Bombe dal passato.

“Bombenhagel” era una fanzine (termine che, per quanti non lo sapessero, è una crasi di fan e magazine, e designa una pubblicazione creata da fan di un certo genere musicale, solitamente underground, per informare gli appassionati di quanto accade in quella scena, e magari allargare il bacino d’utenza) fondata nel 2012 da Chuck “Roccia” Piranha, vulcanico e assetato genovese con un’incontenibile passione per il metal degli anni d’oro (gli Ottanta, come a questo punto si sarà capito), e infatti la copertina recava l’eloquente dicitura “FOR HEAVY & THRASH MANIACS ONLY”. La scoprii per caso, girando su Internet, e mi offrii di collaborare: la proposta fu accolta entusiasticamente da Chuck e già nel secondo numero, uscito ad agosto 2012, vi erano alcune mie recensioni. Lo stesso accadde sul terzo numero, pubblicato a dicembre dello stesso anno. Ma, nonostante un ambizioso progetto di traduzione in inglese e di diffusione internazionale della rivista, l’operazione si arenò con l’arrivo del 2013; Chuck divenne manager dei ferraresi Game Over, da sempre suo grande amore musicale, e dei milanesi Ruler, e “Bombenhagel” si fermò al terzo numero, dove si trova tuttora.
Ho quindi pensato di recuperare i miei contributi: si trattava di dischi minori – a volte per fama, altre per qualità – del panorama heavy metal e thrash metal degli anni Ottanta, da segnalare al lettore che, ormai inveterato consumatore del/dei genere/i, non vi si era mai/ancora imbattuto o, pur avendoli ascoltati, li aveva accantonati. Naturale, quindi, che non si tratti di opere imprescindibili (a parte una, e, se non lo cogliete dal testo, chiedetemelo e ve lo rivelerò), ma mi sembrava opportuno recuperarle, un po’ per suggerire altri e non scontati ascolti e un po’ per vedere se le recensioni hanno resistito alla prova del tempo. E se è noto che il tono “fanzinaro” non è esattamente la summa dello spirito critico in ambito di trattazione musicale, ché trattasi di predica ai già convertiti, mi pare di essere ancora d’accordo con me stesso e di avere reso dei giudizi, a conti fatti, abbastanza imparziali. Ma, come sempre, siete voi lettori il giudice ultimo (o, per dirla con i britannici Satan, la “Court in the act“), e spetta pertanto a voi il verdetto. Buona lettura.

Midas Touch – Presage Of Disaster (Noise Records, 1988)

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La scena thrash scandinava non ha mai conosciuto fama mondiale, nonostante Svezia, Norvegia e Finlandia siano da decenni i maggiori esportatori mondiali di metal di ogni tipo. Ciò non toglie, tuttavia, che rovistando nelle pieghe discografiche si possano rinvenire alcuni dischi che, se pure non fanno gridare al miracolo, si rivelano competenti riproposizioni dei più classici stilemi di provenienza americana. Uno di questi è proprio il primo LP degli svedesi Midas Touch, quintetto dedito ad un thrash molto tecnico, a base di canzoni ricolme di intricati riff, stacchi e cambi di tempo, sulla scia della piega che il genere stava prendendo nel periodo sotto l’influenza di “…And Justice For All”. E come questo disco, anche ” Presage Of Disaster”risulta alla lunga un po’ stucchevole e non sempre memorabile, anche se Forcibly Incarcerated, True Believers Inc. e Sepulchral Epitaph hanno le carte in regola per soddisfare tutti i thrasher. Disco di non immediata reperibilità, ma chiunque voglia indagare il lato più tecnico del thrash anni Ottanta farebbe bene a procurarselo.

Q5 – Steel The Light (Albatross Productions, Music For Nations, 1984)

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Il debutto di questa band di Seattle può senz’altro essere considerato una delle migliori uscite di US metal in assoluto. Complice il chitarrismo solido e grintoso di Rick Pierce e Floyd Rose (ebbene sì, proprio il responsabile di tutti i dive bombs da più di trent’anni a questa parte!), che dimostrano potenza, tecnica e gusto quasi al livello dell’inarrivabile tandem Tipton-Downing, un songwriting d’eccezione (al punto che la loro Ain’t No Way To Treat A Lady sarà coverizzata persino dai Great White dodici anni dopo su “Let It Rock”) e un cantante di ottima qualità, i debuttanti Q5 realizzano un inossidabile LP di grintoso heavy metal, dove l’assalto frontale di Missing In Action e Lonely Lady fa il paio con la cavalcata inesorabile della title-track e con la potenza quadrata di Pull The Trigger. Nove brani e non un minuto da buttare: album che nessuno può permettersi di non possedere. Curiosità: in Europa e negli USA “Steel The Light” uscì con due copertine differenti; purtroppo, entrambe sconcertanti.

Avenger – Blood Sports (Neat Records, 1984)

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Nel 1983 la spinta propulsiva della NWOBHM si è esaurita, ma questo non vuol dire che dall’Inghilterra non arrivino più dischi in grado di causare sommovimenti tellurici, come si incarica di dimostrare un quartetto di Newcastle, che non a caso divide città natale e casa discografica con i primi seminali Raven. E infatti dal trio dei fratelli Gallagher gli Avenger mutuano l’attitudine all’attacco improvviso a colpi di batteria martellante e spietate chitarre a motosega, ma aggiungono alla ricetta anche il maestoso senso della melodia dei Judas Priest, come bene dimostra la semi-ballad Warfare. Non c’è spazio per mezze misure, però, visto che le altre otto tracce non fanno sconti quanto a volumi e grinta, ma senza mai scordare il senso della dinamica nella costruzione dei brani e un uso ragionato delle melodie vocali. Il risultato è uno dei migliori lavori della tarda NWOBHM, nel quale tracce come Death Race 2000 e Enforcer (chissà chi ha ispirato questa canzone?) danno conto del crocevia tra il glorioso passato e le nuove tendenze che il metal sta partorendo in cui si trovano gli Avenger, che purtroppo dureranno poco oltre il secondo, pur valido “Killer Elite” (1985). Se cercate l’ala più selvaggia del movimento inglese, non andate oltre.

Faith Or Fear – Punishment Area (Combat, 1989)

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Alla chiusura degli anni Ottanta il thrash aveva raggiunto il suo apice commerciale negli USA, e non deve perciò stupire l’arrivo di molte band desiderose di vivere il proprio momento di gloria, anche se per i proverbiali, warholiani 15 minuti. I Faith Or Fear, quintetto del New Jersey, non potevano considerarsi degli opportunisti, essendosi formati nel 1982 ed avendo alle spalle, al momento del debutto, tre demo; tuttavia, alla luce dei successivi sviluppi, fecero esattamente questa figura, finendo in un dimenticatoio totale e, tutto sommato, immeritato. “Punishment Area”, infatti, era, al netto dell’ovvia derivazione da modelli “classici” come Exodus e Megadeth, un lavoro di solido thrash americano, che ha nell’abilità strumentale, mai votata al virtuosismo fine a se stesso, e nell’approccio ragionato, fatto di canzoni mediamente complesse e soluzioni ritmiche originali, i propri punti di forza, e che si lascia ascoltare con piacere anche oggi. Qualche debolezza non manca, come la scialba proposta vocale, ma nel complesso l’album scorre via senza intoppi e si rivela un buon LP di thrash suonato con competenza e dedizione. Nel ’99 l’album è stato ristampato dalla Century Media, ed è di buona reperibilità.

Elixir – The Son Of Odin (autoprodotto, 1986)

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Sappiamo ormai che l’etichetta NWOBHM non racchiude un suono specifico, ma funge da “addensante” per tutta una serie di band inglesi arrivate circa nel periodo 1979-1983 e autrici di proposte anche molto diverse tra loro. Non si può tuttavia negare che, sulla scia del successo planetario di alcuni dei protagonisti di quella stagione (Maiden, Saxon, Angel Witch, Diamond Head), esista un pregiudizio, o perlomeno un’aspettativa, su come dovrebbe essere IL suono NWOBHM: ritmi galoppanti, riff di chitarra ora cupi ora oscuramente epici, fraseggi chitarristici armonizzati, basso sferragliante. E di questo tuttora diffuso convincimento sono stati artefici, oltre ai grossi nomi citati, anche realtà minori, come gli Elixir: il quintetto londinese, infatti, si è fatto forte degli elementi sonori sopra descritti profondendoli in album forse mai eccellenti, ma sempre validi e onesti. In una discografia di buon livello, il debutto “The Son Of Odin”, uscito fuori tempo massimo per sfruttare l’onda lunga della scena inglese, si segnala come il vero gioiello, una colata di metallo pesante che ha i suoi apici nelle cavalcate Hold High The Flame e Treachery (Ride Like The Wind) e nell’epico incedere della title-track. Una delle gemme oscure della NWOBHM. Purtroppo, nonostante le cicliche ristampe (2001, 2006 e 2011), l’album resta di difficile reperimento.

Screamer – Target: Earth (New Renaissance, 1988)

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Fondata da Ann Boleyn degli Hellion, la New Renaissance è stata una delle più prolifiche etichette indipendenti americane degli anni 80 in ambito metal, capace di intercettare band di qualità nei più vari sottogeneri (dai Cerebus ai Wehrmacht) e di garantirsi epocali accordi di distribuzione (fu proprio la label californiana a importare in America i Bathory). Una delle sue scoperte più fulgide, però, sono stati proprio gli Screamer: il quintetto del Wisconsin, formatosi nel 1985 e dedito ad un heavy metal di ascendenza britannica ma dalle forti tinte progressive, sulla scia dei primi Queensryche, ha partorito uno dei migliori album di area US metal mai usciti. Complice un’affascinante ambientazione fantascientifica, “Target: Earth” sì sorregge sulle melodie chitarristiche, che stemperano possenti power chords in un florilegio di armonizzazioni di origine maideniana, mentre la batteria dosa sapientemente la consueta compattezza con inserti poliritmici e l’altissima voce di Bill Carter svetta sulla materia sonora, arricchendola in impatto teatrale. La title-track e Heir To The Throne meritano senz’altro un posto nell’Olimpo del metal americano, ma tutto il disco è su livelli eccellenti.

Atrophy – Socialized Hate (Roadracer Records, 1988)

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Quando un certo linguaggio musicale viene abbracciato da più artisti, diventa stile e poi genere, e conduce inevitabilmente alla creazione di gerarchie; capita così di scoprire che onesti frequentatori di una categoria vengono etichettati come copisti o, nella peggiore delle ipotesi, opportunisti, gente che ha scelto un genere musicale non per passione, ma per puro calcolo commerciale. Ebbene, per quanto strano possa sembrare, negli anni 80 questa sorte è toccata anche agli Atrophy, quintetto dell’Arizona autore di due competenti dischi di puro thrash old school usciti nel 1988 e nel 1990. E in questo caso la definizione è senz’altro ingenerosa, perché, lungi dall’essere una scimmiottattrice, la band di Phoenix ha saputo esprimere al meglio gli stilemi del thrash, costruendo canzoni intricate, a base di stacchi ritmici, riff serrati e vocalizzi ruvidi, e segnalandosi per un’ottima tecnica strumentale, testi intelligenti e un’originale alternanza di impatto e melodia nella costruzione delle partiture chitarristiche. Nonostante la qualità di entrambi gli album, il primo è preferibile per la maggior grezzezza sonora, per la migliore qualità di scrittura e per la copertina, a suo modo uno dei simboli della fecondità dell’underground thrash. Da (ri)scoprire.

Heir Apparent – Graceful Inheritance (Black Dragon Records, 1986)

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Di questo quartetto di Seattle non si ricordano in molti, ed è un vero peccato, perché il suo primo LP è un ottimo saggio di heavy metal americano dal sapore epico ma mai pacchiano o ripiegato sul virtuosismo strumentale, ma anzi sempre attento alla qualità del songwriting. The Cloak, Another Candle e Dragon’s Lair sono vere e proprie rasoiate, e l’ascoltatore si trova intrappolato fra i fendenti chitarristici e il falsetto di Paul Davidson. Non mancano anche momenti più evocativi, come la strumentale R.I.P., registrata dal vivo, ma nel suo complesso l’album è un coacervo di puro heavy metal, con giusto un paio di divagazioni in odor di progressività. Lato, quest’ultimo, che sarà accentuato e predominante sul successivo, e ad oggi ultimo, “One Small Voice” (1989), godibile anche se forse un po’ troppo dispersivo. La band si è recentemente riformata, ma, a prescindere da una dubbia reunion (delle lineup che hanno inciso i due album, pure differenti, è rimasto solo il chitarrista…), la sua gloria ha salde radici nei solchi di “Graceful Inheritance”.

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