Il sol bemolle dell’avvenir. Il ritorno di Gary U.S. Bonds.

Questa è una storia dolceamara. Di successo ma anche di sconfitta. Di fatica e di soddisfazioni parche anziché di allori e stardom. Di sentimenti autentici e rari come la gratitudine e l’ammirazione. Una storia working class e niente affatto glamour, che difatti non ha luogo nella solatia California o nella frenetica New York, patrie del music business, ma nella dimessa e provinciale Virginia e nel New Jersey che sogna mentre lavora a testa bassa. Ma andiamo con ordine.

Gary Levone Anderson nasce nel 1939 a Jacksonville, Florida e cresce a Norfolk, Virginia, dove, negli anni Cinquanta, seguendo l’usuale percorso di un cantante afroamericano di allora, si barcamena tra sacro (gospel) e profano (rhytmm & blues), finché non viene notato da Frank Guida. Costui, nato a Palermo ma newyorkese fin dall’infanzia, nel 1953 ha aperto un negozio di dischi, Frankie’s Got It, proprio a Norfolk; interessato ai suoni neri e fornito di doti compositive, fonda nel 1959 la Legrand Records, con l’intento di produrre musica oltre che venderla, e quel talentuoso cantante poco più che ventenne dalla pelle color caffellatte, dai lineamenti gentili, dal fisico asciutto e dal timbro esuberante appare il cavallo su cui puntare: l’accordo è subito trovato e il nostro uomo viene spedito in studio per incidere due brani per un 45 giri. C’è solo un problema, il nome del cantante: Anderson è troppo comune, e poi c’è bisogno di distinguersi in un mercato musicale ormai affollato; come fare?

gary us bonds

La soluzione viene a Guida un giorno, per caso, mentre cammina per Church Street lambiccandosi il cervello su come ottenere passaggi radiofonici dei dischi che produce. Nota all’esterno di un negozio un cartello che invita a comprare titoli di Stato per sostenere l’economia; vi si legge “Buy U.S. Bonds”. Subito il filamento della proverbiale lampadina dell’eureka si fa incandescente: se il disco recasse la dicitura “U.S. Bonds”, riflette il discografico, i deejay lo riterrebbero un annuncio di pubblico servizio, e dunque ci sarebbe un maggiore incentivo a farlo passare in radio. Lo scaltro stratagemma viene subito applicato all’imminente sette pollici di quel giovane cantante, che esce così a nome di Gary “U.S.” Bonds. Soluzione ingegnosa quanto bislacca, ma quando New Orleans, il lato A del disco, finisce al numero 6 della classifica R&B e inaugura lo stile di produzione di Guida, fatto di esuberanza strumentale e registrazioni di voci a simulare il pubblico di un live, nessuno se ne lamenta. Le cose cominciano a muoversi in fretta, e tra maggio del 1961 e settembre del 1962 Gary U.S. Bonds (a quel punto le virgolette sono cadute) pubblica altri undici singoli di rhythm & blues scatenato e danzereccio, piazzandone sette nella Top 100 (tra cui un numero 1 con Quarter To Three, scritta da Guida e impressa su disco con un suono tanto grezzo quanto eccitante, e un numero 5 con una School’s Out innocente ma irresistibile); non altrettanta fortuna incontrano, invece, i due LP “Dance ‘Til Quarter To Three With U.S. Bonds”, del 1961, e “Twist Up Calypso”, del 1962, il primo una raccolta di singoli rimpinguata da un paio di cover incise ad hoc, il secondo un tentativo di agganciare le sonorità caraibiche (un vecchio pallino di Frank Guida) al canonico errebì festaiolo che ci si aspetta dall’uomo. Gary è un uomo da singoli, insomma, e la funzione della sua musica è di far ballare secondo i dettami più in voga del rhythm’n’blues e del twist. I tempi, però, stanno cambiando rapidamente quanto inesorabilmente, e quando il surf soppianta il twist come musica da ballo del nuovo decennio e il rhythm & blues si trasforma nel soul sembra non esserci più posto per il nostro uomo, abile vocalmente ma più debole in fase compositiva e, soprattutto, apparentemente incapace di percepire lo Zeitgeist. Accade così che dal 1963, nonostante un tour europeo da headliner con una giovane promessa inglese, tali Beatles, ad aprire i concerti, i suoi singoli non vanno più in classifica, e da quel momento il suo nome scivola progressivamente nell’oblio del grande pubblico, ormai alle prese con rivolgimenti musicali e sociali ben più profondi. A venticinque anni Gary U.S. Bonds si trova “bruciato”, il treno per il grande successo ormai irrimediabilmente perduto. Né ottengono particolari riscontri i successivi singoli (quindici; di album non se ne parlerà mai) incisi nel corso di tutti gli anni Sessanta, tentativi di aggiornarsi ai modi della nuova musica nera sempre più che dignitosi ma mai più che calligrafici. Le radio, però, hanno continuato a passare i suoi pezzi, soprattutto sulla East Coast, e a volte certi ascolti inattesi possono cambiare la vita. Di chi li fa ma non solo.

gary us bonds bruce springsteen

Ricordava Springsteen in un’intervista del 1974: “Per diversi anni non ho avuto un giradischi. Più o meno da quando i miei si trasferirono a ovest a quando sono venuto a New York. Di conseguenza, si può dire che io non abbia ascoltato davvero alcun album uscito dopo il 1967”. […] Ecco, l’educazione musicale di Springsteen, dipanatasi attraverso le consuete quattro tappe, può essere così schematizzata: le canzoni ascoltate alla radio sono state la scuola elementare; quelle stesse canzoni fatte proprie imparando a suonarle alla chitarra, le medie inferiori; ancora quelle canzoni suonate con un gruppo, il liceo; le canzoni autografe a quelle ispirate, l’università. Per gli aspiranti a una laurea in rock’n’roll fra il 1958 e i tardi anni ’60 non vi era corso di studi migliore di quello offerto dalle radio americane in AM.” (E. Cilia, Bruce Springsteen – Strade di Fuoco, Giunti, 1998).

Il rhythm & blues di Gary U.S. Bonds aveva avuto il suo apogeo all’inizio degli anni Sessanta, con numerosi passaggi radiofonici, ma nel nuovo clima musicale era caduto in disgrazia, finendo relegato nel marginale circuito oldies. Tuttavia, i passaggi del periodo aureo contribuirono a fare da terra feconda per un seme, dal quale germogliò una pianta destinata a crescere fino a diventare una delle più massicce e longeve del rock; quel seme era Bruce Springsteen. Il futuro Boss aveva ascoltato la musica di Gary alla radio durante l’adolescenza e se n’era innamorato di un amore profondo e duraturo, di quelli che permettono di scoprire chi si è e come ci si relaziona col mondo. Non è un caso se Quarter To Three fu ripetutamente inserita in chiusura delle scalette del tour a supporto di “Born To Run”, nel 1975 (documentata anche nel video “Hammersmith Odeon, London ’75”), e di “Darkness On The Edge Of Town”, tre anni dopo (e ad oggi si calcola che la canzone sia stata suonata dal vivo da Springsteen più di duecento volte). Ma la vita è una ruota, e così, mentre a metà anni Settanta Springsteen trovava la sintesi perfetta delle sue influenze accedendo all’Olimpo dei più grandi, in quello stesso periodo Gary U.S. Bonds, reduce da qualche successo conto terzi con She’s All I Got, scritta con Jerry Williams, Jr. e divenuta nel 1971 un hit da Top 40 per Freddie North e un numero 2 nella classifica country per Johnny Paycheck, si era trasferito con la famiglia a Long Island e sbarcava il lunario esibendosi nei club della East Coast, privo di alcun contratto discografico. Una situazione senza prospettive, insomma, destinata ad andare avanti sino alla fine del decennio, perché la vita è per l’appunto una ruota: una sera del 1979, mentre sta lavorando a “The River”, Springsteen, che non ha mai dimenticato il suo eroe adolescenziale, va ad un concerto di Gary all’Hanger di Atlantic City; qui si presenta al cantante, dichiarandosi un suo fan, e gli chiede se può unirsi alla sua band sul palco per suonare un pezzo. Gary, che non conosce quel cordiale giovanotto bianco, accetta, salvo poi rimanere sconcertato dalla reazione esaltata del pubblico quando vede il Boss tra i musicisti. Springsteen gli offre quindi di incidere un brano scritto da lui, Dedication, un omaggio motivato dal fatto che “suona come te”, e ottiene una convinta adesione, ma poi è costretto a congedarsi, oberato dagli impegni in studio e dal vivo. Passeranno altri due anni prima che il Boss si rimetta in contatto con Gary U.S. Bonds, ma stavolta con qualcosa di più concreto, e comunque roba che farebbe tremare i polsi a molti musicisti: tre brani scritti da lui, alcune ore di studio pagate e la E-Street Band a fare da backing band.

gary us bonds - dedication

“Dedication” esce nell’aprile del 1981 – per la EMI, che nel frattempo si è fatta avanti con un contratto, ingolosita dall’idea di strappare alla Columbia, anche solo temporaneamente, Springsteen e la sua banda – e la dice lunga già dal titolo, nella sua duplice accezione di “dedica” e “dedizione”: la prima quella del Boss ad uno dei suoi idoli di gioventù, la seconda quella di Gary nel mantenersi in attività nonostante i prolungati rovesci di fortuna. Dedizione che paga, peraltro, perché il disco che ne esce è di livello stupefacente: la E-Street Band, reduce dal giro di concerti a supporto di “The River”, è all’apice della forma e della coesione, gli ospiti sono tutti di alto profilo (il soul man Chuck Jackson, Ben E. King e persino Ellie Greenwich ai cori; l’intera sezione fiati di Southside Johnny & the Asbury Jukes; Rob Parissi, già leader dei Wild Cherry, alla chitarra e anche in veste di produttore) e anche la cura del suono è affidata a professionisti di prima fascia (Bob Clearmountain, Neil Dorfsman, Tony Bongiovi, oltre agli stessi Springsteen e Steve Van Zandt). Ma la sorpresa definitiva è il livello dei brani: è quest’ultimo versante che consente all’album di ergersi, grazie al sapiente ripescaggio di tre canzoni che il Boss aveva scritto e pensato per “The River” ma che erano poi apparse troppo intrise di rhythm & blues per inserirle in quel disco pure eclettico. Queste ultime compongono l’ossatura principale del lato A, a seguire l’apertura spiritata con una versione ancheggiante e irresistibile del traditional cajun Jole Blon, guidata dai cori e dalla fisarmonica di Danny Federici, e a dimostrare il talento dell’autore e dell’esecutore: This Little Girl si scatena danzerina, trasudando errebì verace e colpendo al cuore all’altezza di un ritornello debitore di Ray Charles anche più di quanto già il titolo denunci, Your Love declina ancora una volta la vitalità dolceamara tipica della scrittura springsteeniana e Dedication è nuovamente un invito a scatenarsi sulla pista al ritmo di un R&B indiavolato, come, del resto, il pubblico di Gary U.S. Bonds era abituato a fare già da inizio anni Sessanta. Tempo di aggiungervi la pacata Daddy’s Come Home, scritta da Miami Steve, che fotografa l’alba del reaganismo con una compostezza che il sax di Clarence Clemons rende struggente, e si fa strada il lato B, sorretto da cover, tutte all’altezza degli originali: It’s Only Love dispensa gli aromi aciduli dell’originale beatlesiana sostituendoli con fragranze soul, un pianoforte accogliente e un sassofono pungente; The Pretender arricchisce di impatto e di finezze soul (i cori femminili) l’arrangiamento di Jackson Browne; From a Buick 6 ancheggia ammiccante in shuffle, spoglia di tutta l’esuberanza campestre dell’originale dylaniana. Insomma, un disco onesto, vivido e concreto, contemporaneo non meno che fuori dal tempo; si potrebbe persino arrivare a definirlo un classico minore.

Ne esce un successo da Top 40 (numero 27 nella classifica generale, mentre nella classifica R&B si ferma al 34) e sbocciano autorevoli giudizi che definiscono questo strano album di Bruce Springsteen e la E-Street Band con un cantante soul alla voce “uno dei più riusciti ritorni della storia del rock ‘n’ roll”, mentre anche This Little Girl diventa un caso, issandosi al numero 11 della classifica dei singoli. È il trionfo di Gary U.S. Bonds, tornato per restare in un mondo che sembrava averlo respinto definitivamente vent’anni prima; ne seguono nutrite esibizioni a supporto (stavolta con la solita backing band, mentre le comparsate sul palco con Springsteen diventano occasionali) e una rinnovata domanda del pubblico per la musica di quella vecchia gloria del rhythm and blues e del twist. Nel frattempo si è fatto il 1982.

gary us bonds - on the line

“On The Line” è l’ultimo album che vede una collaborazione tra Gary U.S. Bonds e Bruce Springsteen, ma stavolta il contributo si è fatto ancora più intenso, perché i brani a firma del Boss sono sette su undici, senza contare che in sala di incisione c’è nuovamente la E-Street Band con il suo leader, che nuovamente si accomoda in cabina di regia assieme a Miami Steve. Il risultato è un disco ancor più springsteeniano del precedente nei suoni, leggermente meno luccicante di qualità nella composizione ma non per questo privo di episodi degni di stare su “The River”, come, ad esempio, Out Of Work, ennesimo saltellante quadretto working class firmato dal Boss che descrive come meglio non si potrebbe la recessione di inizio anni Ottanta e che finisce incredibilmente in classifica al numero 21, o la lenta Club Soul City, in cui il vibrato del cantante è uno squisito cicerone per il luogo che il titolo indica. Ormai impazzano, però, gli anni del profitto che tutto divora, e infatti la Columbia costringe Springsteen a rimuovere le sue parti vocali dal duetto con Gary su Angelyne (rimedia Little Steven), pure scritta da lui, con l’effetto che di molte parti da lui cantate il Boss non è accreditato formalmente. Miserie umane di cui il disco non risente, proteso com’è nel descriverle in maniera accurata ma composta, consapevole della situazione difficile in cui ci si trova ma fiducioso che un domani migliore esista e sia raggiungibile. Arte springsteeniana, insomma, della quale è eloquente emblema lo scatto di copertina. In tutto ciò il contributo di Gary U.S. Bonds sembra minimale ma non lo è, perché, se pure il cantante risulta (co)autore di due sole canzoni, il suo tenore carico di emotività soul marchia indelebilmente i pezzi, smarcandoli da un’influenza così pervasiva come quella del Boss del New Jersey e rendendoli qualcosa di diverso; e non è poco. Ma proprio questo è il problema.

Che emergerà compiutamente due anni dopo, quando Gary ci riproverà in proprio con “Standing In The Line Of Fire”; Bruce ormai non c’è più e Miami Steve si limita a scrivere un brano e produrre. Ovviamente le classifiche resteranno un miraggio, e altrettanto ovviamente il cantante virginiano tornerà a esibirsi sui palchi minori del circuito oldies, grato dei quindici minuti di fama più quindici che il mondo gli ha concesso e sempre prodigo di elogi per quel giovane ragazzo bianco di cui fu mentore inconsapevole e pupillo maturo. Perché nella musica, come nella vita, si impara mentre si insegna e viceversa.

Oggi, a ottantuno anni, Gary Anderson continua a tenere spettacoli dal vivo in giro per gli Stati Uniti. Un buon investimento, quei bonds, non c’è che dire.

Hindsight is always 2020

Alla trentunesima edizione dei Grammy Awards, il 22 febbraio 1989, veniva per la prima volta introdotta la categoria Best Hard Rock/Metal Performance Vocal or Instrumental, il premio assegnato avendo riguardo ai risultati conseguiti nell’anno precedente, il 1988. A contenderselo c’erano i Metallica e i Jethro Tull. I primi astro ormai nato e giunto allo zenith di tutto il movimento metal degli anni Ottanta, che arrivavano alla competizione sulla scia di quattro album considerati da subito caposaldi del genere e baciati da straordinari e ubiqui consensi di pubblico e critica. I secondi reduci della stagione progressive inglese degli anni Settanta, con ottime entrature nell’industria (l’ex batterista Barriemore Barlowe un affermato manager di A&M per le principali major discografiche) e l’ultimo album pubblicato due anni prima, il secondo in cinque anni, accolto tiepidamente dalla critica (quella ufficiale, non quella di settore; differenza rilevante, negli anni Ottanta) e bene dal pubblico.

Vinsero i Jethro Tull.

Ma le proteste furono così accese e ubique che l’anno seguente l’Academy fu costretta ad introdurre due distinte categorie: Best Hard Rock Performance e Best Metal Performance. Quest’ultima fu vinta dai Metallica, per il brano più in vista dell’album con cui si erano presentati all’edizione precedente.

A volte succede. Così, giusto per dire.

Death of the cool: Lee Konitz (1927-2020)

Lee Konitz
Ogni momento può sempre essere l’ultimo, soprattutto quando uno ha novantadue anni. E Lee Konitz li aveva. Fino a ieri, quando il tributo chiesto dal virus al jazz si è aggravato, aggiungendo alla lista (dopo il trombettista Wallace Roney) anche uno dei sassofonisti più dinamici che si ricordino. Difficile ricostruire una carriera ultrasettantennale che va da collaborazioni proto-free jazz con Lenny Tristano all’immortalità sancita dalla partecipazione alle sessioni da cui fu tratto “Birth Of The Cool”. Il suggerimento per una commemorazione, allora, è di puntare su “Lone-Lee”, del 1974, inusuale eppure riuscito album solista in cui Konitz suonava senza accompagnamento per oltre cinquantacinque minuti; perfetto per assaporare il tono policromo del suo sax tenore e apprezzarne lo stile poliedrico, che passa da note lunghe pregne di anima a scattanti grappoli di sequenze non prive di swing, il tutto racchiuso in improvvisazioni ragionate. Un ottimo modo per riconoscere un talento purissimo, alfine arrestato nella sua lunga corsa.

Hats off to you, Mr. Konitz.

The paths of glory lead not but to the grave: Adam Schlesinger (1967-2020)

adam schlesinger

Ieri il COVID-19 si è portato via Adam Schlesinger, cinquantaduenne bassista e compositore molto celebrato. Soprattutto per la musica scritta per cinema e televisione, che gli ha fruttato diversi tra nomination e premi, e il gruppo power-pop Fountains of Wayne, autore di cinque album tra il 1996 e il 2011. Ma io preferisco ricordarlo per l’apporto ad un side-project e l’intervento decisivo per la riuscita dell’ultimo album dei Monkees.

Riposa in pace, Adam. Grazie di tutto.

Surf Ozzies Must Die. L’onda corta dei Neptunes.

I Neptunes sono stati un quintetto di Perth. Formatisi nel 1987, suonavano una mistura di surf, power pop e garage e incidevano per la storica etichetta Citadel di Sidney, casa della miglior parte del rock australiano del periodo. Nel 1988 debuttarono con “Hydrophobia”, EP di sei pezzi, dei quali due strumentali. Tra di essi si stagliano My Mermaid, uno dei brani migliori mai usciti dal continente nuovissimo, un efficace riff di tre accordi a sorreggere un assalto adrenalinico eppure stiloso, e il surf carezzevole di Summer’s Almost Gone, fresca come la brezza che spira dall’Oceano Indiano, esercizio barracudesco (nel senso di Barracudas) che non si fa dimenticare. Come pure la simpatica copertina a tema marino. Eccola:

neptunes - hydrophobia

Poi concerti, un cambio di formazione (alla batteria Martin Moon sostituisce David Shaw) e nel 1991 il secondo episodio discografico: “Godfish”, un altro EP di sei canzoni, anch’esso edito solo in vinile. Opera graziosa, in sostanziale linea di continuità con il disco precedente ma più opaca in fase di scrittura, anche se non priva di momenti di interesse: Love Sign si dimena di un garage irsuto e coinvolgente, mentre il pop dalle tinte spagnoleggianti di Wait For The Sun cavalca abilmente le onde sul doorso di una tavola e Down South trapianta la California spiagge e palme nell’altrettanto solatia Australia sudorientale.

neptunes - godfish

Ma l’atmosfera è di stanchezza, e gli scarsi riscontri portano aria di smobilitazione, quindi i Neptunes si sciolgono subito dopo, lasciando ad altri il compito di portare avanti un monicker abbastanza frequentato (più di una decina le formazioni omonime). A suggellarne l’eredità, in quello stesso 1991 la Citadel raccoglie l’opera omnia del gruppo, dodici brani, in un unico CD, “Godfish”.

Da allora i Neptunes non hanno più combinato un cazzo.

E voi, invece?

Nella stanza dei bottoni: Keith Olsen (1952-2020)

keith olsen

Qualche giorno fa avevo deciso di soprassedere a ricordare McCoy Tyner, morto ottantaduenne recentemente, che fu pianista jazz di immensa influenza e, tra il resto, membro dello storico quartetto con cui John Coltrane incise i suoi lavori più significativi da bandleader. Oggi, però, non posso tacere alla notizia della dipartita di Keith Olsen, uno dei più grandi produttori della storia del rock.

Nativo del Midwest e presto interessatosi alla musica, Olsen si trasferì in California per lavorare ai celebri Sound City Studios di Los Angeles, finendo per entrare nei Music Machine come bassista e con loro licenziando almeno un capolavoro epocale, quella Talk Talk che dal 1966 è un instant classic del garage, oltre a un album, “(Turn On) The Music Machine”, di peculiarissimo folk-rock psichedelico e oscuro. Interrottasi poco dopo la collaborazione con il gruppo di Sean Bonniwell, sarà quindi la produzione musicale ad occupare la sua vita, con una crescente reputazione, culminata nell’assistenza sonora al demo di una coppia di promettenti cantante (lei) e cantante e chitarrista (lui), tali Stevie Nicks e Lindsay Buckingham, che, messi in contatto con il batterista inglese Mick Fleetwood, daranno vita alla nuova incarnazione californiana dei Fleetwood Mac e ad un LP, quello omonimo, uscito nel 1975, da milioni di copie vendute. Da lì la reputazione di Olsen e della sua capacità di amalgamare un’enorme quantità di tracce audio in maniera fluida, con una dinamica invidiabile e in funzione servente del brano, si diffuse a macchia d’olio, scatenando richieste da ogni dove per l’orecchio fino e la mano fatata di quel produttore pacato e professionale, che sa sempre cosa fare, all’occorrenza suonando strumenti o aiutando nella composizione, come deve saper fare un produttore degno di questo nome. Il rock (e a volte anche il pop) degli anni Settanta e Ottanta è disseminato di dischi che recano la fatidica dicitura “produced by Keith Olsen“, e la lista dei nomi di coloro che si sono avvalsi dei suoi servigi lascia stupefatti: James Gang, Fleetwood Mac, Grateful Dead, Foreigner, Santana, Pat Benatar, Babys, Rick Springfield, Sammy Hagar, Heart, Madonna, Joe Walsh, Bad Company, 38 Special, Whitesnake, Ozzy Osbourne, Scorpions e molti altri ancora. I suoni mainstream di qualità, quelli che passano alla radio ancora a distanza di decenni, gli devono più che qualcosa, e facciano fede a riguardo i sei Grammy Award guadagnati e i moltissimi milioni di copie vendute di dischi che includono il suo nome fra gli artefici.

Creatore di un suono radiofonico e carezzevole, progettato minuziosamente, ottenuto con fatica e impeccabilmente rilegato, dalla prima metà degli anni Novanta Keith Olsen aveva diradato le sue attività di produzione, impegnandosi in altri progetti, mantenendo sempre un contegno di riserbo ben poco comune nel music business e tuttavia non negando interviste calorose, colme di dettagli, a quanti fossero curiosi di ca(r)pire i metodi di uno dei più cristallini talenti che si sia mai applicato allo studio di registrazione e al banco del mixer. Per il resto, ben poco era noto della vita personale dell’uomo Keith Olsen, e infatti la notizia del suo decesso ieri, 9 marzo, è giunta a ciel sereno, nel mezzo di una situazione dove si tende a parlare di tutt’altro. Sobrio anche nel congedo, in quasi paradossale contrasto con il suono lussureggiante dei “suoi” dischi. Non se ne trovano mica tanti così.

Ciao Keith. Chapeau.

A farewell to a king: Neil Peart (1952 – 2020)

neil peart

Il 7 gennaio scorso è morto nella sua casa californiana Neil Peart, a causa di un tumore che da tre anni lo affliggeva. Fu batterista dei Rush, acclamato da e continuativamente per decenni come uno dei migliori strumentisti del rock, nonché autore di testi dalle variegate ispirazioni e dalle molteplici e non banali sfaccettature, ivi compresi alcuni concept poi tradotti in dischi, e perfino autore di libri biografici come di romanzi di fantascienza (Ayn Rand una grande ispirazione in tal senso). Dal 2012 era ormai in ritiro autoimposto, avendo così determinato il congelamento del gruppo del quale è sempre stato un terzo fondamentale; inoltre, a partire dalla diagnosi infausta aveva ulteriormente diradato la sua presenza. Che pure continua ad aleggiare su buona parte del modo di suonare la batteria nel rock: citofonare Portnoy per chiarimenti.

Un uomo che ha sofferto, Peart: nel 1997 perse la figlia per un incidente stradale e un anno dopo la moglie per malattia, ma questo non gli impedì di riprendere a vivere pienamente, pur senza mai perdere del tutto un sentore di tristezza nello sguardo. Quella stessa tristezza che potrebbe determinarsi in chi si trovi a leggere queste righe, come si è determinata, nell’apprendere la notizia, in chi le verga, pur da non adepto del suono progressivo-proteiforme dei Rush. Ma perdere un uomo come Neil Peart è un lutto per l’umanità, e come tale va ricordato, possibilmente celebrando la vita dell’uomo attraverso le sue opere, a partire da quel “Rush” che nel 1974 aveva mostrato al mondo cosa fossero in grado di fare i tre canadesi. Proprio da qui, dunque, vale la pena ripartire, anche se Peart non vi ha suonato; ma senza fretta, ché il rush finale si è già consumato, anch’egli senza fretta eppure ineluttabile.

A farewell to you, Mr. Peart.

Touch me I’m six.

Ed ecco passato un altro anno di Note in Lettere, in cui il calo di lettori e di visualizzazioni è netto rispetto al 2018 nonostante il pari numero di articoli. Lo so, la musica ha rotto il cazzo (cit.), ma anche i blog, a quanto si sente in giro, non sono messi meglio. Ci sta. L’unica speranza è che tutto ciò non diventi muffito come, chessò, un triplo live degli Yes; quello stesso che sta andando sul giradischi nell’altra stanza mentre vergo queste righe, indeciso se tenerlo o destinarlo altrimenti. E anche il disco.

Come che sia, grazie a tutti (e tutte) coloro che hanno voluto a vario titolo di consapevolezza partecipare a mantenere aperta questa finestra italografa (sì, beh, quasi; d’altronde anche Seneca era spagnolo ma scriveva in latino) su musica e vibrazioni varie, come sancisce la sezione “About” con una sobrietà ineccepibile quanto inesistente in rerum natura. Salut…cioè, grazie.

Un altro immondo è possibile. Francisco-san sindaco del Biafra.

jello biafra
Nell’autunno 1979 Eric Boucher, da Boulder, Colorado, si candidò a sindaco di San Francisco. Aveva già dimostrato di avere le idee chiare, d’altronde: il giugno precedente aveva pubblicato il singolo California Über Alles con il gruppo di cui era cantante, i Dead Kennedys, aveva fondato l’etichetta discografica Alternative Tentacles e si era costruito una crescente reputazione di terrorista culturale, a cui la candidatura forniva la definitiva credibilità. Per ammissione dello stesso protagonista, la decisione era maturata dopo un commento fatto dall’allora membro del gruppo Bruce “Ted” Slesinger, che gli si era così rivolto: “Jello, sei talmente polemico che dovresti candidarti a sindaco.“. Detto, fatto: furono raccolti millecinquecento firme e novecento dollari, perlopiù con iniziative promozionali autogestite come i concerti punk, e venne formato uno staff di volontari, che comprendeva tutti i membri dei Dead Kennedys, il promoter Dirk Dirksen, il fanzinaro Mickey Creep e altri elementi della fervente controcultura cittadina. Le scelte, naturalmente, si rivelarono in linea con le intenzioni anarcoidi e situazioniste: il motto della campagna elettorale, “There’s always room for Jello“, venne mutuato integralmente dallo slogan pubblicitario della gelatina Jell-O, e il programma, vergato dallo stesso Jello Biafra su un tovagliolo durante un’esibizione dei Pere Ubu, conteneva non poche proposte di portata dirompente e causticamente sarcastiche. Tra queste:

  • obbligare gli uomini d’affari a indossare abiti da clown all’interno dei confini della città;
  • far eleggere i poliziotti dagli abitanti dei quartieri che sarebbero poi stati chiamati a pattugliare;
  • abbattere il Pier 39, centro commerciale e turistico della città, inaugurato il 4 ottobre 1978;
  • legalizzare l’occupazione di edifici vuoti o per i quali non venivano pagate regolarmente le imposte;
  • pagare i disoccupati per chiedere la carità nei quartieri ricchi;
  • vietare le automobili in tutta la città;
  • erigere statue di Dan White (il consigliere comunale che nel 1978 uccise il sindaco George Moscone e il consigliere gay Harvey Milk) e far vendere dall’amministrazione cittadina dei parchi uova, pietre e pomodori marci con cui bersagliarle.

Inutile dire quale fu la reazione dell’establishment a tali proposte, ma la campagna elettorale proseguì comunque inarrestabile, forte del supporto di uno zoccolo duro e agguerritissimo di sostenitori, che partecipò ai comizi con ilarità consapevole e slogan che denotavano condivisione del progetto (“Cosa succede se vince?“, “Se non vince mi uccido“, “Apocalypse Now” e altri ancora). Le iniziative, poche, prevedevano di indossare la t-shirt della precedente campagna elettorale del rivale Quentin Kopp e in un’occasione Jello si presentò a spazzare le foglie nel giardino della ricca avversaria, nonché consigliera comunale uscente, Dianne Goldman Berman Feinstein, in polemica con la di lei precedente iniziativa di farsi fotografare a pulire le strade di un quartiere degradato di San Francisco. Il culmine fu una marcia in cui Jello Biafra provvide a fare ciò che fanno i politici in campagna elettorale, ossia “shaking hands and kissing babies“; anzi no, “shaking babies and kissing hands“, e quindi coerentemente agitò neonati e baciò mani davanti agli sguardi dei media stupefatti e degli astanti divertiti. E poi venne il 6 novembre 1979, il giorno delle elezioni.

Allo spoglio, la sorpresa: gli oltre seimilacinquecento voti racimolati dal lider dei Kennedy Morti, pari al 3,79% del totale, costrinsero la Feinstein e Kopp al ballottaggio, poi vinto dalla prima, che rimase sindaco della città per dieci anni, fino a quando venne eletta in Senato (prima donna della California), dove tuttora siede, il più anziano senatore attualmente in carica e, dovesse riuscire a completare il mandato in corso, la donna che più a lungo ha ricoperto un seggio in Senato nella storia degli Stati Uniti. Superlativo. Superlativi.

Jello Biafra non se la prese a male: nel 1980 era fuori “Fresh Fruits For Rotting Vegetables”, uno dei dischi fondamentali del punk, e la vicenda Dead Kennedys iniziava la sua ascesa, finendo per schiantarsi nel 1986 e aprendo ulteriori spazi per un’intensa attività controculturale del nostro (musicale, editoriale e politica, con il comizio durante le proteste contro la WTO a Seattle nel 1999 e la candidatura alla presidenza nel 2000 con il Green Party) che prosegue intatta fino ad oggi, in particolare con l’ultimo progetto musicale, eloquentemente intitolato Jello Biafra & The Guantanamo School Of Medicine. L’idea di diventare sindaco non si è mai più materializzata, ed è valutazione rimessa al singolo se si tratti di volontà di incidere su un bacino più ampio in forza di un’ottenuta maggiore visibilità o di opportunismo misto a perdita di contatto con la collettività di riferimento.

Sono passati quarant’anni da quell’esperimento, e non ne constano emulazioni altrettanto emulative in alcuna parte del mondo. Resta, quell’esperienza, a memoria di un decennio, che, nelle una volta di più mirabili, definitive persino, parole del solito ineguagliabile Eddy Cilìa, ha avuto il merito di caratterizzarsi per “un’irriverenza di fondo che, a partire più o meno dal giro di boa degli ’80 e irrimediabilmente dai primi ’90, la prevalenza del “politicamente corretto” ha interdetto per sempre. Non c’erano vacche sacre negli anni ’70 – potevi sfottere i Beatles, irridere la Regina e appropriarti magari con orgoglio di parole come “nigger” o “queer” (persino battezzare la tua band Pistole del Sesso, oppure Mogli Abusate) – e di proibita, in quanto disdicevole, c’era solo l’ipocrisia. Quella che ci fa chiamare “non vedente” un cieco e a me, se fossi cieco, a sentirmi chiamare “non vedente” girerebbero i coglioni“. Ma anche come monito, a svegliarsi prima che sia troppo tardi, a provarci seriamente a prendere in mano il nostro destino, a non aver paura di dire che il re è nudo, magari su Re Nudo.

Ma noi no, siamo pigri. Pigri di Mompracem. E ci manca solo che ci governi Sandokan.

It’s tough, kid, but it’s life.

Rockin Fu Music

Vorrei concludere con un tranchant “il rock è morto”, ma la verità è molto peggiore.

E cioè che il rock è in demenza senile da un bel po’, e continuerà a vivere trascinandosi in questo stato ancora per molto. Occasionali sprazzi di lucidità o piacevoli momenti passati insieme (i primi nomi recenti che mi sovvengono: Marcus King Band, Tedeschi Trucks Band, Riot City) non cambiano le cose, purtroppo.

Abbiamo un nonno demente, ragazzi, e dobbiamo curarcelo, perché è pur sempre un nostro parente e gli vogliamo bene, per quello che è stato ma, tutto sommato, anche per quello che è.

Per questo motivo non vale la pena di perdersi in discussioni dietro, ad esempio, la portata salvifica dei Greta Van Fleet, ma continuare la caccia. Perché non riuscire a emozionarsi con e per la musica è come essere morti. E di allegri ragazzi morti ne abbiamo già fin troppi.

Solo un pensiero. Uno, ogni tanto.