night

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O tempora o mores: al giorno d’oggi la gente fa notti di coda avanti ai negozi per comprare l’ultimo modello dello smartphone più trendy che ci sia, mentre venticinque anni fa aperture notturne e code apocalittiche si registravano all’uscita di dischi, e se avete mai usato la vostra illusione lo sapete senz’altro. Dico ciò perché è inusuale, in questi tempi, che un’imminente pubblicazione musicale susciti un entusiasmo soverchiante, capace di impadronirsi ripetutamente dei pensieri dell’individuo. A volte, però, accade ancora. A me, quantomeno.

Non ho tema di ammetterlo: era da quando ne è stata annunciata la lavorazione che attendevo l’uscita del nuovo disco degli Imperial State Electric. Probabilmente perché le qualità di Nicke Andersson in termini di composizione e scelta sonora esercitano su di me un’intensa seduzione. Immagino che ciò mi qualifichi come fan, e quindi inadatto a recensire l’opera con parvenza di rigore critico, ma, avendo seguito la carriera della formazione sin dai suoi esordi o quasi, provo a fare il punto sul  nuovo album.

Con un titolo che richiama troppo da vicino il debutto dei Def Leppard perché si tratti di una casualità e una copertina minimale,  ispirata alla schermata introduttiva delle pellicole Warner Bros. prebelliche o poco più, “All Through The Night” si pone già ictu oculi ad un crocevia tra epoche diverse, anche se non quelle che ci si aspetterebbe, giustappunto, ictu oculi. Perché qui continuano pervicacemente a dominare le sonorità del rock dei Sessanta-Settanta, nonostante sia possibile notare una linea evolutiva in relazione ai dischi precedenti. Infatti, la parabola degli Imperial State Electric, partiti come progetto solista o quasi di Andersson e solo successivamente divenuti un gruppo vero e proprio, si è manifestata nel senso di un progressivo allontanamento dalle sonorità più strettamente power pop (inteso in senso classico, ossia quello degli anni Settanta) per veleggiare alla scoperta del variegato ed affascinante arcipelago della  musica dei Sixties, con riferimenti selezionati accuratamente, secondo un approccio da appassionati-collezionisti, ma innestati con un’abilità   compositiva che rende il risultato personale quali che siano gli stilemi del passato prescelti per il tributo/emulazione. E, continuando in questa tendenza, che aveva visto il predecessore “Honk Machine” marcare il più netto stacco stilistico di tutti (quattro) i precedenti LP, “All Through The Night” fotografa la band ancora nel corso dell’esplorazione ma restia a lasciarsi definitivamente alle spalle la formula che ne ha decretato la seppur  parziale fortuna; situazione che si riverbera sul disco, rendendolo in uno godibile ed interlocutorio.

Interlocutorio perché i brani più “tradizionalmente” Imperial State Electric, fatti di minutaggio contenuto, chitarre spianate e melodie vocali insidiose, mostrano la corda a livello compositivo, anche a causa di una struttura armonica e ritmica che non lascia troppo spazio a variazioni di sorta, e quindi si cade sovente nel già, quando non arci-, sentito. Non che le varie Empire Of Fire, Remove Your DoubtGet Off The Boo-Hoo Train o  Bad Timing (quest’ultima con un riff portante “non dimentico”, diciamo così, di quello di Carry On My Wayward Son dei Kansas) siano brutti pezzi; anzi, sono esplosioni rock ‘n’ roll come è  ormai difficile trovarne in giro. Sono, semplicemente, irrilevanti. Poco male, dunque, ma le aspettative che è lecito nutrire verso Nicke, Dolf e gli altri suggerivano un risultato di qualità superiore.

Godibile perché, come detto, i rimaneggiamenti del passato proseguono e una volta di più intrigano, mantenendo alta l’attenzione e le future aspettative verso un gruppo che, in tal modo, dimostra di saper ancora stupire (se  non stilisticamente, quantomeno qualitativamente) e di avere ancora qualcosa da dire. E così nella title-track collidono rock ‘n’ roll e northern soul dei Sessanta-primi Settanta, con un ritornello a presa rapida che non si schioda più dall’orecchio, in Over And Over Again il power pop è speziato di aromi West Coast quali armonie vocali e stratificazioni chitarristiche in scia di Hotel California, su Break It Down intrecci di voci maschili e femminili  (rispettivamente quella di Andersson e quella di Linn  Segolson) portano al passo un country-rock che s’indovina  invece smanioso di trottare, mentre il singolo Read Me Wrong è un sapido trattatello di folk-rock che tiene insieme Iuchéi e Iuesséi (you essay?) e suona molto meglio all’interno della tracklist che da solo e la conclusiva No Sleeping (unico brano, dei dieci in scaletta, sopra i quattro minuti) si risolve in un piacevole  esercizio di calligrafia tardobeatlesiana, sulla falsariga di While My Guitar Gently Weeps (utile un confronto con la struttura armonica di The Masterplan degli Oasis), ma nondimeno costituisce il perfetto congedo di un LP variegato senza essere inusuale.

Come riassumere, in conclusione, “All Through The Night”? Mi cimento: una prova di maturità stilistica, riuscita al 70-75%. Chi vi si volesse approcciare probabilmente  ne godrà subito, ma poi non commetta la leggerezza di accantonarlo, perché si tratta del tipico disco a cui l’affezione è direttamente proporzionale al numero di ascolti.   E magari alla prossima uscita ci incontreremo davanti al negozio; di notte, in coda, illusi.