Indie per cu(l)i. Un tumore ti devasta la vita, ma anche l’entropia non scherza.

Diceva Orson Welles che l’Italia conta oltre cinquanta milioni di attori, e i peggiori stanno sul palcoscenico. Non so se sia vero o meno, ma posso apportare sul punto la mia esperienza, in particolare di quando, nemmeno lontanamente ventenne, mi trovai ad assistere, in contesto carnascialesco, a un’esibizione dei Tre Allegri Ragazzi Morti e, facendo supplire a una non invidiabile distanza dal palco una sobrietà ormai inesistente, domandai loro tra un brano e l’altro, con voce tonante e calata vernacolare, se un’eventuale condotta sodomitica perpetrata nei loro confronti li avrebbe resi più allegri o più morti. Spacconerie alcoliche adolescenziali, ma pur sempre valide per confermare  oggi il giudizio, magari sbrigativo ma già allora fondato, sul trio pordenonese. Che, con l’ultima trovata pubblicitaria (della quale si può apprendere dalla foto di cui sopra o qui), è riuscito a smentire clamorosamente l’autore di “Quarto Potere” e, nel contempo, a svelare con massima chiarezza lo stato odierno della musica italiana che si fa vanto di galloni di autenticità, autonomia artistica e intellettuale nonché – tenetevi forte – indipendenza. In dipendenza. Indi pendenza.

E comunque li ringrazio, i Tre Allegri Ragazzi Morti, per avermi rivelato, a distanza di tutti questi anni, che la risposta allo spiazzante dilemma era: “più morti”.

Morti.

MoRTI.

Che poi sta per “Movimento di Rinnovamento del Teatro Italiano”.

O magari per “Mo’ RTI”.

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‘cause I’m: “Hey Teen!”. Minimo annuario discopatico.

Esiste solo una cosa più da sfigati che comprare “Dookie” in CD nel 2018 e ben dopo aver compiuto i trent’anni: macchiarne il libretto con la zuppa di verdure. Surgelata.

È con questa consapevolezza che mi accingo a riferire pillole musicali dell’anno ormai trascorso, che ha visto meno lutti di quello andato (anche se Vinnie Paul…) ma anche meno dischi memorabili. D’altronde il ’18 è l’anno della vittoria, ed è fisiologico rilassarsi un po’. Dite di no, che non ci rilassiamo proprio per niente? Oh beh, peggio per voi: io ho “Dookie”. Sì, beh, quasi.

Auguri.

Dischi notabili

1. JUDAS PRIEST – FIREPOWER
Ne ho scritto a caldo qui e confermo tutto. Dal vivo a Firenze, poi, i pezzi nuovi non hanno per nulla sfigurato a fianco dei classici, e questo vorrà pur dire qualcosa. Col passare del tempo e degli ascolti il valore dell’album si è normalizzato, ma resta comunque la migliore uscita dei Priest dai tempi di “Painkiller”, confermando che proprio quando è data per spacciata la formazione inglese dà il meglio di sé. Il futuro è ignoto, ma un simile congedo discografico sarebbe un trionfo.

2. VISIGOTH – CONQUEROR’S OATH
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Del quintetto di Salt Lake City e del suo secondo LP non si dirà mai abbastanza bene: heavy metal epico in senso tradizionale, possente ma non troppo veloce, zeppo di cori pensati per infondere coraggio sul campo di battaglia e di fraseggi di chitarra armonizzati che allargano lo spazio come un coro in una cattedrale gotica, prodotto al meglio ma con in mente la tradizione (“si sente che anche il produttore era in cotta di maglia!“, l’immortale commento di un amico), non troppo lungo e sempre memorabile (anzi, quasi sempre, Salt City un boogie trascinante ma stilisticamente e tematicamente fuori luogo). Non a caso griffato Metal Blade. Se non il disco dell’anno, senz’altro nel Valhalla con i migliori.

3. LUCIFER – LUCIFER II
Qui

4. THE 16 EYES – LOOK
Qui

5. THE MORLOCKS – BRING ON THE MESMERIC CONDITION
Qui

6. THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – SOMETIMES THE WORLD AIN’T ENOUGH
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Neanche dodici mesi dopo l’ultimo album (di questi tempi, converrete, fa notizia, se uno non si chiama Ty Segall), i cinque svedesi tornano con il quarto LP in sei anni, confermando l’ottimo stato di salute di cui godono. La struttura è la solita: apertura con un brano tirato di hard rock simil-Seventies; prosieguo con addolcimenti tastieristico-melodici; singolo effettivo o potenziale in terza-quinta posizione; dosaggi variabili degli ingredienti predetti fino al congedo, preferenzialmente affidato a una stesura articolata ed evocativa. Però funziona anche stavolta; rischiando qualcosa nell’aggiungere ulteriore patina medio-ottantiana a una formula collaudata ma riscuotendo appieno i profitti del rischio, e basti a conferma il solo lato A dei quattro: This Time straccia i Rainbow post-Dio al loro stesso gioco, Turn To Miami si regge sui chiaroscuri di indolenza sensuale e pericolo tropicale evocati già dal titolo, Paralyzed riscrive in melius gli anni Ottanta dei Doobie Brothers e la title-track è purissimo e scintillante AOR come non se n’è sentito quest’anno. Io continuo a preferire il precedente “Amber Galatic”, ma qui siamo al vertice del catalogo del gruppo e del genere; ammesso che sia uno solo. Il catalogo.

7. THE CREATION FACTORY – THE CREATION FACTORY
CREATIONFACTORY
Quest’anno le sonorità di area Sixties non hanno dato frutti migliori di questo quintetto californiano alla prima prova sulla lunga distanza, che, complice una ragione sociale inequivocabile, un’immagine filologicamente ineccepibile e una produzione manieristicamente perfetta, mette a segno una delle uscite di area più godibili del giro intorno al sole. Un Bignami, potremmo chiamarlo; perché c’è dentro molto di ciò che conta: i Beach Boys in You Be The Judge, i Rolling Stones in Girl You’re Out Of Time, i Kinks in I Don’t Know What To Do e Why Can’t You Make Up Your Mind, i Them in I Want To Be With You, i Creation in Without You, i Byrds in Spring Ain’t Gonna Let You Stay e i 13th Floor Elevator in Hallucination Generation. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità della quarta generazione di revivalisti dei Sixties, che ha assimilato ciò che è accaduto medio tempore ma resta fermamente intenzionata a riportare in vita al meglio possibile l’aura quantomeno sonora del decennio principe del rock. Revival o meno, il risultato è eccellente per scrittura, esecuzione e resa. Non resta che ascoltare e sperare silenziosamente che il debutto non diventi anche la tomba dei Creation Factory.

8. GHOST – PREQUELLE
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Un perfetto esempio di somma paraculaggine musicale, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost. Lima le asperità del precedente e vincente “Meliora” con una carta di grana fina che chiama in causa gli anni Ottanta di Def Leppard e Savatage, ma anche ABBA e Pet Shop Boys, per imbastire un vero e proprio blockbuster, pensato per essere un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, e riuscendoci perfettamente. Il plauso è stato ampio ma non generale, e ognuna delle opinioni non è implausibile. Certo è che la prestazione dei musicisti e del cantante è ancora una volta superlativa. Certo è che la scrittura è stata raffinata ai massimi livelli. Certo è che l’immagine, ancora una volta reinventata dal diabolus ex machina Tobias Forge, funziona e affascina come prima più di prima. Certo è che un singolo incisivo come Dance Macabre il rock non lo sentiva da tempo. Certo è che i Ghost sono i principali candidati a fare da headliner ai festival estivi dei prossimi anni, quando i veterani via via si ritireranno. Certo è che “Prequelle” ce lo si gode. Last but not least per merito della produzione di Tom Dalgety, capace di tenere insieme arrangiamenti articolati ed esigenze commerciali odierne, e del missaggio di un veterano del calibro di Andy Wallace, che dosa sapientemente la densità dei singoli strati sonori, adagiandoli l’uno sull’altro fino a fonderli in un unicum pieno ed avvolgente. Un capolavoro di professionismo, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost.

9. TH’ LOSIN STREAKS – THIS BAND WILL SELF-DESTRUCT IN T-MINUS
th'losin streak - this band will self destruct in t minus
Dopo quattordici anni da un debutto, “Sounds Of Violence”, che aveva fatto sobbalzare non pochi adepti del più selvatico sound garagistico, i quattro di Sacramento sono infine tornati insieme nel 2010 e quest’anno, dopo un acclamato tour europeo, hanno messo insieme un secondo album, anch’esso edito per la solita Slovenly Records e anch’esso selvaggio e urgente come ci si poteva aspettare dalle Scie Perdenti. Ma “This Band…” non è un calco del suo predecessore, perché inietta nella formula di sgangherato rock ‘n’ roll del gruppo una vena distintamente danzereccia e un senso della melodia di matrice mod che, se a tratti smorzano il flusso di elettricità, nondimeno conferiscono all’album una sua identità in un panorama anch’esso ormai fattosi affollato. Lo si può definire freakbeat, merce non particolarmente frequente in terra americana, e se uno come Tim Warren si prodiga a definirlo il migliore inciso quest’anno ci si può accodare senza troppe remore. Ciò che conta, dopotutto, è che la scrittura si mantenga di livello per tutte le tredici tracce, e questo disco, forte dell’adrenalina fuzzosa di (This Man Will Self-Destruct In) T-Minus, dell’esuberanza mod di You Can’t Keep A Good Man Down, dei richiami ai Creation di Order Of The Day e di quelli ai Kinks di  Falling Rain, lo fa. Non perfetto ma potentissimo e sempre coinvolgente, il secondo album dei Th’ Losin Streaks svetta per la splendida copertina, senza dubbio la migliore dell’anno. Avercene, di band che si autodistruggeranno così bene.

10. THE MARCUS KING BAND – CAROLINA DREAMS
marcus king band - carolina confessionsTerzo LP e terzo centro per la formazione del chitarrista e cantante del South Carolina, che a ventidue anni dimostra un’abilità di scrittura e una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi a dir poco sbalorditive. Ancora una volta tiene banco il Sud, principale serbatoio musicale americano e quindi inesauribile fonte di ispirazione per chi voglia mettersi dietro a un microfono con una chitarra in braccio. E the South does it again su “Carolina Confessions”, titolo che cita i sogni della Marshall Tucker Band (che però muoveva dal North Carolina) e scaletta parimenti da sogno con la partenza inarrivabile di Where I’m Headed, le acustiche degli Allman post-Fillmore che convivono sorridenti con i fiati di Otis Redding, e il prosieguo affidato al dramma di Goodbye Carolina, dove il country di Alan Jackson (Midnight In Montgomery) è trafitto al cuore da una slide carica di pathos come quella di Warren Haynes. E da qui in poi, tra il soul ancheggiante di Homesick, l’inchino ad Ike e Tina di How Long, il sofferto lirismo blues di Confessions e lo sterrato imboccato per fuggire da Memphis sulle note di Welcome ‘Round Here, niente è meno che meraviglioso. Un atto d’amore verso il southern rock che nulla ha di nostalgico o didascalico e molto, anzi tutto, di sincero e sentito. Probabilmente il disco dell’anno, e in ogni caso una plausibile ragione per ritenere migliore soffrire e trascorrere sotto un cielo blu a cinquanta stelle anziché sotto uno rosso a cinque.

Altre pillole di 2018
Immortal – All Shall Fall
: manca Abbath ma non conta nulla, perché è tornato Demonaz e i suoi riff thrasheggianti esaltano come non hanno potuto fare in questi years of silent sorrow. Non ci si crede che sia così consistente, eppure lo è; come il male, quello vero. Sento solo freddo, tanto freddo, fuori e dentro me.

Cranston – II: le parti strumentali di chitarra e tastiera sono in mano a Paul Sabu, uno che sa quello che fa. La voce, appartenente a tale Phil Vincent, sfoggia credibilmente un timbro ruvido e bluesy simile a quello che David Coverdale ha ormai perduto. Nel mezzo un valido esercizio di hard rock melodico, che bascula in zona hard blues ma non per questo disdegna l’AOR più virile. Uscita sottotono ma seconda a nessuno dei monicker più blasonati del genere.

Monstrosity – The Rise To Power
Una gradita sorpresa. Non che ci siano dubbi se ascoltare questo o “Millennium”, ma fa piacere saperli ancora vivi e ancora in forma, capaci di declinare il classico suono brutal death della Florida senza cadere negli opposti tranelli del revivalismo e dell’ultratecnicismo iperprodotto. Solo la morte resta uguale a se stessa, dopotutto. La morte, appunto.

Blackberry Smoke – Find A Light: I soliti grandiosi georgiani, leggermente più tirati a lucido di prima ma sempre a fuoco nella scrittura e nell’esecuzione. È legittimo preferire ciò che è venuto prima, ma i Blackberry Smoke restano il migliore gruppo southern rock al mondo (o magari il secondo, dopo la Marcus King Band).

L’altro 2018
The Feelies – Crazy Rhythms

Il primo vagito del college rock. Praticamente i Television risuonati dai R.E.M. con Maureen Tucker alla batteria, mentre i Weezer sbavano tra il pubblico. Forse il più sconosciuto classico del rock. Chissà perché, poi.

Greg Guidry – Over The Line
Chiamiamolo yacht rock ché va (ancora) di moda. Ma scritto bene, arrangiato meglio, eseguito a livelli stratosferici e prodotto come non si fa più. Il fatto che non sia reperibile in digitale se non da un paio d’anni scarsi dice chiaramente che non è un disco per tutti, ed è giusto e bene così.

Orchid – Capricorn
Per tanti è passato senza lasciare traccia, archiviato nell’affollata sezione di cloni dei Black Sabbath. A me ha lasciato un segno, e non so spiegare perché; forse perché condensa meglio di qualunque altro disco mi venga in mente il lato che preferisco di Iommi & co., quello della potenza poderosa e dell’impietosa ineluttabilità, e tanto mi basta a preferirlo negli ascolti a “Volume 4” e “Sabotage”, nientemeno. Sarà campanilismo zodiacale. Tenere un blog di musica mica è necessario, in effetti.

The Gruesomes – Gruesomania
Il migliore album garage di quelli non usciti negli anni Sessanta, e anche con quelli è battaglia serrata. Provateci voi ad ascoltarlo senza fare casino (rumore o altro).

Billy May –  Johnny Cool Soundtrack
Uscito nel 1963, “Johnny Cool” è un omaggio anni Sessanta alla stagione più feconda del noir, gli anni Cinquanta, e, nonostante il cast prestigioso e la regia solida, è poco più che il giusto intrattenimento per una serata qualunque. La colonna sonora, però, è opera di Billy May, uno dei più grandi arrangiatori dell’era swing e oltre, e ha quindi assunto una minuscola dimensione di culto per la sua capacità di affrescare vividamente le atmosfere stilose, minacciose ma invitanti, del noir con un precisissimo dosaggio dello spettro tonale e una padronanza somma della dinamica. Praticamente tutta strumentale (tranne la ballata finale, intonata da Sammy Davis Jr.) e affidata alla versatilità di una big band, questa colonna sonora è jazz per jazzofobi, noir per sorridenti, classe a buon mercato; non ne starei parlando, altrimenti. Ottimo il suono dell’edizione in CD su Ryko (l’unica etichetta che fa le jewel case verdi).

Damnatio memoriae
Incertum habeo
eccetera, quindi fate voi. Mi limito a rilevare che oggi, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito perché quella volta al referendum ha vinto la repubblica: perché l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. E comunque quest’epoca streamingzita fa schifo.

Noise annoys: Pete Shelley (1955 – 2018)

pete shelley

Pete McNeish era uno che sfasciava le chitarre. Una volta, a metà anni Settanta, lo fece in una chiesa abbandonata, per sfogare la frustrazione. La chitarra, una economica giapponese di marca Starway, ne uscì dimidiata della parte superiore ma ancora suonabile. Pete attaccò sul retro della parte residua un bottoncino per sorreggere la tracolla e continuò a suonarla per i quarant’anni successivi. Pete era uno con il senso dell’umorismo.

Pete era dipendente dall’orgasmo. Ma si tormentava per essere innamorato della persona sbagliata. Un uomo, si scoprì qualche anno dopo; quando, a suon di sintetizzatori, ci informò di essere un Homosapien. La BBC non gradì e non diede risalto alla confessione. Era il 1981, d’altronde; ed era la BBC. Altri tempi.

Ma Pete, oltre al senso di colpa, aveva anche quello dell’umorismo. E sapeva come vanno le cose. Seguiva l’armonia nella sua testa e comandava una congrega di quattro cazzi ronzanti, una golosità seducente ma impetuosa nella spinta, capace di abbandonarti là dopo averti… visto? Fino a un certo punto, però, ché poi gli anni passano e ci si barcamena per arrivare in fondo senza sfigurare. Ma Pete aveva anche senso estetico, ed è passato a giocare con la plastica, scaldandola per deformarla e poi lasciandola raffreddare plasmata in forme accattivanti.

Era fatto così, Pete; gli piaceva giocare, e scherzare. Sapeva che anche la donna più seriosa, quella con un ferro da stiro al posto della testa, può avere capezzoli sorridenti. E lo sapeva che il rumore, dopo un po’, irrita.

Lo sapeva che, al giorno d’oggi, tutti sono felici.

Che sagoma, quel Pete.

Bravo, Pete.

Uno in più con noi.

Oggi Note in Lettere entra nel suo sesto anno, dopo essere stato, magari lo ricorderete dal tredici ottobre scorso, five years dead. Non se la passa granché numericamente (i post ben al di sotto dell’auspicata media di due al mese) e qualitativamente (futili sbrodolamenti personali e recensioni anodine in luogo di meditati approfondimenti), ma finché taluno seguita a capitarci pure intento in tutt’altre e più prosaiche ricerche, quelle sì indubbiamente meritevoli di approfondimento, tanto vale continuare a restare quivi abbarbicati. Nemo dat quod non habet, in ogni caso.

Ma non ci sono segreti: come sempre, il tempo è nei Journey, che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del SAL. Approvato anche stavolta, spero e temo, ma niente a che vedere con calvizie elettriche capaci di suscitare plausi continentali e oltre, ché qui domina un’ipertricosi inestricabile, attrito all’azione e alibi concettuale per un trogolo passatista con istromento d’avvenire (quello di una volta). Qualcuno deve pur farlo, dopotutto.

Vediamo come va. E dove.

Clash with reality: Vinnie Paul (1964 – 2018)

vinnie paul

Non c’è molto da aggiungere, rispetto alla massa di informazioni reperibili un po’ dovunque, su Vincent Paul Abbot, batterista texano congedatosi ieri in età non esattamente avanzata, se non che è stato uno dei simboli del metal, globalmente inteso, per personalità e per capacità musicali. Il suono compresso della batteria e della cassa che è praticamente ubiquo nel metal contemporaneo e da circa vent’anni è principalmente opera sua, si potrebbe dire; anche se la colpa del successivo appiattimento non è beninteso sua, perché la colpa è raramente di chi inventa, ma di chi usa l’invenzione. A tutt’oggi i Pantera sono uno dei gruppi più amati e più odiati dell’intero genere, e questo, oltre ad essere per più di un quarto responsabilità del nostro uomo, vorrà pur dire qualcosa. Per quanto mi riguarda, vorrà dire che Vinnie Paul ci mancherà, con il suo carattere rilassato e gioviale, sempre pronto alla battuta e alla bevuta in compagnia, e l’approccio sbalorditivo a piatti e tamburi, fatto di ritmi trituranti come di complessi passaggi sincopati, fusi con le massime naturalezza ed efficacia.

Puro e semplice talento accompagnato a puro e semplice amore per ciò che si fa e ad empatia con il prossimo (quest’ultima paradossale, se si pensa alla musica realizzata; o forse no, chissà); questo è stato Vinnie Paul, né più né meno. Gli parlai una sola volta, al telefono, per intervistarlo, in occasione dell’uscita del secondo album degli Hellyeah. Fu una chiacchierata semplice ma piacevole, in cui il calore dell’uomo e del suo pesante accento texano riuscì a farmi rompere il ghiaccio del primo colloquio “professionale” con un musicista. Oggi, ché si diffonde la notizia, ripenso a quel breve dialogo, durato forse un paio di minuti, e mi dico che non ne sarebbero serviti altri per capirsi anche de visu con un uomo così, che ti offre un Black Tooth Grin senza neanche sapere come ti chiami per dimostrarti amicizia e che sul palco non si è mai risparmiato in oltre trentacinque anni di battere e levare e in cinquantaquattro di diastole e sistole e di lui non vuole che si sappia in giro altro, perché altro non c’è da sapere. Ci ripenso e non so cosa aggiungere, e quindi è meglio che vada. A farmi un Black Tooth Grin alla sua salute.

See ya yonder, Vinnie.

In Germania lo fanno. Buxtehude a Lubecca, ce lo chiede l’Europa.

L’11 aprile 1668, trecentocinquant’anni fa, la carica di organista e fabbriciere della Marienkirche di Lubecca, al tempo la più prestigiosa ed ambita di tutto il mondo germanico, venne conferita dal consiglio municipale ad un concorrente che non aveva presentato domanda, nonostante due distinte candidature fossero già state ricevute. Vincitore risultò per chiara fama il danese, ad onta del cognome omonimo di una città della Bassa Sassonia, Dietrich Buxtehude, e la storia non riporta cosa accadde agli altri due candidati, in tempi di inesistenza di giudici amministrativi e contenziosi sugli appalti.

Secondo l’usanza del tempo, il Werckmeister doveva assumere la cittadinanza anseatica e sposare una figlia del proprio predecessore, in questo caso Franz Tunder. Buxtehude vi si attenne e dalla solida posizione acquisita procedette ad orientare il corso della storia musicale, mediante un’abilità strumentale organistica elevatissima ma non virtuosistica e, a livello compositivo, una sapiente alternanza di improvvisazione e rigore contrappuntistico, aprendo così la strada alla stagione d’oro del barocco musicale tedesco. Non fu per caso, infatti, che, nel 1705, il ventenne Johann Sebastian Bach decise di camminare per quattrocento chilometri, da Altstadt a Lubecca, solo per ascoltare il celebre organista e maestro, ancorché celandosi tra il folto pubblico che si radunava ad ascoltare le rinomate serate musicali che egli organizzava e dirigeva dopo la messa del vespro di sabato (operazione economicamente sostenuta dai ricchi mercanti della città), trasferendo poi a Lipsia, nella liturgia della Thomaskirche come pure nei suoi stili compositivo e strumentale, le intuizioni di Buxtehude. E parimenti non casuale fu che due enfant prodige dell’organo e della composizione, Georg Friedrich Händel e Johann Mattheson, si candidassero senza esitazione a sostituire l’anziano maestro quando, nel 1703, manifestò l’intenzione di ritirarsi, e stavolta la storia riporta cosa accadde ai due candidati: ricevuta da Buxtehude la proposta di succedergli, a patto di rispettare la tradizione, entrambi ripartirono da Lubecca il giorno seguente. Tempi di inesistenza di divorzio e contratti di convivenza, quelli. E quindi le cose andarono come spesso accadeva: Buxtehude morì nel maggio 1707 e un mese dopo Johann Christian Schieferdecker, al tempo suo assistente da due anni, impalmò la primogenita del suo principale e se ne assicurò la successione anche professionale.

Al netto del gossipdi Buxtehude restano duecentosettantacinque opere, perlopiù musica liturgica (cantate, messe, arie nuziali) e composizioni per organo o strumenti a tastiera, che costituiscono uno dei motivi per cui la musica occidentale si è imposta nel mondo: per il suo rigore compositivo, la sua varietà espressiva, la sua ineguagliabile ricchezza melodica e armonica, il suo empito ultraterreno senza perdere, direttamente o mediatamente, la componente ctonia. E un appalto truccato trecentocinquanta anni fa in Germania.

Nel video sottostante è possibile ascoltare una composizione suonata sul Totentanzenorgel, l’organo della Totentanz (danza macabra), situato in una cappella laterale della Chiesa di Santa Maria di Lubecca. Lo stesso che conobbe le mani di Buxtehude, di Mattheson e Händel e, chissà, forse anche di Bach. Purtroppo non si tratta di un brano di Buxtehude, bensì del preludio in Mi minore di Nicholas Bruhns, anch’egli danese e allievo di Buxtehude a Lubecca. L’incisione, l’unica che mi è riuscito di reperire, è del 1941 ed è forse l’ultima, perché l’organo venne distrutto, assieme al celebre dipinto della danza macabra di Lubecca, realizzato nel 1462 e situato nella medesima cappella, dai bombardamenti angloamericani sulla città, nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1942. Valga quindi come esempio di quello che dovettero udire i contemporanei di Buxtehude e come monito: bella gerant alii, ce lo chiede l’Europa.

That was just a dream.

Martin Luther King - Washington 1963

Esattamente cinquanta anni or sono, il 4 aprile 1968, in un motel di Memphis, Tennessee, trovava la morte per mano di un suprematista bianco piroarmato Martin Luther King Jr., pastore protestante e leader del principale movimento non violento per il riconoscimento dei diritti civili alla popolazione nera degli Stati Uniti d’America.

Sulla dinamica e le conseguenze dell’evento, come pure sull’importanza storica della figura del reverendo King, nulla può qui utilmente essere aggiunto rispetto a quanto reperibile altrove con una minima ricerca. Merita tuttavia ricordare che alla funzione funebre, tenutasi proprio a Memphis, città simbolo dei destini del Sud, Mahalia Jackson, la più grande cantante di gospel mai registrata, intonò dal podio una spettrale ed intensissima versione del brano tradizionale Precious Lord, Take My Hand, che proprio il dottor King le aveva chiesto, qualche settimana prima, di cantare al suo funerale. Non è difficile quindi cogliere il coinvolgimento dell’esecutrice, che, nonostante l’evidente commozione, riesce a fare appello a tutta la propria abilità professionale per portare a termine il gravoso compito affidatole; quello di fornire la colonna sonora ad un lutto nazionale.

Di questo evento nell’Evento, uno dei massimi esempi di come la parola “soul“, anima, abbia definito un genere musicale e un approccio alla musica, non sono rimasti che resoconti scritti e un piccolo spezzone di ripresa audiovisiva, reperibile in rete. A quest’ultimo, dunque, vi rimando, con la riflessione che forse è stato solo un sogno, ma forse no, e già il dubbio è la breccia nel bastione.