‘cause I’m: “Hey Teen!”. Minimo annuario discopatico.

Esiste solo una cosa più da sfigati che comprare “Dookie” in CD nel 2018 e ben dopo aver compiuto i trent’anni: macchiarne il libretto con la zuppa di verdure. Surgelata.

È con questa consapevolezza che mi accingo a riferire pillole musicali dell’anno ormai trascorso, che ha visto meno lutti di quello andato (anche se Vinnie Paul…) ma anche meno dischi memorabili. D’altronde il ’18 è l’anno della vittoria, ed è fisiologico rilassarsi un po’. Dite di no, che non ci rilassiamo proprio per niente? Oh beh, peggio per voi: io ho “Dookie”. Sì, beh, quasi.

Auguri.

Dischi notabili

1. JUDAS PRIEST – FIREPOWER
Ne ho scritto a caldo qui e confermo tutto. Dal vivo a Firenze, poi, i pezzi nuovi non hanno per nulla sfigurato a fianco dei classici, e questo vorrà pur dire qualcosa. Col passare del tempo e degli ascolti il valore dell’album si è normalizzato, ma resta comunque la migliore uscita dei Priest dai tempi di “Painkiller”, confermando che proprio quando è data per spacciata la formazione inglese dà il meglio di sé. Il futuro è ignoto, ma un simile congedo discografico sarebbe un trionfo.

2. VISIGOTH – CONQUEROR’S OATH
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Del quintetto di Salt Lake City e del suo secondo LP non si dirà mai abbastanza bene: heavy metal epico in senso tradizionale, possente ma non troppo veloce, zeppo di cori pensati per infondere coraggio sul campo di battaglia e di fraseggi di chitarra armonizzati che allargano lo spazio come un coro in una cattedrale gotica, prodotto al meglio ma con in mente la tradizione (“si sente che anche il produttore era in cotta di maglia!“, l’immortale commento di un amico), non troppo lungo e sempre memorabile (anzi, quasi sempre, Salt City un boogie trascinante ma stilisticamente e tematicamente fuori luogo). Non a caso griffato Metal Blade. Se non il disco dell’anno, senz’altro nel Valhalla con i migliori.

3. LUCIFER – LUCIFER II
Qui

4. THE 16 EYES – LOOK
Qui

5. THE MORLOCKS – BRING ON THE MESMERIC CONDITION
Qui

6. THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – SOMETIMES THE WORLD AIN’T ENOUGH
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Neanche dodici mesi dopo l’ultimo album (di questi tempi, converrete, fa notizia, se uno non si chiama Ty Segall), i cinque svedesi tornano con il quarto LP in sei anni, confermando l’ottimo stato di salute di cui godono. La struttura è la solita: apertura con un brano tirato di hard rock simil-Seventies; prosieguo con addolcimenti tastieristico-melodici; singolo effettivo o potenziale in terza-quinta posizione; dosaggi variabili degli ingredienti predetti fino al congedo, preferenzialmente affidato a una stesura articolata ed evocativa. Però funziona anche stavolta; rischiando qualcosa nell’aggiungere ulteriore patina medio-ottantiana a una formula collaudata ma riscuotendo appieno i profitti del rischio, e basti a conferma il solo lato A dei quattro: This Time straccia i Rainbow post-Dio al loro stesso gioco, Turn To Miami si regge sui chiaroscuri di indolenza sensuale e pericolo tropicale evocati già dal titolo, Paralyzed riscrive in melius gli anni Ottanta dei Doobie Brothers e la title-track è purissimo e scintillante AOR come non se n’è sentito quest’anno. Io continuo a preferire il precedente “Amber Galatic”, ma qui siamo al vertice del catalogo del gruppo e del genere; ammesso che sia uno solo. Il catalogo.

7. THE CREATION FACTORY – THE CREATION FACTORY
CREATIONFACTORY
Quest’anno le sonorità di area Sixties non hanno dato frutti migliori di questo quintetto californiano alla prima prova sulla lunga distanza, che, complice una ragione sociale inequivocabile, un’immagine filologicamente ineccepibile e una produzione manieristicamente perfetta, mette a segno una delle uscite di area più godibili del giro intorno al sole. Un Bignami, potremmo chiamarlo; perché c’è dentro molto di ciò che conta: i Beach Boys in You Be The Judge, i Rolling Stones in Girl You’re Out Of Time, i Kinks in I Don’t Know What To Do e Why Can’t You Make Up Your Mind, i Them in I Want To Be With You, i Creation in Without You, i Byrds in Spring Ain’t Gonna Let You Stay e i 13th Floor Elevator in Hallucination Generation. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità della quarta generazione di revivalisti dei Sixties, che ha assimilato ciò che è accaduto medio tempore ma resta fermamente intenzionata a riportare in vita al meglio possibile l’aura quantomeno sonora del decennio principe del rock. Revival o meno, il risultato è eccellente per scrittura, esecuzione e resa. Non resta che ascoltare e sperare silenziosamente che il debutto non diventi anche la tomba dei Creation Factory.

8. GHOST – PREQUELLE
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Un perfetto esempio di somma paraculaggine musicale, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost. Lima le asperità del precedente e vincente “Meliora” con una carta di grana fina che chiama in causa gli anni Ottanta di Def Leppard e Savatage, ma anche ABBA e Pet Shop Boys, per imbastire un vero e proprio blockbuster, pensato per essere un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, e riuscendoci perfettamente. Il plauso è stato ampio ma non generale, e ognuna delle opinioni non è implausibile. Certo è che la prestazione dei musicisti e del cantante è ancora una volta superlativa. Certo è che la scrittura è stata raffinata ai massimi livelli. Certo è che l’immagine, ancora una volta reinventata dal diabolus ex machina Tobias Forge, funziona e affascina come prima più di prima. Certo è che un singolo incisivo come Dance Macabre il rock non lo sentiva da tempo. Certo è che i Ghost sono i principali candidati a fare da headliner ai festival estivi dei prossimi anni, quando i veterani via via si ritireranno. Certo è che “Prequelle” ce lo si gode. Last but not least per merito della produzione di Tom Dalgety, capace di tenere insieme arrangiamenti articolati ed esigenze commerciali odierne, e del missaggio di un veterano del calibro di Andy Wallace, che dosa sapientemente la densità dei singoli strati sonori, adagiandoli l’uno sull’altro fino a fonderli in un unicum pieno ed avvolgente. Un capolavoro di professionismo, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost.

9. TH’ LOSIN STREAKS – THIS BAND WILL SELF-DESTRUCT IN T-MINUS
th'losin streak - this band will self destruct in t minus
Dopo quattordici anni da un debutto, “Sounds Of Violence”, che aveva fatto sobbalzare non pochi adepti del più selvatico sound garagistico, i quattro di Sacramento sono infine tornati insieme nel 2010 e quest’anno, dopo un acclamato tour europeo, hanno messo insieme un secondo album, anch’esso edito per la solita Slovenly Records e anch’esso selvaggio e urgente come ci si poteva aspettare dalle Scie Perdenti. Ma “This Band…” non è un calco del suo predecessore, perché inietta nella formula di sgangherato rock ‘n’ roll del gruppo una vena distintamente danzereccia e un senso della melodia di matrice mod che, se a tratti smorzano il flusso di elettricità, nondimeno conferiscono all’album una sua identità in un panorama anch’esso ormai fattosi affollato. Lo si può definire freakbeat, merce non particolarmente frequente in terra americana, e se uno come Tim Warren si prodiga a definirlo il migliore inciso quest’anno ci si può accodare senza troppe remore. Ciò che conta, dopotutto, è che la scrittura si mantenga di livello per tutte le tredici tracce, e questo disco, forte dell’adrenalina fuzzosa di (This Man Will Self-Destruct In) T-Minus, dell’esuberanza mod di You Can’t Keep A Good Man Down, dei richiami ai Creation di Order Of The Day e di quelli ai Kinks di  Falling Rain, lo fa. Non perfetto ma potentissimo e sempre coinvolgente, il secondo album dei Th’ Losin Streaks svetta per la splendida copertina, senza dubbio la migliore dell’anno. Avercene, di band che si autodistruggeranno così bene.

10. THE MARCUS KING BAND – CAROLINA DREAMS
marcus king band - carolina confessionsTerzo LP e terzo centro per la formazione del chitarrista e cantante del South Carolina, che a ventidue anni dimostra un’abilità di scrittura e una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi a dir poco sbalorditive. Ancora una volta tiene banco il Sud, principale serbatoio musicale americano e quindi inesauribile fonte di ispirazione per chi voglia mettersi dietro a un microfono con una chitarra in braccio. E the South does it again su “Carolina Confessions”, titolo che cita i sogni della Marshall Tucker Band (che però muoveva dal North Carolina) e scaletta parimenti da sogno con la partenza inarrivabile di Where I’m Headed, le acustiche degli Allman post-Fillmore che convivono sorridenti con i fiati di Otis Redding, e il prosieguo affidato al dramma di Goodbye Carolina, dove il country di Alan Jackson (Midnight In Montgomery) è trafitto al cuore da una slide carica di pathos come quella di Warren Haynes. E da qui in poi, tra il soul ancheggiante di Homesick, l’inchino ad Ike e Tina di How Long, il sofferto lirismo blues di Confessions e lo sterrato imboccato per fuggire da Memphis sulle note di Welcome ‘Round Here, niente è meno che meraviglioso. Un atto d’amore verso il southern rock che nulla ha di nostalgico o didascalico e molto, anzi tutto, di sincero e sentito. Probabilmente il disco dell’anno, e in ogni caso una plausibile ragione per ritenere migliore soffrire e trascorrere sotto un cielo blu a cinquanta stelle anziché sotto uno rosso a cinque.

Altre pillole di 2018
Immortal – All Shall Fall
: manca Abbath ma non conta nulla, perché è tornato Demonaz e i suoi riff thrasheggianti esaltano come non hanno potuto fare in questi years of silent sorrow. Non ci si crede che sia così consistente, eppure lo è; come il male, quello vero. Sento solo freddo, tanto freddo, fuori e dentro me.

Cranston – II: le parti strumentali di chitarra e tastiera sono in mano a Paul Sabu, uno che sa quello che fa. La voce, appartenente a tale Phil Vincent, sfoggia credibilmente un timbro ruvido e bluesy simile a quello che David Coverdale ha ormai perduto. Nel mezzo un valido esercizio di hard rock melodico, che bascula in zona hard blues ma non per questo disdegna l’AOR più virile. Uscita sottotono ma seconda a nessuno dei monicker più blasonati del genere.

Monstrosity – The Rise To Power
Una gradita sorpresa. Non che ci siano dubbi se ascoltare questo o “Millennium”, ma fa piacere saperli ancora vivi e ancora in forma, capaci di declinare il classico suono brutal death della Florida senza cadere negli opposti tranelli del revivalismo e dell’ultratecnicismo iperprodotto. Solo la morte resta uguale a se stessa, dopotutto. La morte, appunto.

Blackberry Smoke – Find A Light: I soliti grandiosi georgiani, leggermente più tirati a lucido di prima ma sempre a fuoco nella scrittura e nell’esecuzione. È legittimo preferire ciò che è venuto prima, ma i Blackberry Smoke restano il migliore gruppo southern rock al mondo (o magari il secondo, dopo la Marcus King Band).

L’altro 2018
The Feelies – Crazy Rhythms

Il primo vagito del college rock. Praticamente i Television risuonati dai R.E.M. con Maureen Tucker alla batteria, mentre i Weezer sbavano tra il pubblico. Forse il più sconosciuto classico del rock. Chissà perché, poi.

Greg Guidry – Over The Line
Chiamiamolo yacht rock ché va (ancora) di moda. Ma scritto bene, arrangiato meglio, eseguito a livelli stratosferici e prodotto come non si fa più. Il fatto che non sia reperibile in digitale se non da un paio d’anni scarsi dice chiaramente che non è un disco per tutti, ed è giusto e bene così.

Orchid – Capricorn
Per tanti è passato senza lasciare traccia, archiviato nell’affollata sezione di cloni dei Black Sabbath. A me ha lasciato un segno, e non so spiegare perché; forse perché condensa meglio di qualunque altro disco mi venga in mente il lato che preferisco di Iommi & co., quello della potenza poderosa e dell’impietosa ineluttabilità, e tanto mi basta a preferirlo negli ascolti a “Volume 4” e “Sabotage”, nientemeno. Sarà campanilismo zodiacale. Tenere un blog di musica mica è necessario, in effetti.

The Gruesomes – Gruesomania
Il migliore album garage di quelli non usciti negli anni Sessanta, e anche con quelli è battaglia serrata. Provateci voi ad ascoltarlo senza fare casino (rumore o altro).

Billy May –  Johnny Cool Soundtrack
Uscito nel 1963, “Johnny Cool” è un omaggio anni Sessanta alla stagione più feconda del noir, gli anni Cinquanta, e, nonostante il cast prestigioso e la regia solida, è poco più che il giusto intrattenimento per una serata qualunque. La colonna sonora, però, è opera di Billy May, uno dei più grandi arrangiatori dell’era swing e oltre, e ha quindi assunto una minuscola dimensione di culto per la sua capacità di affrescare vividamente le atmosfere stilose, minacciose ma invitanti, del noir con un precisissimo dosaggio dello spettro tonale e una padronanza somma della dinamica. Praticamente tutta strumentale (tranne la ballata finale, intonata da Sammy Davis Jr.) e affidata alla versatilità di una big band, questa colonna sonora è jazz per jazzofobi, noir per sorridenti, classe a buon mercato; non ne starei parlando, altrimenti. Ottimo il suono dell’edizione in CD su Ryko (l’unica etichetta che fa le jewel case verdi).

Damnatio memoriae
Incertum habeo
eccetera, quindi fate voi. Mi limito a rilevare che oggi, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito perché quella volta al referendum ha vinto la repubblica: perché l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. E comunque quest’epoca streamingzita fa schifo.

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Chiunque pronunci la parola “imbecille” è certissimo di non esserlo: Sheet Mag – Need To Feel Your Love

sheer mag - need to feel your love

Venerdì sera ho suonato hardcore punk in uno spazio okkupato con indosso una maglietta effigiante la calvizie elettrica di Marinetti. Volevo vedere se il ’77 è passato davvero e la verifica ha dato esito inequivocabilmente positivo, se si deve giudicare dalla reazione piatta, o meglio la non-reazione, degli astanti, e resta tuttavia il dubbio se essa derivi da tolleranza, indifferenza o ignoranza. Ma, riguardando la questione da un altro punto di vista, la risposta al dubbio di cui sopra sarebbe di segno opposto, e sempre per fatti occorsi quella sera.

Poco tempo prima che cominciasse il concerto, avvistata in fondo alla sala una cesta contenente pochi dischi, mi recavo ad ispezionarne il contenuto. Scorrevo così la successione di 12″, disilluso e poco convinto che si potesse ivi celare qualcosa di diverso da mediocri proposte di hardcore punk, richieste dal tenore dalla serata e dall’aspetto del venditore e alle quali fin troppo spazio consento di occupare sugli scaffali. Nell’operazione mi imbattevo in una strana e oscura copertina, dai contorni granulosi e raffigurante un aereo in volo da un cielo nero verso l’unico sprazzo di schiarita, e con nell’angolo in alto a sinistra (visto che il Settantasette non è finito?) un logo puntuto di chiara ascendenza metallara. Strano reperto, in quel contesto anti-sistema e schierato anche esteticamente, eppure a suo modo accattivante, con quell’improbabile foto del gruppo sul retro, quattro capelloni dall’aria spostata attorno ad una corpulenta ragazza dalle sembianze nerd, il tutto in bianco e nero puntinato stile Roy Lichtenstein dei poveri. E poi quel nome mi diceva qualcosa, si richiamava a qualche lettura fatta tempo addietro chissà dove, magari in un sito di recensioni, o magari in qualche chat dei social in cui si scatena l’hype e si adegua la mission alla vision. La seconda, senza dubbio. Come che sia, mi facevo vincere dalla tentazione e dall’intuito e lasciavo nelle mani di colui che si scoprirà poi essere il chitarrista dei romani Education, quartetto dedito a un pregevole post-punk, ancora piuttosto punk ma già oltre quanto a ombrosità ed estetica (per sincerarsene ci si rechi qui), una cifra elevata per il contesto, ma non superiore al prezzo di vendita praticato mediamente nei negozi, in cambio di “Need To Feel Your Love” degli Sheer Mag ancora incellofanato, concedendomi persino il lusso di scialacquare i due euro residui in una birra per la Causa. LP griffato Toxic Shock Records senza uno straccio di anno di pubblicazione o di informazioni di sorta sul gruppo o l’etichetta, e il mistero fitto (in epoca di cyber-security, capirete, son soddisfazioni) stuzzicava ulteriormente la curiosità, e il manufatto doveva sopravvivere ai perigli usuali di simili contesti per riuscire infine a girare sotto la puntina, ad un’ora imprecisata del tardo mattino seguente. Colpendo già al primo ascolto, e la curiosità si rivelava allora ben riposta.

Il debutto sulla lunga distanza dei Sheer Mag, quintetto di Philadelphia, arriva nel 2017, dopo una serie di singoli, raccolti in un’omonima raccolta del 2016, e vede un gruppo maturo a livello compositivo nonostante la recente formazione, impiantato saldamente nei suoni tradizionali del rock ma deciso a rendere quella formula attuale, attualissima per corpi e soprattutto cervelli odierni. Scelta ribadita costantemente e anche nel contegno “impegnato ma non troppo”, del quale è esempio esplicativo la scelta di non munirsi di istromenti social. La rivoluzione deve venire da dentro, sembrano dire i nostri, ripartendo da ciò che ci lega gli uni agli altri uti singuli prima ancora che uti socii, e di qui il titolo del disco, ad un tempo preghiera e proclama per un mondo migliore. Che già il disco, pur con tutti i suoi limiti, riesce a realizzare, per quanto nelle sue possibilità ontologiche.

Ascoltare “Need To Feel Your Love” è come sintonizzarsi su una radio FM dell’America di metà anni Settanta, in cui il formato aor (non ancora genere musicale) consente di passare brani di durata non stereotipata e playlist stilisticamente variegateE lo è vieppiù in ragione della produzione, volutamente lo-fi e garagistica pur in un contesto che richiederebbe rifiniture e dettagli. Ma si tratta di una scelta che ha la sua coerenza, per così dire, politica, perché mossa dalla consapevolezza che l’ascolto di quelle stazioni radio avveniva su sgangherati apparecchi dai minuscoli e gracchianti altoparlanti, magari collocati in ambienti rumorosi, e dunque per arrivare alla massa occorre calarsi nel suo modus operandi, arrivando persino a comprenderne la fisiologica frammentazione in fazioni che fra loro si guardano in cagnesco e tentando di ricompattarle verso l’obiettivo comune del rock ‘n’ roll sorretto da ideali. Operazione che non ha nulla di filologico, prefiggendosi piuttosto una riedizione per contesto contemporaneo di quello spirito di esplorazione che allignava nella creatività musicale del tempo; tentativo senz’altro complesso e non privo di contraddizioni e tuttavia lodevole per lo sforzo di recuperare una dimensione di identificazione collettiva quantomeno sul piano sonoro.

Dicevamo che sembra di ascoltare una radio you essay di metà anni Settanta attraverso un apparecchio nihon di metà anni Settanta, e la scaletta non lascia delusi in tal senso, ché sembra di voltare pagina ad ogni brano, perché l’apertura con il boogie ad alto voltaggio di Meet Me In The Street chiama in causa Thin Lizzy e AC/DC, ma già dalla seguente Need To Feel Your Love sembra di stare in un disco di Dionne Warwick, e se Just Can’t Get Enough è un mosso power pop di eccellente fattura la cui paternità non sarebbe strano ricondurre a Paul Collins e Expect The Bayonet l’hit che i Blondie non scrivono da ormai troppo tempo, Rank And File spinge come se alla chitarra ci fosse il Mick Ronson dei tempi d’oro e Turn It Up è hard rock tagliato con l’accetta e maleducato come si deve. E siamo solo al lato A; il verso, se pure simile per eclettismo e leggermente calante in qualità, offre comunque spunti notevoli: la gita al Sud a base di intrecci di chitarre e ritmi saltellanti di Suffer Me, la disco con gusto stile Re del Pop di Pure Desire, il boogie sbarazzino e agrodolce di Can’t Play It Cool e, a chiudere, una sorniona rosa bianca metaforicamente deposta sul memoriale di Sophie Scholl. Una bella lezione di indipendenza di giudizio (cos’è l’eclettismo, dopotutto?), integrità ideologica  e tolleranza in poco più di quarantadue minuti. Più hardcore di così ci sono solo dischi brutti.

P.S.: le principali recensioni del disco disponibili online, soprattutto quelle in inglese, insistono sul fatto che gli Sheer Mag riescono a riabilitare moralmente l’hard rock degli anni Settanta, preservandone la forza d’urto ma annullandone il sessismo. A discorsi del genere la critica mainstream non è nuova (ad esempio, nei tardi anni Novanta altrettanto potere taumaturgico era riconosciuto agli Smashing Pumpkins) e, scambiando la causa con l’effetto, dimostra come il politically correct abbia ormai avvelenato quasi completamente il senso critico, anche in chi per lavoro dovrebbe dimostrarsi abile e aduso a storicizzare. Peccato. Nella speranza, pur flebile, che si tratti di intenzioni preterintenzionali, passiamo oltre e godiamoci il disco. I dischi.

Summer’s almost gone…

…e quindi sono stato a fare scorta. Eccone il resoconto, con l’avvertenza che da queste parti, un centinaio di anni fa, Hemingway veniva ferito in combattimento, e che quindi write drunk, edit sober resta un’opzione perfettamente in linea con il genius loci. Si parte.

Heart – Heart
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Solo per rimpiazzare la mia copia vinilica, una stampa portoghese comprata per due soldi alla Feira da Ladra anni addietro. Perché certe cose suonano meglio se sanno di plastica, si sa; e se non lo si sa, basta guardare la copertina, che da sola vìola come minimo il Protocollo di Kyoto. Ma che suoni, signori! Una glassa, di quelle capaci di coprire il gusto se non si fa attenzione con i dosaggi, rilega il tutto, conferendogli quella patina affascinante che avvince inscindibilmente immagine, suoni e musica, legandoli al periodo storico di emissione. Ma la musica è il fattore dirimente, ed è qui di alto livello, non un brano meno che di immediata memorizzazione grazie alle corde vocali seriche e alla performance stellare della solita Ann Wilson nonché a una scrittura che saggiamente chiede aiuto all’esterno, conscia che le buone idee non sono monopolio di alcuno e meno che mai a Seattle. Sulle fortune commerciali del Cuore numero due vi rimando a fonti più competenti, significando, tuttavia, che ci troviamo in zona podio dell’aor e che l’opera di Ron Nevison in fase di produzione, uno per cui la qualifica di esperto dello studio di registrazione è alquanto riduttiva, tocca qui uno dei suoi apici. E sì, per larghi tratti suona meglio in CD (ma i mixaggi delle due stampe analogica e digitale sono rilevantemente diversi, senz’altro in Never; ascoltare per credere). Nove corrusche istantanee dalla scala mobile che rallenta; magari l’ha fatto anche per fermarsi a contemplare Ann e Nancy. Tira più un eccetera eccetera.

Kinks – The Ultimate Collection
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Prima sorelle, ora fratelli. Cos’altro si può aggiungere sui due Davies che non sia stato già scritto o detto? Nulla. Solo, onestamente, che, per quanti non si scoprano hardcore fan e si sentano quindi in dovere di procurarsi la cospicua opera omnia dei quattro inglesi, questa doppia raccolta è uno dei migliori modi, se non il migliore, per divenire membro onorario della K.I.N.K.S. Appreciation Society KBE. Dentro vi sfilano quarantaquattro dei brani più celebri dei Kinks, e alla lista manca davvero poco, anche se i dischi “narrativi” della seconda metà degli anni Sessanta sono nel complesso sottorappresentati (un titolo su tutti: Drivin’ da “Arthur”). Ma lagnarsi non è possibile, ché qui si hanno le radici del nostro bitt (Death Of A Clown, ma senza struggimenti, perché un fiore appassisce quando pensa all’autunno) e del Brit pop (negli “and I see you and you see me” di Wonderboy gli omofoni di She’s Electric degli Oasis con venticinque anni di anticipo), del garage (All Day And All Of The NightI Gotta Move e tutto il resto) e dell’hard rock (You Really Got Me; mi spiace, Eddie e Alex: vincono loro, Ray e Dave), e più in generale molteplici delizie di prim’ordine selezionate accuratamente. E scusate se è troppo.

Down – NOLA
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Né più né meno che un classico realizzato da una formazione classica. “I Black Sabbath alle prese con l’umidità della Crescent City” (espressamente omaggiata nel titolo) potrebbe essere un buon riassunto del contenuto, ma peccherebbe per difetto, omettendo di dar conto del grande balzo in avanti che questo dream team formatosi quasi per caso è riuscito ad imprimere ad un genere, il doom metal, altrimenti arroccato in vizze ancorché fascinose coordinate tralatizie. Si potrebbe dire che con “Nola” si passa definitivamente (?) dal doom allo sludge, che non a caso significa “fango” e qualcosa sul genius loci del luogo di provenienza del genere deve pur dircelo. Senonché non si tratta solo di importanza storica (anno 1995), perché il disco è un capolavoro di composizione hard ‘n’ heavy, riff elefantiaci che progrediscono con insospettabile leggiadria e intenzioni viceversa chiaramente bellicose, mentre l’ugola di Phil Anselmo si produce in una prestazione che è non solo l’ultima cantata (dal verbo “cantare”) della sua carriera, ma anche una delle migliori in assoluto. E c’è persino spazio per un singolo, Stone The Crow, da dare in pasto alla Generazione X che vagheggia di andare oltre ma che, quanto al rock, più di un aggiornamento di punk e metal non ha saputo realizzare. Brutte notizie, peccatori: il Messia è tornato. Sta a Nòrleens, fuma Blue Dream e madido di sudore ondeggia mollemente la testa, sorridendo beota ai nipotini di Tony Iommi. Pentitevi finché siete in tempo.

Sleep – Sleep’s Holy Mountain
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Come sopra, ma stavolta siamo nella California del nord, il cui clima è un toccasana per certune realizzazioni botaniche. Niente allucinazioni desertiche da sole rosso, dunque, né frenesia futurista da valle del silicio. Qui dominano rigogoglio umido e lunghe ombre sinistre, proiettate da oggetti di cui non si intravede l’esatta forma ma pur sempre in grado, all’occorrenza, di coprire ogni raggio di luce di provenienza esterna. Si tratta perlopiù di paesaggi dell’anima, resa ricettiva come sappiamo e meno male ché i nostri sono solo in tre. Riff oscuri ma inconfondibilmente bluesy, controtempi ritmici bene assortiti, sui tamburi tocchi ora felpati ora squassanti stile Ward, misticismo lirico, esperimenti con pedali ed effetti chitarristici; ma soprattutto tempi e spazi dilatati, a preconizzare il delizioso delirio del seguente ed eloquente “Dopesmoker”. In breve: lo stoner parte da qui.

Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda
herbie hancock - fat albert rotunda
Dipartita dal variegato jazz (vicino all’hard bop prima, sperimentale con Miles Davis poi) dei Sessanta, in anticipo sull’elasticità funkeggiante dei primi Settanta e ben lungi delle sperimentazioni elettroniche che verranno e porteranno a Herbie Hancock grande successo, “Fat Albert Rotonda” nasce come colonna sonora per “Hey, Hey, Hey, It’s Fat Albert”, un lungometraggio ibrido di animazione e attori dal vivo incentrato su Fat Albert (da noi Albertone), nero corpulento e sorridente che interagisce con i suoi amici in avventure picaresche e slapstick, come pure con Bill Crosby in carne ed ossa, che presenta lo show e doppia i personaggi. Quando Hancock pubblica il disco corre il fatidico 1969 e si sente, perché frequentemente i fiati starnazzano e si imbizzarriscono sul groove granitico e gommoso allestito dal basso e soprattutto dalla batteria di Albert “Toothie” Heat, e neanche le divagazioni del leader al piano elettrico, il marchio Warner Bros. e la produzione di Rudy Van Gelder riescono a tenere fuori dal disco la ruvidezza delle strade del ghetto, da cui, del resto, questa musica trae la prima e principale ispirazione. Ne escono trentotto minuti strumentali di funk-jazz intenso e trascinante, con occasionali aperture soul e l’atmosfera di creatività poliedrica della cultura nera di quel periodo restituita intatta nel fermento e nel fascino. Potrebbe quasi essere un disco da isola deserta; Cantaloupe, naturalmente.

Alice In Chains – Dirt
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Ne torno nuovamente in possesso, dopo che una furia destruens di qualche anno fa mi aveva spinto a liberarmene incerimoniosamente senza reale motivo. Sul contenuto non c’è molto da dire, se non che è il solito classico del rock anni Novanta, talmente perfetto da sembrare un greatest hits. La disperazione si sente meno che su “Facelift” e sul seguente “Jar Of Flies”, ma l’afflato emotivo nella voce di Layne Staley è tutt’altro che assente o finto. Se proprio vogliamo muovergli una critica, diciamo che suona troppo “leccato” e da classifica e troppo poco terroso e terreo. Ma io non me la sento, onestamente; non oggi, quantomeno. E in ogni caso questo è il periodo giusto per fare proprio un nuovo disco degli Alice In Chains, nuovo o meno che sia.

Johann Sebastian Bach – Concerti Brandeburghesi 1-6 – Musica Antiqua Köln, Reinhard Göbel

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Al tempo di pubblicazione, anno Domini MCMLXXXVI, questa edizione dei sei Concerti Brandeburghesi destò grande scalpore per l’inaudita velocità esecutiva con cui gli spartiti bachiani venivano riproposti, tanto che non poche critiche piovvero in capo all’ensemble coloniese e, soprattutto, al suo giovane ma già famoso direttore, Reinhard Goebel. Si rimproverava a costui un’esecuzione eretica, inutilmente ed ottusamente virtuosistica, lontana da ogni canone filologico della tradizione interpretativa del corpus forse più elevato del barocco. Una volta di più, però, il tempo è stato galantuomo, ed oggi si riconosce pacificamente alla versione “anfetaminica” dei Musica Antiqua Köln il valore di spartiacque esecutivo, rispettoso del rigore filologico ma al tempo stesso capace di conferire nuova linfa all’approccio interpretativo libertario inaugurato da Karl Richter a Monaco nel 1964, valorizzando al massimo la forma del concerto in tre movimenti (a parte la controversa decisione di includere anche il quarto movimento “Minuetto – Trio I – Polacca – Trio II” del primo Concerto, da taluni ritenuta un’aggiunta apocrifa), secondo gli intendimenti originari dello stesso Bach, e consegnando ai posteri una pietra miliare nella storia dell’esecuzione del repertorio barocco, incorniciata da una resa sonora di altissimo livello (merito della ristampa della serie Masters della Archiv, che incrementa ulteriormente il già alto nitore dell’edizione originale in digitale; avendo ascoltata anche quest’ultima, concessami in prestito tempo addietro, sono in grado di fare alcuni paragoni) e da un libretto in tre lingue esaustivo sulla genesi dell’opera e le scelte filologiche dell’esecuzione. Ma questa è la parte tecnica; per quanto riguarda la restante parte, mi congedo osservando che, limpida e rigorosa, virtuosa ed emozionante, la musica dei Concerti Brandeburghesi riflette l’anelito trascendente che spesso, per non dire sempre, mosse Bach alla composizione. Comporre musica per avvicinarsi il più possibile a Dio; un movente su cui, in tempi di streaming, potrebbe essere non inopportuno riflettere.

MC5 – High Time
mc5 - high time

Un orologio rotto segna le cinque. L’ora del tè, anche a Ann Arbour, Michigan. Quando si interrompe ciò che si sta facendo, che sia la rivoluzione o altro, e ci si raduna in un salotto per bere una tazza e conversare. Passa-tempo alto, appunto. Come questo scorcio di 1971, la rivolta ormai sedata ed anzi in larga parte collassata su se stessa e il ripiegamento delle rivendicazioni dal piano collettivo a quello individuale. Cose già note dalle parti degli MC5. Ma questo colpo di coda finale, al netto dell’amarezza nel vedere la band più riottosa d’America imborghesirsi sino ad implodere rapidamente, è un saggio di rock ‘n’ roll bruciante nell’impeto e nell’afflato emotivo, forse proprio per la consapevolezza della sconfitta, ma stilisticamente capace di spingersi oltre all’elaborazione precedente (la marcetta fiatistica che chiude gli oltre sette minuti di boogie indiavolato di Sister Anne, il gospel che incontra i Lynyrd Skynyrd di Baby Won’t Ya, i Bad Company a passeggio nei giardini della mente di Future/Now, il free jazz ‘n’ roll per cavernicoli della conclusiva Skunk (Sonicly Speaking)), dimostrando che anche tra i rivoluzionari signori si nasce e gli MC5, modestamente, lo nacquero. “Kick Out The Jams” è il documento storico del Sessantotto che sappiamo e “Back In The U.S.A.” il successivo riuscitissimo ritorno a casa, ma di stare senza “High Time” non ne vale la pena.

Pretty Things – S.F. Sorrow
pretty things - s.f. sorrow
Il primo concept album inequivocabile che gli annali del rock ricordino (dicembre 1968; Tommy chi, quello del maggio del ’69?) vede i Pretty Things staccarsi dai fragorosi lidi di alcolico rhythm & blues che alla metà del decennio li avevano visti crescere ruspanti ma validi adepti di Animals e Rolling Stones per avventurarsi in mari in cui domina ormai la scoperta della psiche umana e delle sue tortuosità. Infatti la musica di “S.F. Sorrow” è lontana anni luce dal selvaggio jungle beat del passato e si ammanta di coltri cangianti, ora spesse ora impalpabili ma sempre evocative ed ammalianti, per narrare la storia di Sebastian F. Sorrow, uomo qualunque d’Inghilterra costretto ad attraversare abissi personali a loro volta incastrati in, o direttamente causati da, catastrofi storiche e proprio per questo condannato a vagare nella vita privo di ogni speranza e senza nemmeno ricordare come ci è finito, in questa situazione; prototipo dei Tommy e degli Arthur a venire e dunque anti-eroe par excellence e icona popolare ma non necessariamente popular del martire dell’industrialismo. Non è però il solo fil rouge narrativo, innovativamente monotematico, a rendere il disco di importanza storica, perché il contenuto musicale non è da meno: le trame acustiche non contrastano con occasionali ostentazioni di virilità, gli archi rafforzano anziché affossare (merito di Abbey Road, probabilmente, ma io non riesco a non paragonare questo aspetto di “S.F. Sorrow” a “Forever Changes” dei Love, parimenti portato in trionfo proprio dalle sapienti orchestrazioni), i cori tappezzano e il fuzz sulle chitarre colora e spiega invece di coprire tutto e fungere da alibi. L’influenza scarafaggesca si sente eccome (sarà lo studio di registrazione?) e certo non è un male, ma la presenza di menti creative come Twink (ex leader dei Tomorrow e poi solista), Phil May e Dick Taylor, oltre che del produttore Norman Smith, mantiene l’album a debita distanza da tutto quanto l’UFO Club e la Swingin’ London dischiudono dai loro petali multicolore, rendendolo, in ultima analisi, una delle perle creative più sottovalutate di quella irripetibile stagione. Un capolavoro, nelle molteplici accezioni del termine. E con buona pace del povero Sebastian F. Sorrow.

Laura Nyro –  Time And Love: The Essential Masters
laura nyro

Ve lo racconto un’altra volta, ché l’estate sta finendo. Comunque qui si gode così così, come con una dose tagliata troppo e male. Meglio di questa raccolta sono gli album, specialmente “New York Tendaberry”; cercate quelli e, trovatili, non vi mancherà nulla. Ma a quel punto sarà già inverno.

…e chiunque dorma in una casa da solo è preso da Lilith: Lucifer – Lucifer II

lucifer
Non so se vi ricordate “Live Through This” delle Hole, classe 1994 e unanimemente considerato il loro capolavoro. Di esso si è sempre malignato che fosse perlopiù farina del sacco del consorte della maggiore azionista, uomo di spiccata personalità e comprovate abilità autoriali, tale Kurt Cobain. Velenose e maschiliste insinuazioni a parte, e constatato come certe dinamiche seguitino a riproporsi identiche persino nel mondo del rocchenròll, pure (auto)dichiaratosi libertario e libertino, c’è da dire che un coevo sodalizio sentimentale e musicale tra donna e uomo può rivelarsi foriero di grande piacere anche per le orecchie. O di luce.

I Lucifer, ad esempio, sono da sempre la creatura della berlinese Johanna Sadonis, voluttuosa cantante votata al dark sound che nel corso degli anni, complice un’indubbia avvenenza, è riuscita a coinvolgere nel proprio progetto musicisti uomini di chiara fama e altrettanto preclare abilità. Il debutto omonimo, datato 2015, vedeva in formazione Gary “Gaz” Jennings, chitarrista dei Cathedral e dei Septic Tank, ed usciva per l’inglese Rise Above Records, forse l’etichetta di punta per le sonorità doom e forse anche perché il patron di essa, nonché voce dei Cathedral, Lee Dorrian intratteneva con la Sadonis una relazione non solo artistica e d’affari. E ciò tuttavia non impediva a quell’album, frutto di un lavoro di gruppo tradizionalmente inteso, di essere un valido esempio di sonorità catacombali e sinistre, ispirate dai Sabbath come dai Sabbat senza per questo scordare maledizioni sepolte da millenni nelle sabbie mediorientali e morbosità decadentiste. Ma solo quello che non c’è non si rompe, citando il titolare dell’unica Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila Tedesca giunta in terra americana (a proposito, fanno ottant’anni adesso), e dunque le strade dell’inglese e della tedesca si sono presto separate, sospingendo il Portatore di Luce nuovamente nell’oscurità, sino all’incontro con un altro mentore, tale Niklas Andersson d’Isvezia. Costui, noto alle cronache, naviga da oltre vent’anni i mari del rock con poliedrica abilità, nitido talento e genuino entusiasmo nell’intraprendere nuove spedizioni musicali, e non sorprende dunque saperlo pronto nell’offrire la sua perizia come batterista, compositore, cantante, chitarrista, bassista e produttore al debilitato progetto della bionda cantante. Cosicché, reperito il giovane chitarrista svedese Robin Tindebrink, i rinati Lucifer si sono inabissati verso nuove vette, dapprima con una formazione e un’attività live stabili (a dare manforte sono giunti da ultimo il bassista Alexander Mayr e il chitarrista degli svedesi Dead Lord Martin Nordin), quindi con un nuovo album,  “Lucifer II”, uscito il 6 luglio scorso per la Century Media. Il tutto senza contare la relazione sentimentale sorta tra la conturbante tedesca e il talentuoso svedese, lei ancora nel secondo decennio di vita e lui a vista del mezzo secolo e però spiriti affini nel corpo e nella musica, e che tenerezza vedere lui con l’espressione imbambolata, tipica dei primi sussulti di un nascente amore, quando, durante il concerto berlinese degli Imperial State Electric il 7 dicembre 2017, si inginocchiò ai bordi del palco, nell’intermezzo tra una canzone e l’altra, per baciare brevemente ma appassionatamente la sua bella che assisteva all’esibizione in prima fila.

Vista la forte personalità musicale di Andersson, era quasi ovvio che la sua presenza avrebbe influenzato il nuovo corso sonoro della formazione, ed infatti così è stato, e basti a conferma raffrontare le melodie vocali del disco con quelle di Hellacopters e Imperial State Electric. Non si può tuttavia parlare di scippo del monicker ovvero di un suo snaturamento, trattandosi, piuttosto, di evoluzione, perché gli elementi fondativi del dark sound sabbathiano, che costituivano le coordinate essenziali del progetto, sono rimasti al loro posto, mentre gli aspetti più pesanti e metallici sono stati smussati in favore di un approccio più tradizionalmente legato a ciò che oggi passa sotto il nome di “classic rock dei Seventies“, in primis mutuato dai Blue Öyster Cult, da sempre grande amore di Andersson, i quali hanno prestato l’approccio intelligente alla scrittura e alcune soluzioni sonore, come i fraseggi chitarristici sovrapposti; emblematico sul punto, già dal titolo, un brano come Reaper On Your Heels. Lo spirito cupo del progetto Lucifer continua però ad incombere, incarnato dalla prestazione vocale della Sadonis, che stavolta imbizzarrisce il suo timbro in maggiori modulazioni bluesy rispetto al passato ma che nondimeno si mantiene un contralto dalla resa emotivamente grave e seriosamente sacerdotale. Non così le trame strumentali, che, proprio a causa della presenza di Nicke Andersson, guadagnano in ariosità e brio, conferendo sfaccettature interessanti ad un album che rischiava di essere affossato in partenza dal fatto di iscriversi in un revival settantiano ormai sin troppo affollato: che sia dovuta alle sfumature di pianoforte e tamburelli in un pezzo pure morbosamente sepolcrale come Dreamer, allo spazio sincopato e alla linea vocale prettamente kissiane di Phoenix, alle dinamiche e alle stratificazioni sonore di Eyes In The Sky, la varietà, pure restando chiaramente in ambito settantiano, non manca. Ne risulta un disco che ha molti punti di forza: un suono pieno, atavico come i suoi referenti ma chiaramente coevo, come denunciano i bassi in eccessiva evidenza all’interno dello spettro sonoro; una lunghezza adeguata (attorno ai quaranta minuti), ideale per ascolti plurimi senza noia; una scelta dei brani oculata, tra cui spicca una rilettura davvero notevole di Dancing With Mr. D dei Rolling Stones, resa quasi una outtake di “Volume 4” senza sacrificarne la natura freak e il lucore che la firma Jagger-Richards garantisce all’originale. Qualche punto debole c’è (soprattutto Before The Sun, semi-ballata alla foggia degli Scorpions di epoca Uli Jon Roth non appieno convincente), ma l’esperienza complessiva è più che positiva anche per chi, come lo scrivente, fatica a relazionarsi con la voce, ma solo quella, di Johanna Sadonis. Particolari non irrilevanti nel promuovere (?) a pieni voti (?) “Lucifer II” sono, poi, la copertina, summa settantiana di artefatte semplicità e autenticità, con tanto di espressioni diversamente acute dei musicisti, e il fatto che la stampa in vinile includa per lo stesso prezzo anche l’album in formato CD, riconoscendo esigenze senza per questo rinunciare a  sancire gerarchie.

Meno Cathedral e Danzig, più BÖC e Sabbath ’75-’79, insomma. Meno Dorrian, più Andersson. E nel mezzo lei, la bionda Johanna, a ribadire la sua personalità per schivare frusti stereotipi di genere ed etichette da “Courtney in tunica”. A ribadire che sono i Lucifer a portare la luce nella vita degli uomini che vi si accostano, e non il contrario. E che, in questo caso, c’è pure l’happy ending. Potenza di Lucifero.

Pietà e paura sono l’uomo, non c’è altro: Alice In Chains – Jar Of Flies

alice in chains - jar of flies

Da settimane dormo poco e come risultato mi ritrovo due occhiaie da Alice Cooper. Ma le somiglianze non si fermano qui, perché anche io non ho ricordi di avere inciso quattro album; forse perché non ho mai inciso alcunché. Ma questo non è importante, quando è fuori da qualche mese un disco, quello dei Ghost, che sembra un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, concepito, composto, suonato, cantato, inciso e prodotto con gli stessi orizzonti e obiettivi. Ma nemmeno questo è importante ora.

Mi sfuggi, Musa, eppur ti cerco ancora
E all’emistichio già ne affido improvvido
La ïntima cagion: poiché trascorro.

Una volta sapevo scrivere, o almeno mi sembrava. Adesso non più, e ne sono certo. I tre versi di cui sopra sono l’ultima creazione, e risalgono ormai a…già, a quando? Un anno fa? Otto mesi? Sei mesi? Chissà. A molto tempo addietro, comunque. Li vergai in una biblioteca dove mi trovavo per tutte altre ragioni; a matita, sul retro candido di un volantino abbandonato sul tavolo, che invitava a partecipare ad una manifestazione di protesta ormai coperta da oblio, dallo sfondo verde bosco con inevitabili sprazzi di colore e l’immancabile rosso in cospicua presenza. Consegnati ad una persona che pensavo potesse apprezzare e chissà che ne è stato di loro, a parte il fatto d’essere ad oggi l’ultima stesura di una qualche rilevanza per l’autore. La cui vena sembra essersi da allora esaurita, obbligando la corsa all’ore a svolgersi altrove. Né stavolta basta la fola autoingannatrice della potenza creatrice del dio che si deve manifestare attraverso di me con scoppio repentino ed inatteso, solitamente conciso, perché la durata e la sensazione fanno deporre per epoca chiusa, chiodo nella bara, chiudo nella gara, chioso nella tara.

Stasera qui vicino suonano gli Alice In Chains e, anche se hanno un nuovo cantante, fuori piove. Per qualche ragione la tentazione di uscire, ivi recarsi e pagare una cifra spropositata per banchettare su e con due cadaveri, uno in scarne e fossa e l’altro nientepopodimenoché un genere musicale, fa capolino, ma devo tenerla a bada per ragioni insieme kantiane e selliane su cui sarebbe inelegante diffondersi. E allora rimango qui seduto con un pugno di mosche, anzi, un copioso barattolo, e mi tocca fare con ciò che ho, ma non in quel senso. Ci arrivo.

La mia copia di “Jar Of Flies” viene dal Colorado, e mi è stata regalata diciotto anni fa da un allora diciottenne. Era sua; ma, in quanto dj, di quelli che fanno scratch, la sua musica era il rap e il suo formato era il vinile; eppure, in qualche modo ne era venuto in possesso e donarmela gli era parso un buon modo per rafforzare i nostri rapporti in occasione di una visita. Da allora mi fa compagnia sugli scaffali, e la rispolvero ogni tanto (ogni tanto). Oggi è uno di quei tanto. Forse perché fuori piove. Forse perché dentro piove. Forse perché non piove davvero ma sembra che. Forse ché sì, forse ché no. E dunque ecco il fantasma di un uomo tormentato che si manifesta nel mio salotto, il ciuffo biondo a singolar tenzone di lerciume con il mio, e mi spiega col suo tono peculiare perché siamo qui stasera una volta di più lui e io, coi ragazzi che ci fanno da sottofondo come se fossimo in un’arena con i muri di amplificatori, le luci e tutto il resto. Anche lui ha l’aria di dormire poco, nel suo guscio di noce, ma non vale la pena di chiedergli notizie in merito, visto quanto poco ci si vede. Vediamoci, per ora, e al resto penseremo dopo.

Anzi, già che ci siamo, potremmo fare tutti così: vederci, ora che siamo qua, e al resto pensarci dopo. Poiché trascorriamo e poi voliamo via, come mosche da un barattolo che qualcuno ha finalmente aperto.

Incertum habeo pudeat an pigeat magis disserere: Eneide – Uomini Umili, Popoli Liberi

eneide - uomini umili, popoli liberi

Sono questi giorni convulsi per la storia e l’assetto istituzionale della Repubblica italiana, nonché momento di valutazioni più o meno approfondite, più o meno rigorose, sul rapporto tra l’Italia e gli altri Stati europei, in particolare la Germania, ora accusata di comportarsi da padrone senza averne titolo, ora additata come esempio di coerenza e tutela degli interessi alla stabilità. Quale miglior occasione, dunque, di questo poco confortante panorama per valorizzare le nostre creazioni? Facciamolo, dunque, ratione materiae.

Gli Eneide nascono a Padova nel 1970 con il nome di Eneide Pop, composti da cinque adolescenti (il cantante e chitarrista Gianluigi Cavaliere, il chitarrista e flautista Adriano Pegoraro, il tastierista Carlo Barnini, il bassista Romeo Pegoraro e il batterista Moreno Diego Polato) per suonare cover, principalmente di gente come Led Zeppelin, King Crimson, Vanilla Fudge, e, nonostante la giovane età, dimostrano presto grande coesione e perizia strumentale, costruendosi rapidamente un seguito di pubblico nella loro regione. Nel frattempo iniziano a sperimentare con un suono più personale, che seguisse le tendenze del momento senza sacrificare la personalità della proposta, e per rendersi immediatamente riconoscibili mutano nome in Eneide. Il pop italiano, come si chiamava al tempo, vive in quegli anni, all’incirca dal 1970 al 1972, la sua stagione più creativa, e quando, dopo molti concerti, un paio dei quali in apertura a Genesis e Atomic Rooster, l’agenzia di concerti ed etichetta Trident offre agli Eneide di fare da spalla ai Van der Graaf Generator in sei date del lungo tour italiano di supporto a “Pawn Hearts”, ed altresì un contratto discografico, è un chiaro segnale che le quotazioni del quintetto sono in rialzo. Nel frattempo, il gruppo ha accumulato e rodato sul palco un discreto gruzzolo di brani originali, che vengono incisi in studio nel 1972, su proposta dell’etichetta, con lo scopo di ricavarne un trentatré giri da pubblicare quello stesso anno: nasce così “Uomini Umili, Popoli Liberi”. Tuttavia, per motivi mai chiariti, il disco non verrà pubblicato, e il successivo fallimento della Trident nel 1975, con un catalogo di soli otto LP e sei 45 giri, non aiuta la causa del gruppo, che infatti, dopo avere proseguito per un periodo del 1973 come touring band del cantautore Maurizio Arcieri, che nello stesso anno aveva pubblicato il suo unico LP “Trasparenze” (un passabile esercizio tra progressive e psichedelia), si scioglie. Fine degli Eneide. E il disco?

“Uomini Umili, Popoli Liberi” vede infine la luce nel 1990, quando i musicisti decidono di pubblicarlo in autonomia, mediante l’etichetta L.P.G., da loro stessi creata per l’occasione; con l’aiuto della genovese Black Widow ne vengono stampate cinquecento copie in vinile, presto esaurite. Il riscontro fa sì che si susseguano ulteriori ristampe: nel 1995 per la prima volta in CD, e poi ancora, ad opera dalla milanese AMS, nel 2010 e nel 2016, rispettivamente in CD e in vinile. Manca solo una versione ufficiale smaterializzata, ma, a parte tale circostanza, l’album ha una disponibilità sorprendentemente ampia per un’uscita postuma e nitidamente settoriale, indirizzata com’è ai più fedeli adepti del suono progressivo italiano dei Settanta, che s’indovinano numericamente limitati. C’è da chiedersi il perché di tanto interesse, e proviamo quindi a rispondere.

“Uomini Umili, Popoli Liberi” è un disco di rock progressivo, pienamente figlio del suo tempo, epoca in cui si sperimentavano soluzioni sonore che permettessero di andare oltre le conquiste e gli stilemi dei Sixties, non più adatti al mutato contesto di disillusione e volontà di sovvertimento radicale con ogni mezzo. Però è atipico, perché non contiene i tipici rimandi sonori della stagione progressiva italiana; a parte, infatti, l’inevitabile richiamo ai Jethro Tull che l’uso del flauto in ambito rock comporta, qui a fare da arbitri d’eleganza sono altri: i Led Zeppelin per la potenza, chitarristica e batteristica (con anche un plateale scippo a Stairway To Heaven nell’arpeggio di Cantico delle Stelle, che apre e chiude il disco); gli Atomic Rooster per le concatenazioni tra i cupi passaggi delineati dalle distorsioni e la perenne mutevolezza delle atmosfere garantita dalle infiltrazioni tastieristiche; persino i Deep Purple, da cui viene mutuata la lezione di indurimento e articolazione degli elementi sopra detti. Regna, quindi, un suono mediamente più hard rispetto alla generalità delle proposte del progressive italiano, il quale, invece, ha sempre dato prevalenza alla consistenza melodica del patrimonio musicale nazionale, ponendosi come sincretismo tra tradizione e novità di ineguagliata originalità, in Italia e nel mondo. Certo, anche in questo album non mancano i riferimenti obbligati del periodo (oltre ai citati Jethro Tull, anche i Genesis, che ispirano le parti più melodiche, come nel lento Canto della Rassegnazione), ma l’atmosfera che si respira è più variegata, fatta di abissi nichilistici e di tentativi di liberazione per vie escatologiche, esplorate in maniera vaga, o persino magico-spaziali (come nella toccante Viaggio Cosmico, illuminata da un violoncello che condensa lo stupore e il dolore dell’umanità per la propria condizione), ancorché in maniera ingenua e sognatrice più che consapevole e determinata. Manca, insomma, l’afflato politico che l’epoca comandava a qualunque gesto di creatività, sostituito, piuttosto, da un umanesimo moderato, sincero e animato da lodevoli intenzioni ecumeniche ma confuso e incerto sulla direzione da prendere per lasciarsi a tergo un presente sicuramente insoddisfacente. Forse per questo motivo il disco non vide la luce al tempo. Eppure la condanna dello status quo, sia pure in tralice, c’è ed è netta, e faccia fede sul punto la voce profonda e intonata, appassionata e appassionante, di Gianluigi Cavaliere, ideale trait d’union canoro tra Guccini e Cisco. Troppo poco per i Settanta, il decennio manicheo per antonomasia nella storia repubblicana, e subentra quindi un’ἐποχή quasi ventennale. Ormai infranta, e per fortuna. Anche se, al netto dei paraocchi ideologici, si fa strada un’amara constatazione; o magari, per chi c’era, un rimpianto.

Gli anni Settanta non sono stati certo rose e fiori; nemmeno rose e garofani, se è per questo. Ma da quella aspra (il computer me l’ha corretto in “spara”; bist Du, Sigmund?) contrapposizione ideologica sono sorte le basi per quello che oggi chiamiamo “la modernità”, e per ottenere alcune di quelle conquiste altri popoli, da noi affatto distanti per tradizioni, cultura, visione del mondo e colori nazionali, hanno dovuto lottare fino a un paio di giorni fa. L’odierna dialettica, invece, ha come motore la mera (auto)conservazione in forme più o meno intatte, anziché la progressione verso orizzonti ideali, a volte anche solo idealistici, oggi nemmeno concepibili a livello collettivo. Domina in questi giorni l’inconciliabilità, e niente o nessuno appare in grado di sopirla, perché è ormai ubiqua la percezione che i destini umani, individuali e collettivi, siano agitati da forze più grandi, rese operative dallo stesso comportamento umano e ormai faustianamente fuori controllo. L’idea di homo faber fortunae suae, antica ma foriera di elevazioni e riscosse individuali e soprattutto sociali, ci ha abbandonato, al più sostituita dal mito del self made man. Col risultato che prima eravamo uomini umili, ora, invece, umili uomini. Cerchiamo almeno di conservarci popoli liberi.

Old adventures in wi-fi: Imperial State Electric – Anywhere Loud

Imperial State Electric - Anywhere Loud

Quando le vostre copie di “It’s Alive” e “Alive!” ne hanno avuto abbastanza, this is the shit“. Così il comunicato stampa di accompagnamento, e francamente è difficile se non impossibile trovare una sintesi migliore per il primo album dal vivo degli Imperial State Electric: a metà strada tra i Ramones e i Kiss, cercando di resuscitare lo spirito del periodo ’74-’79 e di essere un valido ancorché personale succedaneo di tutto ciò che è ed è stato rocchenròll. Ecco quindi la fatidica prova live, giunta come si conviene a corredo di un gruzzolo di lavori in studio ormai pari a cinque LP (per fermarci alla lunga distanza) e che quindi consente di pescare in largo per la scaletta, come si usava un tempo. E proprio in quest’ottica ha senso il riferimento di cui in esordio.

Il doppio dal vivo (ventitré canzoni per circa 75 minuti di musica; potrebbe essere doppio anche su CD) è un feticcio degli anni Settanta. Quel decennio ci ha lasciato le più vivide testimonianze di gruppi celebri e meno celebri catturati in concerto (sebbene più di una volta la pubblicazione delle registrazioni sia avvenuta dopo ampi ritocchi in studio), e solo chi, come la formazione di Nicke Andersson, guarda ai Seventies come all’età dell’oro può convincersi che sia una buona idea pubblicare un disco dal vivo nel 2018, nell’era dei video fatti con il cellulare e pubblicati in diretta sui social. In effetti, ad ascoltarsi intorno, ci si accorge che album live ne escono ormai pochissimi, specialmente in ambito rock, e viene quindi da domandarsi, al di là dell’omaggio all’epoca prediletta e alle sue sonorità, se una tale curiosa scelta discografica non sia stata dettata dalla terrena motivazione di prendere tempo tra un album di studio e l’altro (l’ultimo è uscito nel 2016), o magari dalla convinzione di avere per le mani materiale di livello eccezionale, che non può assolutamente restare in archivio. Provo a dire la mia.

Senz’altro sussiste la prima motivazione, che, del resto, è Seventies come poche. Quanto alla seconda, meglio non andare oltre un avverbio dubitativo, perché le registrazioni delle tre serate di Tokyo, Stoccolma e Madrid da cui è tratto “Anywhere Loud” non sembrano eccedere la qualità media delle esibizioni dal vivo del quartetto, sempre ricche di energia e decibel e nel contempo povere di fronzoli e tempi morti, come si conviene alle migliori diete. Ma sarebbe ingiusto liquidare questo LP come meramente “attendista”, perché qui l’elettricità trasuda dai solchi e riesce a rendere appieno (a debito volume, ovviamente) l’eccitazione che le canzoni concise ed elettriche degli Imperial State Electric producono dal vivo, quando si lasciano alle spalle orpelli di produzione per porgersi nella loro nuda essenza di spumeggianti brani di rocchenròll mercuriale e melodico, conferendo così un senso ed autonoma dignità ad un’operazione fonografica fuori dal tempo ma ben salda nei suoi solchi. E se la forma mentis del gruppo, che è nel senso di riprodurre pedissequamente o quasi i brani nelle loro versioni di studio anche sul palco, congiurava per affossare la riuscita complessiva del disco, il rischio, pur non completamente sventato, è alla fine tenuto sotto controllo mediante periodiche variazioni rispetto al copione di studio (l’introduzione batteristica di Holiday From My Vacation; la prolungata coda solista su Faustian Bargains; il botta e risposta con il pubblico su Redemption’s Gone, capace di citare con la massima naturalezza sia la versione di Highway Star presente su “Made In Japan” che Free Bird), che testimoniano la concreta immediatezza della dimensione live da cui l’incisione deriva e altresì la padronanza delle tempistiche di scena da parte della formazione. Operazione riuscita, dunque; merito anche della scelta di conferire al disco un suono crudo, non rifinito, catturato dal vivo in presa diretta, dal cui ascolto balza fuori immediatamente la pulsante frenesia dell’esibizione, cosicché pure le piccole sbavature ed imperfezioni che costituiscono la fisiologia di ogni concerto, più che viziare il resoconto, contribuiscono a rendere “Anywhere Loud” un’istantanea effettiva ed efficace della carriera degli Imperial State Electric. Più “Alive!” che “It’s Alive”, quindi; e non è solo una questione di titolo.

C’era bisogno di un album del genere? No. C’era bisogno di un doppio dal vivo? No. C’era bisogno di questo doppio dal vivo? Sì. Per ricordare che proprio dal vivo il rock ‘n’ roll dà il meglio di sé, suonato davanti ad un pugno di persone convenute più o meno appositamente per ascoltarlo, e non a casa, in divano o persino a letto con l’influencer. E che comunque, dal vivo o su disco, il rock ‘n’ roll viene meglio se lo si ascolta in tanti. Ovunque. Ad alto volume. Ma in tanti. Millenovecentosettanta, come minimo, ma ne bastano anche one, two, three, four.