It’s such a fine line between stupid and…: Dream Widow – Dream Widow

Ricavo da Wikipedia che Dave Grohl è nato il 14 gennaio 1969 e ha iniziato la sua carriera di musicista nel 1986, entrando come batterista negli Scream, gruppo hardcore di Washington. Saprete (o ricorderete) che a quei tempi la situazione tra le scene musicali era piuttosto polarizzata: i punk e i metallari non si mischiavano, se non in occasionali e limitati contesti, e all’interno dello stesso mondo metal vigeva il più stretto e intransigente settarismo. Pertanto, un batterista hardcore ben difficilmente poteva avere commerci con il metal senza essere immediatamente espulso dal gruppo ed emarginato dalla scena. A Dave Grohl, quindi, non deve essere dispiaciuto accettare le regole del gioco, visto che è rimasto negli Scream fino al 1990, anno del loro scioglimento, per poi passare ad un altro gruppo ben noto, che non faceva mistero di volersi tenere il più distante possibile dal mondo metal (emblematiche alcune dichiarazioni di Novoselic all’indomani del successo di “Nevermind”: “Noi siamo heavy ma non siamo heavy metal. L’heavy metal manca completamente dell’intuito più profondo delle cose.“; cito a memoria). Le cose, poi, sono andate come sappiamo: il successo, il suicidio, la carriera solista a nome Foo Fighters, l’ulteriore successo, le collaborazioni con everybody and their mother, i progetti paralleli.

Nel corso degli anni la posizione del nostro poliedrico artista verso il metal si è progressivamente ammorbidita, mediante pubbliche attestazioni di stima per il genere e i colleghi di area, nonché collaborazioni con alcuni dei suoi musicisti più eminenti (vedasi il progetto Probot, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Lemmy, Cronos e Max Cavalera).

E veniamo al dunque. Il 25 febbraio scorso è uscito nelle sale cinematografiche d’America “Studio 666”, sorta di commedia horror su un gruppo che va a registrare il suo nuovo album in una villa di Los Angeles posseduta da maligne entità soprannaturali, che progressivamente si impossessano dei membri del gruppo facendo commettere loro sanguinosi delitti. Un filmetto anche godibile sulla falsariga degli “heavy metal horror movies” degli anni ’80 come “Black Roses” o “Rock ‘n’ Roll Nightmare” e che non avrebbe fatto molto parlare di sé se non ci fosse stato il nome di Grohl a suscitare il clamore mediatico e la conseguente attenzione del pubblico: la sceneggiatura è tratta da un suo racconto e il gruppo protagonista sono i Foo Fighters, alla loro prima uscita attoriale (che per il batterista Taylor Hawkins sarà anche l’ultima). Naturalmente, per mantenere l’effetto horror-comico, occorre marcare la differenza tra la musica suonata dal gruppo in versione “naturale” e quella prodotta in assetto demoniaco, e dunque quale migliore forma espressiva del metal per dare conto della possessione diabolica? Tutto torna, quindi. Senonché poi Grohl ci prende gusto, decide che lo scherzo non è durato abbastanza e annuncia che per l’occasione i Foo Fighters incideranno un album metal sotto pseudonimo. Detto, fatto: il 25 marzo è uscito l’omonimo disco dei Dream Widow. Che emana una gran puzza di merda.

Dal nome del gruppo, evidente canzonatura in chiave d’arguzia di Dream Evil (storico album dei Dio, vabbè, oltre che gruppo heavy metal svedese, della cui esistenza dubito Grohl avesse/abbia contezza; che roba, contezza!), al logo stile Deicide in sedicesimo, all’illustrazione di copertina, che scimmiotta il pentacolo con una Stella di Davide come disegnata da Escher per essere sixsixsix senza incorrere nell’ostracismo dell’odierno PMRC diffuso, ai titoli delle canzoni, che transitano dall’asettico perplimente (Encino, Cold) al sagace calembour del Male (Oh Come All You Unfaithful) fino al satanismo da discount (cit.) (The Sweet Abyss, Angel With Severed Wings), tutto sa di sbagliato. E non siamo ancora arrivati alla musica. Che ovviamente è un’accozzaglia di suoni ritriti che cerca di porgere il metal per grandi e piccini con piglio deadpan e, non conoscendo la materia, erige un edificio diroccato. Non funziona nulla: il poutpourri di death americano di ieri e di oggi (Encino), lo sludge suonato senza coglioni (Cold, Come All Ye Unfaithful), l’immancabile tupa tupa da thrasher ingrigiti cultuando ai Motörhead (March Of The Insane, il pezzo migliore del lotto, ed è tutto dire), i chiaroscuri goticisti con un trentennio sulle spalle (The Sweet Abyss, Angel With Severed Wings), le avventure infernali sopra i sei minuti (Becoming, titolo che richiama i Pantera senza però esibire un grammo della loro attitudine) e l’immancabile coda strumentale di dieci minuti con titolo in latino sgrammaticato, che pretende di olezzare di zolfo sabbathiano quando, invece, esala al più i miasmi derivanti da una digestione malriuscita. Nemmeno la prestazione strumentale si eleva dalla mediocrità, visto che i riff sono mediamente due per brano e non se ne ricorda uno e gli assoli sembrano quelli di un tredicenne che ha appena scoperto come si usa la leva (del ponte della chitarra), superando in imperizia persino quelli disseminati dagli Anvil in quarant’anni di carriera o quelli su “Burning The Witches” degli Warlock, per un risultato curiosamente simile al debutto, magari in forma di demo, di un gruppetto esordiente di adolescenti; al quale, però, non verrebbero risparmiate stroncature, mentre invece per una rockstar ultracinquantenne che di metal non ha mai capito una beneamata, soprattutto che si può scherzare sul metal ma non col metal, fioccheranno i cenni di approvazione, alcuni anche convinti. Ecco, allora diciamo le cose come stanno: la Vedova del Sogno farebbe bene a raggiungere quanto prima il suo compianto sognatore.

Non è questione di non saper ridere del metal e dei suoi luoghi comuni, ma del fatto che per satirizzare occorre conoscere funditus l’oggetto degli strali, e Grohl non ne sa niente, se non che ci vuole una chitarra distorta, dei riff più o meno veloci e più o meno dissonanti, una batteria potente e articolata e una voce urlata da cookie monster o da Freddie Krueger. E, anche a conoscere la materia musicale su cui si vuole ironizzare, occorre prestare comunque attenzione, perché un conto è uno stile musicale dal punto di vista sonoro e un altro la sua estetica, ed è il motivo per cui “This Is Spinäl Täp” fa e continua a far ridere, mentre invece il gruppo Spinäl Täp sta bene dove sta, e cioè ovunque tranne che sul palco o in sala di incisione. Ecco, ascoltando il disco si ha la piena impressione che Grohl (e compagni, d’altronde; nessuno dei quali, a quanto mi consta, ha esperienze in ambito metal) non abbia afferrato questo semplice concetto, rendendo questo disco persino nocivo e riuscendo nella non facile impresa di dare dignità al progetto Foxboro Hottubs, spinoff garage dei Green Day dal livello artistico alquanto basso, ma che almeno aveva il pregio della comprensione dello stile da rileggere (là in chiave celebrativa anziché canzonatoria). Il nulla cosmico, sia musicalmente che concettualmente. D’altronde, non ha funzionato nel 2004 con i Probot e fior fiore di musicisti metal, perché avrebbe dovuto funzionare ora?

Mi dispiace, Dave. It must go to 11.

21 colpi a salve.

Fino a non troppo tempo fa a 21 anni si diventava maggiori di età. Forse è ancora così, più per contingenze esterne che per disposizione normativa. Come che sia, anche il ventunesimo anno della Ventesima Era (quella che comincia per 20, naturalmente) sta per concludere il suo moto rivoluzionario perisolare (per isolare?), lasciandosi alle spalle la solita scia di defezioni e di “dischi” (facciamo “pubblicazioni musicali”, va’) recanti la fatidica data 2021. Quanto alle prime, ricordo Joey Jordison, talentuosissimo batterista già negli Slipknot, Jeff LaBar, sfortunato ma capace chitarrista dei Cinderella, il fu cantante dei Trouble Eric Wagner, il giornalista musicale inglese Malcolm Dome e naturalmente Charlie Watts, mentre degli altri, pure illustri (Phil Spector, Chick Corea, Marco Mathieu), mi ero dimenticato. Pace a costoro. Quanto alle uscite discografiche, l’anno non è stato dei più fecondi, per ragioni varie e già esplicitate in precedenza. Non mi resta, quindi, che procedere alla solita elencazione, non in ordine qualitativo bensì meramente espositivo, nella speranza che la situazione complessiva possa migliorare. Un augurio a tutt* ($i $crive co$ì, giu$to?).

1. Les Grys-Grys – To Fall Down

Qui. Nel frattempo il gruppo si è sciolto; niente male come testamento olografo. Nell’attesa del comeback (from the grave).

2. Durand Jones & The Indications – Private Space

Qui. Con il passare degli ascolti si conferma un album di grande livello; forse il migliore dell’anno, per quanto se ne può capire da queste parti. In attesa che Witchoo diventi un singolo di successo mercé qualche remix.

3. Pearl & The Oysters – Flowerland

Easy listening 4.0 per questo duo franco-statunitense di stanza in Florida, giunto al terzo album in quattro anni, che porge un cocktail (mescolato, non agitato) di trip hop, disco pacata, slow jam, armonie bossa nova, orchestrazioni anni ’60, elettronica ed exotica. Lalo Schifrin che beve un Martini coi Portishead e Martin Denny, insomma. Il sincretismo che è la cifra del pop contemporaneo è qui presentato ad alti livelli e scorre dissetante e inebriante dal primo all’ultimo sorso. Da consumarsi, naturalmente, liquido.

4. Mild High Club – Going Going Gone

Elettronica gentile, ai profumi di jazz, trip hop e musica brasiliana. Un Nightmares On Wax primevo ma più stiloso, per così dire. Anche qui è impossibile scegliere singoli brani, e anche qui la fruizione raccomanda un aperitivo di accompagnamento. Cocktail music con spirito.

5. David Crosby – For Free

Una sorpresa davvero, questo “For Free”. L’atmosfera è schiettamente yacht rock (e per chi scrive ciò è un bene), come testimoniano River Rise con Michael McDonald alla voce e Rodriguez For A Night di e con Donald Fagen, e, tra il country rock jamestayloriano di I Think I, i ricami blues di Ships In The Night e l’emozionante duetto vocale con Sarah Janosz nell’ossuta rilettura di For Free di Joni Mitchell, la qualità si mantiene alta per tutti i 37 minuti del disco, peraltro ottimamente prodotto da James Raymond, figlio “ritrovato” di Crosby. Cosicché l’ascoltatore si trova a desiderare ardentemente che nel commovente congedo di I Won’t Stay Long, su cui aleggia una tromba che è specchio dei rimpianti di chi sa di aver dato più di ciò che ha ancora da dare, l’autore non faccia sul serio. Un gran bel disco e probabilmente il modo migliore con cui il neo-ottantenne Crosby potrebbe chiudere la propria carriera discografica.

6. Helloween – Helloween

Premetto di non essere mai stato un grande fan, ma, per motivi che non so ancora ben spiegarmi, l’entusiasmo più o meno posticcio per una reunion che mettesse tutti insieme e d’accordo ha contagiato anche me. Il disco, però, non merita dubbi di sorta: livello compositivo alto (da quanto tempo gli Iron Maiden non scrivono un pezzo della qualità di Best Time, onestamente?), performance solide da parte di tutti i musicisti coinvolti (soprattutto i cantanti) e melodie che si fanno ricordare senza per questo sacrificare l’impatto complessivo. Al punto che anche le eccessive divagazioni progressive, noiose come al solito e non sempre centrate (serviva davvero un pezzo, Skyfall, di oltre 12 minuti?), si fanno perdonare. Con la tolleranza che a tratti si può accordare alle vecchie glorie, un ritorno sorprendente e infarcito di idee, al quale fa piacere ritornare ripetutamente. La copertina è, a suo modo, un epitaffio. Bravi, zucconi.

7. Unto Others – Strength

“Strength” è il secondo album per la formazione di Portland, Oregon da quando ha cambiato nome in Unto Others. E che album! Metallo gotico che sa tenere insieme al meglio classicità (le chitarre che suonano linee melodiche armonizzate) e modernità (echi di growl e passaggi in doppia cassa), inserendovi in maniera convincente le influenze dark (io, che conosco poco il genere, ci sento soprattutto i Sisters Of Mercy), mentre le melodie carezzano potenti eppure malinconiche e i testi affrontano le mestizie della vita adulta senza disperazioni posticce. La scoperta dell’anno e un gruppo da seguire.

8. Mortal Vision – Mind Manipulation

Giovani, ucraini e disoccupati, i Mortal Vision partoriscono un debutto che per loro espressa ammissione suona come se fosse uscito dal Brasile del 1987. Come i Sepultura di “Schizofrenia” e “Beneath The Remains”, dunque. A cui, però, i Mortal Vision aggiungono qualche elemento di compattezza midtempo derivato dai Sodom di quel periodo. Il risultato è un disco di thrash metal della vecchia scuola (o meglio, di una delle vecchie scuole) che, però, complici la giovane età e la “fame” del gruppo e una produzione accurata ma non plastificata, suona molto più autentico di molti album di formazioni più celebrate e patinate, esodate o meno. Niente di nuovo sotto il sole, direte; senonché quella luce che sta là in alto non è il sole, ma un’esplosione nucleare, ed è molto più credibile sentirlo dire da quattro ventenni ucraini che da “rockstar” ultracinquantenni californiane.

9. The Night Flight Orchestra – Aeromantic II

Solitamente i sequel non promettono bene, e il fatto che il titolo dell’ultimo LP del gruppo svedese richiamasse espressamente quello del precedente “Aeromantic”, uscito appena un anno fa, non faceva ben sperare per risultati di livello. L’ascolto, però, ha parzialmente smentito questo pregiudizio, perché, se è vero che la formula è ormai consolidata e lo “slittamento” verso il pop ballabile continua inarrestabile, la qualità compositiva si conferma alta e la capacità del gruppo di ricostruire un’atmosfera spazio-temporale (ma soprattutto spazio-) rimane ammirevole. E il disco è, naturalmente, divertente e ottimamente prodotto. Menzione speciale per la sequenza How Long Burn For Me – Chardonnay Nights, la prima all’insegna di un AOR danzereccio da colonna sonora e le altre tra Toto e Survivor, e per il singolo White Jeans, una cavalcata che si stempera in un ritornello da aerobica. Una gAORanzia.

10. Labyrinth – Welcome To The Absurd Circus

Un ritorno di inattesa qualità. Sarà per il nuovo batterista, che ha infuso linfa giovan(il)e, o l’ispirazione fornita dalla pandemia e dalle conseguenti misure restrittive, ma “Welcome To The Absurd Circus”, incentrato proprio sulle questioni sollevate dall’abbattersi del COVID-19 sul mondo, funziona dall’inizio alla fine dei suoi 60 minuti. Rimane una quota di assoli inutilmente virtuosi e prolungati, ma nel complesso i riff ariosi, le armonizzazioni chitarristiche, le andature ritmiche variegate senza essere cervellotiche, le melodie insidiose (quelle di The Absurd Circus e di One More Last Chance si rivelano indimenticabili) e la “solita” rilettura di un brano di synth pop (stavolta Dancing With Tears In My Eyes degli Ultravox) rendono il disco un piacere per le orecchie. Per giunta uscito su Frontiers, ed è bello sapere che in Italia musicisti, produttori e discografici compongono, incidono e pubblicano (ancora) dischi di questo livello. Nell’attesa che il circo dell’assurdo leaves town

L’altro 2021

Pride Of Lions – Lion Heart

È uscito nel 2020 ma mi è entrato in circolo solo quest’anno, complice la diffidenza verso un gruppo che non presentava più molto dell’appeal del suo naturale predecessore, i Survivor. Però questo album coinvolge fin dal primo ascolto, e brani diretti, arrangiamenti lineari ma ragionati, melodie convincenti e memorabili (tutte, incredibilmente) e, in generale, scelte stilistiche in favore di un AOR più schiettamente tradizionale, come quello della casa madre”, anziché delle rielaborazioni contemporanee del genere, che si svolgono quasi sempre all’insegna di aggiornamenti spesso posticci, lo rendono vincente. In una collezione di canzoni che non vuole saperne di levarsi dagli ascolti si segnala particolarmente Carry Me Back, dal ritornello inobliabile. Considerazioni a latere: il disco è stato pubblicato il 9 ottobre 2020, circa un mese prima delle elezioni presidenziali americane, da un gruppo del Midwest composto di soli uomini bianchi per un pubblico composto quasi solamente di uomini bianchi; i testi parlano, fra l’altro, di essere bravi cristiani ed esercitare la carità (Lionheart), degli eroi in divisa che proteggono i cittadini dai brutti e cattivi (Heart Of The Warrior), dell’importanza di concentrarsi sui veri valori e non sul diventare “il più ricco del cimitero” (Give It Away) e dell’illusorietà delle lusinghe offerte dello show business losangeleno (Rock n’ Roll Boom Town). Immagino dica qualcosa dell’America profonda.

Pellegrino & Zodyaco – Morphé

Anch’esso datato 2020, questo LP (letteralmente: si può ascoltare solo a 33 giri o in streaming) del produttore e dj partenopeo Pellegrino, animatore anche dell’etichetta Early Sounds Recordings, condiviso con gli Zodyaco, formazione musicale napoletana dedita ad uno stiloso jazz-funk, produce un lavoro di notevole impatto a partire dalla copertina, sognante e spettacolare riproposizione del Golfo di Napoli. La musica non è da meno, però, con la sua accattivante quanto equilibrata mistura di Italo-disco, jazz, funk morbido, tocchi fusion e house di ispirazione mediterranea. Ottimo sottofondo come pure ascolto piacevole, “Morphé” dimostra, una volta di più, che in Italia talento ce n’è eccome.

Halford – Resurrection

In attesa di rivedere/risentire i Judas Priest dal vivo e/o su disco, la riscoperta di questa uscita dello storico cantante del gruppo inglese, nel periodo in cui viveva ancora della sola carriera solista, è stata una soddisfazione. Nel 2000, esauriti gli esperimenti con i progetti Fight e 2wo, di qualità altalenante e dai tiepidi riscontri, Halford si era reso conto che il suo destino era l’heavy metal più puro, e, venendo a patti con la sua essenza musicale, aveva accettato di entrare in società con Metal Mike, entusiasta chitarrista polacco trasferitosi in America, e il produttore Roy Z, responsabile del mantenimento in vita del suono più classicamente heavy nella tempesta degli anni ’90. Ne uscì un album, significativamente intitolato “Resurrection”, quasi che fosse un ritorno alla vita dopo un lungo sonno mortale, dove il sound priestiano dei primi anni ’90 rifioriva, forte della produzione eccezionalmente compatta e di brani di potenza tuttora ineguagliabile come la title-track, Made In Hell e il duetto con Bruce Dickinson in The One You Love To Hate. Il disco è forse troppo lungo e non tutti i passaggi sono sempre a fuoco, ma la gioia di sentire Halford tornare ad esprimersi su tali registri e con tante consapevolezza e autorevolezza non può che commuovere e far agitare avanti e indietro la testa, in segno di approvazione e non solo. Al cor gentsteel rempaira sempre amore.

Richie Sambora – The Stranger Returns

Per qualche motivo, forse il trentesimo anniversario, nello scorso anno è apparsa in formato streamingzito la storica registrazione radiofonica, che circolava con vari nomi in formato bootleg già dagli anni ’90, del concerto tenuto dal chitarrista dei Bon Jovi al Pecos Theater di San Diego il 16 novembre 1991, nel corso del tour a supporto del suo primo album solista, “Stranger In This Town”. E vale dunque la pena parlarne. Anche perché la qualità della registrazione è indubbiamente alta, ma ciò non varrebbe nulla se non fosse per la qualità elevatissima della prestazione musicale: Sambora, oltre che chitarrista di vaglia e compositore, è sempre stato un eccellente cantante, e l’esibizione in proprio, senza Jon Bon Jovi a fare ombra, gli permette di dimostrarlo in maniera definitiva. Impeccabile la scaletta, che per metà pesca dal disco allora appena uscito (senza mancanze di rilievo, a parte, forse, Ballad Of Youth) e per la restante metà dal repertorio dei Bon Jovi (Bad Medicine, I’ll Be There For You e Wanted Dead Or Alive; saggia la scelta di non cavalcare l’effetto nostalgia o di somministrare un greatest hits), da cover indiscutibili (Midnight Rider in acustico, più Gregg Allman che Allman Brothers Band, e With A Little Help From My Friends secondo il canone joecockeriano) e da brani composti conto terzi (quella We All Sleep Alone che Cher trasformò in una hit), e caloroso e accogliente il sound, che sfronda gli “eccessi” hard rock in favore di arrangiamenti più sobri e toni più classicamente rock, spesso acustici o all’insegna di un blues a tratti leccato ma suonato con sincerità e devozione da una formazione di immense capacità (un plauso alla cantante Crystal Taliafero), per un risultato finale sbalorditivo, da ascoltare dall’inizio alla fine, scoprendosi coinvolti più di quanto si potesse pensare in principio. E non sono molti i dischi dal vivo di cui si può dire lo stesso, specialmente se privi di ritocchi in studio. Un album eccellente, nonché la testimonianza definitiva sul valore di un musicista di enorme talento finito intrappolato nei cliché della rockstar. Nell’attesa che qualcuno si decida infine a pubblicarlo ufficialmente su formato fisico.

Diventi, inventi. Pillole musicali dell’anno incorso.

Non l’anno migliore della storia umana, bisogna dire. Nemmeno musicalmente, per quanto qui interessa. Naturalmente il giudizio sconta la situazione discografica attuale, in cui le uscite si susseguono in numero soverchiante e al pur benintenzionato ascoltatore-recensore, ancorché con poco tempo a disposizione, non resta che affidarsi all’intuito, ai suggerimenti, a letture e al caso, con ovvie ricadute in termini di rispondenza del giudizio più al gusto e alla percezione del recensore che all’effettivo contenuto del disco. Ma questo fa parte del rischio di leggere una recensione scritta da altri. In ogni caso, da queste parti il 2020 è risultato ancor più avaro di uscite memorabili che l’anno pregresso, al punto che risulta difficile persino compilare la canonica lista di dieci, e ciò che resta di più memorabile in assoluto sono, ahimè, i lutti eccellenti tra gli operatori musicali: Ennio Morricone, Little Richard, Eddie Van Halen, Neal Peart, Ken Hensley, Keith Olsen, Martin Birch, Charlie Daniels, Lee Konitz, Sean Malone, Justin Townes Earle, Leslie West e tutti gli altri. Sarebbe bello lasciarci tutto alle spalle, ma probabilmente questa volta sarà più difficile. Proviamoci, quindi. Proviamo a lasciarci tutto alle spalle, tranne qualche disco da tenerci stretto.
Auguri.
P.S.: come sempre, la numerazione non implica giudizi di valore, ma costituisce una mera elencazione.

1. Green Day – Father Of All Motherfuckers
Qui. Con il progredire dell’anno il clima sereno che qui si respira, forse perché mancava la percezione della tragedia imminente, è diventato quasi assurdo, e però sempre piacevole e utile. Mi tocca ribadire la considerazione formulata al tempo: non avrei mai pensato di dover spendere ancora soldi per i Green Day. Bravi.

2. Night Flight Orchestra – Aeromantic
Qui. Rimane confermato il giudizio iniziale: gradevole ma inferiore ai due dischi che lo hanno preceduto; sarà la matrice maggiormente pop o la stanchezza che comincia ad insinuarsi nella composizione secondo coordinate intrinsecamente limitate. In ogni caso, per gli amanti di queste sonorità è una chicca.

3. X – Alphabetland
Qui. My my, hey hey, rock ‘n’ roll is here to stay.

4. Devon Williams – A Tear In The Fabric
Qui. Non mi pare di aver letto peana di questo disco e del pensoso pop chitarristico e cantautorale che vi alligna. E va bene così; etiamsi nemo, ego sic. Si parla di uno strappo nel tessuto, d’altronde.

5. Evildead – United $tate$ of Anarchy
Qui. Non è un capolavoro e nemmeno aspira ad esserlo, però non escono più tanti dischi così, lucide e impietose istantanee spazio-temporali con i suoni che sono nubi di ieri sul nostro domani odierno. Meno male, verrebbe da dire. O forse no.

6. Kylie Minogue – Disco
Partiamo da una constatazione: per essere una cantante professionista, l’australiana non ha una gran voce, in termini sia tecnici che espressivi. Però ha intuito, e ha capito che adesso è il momento di divertere la mente del pubblico dalla situazione attuale. E cosa c’è di più divertente delle sonorità che furono dello Studio 54, disco e R&B spruzzato di funk, rilette secondo lo stile già collaudato dai Daft Punk con “Random Access Memories”? Il risultato è un disco sorprendentemente godibile, cantabile come il migliore pop, ballabile come la migliore disco e colmo di idee melodiche variegate e altamente orecchiabili. E altrettanto sorprendentemente regge a plurimi ascolti. Sorprendente, appunto; soprattutto se prima di quest’anno sciagurato non avevate mai ascoltato un disco della popstar australe. Ora potete.

7. Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia
Qui. Musica radicata, solida e inscalfibile, eppure carica di emotività ed empatia, come il suo autore. A cui, qualcosa mi dice, il futuro prossimo non cesserà di fornire spunti.

8. Mr. Bungle – The Raging Wrath Of The Easter Bunny Demo
Non è tuttora chiaro per quale ragione Mike Patton abbia deciso di ripescare dall’archivio il primo demo dei Mr. Bungle, inciso nel 1986, e riproporne i pezzi di grezzo thrash-core con la formazione originale integrata da alcuni amici musicisti, che rispondono al nome di Dave Lombardo e Scott Ian. Certo è che ne è uscito un manicaretto di thrash metal, che si lascia alle spalle gli sperimentalismi che hanno sempre caratterizzato questa band per gettarsi a capofitto in un vortice di tupa tupa e riff affilati, sovrastati dalla voce proteiforme di Patton, per un risultato non dissimile da “Speak English Or Die” dei S.O.D., non fosse che per i titoli dei brani (Hypocrites/Habla Espanol O Muere), o dai Corrosion of Conformity degli esordi, omaggiati con l’arrembante rilettura di Loss For Words, che rivaleggia con l’originale. La dimostrazione definitiva che il thrash metal, se fatto bene, non invecchia.

9. Once & Future Band – Deleted Scenes
Il secondo album di questo trio di San Francisco tesse le trame di un rock d’altri tempi, o forse proprio di questi, epoca di riciclo e recupero. Infatti, tengono qui banco le sonorità del periodo compreso tra la fine dei Sessanta e i primi anni Settanta, le armonie (vocali e non) di scuola liverpool-californiana e la stratificazione progressive, il pop evoluto degli Steely Dan, un tocco di psichedelia e un pizzico di teatralità che si potrebbe ricondurre ai primissimi Queen, per un risultato eccellente in cui i nove brani (dei quali solo due superano i cinque minuti, e uno per soli tre secondi) sono composti ed eseguiti per farsi ascoltare, senza indulgere in contorsioni strumentali o soluzioni artificiosamente inusitate. Godibile, intelligente e ottimamente costruito, questo disco è permeato dal senso della misura e dalla comprensione degli elementi decisivi nel confezionare un’opera di qualità (non da ultimo i suoni, che restituiscono un’atmosfera schiettamente naturale agli strumenti). Rock progressivo in senso ampio, insomma; progressista, persino.

10. Dining Rooms – Art Is A Cat
Un affascinante mélange di dilatato trip hop, morbidi tocchi funk, languide voci femminili, soffusa tromba jazz, arpeggi acustici, atmosfere da colonna sonora anni ’60/’70, dettagli elettronici e altro ancora, per un risultato di grandissima suggestione, che sa essere in uno romantico e (a tratti) malinconico. Una volta di più il duo Ghittoni-Malfatti non delude, allargando ancora i già ampi orizzonti musicali frequentati e arricchendo il progetto Dining Rooms di un altro capitolo significativo e piacevole. Sarebbe bene ricordarsi, ogni tanto, che in Italia ci sono anche musicisti di questo livello.

Altri dischi

Harry Beckett – Joy Unlimited
Ad agosto, nel disinteresse generale, la Cadillac Records ha ristampato il disco più celebre del trombettista Harry Beckett, pubblicato originariamente nel 1973, mai ristampato e da allora praticamente sparito dal mercato. Incredibilmente, perché si tratta di una delle migliori incisioni mai realizzate nell’ambito del cosiddetto jazz elettrico: infatti, le linee suonate da Beckett si inseriscono in un contesto modale senza mai perdere di vista la melodia e dimenticare la solarità caraibica che ha accompagnato il trombettista per tutta la carriera (si ascolti il tema di Glowing), mentre il pianoforte elettrico tesse trame armonicamente sofisticate su cui la chitarra può guizzare su registri ora rock-blues ora latineggianti, con la sezione ritmica a sospingere un funk sinuoso e poliritmico di ascendenza afrocaraibica. E il risultato, al crocevia tra il jazz-rock, il funk e i primi Santana, è meraviglioso. Un disco imperdibile.

Little Richard – Southern Child
Negli anni ’70 Little Richard aveva tutte le carte in regola per beneficiare della risorgenza dei suoni rock n’ roll e dell’ondata di revival degli anni ’50 allora in corso. Invece, scelse di abbracciare due lati misconosciuti della sua formazione musicale, il country e il blues: nel 1972, un anno dopo “The Second Coming”, registrò undici pezzi in quegli stili, con un orecchio alla musica nera contemporanea, presentando quindi alla Reprise, con cui all’epoca aveva un contratto discografico, le incisioni per un nuovo disco, corredate di titolo, “Southern Child”, e artwork. Per motivi mai realmente chiariti, l’etichetta accantonò il master, che rimase così a prendere polvere sino al 2005, quando i brani rientrarono in una raccolta, e infine a quest’anno, in cui è stato infine pubblicato nella forma e nelle intenzioni di mister Penniman, che non ha fatto in tempo a vedere la sua creatura venire alla luce con trentotto anni di ritardo. Gran peccato, perché, tra funk sensuale (California (I’m Comin’), Burning Up With Love), country verace (Ain’t No Tellin’, Over Yonder) e imbastardito con il rock (If I Pick Her Too Hard), blues campagnolo (la title-track, I Git A Little Lonely) e umori southern soul (In The Name), questo disco è un affresco di sorprendente qualità, nonché una finestra sul talento poliedrico di un artista che è facile liquidare sbrigativamente come one-trick pony. Un degno epitaffio per uno dei più grandi musicisti pop del Novecento.

L’altro 2020

Teaze – One Night Stands
Avevano tutte le carte in regola per accedere al grande successo, i canadesi Teaze: bella presenza, perizia strumentale, talento compositivo, capacità di stare sul palco. E mai questa sensazione è stata più forte che nel 1978, quando, dopo due album che ne avevano stabilmente aumentato le quotazioni sui mercati internazionali, il quartetto aveva ottenuto un contratto con la potente Capitol anziché con la limitata Aquarius. “One Night Stands”, l’album che ne uscì, pubblicato l’anno seguente, soddisfaceva tutte le aspettative riposte nel gruppo, ma, schiacciato tra la coda dell’era della disco e l’alba della new wave, senza peraltro riuscire ad agganciare le sonorità del rock radiofonico del periodo, fu un fallimento commerciale, che sancì la fine delle speranze di gloria dei Teaze, che si sciolsero l’anno seguente, lasciandosi alle spalle quattro album, tra i quali spicca questa gemma di hard rock dei tardi anni Settanta, in cui convivono spinte verso sonorità più dure e furbe strizzate d’occhio alle esigenze radiofoniche del periodo: Touch The Wind sono gli Iron Maiden ante litteram, Loose Change indica la via a What’s Up? delle 4 Non Blondes, mentre Young And Reckless potrebbero essere gli Aerosmith che maneggiano la disco e Red Hot Ready sembra uscita da un album dei Rose Tattoo. Il tutto corredato da accenni di sintetizzatori, chitarre roboanti che spesso si intrecciano in linee melodiche armonizzate e ritmi a tratti fratturati. Connotato da grande varietà di stili pur senza perdere in coerenza e qualità del songwriting e rilegato da una produzione impeccabile, “One Night Stands” è un recupero meritorio, nonché un’altra dimostrazione che il Canada è il naturale trait d’union tra Stati Uniti e Inghilterra, in questo caso tra hard rock radiofonico e quella che sarebbe diventata la NWOBHM. Tra le varie stampe disponibili, è meglio evitare quella americana, la cui scaletta inserisce brani dai dischi precedenti (Boys Night Out dal debutto omonimo e Stay Here da “On The Loose”) rimpiazzando Loose Change, uno dei brani migliori; scelta, quest’ultima, curiosamente condivisa anche dalla recente ristampa in CD della Rock Candy.

Wall Of Silence – Shock To The System
I canadesi Works non ebbero fortuna con il loro unico album di AOR, “From Out Of Nowhere”, pubblicato nel 1989. Mutati tre componenti del gruppo su cinque, decisero di cambiare anche nome, in Wall Of Silence, scrivendo nuove canzoni e trovando un accordo discografico con la A&M. Ne uscì questo “Shock To The System”, unico parto della formazione, datato 1992 e quindi condannato in partenza, nonostante un AOR tosto e curatissimo, di qualità superiore, non da ultimo per la produzione e il contributo compositivo e strumentale di quel gran genio di Mike Slamer. Chitarre distorte ma non invadenti e sempre arrangiate con varietà e cognizione di causa, panneggi di tastiere ad aggiungere sfumature, suoni scintillanti e dinamica impeccabile ci sono e si sentono, ma ciò che fa la differenza sono la qualità di scrittura e le melodie sempre vincenti, in contesti duri (il sofisticato esercizio leppardiano di Addicted, probabile singolo mancato) o languidi (It’s Only Love, power ballad memorabile come poche altre e ancor più sorprendente perché autografa). Dieci brani che lambiscono i territori di Giant, Signal, Unruly Child e Harem Scarem pur mantenendo una propria identità, a costituire un’altra hidden gem in ambito AOR, come confermato dal fatto che l’album non è mai stato ristampato e oggi passa di mano a prezzi rilevanti.

Bullet/Alan Tew – The Hanged Man OST
“The Hanged Man” era una serie di genere poliziesco ambientata nello Yorkshire e trasmessa dalla televisione britannica nel 1975. Alan Tew è un compositore inglese di musica per il cinema e la televisione, sia mirata che in forma di library music, e fu lui a ricevere l’incarico di scrivere il commento musicale alla serie citata. Le partiture furono quindi girate a un gruppo di turnisti delle etichette specializzate KPM e Themes International, il bassista Les Hurdle, il batterista Barry Morgan, il chitarrista Alan Parker, il percussionista Frank Ricotti e il tastierista Alan Hawkshaw. Costoro incisero a Monaco le musiche scritte da Tew e, quando fu il momento di pubblicarle, si battezzarono, per la prima e unica volta, Bullet. Ne uscì uno sfavillante LP di funk polizi(ott)esco, dal groove irresistibile e dalle atmosfere avvincenti come e più delle immagini, capace di superare in qualità lo sceneggiato che era stato chiamato a corredare e vivendo di luce propria come una delle migliori uscite in assoluto nel genere, a suo agio indistintamente con vibrafoni e sintetizzatori, trombe e pianoforti elettrici, chitarre “grattugiate” e ottoni pungenti. In breve: un capolavoro. Del quale l’ascoltatore saggio vorrà preferire la ristampa in CD su Vocalion, che alle diciotto tracce originali aggiunge, oltre a un booklet ricco di dettagli e fotografie, ventidue brani incisi nelle medesime sessioni, già usciti sui due volumi della raccolta “Drama Cues” di Alan Tew, e sette temi in stile di Alan Parker, James Clarke e Alan Hawkshaw.

Unleash The Archers – Apex
In ambito hard ‘n’ heavy, il Canada è particolarmente famoso per due stili: un AOR cristallino e nitido e un heavy metal classico particolarmente epico e arrembante. Ad ulteriore (dopo Cauldron, Striker, Skull Fist e molti altri) conferma che quest’ultimo stile è uno degli export di punta del vessillo con la foglia d’acero si pongono gli Unleash The Archers, che sono in giro da più di dieci anni e hanno recentemente pubblicato il loro quinto album “Abyss”. Ma non è a questo che ci si deve rivolgere per trovare un’uscita sorprendente in un panorama stilistico dalle coordinate limitate e molto affollato, bensì al predecessore “Apex”, del 2017. Qui le varie anime del metal che guarda alle classiche sonorità heavy senza però volersi arroccare in filologiche quanto stantie riproposizioni si saldano al meglio, complici le capacità compositive del gruppo, l’enorme abilità strumentale dei musicisti (soprattutto i due chitarristi e il batterista) e la varietà nel dosaggio degli stilemi. In questo disco il tipico suono power metal convive con ritmiche fratturate di doppia cassa e inserti di matrice groove, le chitarre armonizzate di ascendenza maideniana non stonano a fianco di una voce occasionalmente in growl, riff stradaioli ripresi dalla NWOBHM si saldano ad epiche andature cadenzate e a falsetti sia maschili che femminili. Ottimamente prodotto (nonostante le recenti tendenze “polimeriche” della Napalm), “Apex” tiene magnificamente insieme tutto ciò che di buono ha prodotto l’heavy metal negli ultimi anni, suscitando tuttavia il timore che i suoi autori non siano in grado di superarlo in qualità, rendendo così il titolo un inequivoco nomen omen. E se anche fosse, poco male, perché resterebbe comunque “Apex” a confermare che si può ancora dire qualcosa in ambito heavy metal, e dirlo bene.

Damnatio memoriae

Metallica – S&M 2
Non ho idea di chi, maggiorenne, e non solo di età, possa averlo ascoltato.

Solo l’ostile ci salverà: Evildead – United $tate$ of Anarchy

evildead - united states of anarchy

Difficile trovare un momento migliore per un gruppo thrash metal americano per pubblicare un disco del trascorso periodo preelettorale, governato dalle ben documentate tensioni sociali e dalle altrettanto note difficoltà nella designazione del nuovo presidente.

A chi può interessare, però, un disco di thrash classico suonato da un gruppo riformatosi praticamente per l’occasione dopo quasi trent’anni, con la formazione per quattro quinti identica? A praticamente nessuno, e infatti io stesso mi trovo a trattarne a distanza di troppo tempo dall’uscita, avvenuta il 30 ottobre (ducetto o scherzetto?). “Troppo” perché questo “United States Of Anarchy” è un commentario a caldo della situazione statunitense un attimo prima delle elezioni presidenziali del 2020, esplicito già dal titolo e dalla copertina del solito (terzo lavoro su tre album del gruppo) Ed Repka. I testi sono eloquenti in tal senso, come indicano il riferimento al dilemma tra scegliere “la puttana delle corporation” o “l’hombre cattivo” e l’espressa ancorché generica (?) accusa di essere “an American Mussolini“. È la musica, però, che contrasta con l’immediatezza del momento descritta dai testi e dall’immaginario, perché nei nove brani alligna un thrash metal letteralmente old school, totalmente classico ma al tempo stesso non revivalista. Primo, perché gli Evildead hanno debuttato nel 1989, quando il genere era all’apogeo, ed è quindi difficile e vagamente illogico accusarli di revivalismo. Secondo, perché il thrash metal nasce come forma espressiva che sputa in faccia alla società, in maniera diretta e brutale, gli orrori che essa genera, e dunque è intrinsecamente contemporaneo, nei suoni come nella funzione di denuncia. Suonare thrash metal nel 2020 ha lo stesso significato che poteva avere nel 1986: reagire a un mainstream musicale artefatto e vacuo sollevando, con un linguaggio accessibile a molti, numerosi veli di ipocrisia ammantati su nervi scoperti delle società occidentali (dalla diffusione della droga all’oppressione della religione organizzata, dalla devastazione ambientale all’insensato militarismo, dal potere incontrastato del denaro alla doppia morale pubblica e privata) attraverso la costruzione di immaginari distopici, e spesso realisticamente tali, di distruzione totale o di asservimento tecnologico, senza perdere l’occasione di spassarsela un po’ facendo casino, bevendo e pogando. E se i significati restano identici, anche le motivazioni non sono mutate, proprio perché i problemi denunciati in quel passato che costituì il periodo aureo del thrash si sono in alcuni casi mantenuti e in altri aggravati notevolmente; in questo contesto, un nuovo disco degli Evildead ha senso di esistere oggi come nel 1989, e questo la dice lunga su come è andato il mondo. Resta quindi da capire se avesse senso far uscire un disco in questo momento, inteso tanto in senso ampio, collettivo, quanto in riferimento al gruppo, e la risposta è doppiamente positiva.

Quanto al primo aspetto, è difficile dubitare che l’anno in corso sia (stato) un momento di enormi tensioni, in cui i problemi strutturali dell’organizzazione socio-economica dominante sono emersi prepotentemente in tutta la loro lacerante contraddittorietà. Quanto, invece, al secondo aspetto, fa impressione rivedere in azione un gruppo inattivo da decenni, a parte qualche breve reunion per concerti occasionali, in questo stato di forma. L’impressione, insomma, è che gli Evildead avessero veramente qualcosa da dire, qualcosa di legato a questa contingenza storico-politica, soprattutto in riferimento alla situazione statunitense. Ne è uscito un disco onesto, da tutti i punti di vista: i brani sono pochi e tutti ispirati, sorretti da riff classicamente thrash metal eppure non dalla struttura stereotipata. I testi denunciano, ancorché sovente in maniera generica e forse qualunquista, l’insensatezza del sistema elettorale (The Descending, peraltro ottimo singolo), il cinismo ipocrita della bigotteria (Word Of God), il delirio di onnipotenza dei governanti (Napoleon Complex; facciamo di un governante in particolare), la follia della corsa agli armamenti (A.O.P./War Dance), l’emergenza climatica (Greenhouse) e altre storture ormai incancrenite del sistema. Le ritmiche si assestano su tempi medi, complice anche l’età non più verde del batterista Rob Alaniz (e l’aver mantenuto in formazione costui, anziché sostituirlo con l’ennesimo ragazzino a suo agio nei panni del virtuoso da webcam, costituisce parte non piccola dell’impressione di onestà suscitata da questa rentrée discografica), per un risultato spesso non dissimile, per impatto e groove, dagli Anthrax di I Am The Law. La produzione è del veterano Bill Metoyer (che emozione leggere nuovamente su un retrocopertina la dicitura “Produced by…”!) e non eccede in finiture, lasciando, anzi, alcune sbavature sulla definizione sonora (la cassa della batteria è spesso distorta, ad esempio su Napoleon Complex, a dimostrazione che del trigger non si è abusato in studio), garantendo però impatto e compattezza senza sacrificare alcuno strumento, basso e cori in particolare. La copertina richiama in servizio la mascotte EvilFred, già presente sui due album precedenti, e affida al parimenti veterano Ed Repka l’illustrazione dello scenario caotico richiamato dal titolo e affrescato dalla musica. Un disco di thrash metal onesto e autentico, dunque, realizzato da chi ha fatto di questa musica una ragione di vita e la rispetta troppo per uscirsene con un album ogni due anni per pagarci le bollette, preferendo pubblicare qualcosa quando ce n’è veramente un motivo e a quel punto facendolo nel modo migliore possibile, avvalendosi dei migliori professionisti del settore disponibili. Un disco verace; questo è “United States of Anarchy”, commentario in diretta sugli Stati Uniti (chaos) A.D. MMXX ed ennesima riprova della ragion d’essere, e di continuare ad essere, del thrash metal, al di là di orchestre sinfoniche e aneliti post-adolescenziali all’età dell’oro.

Difficile dire se questo disco avrà un seguito. Ma forse, considerato che cosa rappresenta, sarebbe meglio se non ce l’avesse. Meglio poter passare oltre e (ri)trovare motivi per sorridere, senza farsi troppe domande. Forse sarà possibile, ma probabilmente no. Perché cambia il contesto circostante, ma non il circo contestante. Meno male.

Molto oltre il Sole. Considerazioni sparse su Yngwie Malmsteen e dintorni.

Ora che il vecchio giovane capo vichingo è irrevocabilmente diventato il fenomeno da ba(ld)raccone che chiunque non sia dedito al culto della semibiscroma avrebbe immaginato già da molto tempo, si può senza tema di smentite tracciare un piccolo bilancio, parziale anzichenò, dell’apporto di Yngwie Johann Malmsteen, fu Lars Yngwee Lannerback, al mondo musicale. Ammesso che ce ne sia bisogno, ma non si sa mai.

Invero, il personaggio è quello che è, e a lungo andare (leggasi “dopo i primi quattro album”) è divenuto crescentemente tronfio di carattere e inconsistente di qualità musicale, e tuttavia liquidarne l’influenza e la rilevanza in base a queste sole coordinate caratteriali, prima ancora che musicali, è avventato e ingiusto. Non che la critica musicale ufficiale anzichenò si sia mai fatta alcuno scrupolo al riguardo, e tuttavia mi pare che, nel valutare il musicista Yngwie Malmsteen, chiunque non sia disposto a riconoscere quanto segue possa essere tacciato di mala fede:
1. Malmsteen (chiedo scusa, Yngwie Johann Malmsteen; come se i fan di, chessò, Springsteen, tutti notoriamente candidati al Premio Nobel nei più disparati campi dell’umano agire, lo chiamassero sempre Bruce Springsteen…) è il chitarrista più riconoscibile di tutti gli anni Ottanta; che piaccia o meno, il suo timbro e il suo fraseggio sono inconfondibili;
2. Da solo Malmsteen ha creato un genere musicale con annesso settore industriale (etichette, riviste specializzate, video didattici, endorsement di chitarristi da parte di aziende produttrici di strumenti, sviluppo di chitarre ed effettistica mirati): quello dello shred e dei cosiddetti “guitar heroes”, che tuttavia affondano le radici anche in musicisti provenienti da generi considerati molto più “alti” del vil metallo (ad esempio Frank Gambale, accreditato come primo teorico dello sweep picking, una tecnica chitarristica che è forse la pietra angolare dello shred; Allan Holdsworth, altro velocista del manico a sei corde; una buona fetta della musica barocca e romantica europea);
3. Malmsteen richiama molto da vicino estetica, stile e modo compositivo di Ritchie Blackmore, del quale costituisce, in un certo senso, un’estremizzazione, portando alle estreme conseguenze la fusione tra influenze blues e classiche nella chitarra rock. Sicché, a prescindere dal valore compositivo, ben diverso, dell’uno e dell’altro, screditare Malmsteen per lo stile compositivo dozzinale, schematico e ripetitivo nelle sequenze di accordi come pure nei fraseggi solistici, significa di fatto affossare le innovazioni blackmoriane nella chitarra rock: siamo sicuri che sia una buona idea?
4. Malmsteen, in quanto iniziatore del pur criticabile stile “neoclassico”, ha dato un contributo determinante al recupero del canone classico e ad un suo aggiornamento ai modi del rock, in maniera senz’altro più viva e meno citazionista e pedante della quasi totalità della produzione progressive. Io sono limitato nella scrittura e nella conoscenza (d’altra parte posseggo i primo quattro LP di Malmsteen…), e dunque rimando al terzo capitolo di “Running With The Devil: power, gender and madness in heavy metal music” di Robert Walser per ulteriori approfondimenti.

È chiaro che YJM (come i pickup DiMarzio a lui intitolati; parta la corsa agli armamenti, ché tanto è tutto un gioco) può piacere o meno, e ci sta tutto che il suo stile non piaccia, ma lo sguardo oggettivo e storicamente conscio che si chiede a un critico non può ignorare quanto sopra, a mio parere.

Fermo ciò, se il nostro uomo non ce ne mettesse del suo e tirasse fuori un disco anche al livello di un “Magnum Opus” – del 1995 e a tutt’oggi l’ultimo suo disco ascoltabile con un certo piacere da capo a fondo – il giudizio non cambierebbe; come, del resto, non cambierebbe lui, arroccato nella sua magione su un’isoletta della Biscayne Bay dal nome altisonante e intento a scorrazzare per il mondo armato di cavallini rampanti e manici scalloped e permanenti e giacche di serpente. Ma questo non conta: nonostante la perplessità che l’asserzione può suscitare, e nonostante le velenose critiche che gli sono state mosse da più parti, Yngwie Malmsteen ha cambiato il mondo. E non necessariamente per il peggio, se si deve valutare come il livello tecnico medio dei chitarristi, anche quelli amatoriali, nel mondo attuale sia decisamente più alto rispetto a un trentennio addietro, e ciò in virtù di innovazioni nel modo di suonare che ha introdotto nel grande pubblico proprio questo svedese che, ammantato di un ego spaventoso e bisognoso di riconoscimento, da neomaggiorenne sbarcò in America ben saldo nel proposito di conquistare il mondo con sei corde, un manico e due mani. Chiunque suoni la chitarra oggi gli deve qualcosa, nel bene e nel male, e già questo basterebbe, a prescindere da ogni valutazione sulla qualità della sua musica.

In conclusione, una riflessione amara. Si è detto che Malmsteen sbarcò negli Stati Uniti a inizio anni Ottanta, determinato ad aprirsi la strada come miglior chitarrista del mondo e convinto che l’unico modo per farlo fosse recarsi in quel Paese, dove i sogni più improbabili si avverano e dove chi ha le potenzialità e la determinazione può emergere fino a diventare il numero uno al mondo; un percorso non diverso da quello di molti altri personaggi, soprattutto nel mondo dello spettacolo, soprattutto dalla fine degli anni Sessanta fino a metà anni Ottanta (due esempi: Arnold Schwarzenegger e Giorgio Moroder). Oggi quell’America del sogno, luogo dove l’impossibile è a portata di mano e dove anche un emigrante può diventare, se non presidente, governatore della California o milionario o comunque il riconosciuto maggior esperto mondiale di una disciplina, è svanita, e nulla della situazione attuale suggerisce che quell’opzione sia ancora esistente, e non solo in ambito musicale. Come ha scritto Tom McTague su “The Atlantic” il 24 giugno scorso, “come cittadini del mondo creato dagli Stati Uniti, siamo abituati a sentire coloro che odiano l’America, ammirano l’America e temono l’America (a volte contemporaneamente). Ma provare pietà per l’America? Questa è nuova, anche se la Schadenfreude è dolorosamente miope. Se è l’estetica che conta, gli USA oggi semplicemente non sembrano il Paese che il resto di noi dovrebbe aspirare a invidiare o riprodurre.“. Insomma, l’America del suogno (“la Schadenfreude è dolorosamente miope”, si diceva) è definitivamente tramontata, e questo significa che non ci sarà un altro Malmsteen.

Nel bene e nel male.

Hindsight is always 2020

Alla trentunesima edizione dei Grammy Awards, il 22 febbraio 1989, veniva per la prima volta introdotta la categoria Best Hard Rock/Metal Performance Vocal or Instrumental, il premio assegnato avendo riguardo ai risultati conseguiti nell’anno precedente, il 1988. A contenderselo c’erano i Metallica e i Jethro Tull. I primi astro ormai nato e giunto allo zenith di tutto il movimento metal degli anni Ottanta, che arrivavano alla competizione sulla scia di quattro album considerati da subito caposaldi del genere e baciati da straordinari e ubiqui consensi di pubblico e critica. I secondi reduci della stagione progressive inglese degli anni Settanta, con ottime entrature nell’industria (l’ex batterista Barriemore Barlowe un affermato manager di A&M per le principali major discografiche) e l’ultimo album pubblicato due anni prima, il secondo in cinque anni, accolto tiepidamente dalla critica (quella ufficiale, non quella di settore; differenza rilevante, negli anni Ottanta) e bene dal pubblico.

Vinsero i Jethro Tull.

Ma le proteste furono così accese e ubique che l’anno seguente l’Academy fu costretta ad introdurre due distinte categorie: Best Hard Rock Performance e Best Metal Performance. Quest’ultima fu vinta dai Metallica, per il brano più in vista dell’album con cui si erano presentati all’edizione precedente.

A volte succede. Così, giusto per dire.

Dc a 9: i dischi

Ed ecco, dopo due mesi di assenza e qualche tentativo di articolo abortito, l’annuale adempimento del dovere compilativo. Anno musicalmente avaro, questo 2019, che ha visto più defezioni rilevanti (João Gilberto, Dr. John, Dick Dale, Roky Ericsson, Rik Ocasek, Ginger Baker, Andre Matos) che album degni di menzione, tanto che a stento mi riesce di individuarne dieci per la consueta playlist. Un anno da dimenticare, insomma. Procedo dunque all’elencazione ritenuta adeguata, in no particular order come sempre, confidando che il 2020 possa portare un netto miglioramento da tutti i punti di vista. Augh.

Dischi notabili

1. REFUSED – WAR MACHINE
Qui. E il passare del tempo non attenua ascolti e riscontri. Il disco dell’anno, per quanto se ne può sapere da queste parti.

2. THE BACKDOOR SOCIETY – THE BACKDOOR SOCIETY
Qui. Confermati impatto e mestiere; una promessa, e chissà che il gruppo riesca a mantenerla.

3. EX HEX – IT’S REAL

ex hex - it's real

Questo trio americano interamente femminile ha pubblicato quest’anno il suo secondo ellepì, colmo di un power pop accattivante e ben costruito, che tiene insieme la freschezza melodica di matrice pop, l’esuberanza irruente di stampo punk e un vago ascendente hard rock nelle partiture di chitarra. E il coloratissimo risultato non delude affatto. Delle Go-Go’s per il Ventunesimo secolo, come peraltro suggerito dalla copertina.

4. THE NIGHT TIMES – HERE WE GO

the night times - here we go

Avete presente il detto anglofono secondo cui non si può giudicare un libro dalla sua copertina? Ecco, dimenticatelo, ché il debutto dei californiani Night Times confessa apertamente e con orgoglio le sue intenzioni già dalla foto di frontespizio: proporre una mezz’oretta del più puro e selvatico garage punk di stretta osservanza Sixties, le chitarre una pulita e una fuzzata, l’organo Farfisa o Vox, i ritmi convulsi, i tamburelli, le maracas, le urla e tutto il resto. Operazione riuscita alla perfezione, in un disco (uscito solo su vinile, peraltro) che trasuda eccitazione senza dimenticare la ballabilità, riuscendo così a trasmettere la sensazione di esuberanza ormonale che ha sempre costituito il primum movens del genere. Difficile e forse insensato selezionare singoli brani, ma mi pare comunque preferibile farsi scorticare cento volte da un pezzo come I Don’t Mind o agitarsi in preda alle convulsioni surf di Go Mental o al febbrile rockabilly di Charmed che cedere alle lusinghe di uscite più blasonate o sedicenti originali. Santino (?) dei Sonics in tasca e pepe al culo, insomma. Ben arrivati, tempi notturni.

5. AMYL AND THE SNIFFERS – AMYL AND THE SNIFFERS

amyl and the sniffers - amyl and the sniffers.jpg

Debutto sulla lunga distanza dopo due EP in tre anni per questi quattro australiani, capitanati dalla magnetica Amy Taylor e autori di un tellurico punk garagistico, che richiama da vicino le più urticanti proposte proposte rock n’ roll di quella terra spargendo energia a piene mani grazie alla foga esecutiva dei musicisti e alla voce abrasiva e allupata della cantante, ideale continuatrice della scuola di Wendy O. Williams e Poly Styrene senza peraltro dimenticare un vago sentore pop preso a prestito dalla Debbie Harry degli esordi, che fa capolino qui e là e che l’ascoltatore attento potrà cogliere a tratti, negli interstizi del muro chitarristico e ritmico eretto dagli Sniffatori. Punk fatto come si dovrebbe, con il rock n’ roll come ragione di vita e anche un po’ più in basso. Down under, d’altronde.

6. RIOT CITY – BURN THE NIGHT

riot city - burn the night.jpg

L’ondata di revival del metal classico è ormai grandemente scemata rispetto all’inizio del decennio, ma ciò non significa che non continuino a uscire ottimi dischi ispirati alle sonorità heavy degli anni Ottanta; anzi, la sopravvenuta riduzione della platea permette di apprezzare ancora di più i risultati più alti e di commuoversi per la dedizione di chi continua a praticare il genere prediletto a prescindere dalle mode. Questa volta il plauso cade sui Riot City, giovani canadesi (provenienza geografica che stupisce ben poco per questa proposta) che a maggio hanno debuttato con un gioiellino di heavy speed totalmente ottantiano, che guarda a Judas Priest, primi Iron Maiden, Raven, Vicious Rumors e Savage Grace per produrre una colata di acciaio ispirata al power metal americano e forgiata sulle chitarre armonizzate e sugli acuti perforanti di Cale Savy. Intensità costante, riff perfettamente concatenati, ritmica serrata, oltre ad una produzione che valorizza i singoli strumenti senza cedere a tentazioni ottusamente filologiche (proverbiale la mancanza di dinamica di molti album storici del metal anni Ottanta) e ad una copertina che riesuma l’Hellion, custode del priestiano “Screaming For Vengeance”, fanno di “Riot City” il miglior album di heavy metal uscito quest’anno. Chissà che fine hanno fatto gli Striker, a proposito.

7. DUFF MCKAGAN – TENDERNESS
Qui. Ribadisco: chi l’avrebbe mai detto.

8. LES GRYS-GRYS – LES GRYS-GRYS

les grys grys - les grys grys

Francesi di Montpellier, i cinque Grys-Grys hanno esordito quest’anno con un LP di ascendenza sessantiana di qualità incredibile, maturo nei riferimenti stilistici e nella scrittura: sfacciatezze mod si fondono a umori psichedelici, l’esuberanza garage si appaia all’allusività rock-blues, suoni ricercati corredano essenziali jungle beat e la ricercatezza melodica non pregiudica l’impatto. Who, Stones, Bo Diddley, Electric Prunes, Yardbirds, Sonics e molti altri copulano felici in questo disco. Come dei Creation Factory più raffinati, insomma. Davvero incredibile.

9. JEFF DAHL – ELECTRIC JUNK

jeff dahl - electric junk.png

Questo disco non è nemmeno indicato su Discogs, e di mister Dahl a tutt’oggi non esiste nemmeno una pagina di Wikipedia, nonostante le decine di uscite a suo nome e le comparsate in dischi e progetti musicali altrui, a conferma della natura elusiva di questo piccolo eroe dell’underground, attivo sin dalla fine degli anni Settanta e in qualche modo riuscito a eludere persino quel fazzoletto di notorietà quantomeno settoriale che l’informazione telematica garantisce a praticamente chiunque. Merito, o colpa, di un atteggiamento a suo modo incompromissorio, incentrato sulla riproposizione costante di un punk n’ roll coinvolgente anche se raramente memorabile (mirabile eccezione “Wasted”, uscito nel 1991) e dunque presto archiviato nella sezione del revivalismo carbonaro come materia per cultori. A riprova della coerenza dell’uomo si pone questo “Electric Junk”, autoprodotto e pubblicato con diffusione streamingzita e una volta di più zeppo delle solite melodie trascinanti flagellate da chitarre essenziali, rese con mezzi e suoni parimenti essenziali, nel più puro spirito del ’77. La presenza è motivata più dal valore simbolico della coerenza stilistica e attitudinale che dall’effettiva consistenza dell’opera, e nondimeno “Electric Junk”, pur non essendo più di quanto il titolo promette, si fa ascoltare con un certo piacere anche più di una volta.

10. TUXEDO – TUXEDO III

tuxedo - tuxedo III

Se Michael Jackson fosse vivo e facesse un disco così sarebbero in tanti a spellarsi le mani in applausi. E invece ne è autore un duo di produttori americani, giunti ormai al traguardo del terzo album e animati dall’intento ben preciso di rivitalizzare la disco, aggiornandone lo spirito all’epoca del #metoo e del reggaeton. Divertirsi e divertire con stile e colorando di glamour le lenti deformanti della popstalgia è lo scopo di “Tuxedo III”, ed è pienamente raggiunto: le drum machine essenziali conducono al bersaglio il ritornello appiccicoso di You And Me, Tuxedo Way anima party di ieri e di domani cavalcando un basso insidioso con commento di coretti da Studio 54 e c’è persino tempo per abbassare luci e ritmi con un accenno di ballata, quella Toast 2 Us che ha fatto propria la lezione del R&B anni ’90 senza peraltro dimenticare qualche aroma jazz, a dimostrazione che anche la più filologica delle riproposizioni non è mai una totale copia carbone del passato. Un disco con dichiarati intenti mercantili e tuttavia realizzato con una certa classe e la giusta dose di leccata sfrontatezza. Gli(lle)tterati e orgogliosi.

Altre pillole di 2019
SPIDERGAWD – V: una garanzia: rock duro ma composto e suonato con intelligenza, con in mente first and foremost la canzone e le sue esigenze, la melodia in primis. Che in questo album è un po’ più presente rispetto al passato, ma che nondimeno non comporta alcun sacrificio in termini di qualità e integrità. Magistrali per continuità.

BELLRAYS – PUNK FUNK ROCK SOUL VOL. 2: una garanzia vol. 2: la miscela si è fatta più blended, con più rock classico e soul a sopperire alla foga punk degli esordi, ma la classe non è acqua e qui si sente ancora una volta: Bob Vennum e i ragazzi sprigionano il fulmine o la scossa alla bisogna, e Lisa Kekaula è la solita pantera che sa cavalcarla con sfrontatezza, aggressività o sensualità. Si nota un leggero appannamento della scrittura rispetto al passato anche recente (leggi: anni Dieci), ma che suonino tozzo hard (Perfect), boogie lascivo (Bad Reaction) o pensosi blues (Every Chance I Get), i Bellrays restano sempre la solita, grandiosa macchina da rock n’ roll.

SACRED REICH – AWAKENING: non esattamente perfetto, ma un incoraggiante segnale nell’ottica del rientro nel genere, che poi è il thrash metal legato alla vecchia scuola, quella degli anni Ottanta, suonato con intelligenza e senza fanatismo, come è proprio di chi quel periodo lo ha vissuto in prima persona. Certo, i giorni di gloria (?) sono alle spalle, ma fa sempre piacere sapere che, in tempi di sommovimenti politici latinoamericani, c’è chi suona, oh se suona, la sveglia.

KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – INFEST THE RATS NEST: gli imprendibili e imprevedibili australiani da due LP l’anno colpiscono ancora, forgiando nove tracce di heavy metal misto a speed metal ottantiano e con una punta di hard rock, suonato con intelligenza e senza cadere in frusti stereotipi. Impatto, atmosfera, coinvolgimento e la solida, mefitica voce di Stu MacKenzie. Davvero notevole, poi, in chiave di estetica metal, la gigeriana copertina. Ci stava bene in Top 10 (anche perché, diciamocelo, ‘sto Jeff Dahl, ma chi cazzo è?), però ormai è andata così. Da ascoltare senza esitazione.

ATLANTEAN KODEX – THE COURSE OF EMPIRE: il metal in uno dei suoi massimi picchi emotivi: heavy cadenzato e crepuscolare per descrivere la fine di un’epoca, quella della civilità occidentale. Mai troppo veloce e sempre decadentemente melodico, per un risultato incredibilmente icastico. Difficile da descrivere a parole, ed è un buon segno. Sarebbe stato bene in Top 10, ma è la fine di un’epoca, per l’appunto.

L’altro 2019
UNIDA – COPING WITH THE URBAN COYOTE
Questo disco mi ha letteralmente salvato la vita, nel periodo buio da fine agosto a inizio ottobre. L’ho scoperto per caso, qui, e altrettanto casualmente ho deciso di ascoltarlo; la sua potenza, quel suono pastoso e saturo, quel basso di inaudito spessore, quella foga esecutiva mi hanno investito, facendomi capire che c’era ancora qualcosa di valido nella vita e un motivo per lottare. Mi ci sono quindi aggrappato, e la voce ululante di John Garcia mi ha sorretto. Anzi: il “your eyes don’t look just the same” all’inizio di If Only Two mi ha inchiodato alle mie responsabilità di vivente, spingendomi a cercare un rilancio, che ogni ascolto di questo disco ha spinto sempre un passo oltre. Non potrò mai ringraziare abbastanza gli Unida (e chi me li ha fatti scoprire) per ciò che hanno fatto, e cioè “Coping With The Urban Coyote”, che, per quanto mi riguarda, trasmoda da titolo a missione. Mi accorgo adesso che il testo della canzone in realtà dice “your eyes both look just the same“: mi piace pensare che non sia un caso.

J.P. BIMENI & THE BLACK BELTS – FREE ME
Dopo gli Excitements, è ancora Barcellona via l’Africa a dettare i tempi del nuovo vecchio soul: J.P. Bimeni è ruandese, risiede nella città catalana e possiede una voce di potenza e sensualità incredibilmente prossima a quella di Otis Redding e Marvin Gaye; i Black Belts sono un quartetto indigeno dedito al soul strumentale sulla scia di MGs e Bar-Kays. Insieme firmano un LP, uscito nel 2018, di ottima qualità, in cui convivono ballate col cuore in mano (I Miss You) e agrodolci esuberanze (Honesty Is Luxury), in un contesto che distilla il suono Stax per l’epoca di Trump. Se l’onestà è un lusso, come il disco proclama, vale nondimeno la pena concederselo, e sul piano musicale “Free Me”, clamorosa opera prima, è un lusso d’altri tempi.

SIZIKE – U ZEMLIJ CUDA
Recentemente ristampato, questo LP uscito originariamente nel 1986 è opera dei Data, un collettivo jugoslavo a prevalenza serba autore di un pop sintetico e ballabile, tipico del periodo, proteso ad emulare i dettami modaioli imperanti illo tempore eppure nient’affatto privo di quella cifra estetica e stilistica di area slava, fatta di kitsch inconsapevole e senso del ridicolo nullo o quasi. Sintetizzatori analogici, batterie elettroniche d’antan e vocalizzi femminili prevalentemente in lingua realizzano un gioiellino di esotica motilità (facile prevederne l’acquisto/acquisizione da parte di dj hipsterici desiderosi di stupire la platea) senza per questo impedire l’ascolto casalingo o l’uso a mo’ di tappezzeria sonora. A corredo della ristampa ci sono anche tre brani altrimenti inediti dei Data, sempre in stile. Una godibile mezz’ora di new wave danzabilmente hipster e un inusuale angolo prospettico per riflettere sulla globalizzazione e sugli abiti in materiali sintetici; avvertenza: forte potenziale di culto.

ROY AYERS UBIQUITY – RED, BLACK & GREEN
Il soul jazz dei Settanta, il decennio d’oro del genere, al massimo della sua forza espressiva: ritmo irresistibile anche nelle sue declinazioni più pacate, arrangiamenti curati, varietà nell’improvvisazione e orgogliosa esibizione delle radici. La disco e le sue sbornie sono poco oltre (siamo nel 1973) e non saranno ignorate, ma qui Ayers suona ancora perché deve, per sé e per gli altri, per il corpo e per la mente; non a caso aprono e chiudono rispettivamente le riletture di Ain’t No Sunshine (Bill Withers) e Papa Was A Rolling Stone (Temptations), con la consapevolezza afrocentrica della title-track, posta a metà, a fare da spartiacque. Uno degli album migliori di uno dei maestri del vibrafono a capo di una delle sue formazioni più solide.

Damnatio memoriae
BLIND GUARDIAN TWILIGHT ORCHESTRA – LEGACY OF THE DARK LANDS
Il disco orchitestrale, finalmente.

BRUCE SPRINGSTEEN – WESTERN STARS
Come sopra. Ma la goduria vera è leggere gli inerpicamenti dei critici musicali per giustificare, contestualizzare, interpretare. Your eyes both look just the same.

Streaming for vengeance: The Dirt

The_Dirt_Movie_Poster

Atteso lungamente e infine realizzato quando Netflix ha acquistato i diritti sull’omonimo libro, “The Dirt” ha visto la luce ieri, 22 marzo, portando la biografia dei Mötley Crüe all’unico vero grado di fruizione nella quale avesse senso, quello audiovisivo, nonostante il libro non mancasse di charme e si ponesse, in ragione delle incredibili vicende capitate ai quattro (spesso, viene da pensare, esagerate o amplificate per ragioni narrative), come un vero e proprio romanzo. Ma l’aspetto visuale è sempre stato cruciale per la faccenda Crüe, e quindi sarebbe stato limitativo e forse persino ingenuo pensare che la pur potentissima arma dell’immaginazione riuscisse a rendere compiutamente un’estetica e un periodo storico che più di ogni altro all’infuori della contemporaneità ha fatto del look e del glamour il proprio elemento distintivo. Godiamoceli con gli occhi non meno che con le orecchie, i Mötley Crüe, ché la mente non serve veramente. Anche se ci piacciono dalla A alla Z, è all’incirca verso la R che danno il meglio di sé.

Confesso subito: temevo che il film sarebbe stata l’ennesima produzione coeva di biopic musicali, prona sui dettami ideologici della contemporaneità e dunque capace di distorcere la realtà e le sue pur sgradevoli o persino orribili implicazioni in nome dell’onnipresente e in apparenza invincibile politically correct. Una soluzione del genere avrebbe ucciso un film de(l) genere, e anche un annacquamento ideologico avrebbe avuto effetti devastanti sulla narrazione, perché nulla di ciò che ha riguardato i Mötley Crüe è mai stato improntato alla correttezza, politica, ideologica o di altra natura; poteva funzionare – e ha infatti funzionato – per i Queen, ma non per Vince, Mick, Nikki e Tommy. Sono quindi sollevato nel constatare che del politically correct non c’è tutto sommato traccia in “The Dirt”: i protagonisti e il loro entourage erano bianchi, e come tali sono stati ricostruiti, senza posticce interpolazioni nel nome dell’equità razziale; il sesso, anche nelle sue componenti più selvagge e decadenti, era una componente essenziale del modo di essere del gruppo, e anche su nudità e simili non ci sono stati tagli significativi (anche se, trattandosi dei Mötley Crüe e di sesso, the more the better è sempre un’opzione); la droga, tutta, anche quella pesante e nelle sue peggiori implicazioni, c’è e pervade tutta la parabola narrativa, come è probabile che sia successo davvero e come si ricava dal libro e dalle altre fonti, orali (!) o scritte, a disposizione; il maschilismo e la violenza ci sono e si vedono; il decadentismo c’è e si vede e si sente, insomma. E già questo è un successo.

Ma se la sceneggiatura si dimostra fedele al libro, e la sua realizzazione non si distacca particolarmente dalla realtà, ottima risulta anche la scelta del cast: Douglas Booth è davvero simile a Nikki Sixx, l’aura maledetta e pericolosa di Iwan Rheon (basta ricordarselo nei panni di Ramsey Bolton in “Il Trono di Spade”) si attaglia perfettamente al taciturno Mick Mars e il tatuato Colson Baker riesce a rendere in maniera adeguata l’esuberanza adolescenziale di Tommy Lee. Senza parlare delle protagoniste femminili, sostanzialmente in secondo piano nella narrazione ma tutte perfettamente calate nella parte a ciascuna assegnata e, per così dire, esteticamente conformi. Neanche gli effetti speciali deludono, limitandosi a ricostruire e, beh, riprodurre lo show ultrapirotecnico del gruppo senza strafare, come sembra invece un must in quest’epoca di grafica computerizzata. L’ambientazione, poi, è perfetta: l’immaginario della California meridionale degli anni Ottanta è restituito alla perfezione, con il suo carico di palme, spider sportive, vestiti attillati di cuoio e animalier, feste, ville e blonde bombshells, e solo a voler fare i feticisti si può muovere alla produzione qualche piccolissimo appunto (l’auto in cui Vince e Razzle fanno l’incidente era una De Tomaso Pantera del ’79, non una Chevrolet Corvette; ma trovala tu, nel 2019, una De Tomaso Pantera…). E anche la regia risulta incredibilmente misurata nell’uso degli espedienti narrativi, limitandosi a una ricostruzione piana e cronologica della vicenda (ulteriore dimostrazione della bontà della sceneggiatura e, prima ancora, del libro da cui è tratta in maniera sostanzialmente pedissequa) che sa valorizzare gli elementi più spumeggianti senza per questo evitare di soffermarsi sui momenti più tragici della storia; il regista, Jeff Tremaine, viene da produzioni seriali improntate alla frenesia narrativa, ma “The Dirt” lo trova, in maniera forse sorprendente, consapevole del suo ruolo e delle esigenze di copione. Sulla scelta musicale, poi, non mi dilungo, rilevando come anche in questo caso abbia prevalso un self-restraint tanto incredibile quanto efficace (simile, in questo, allo stile chitarristico di Mick Mars) e come la versione trip-hop di Live Wire funzioni davvero bene, sia di per sé che per gli scopi narrativi a cui è adibita; per il resto spero prevalgano la curiosità e il desiderio di divertimento del pubblico.

Insomma, un prodotto magistrale, realizzato per divertire con stile e pienamente riuscito nei proprio intento. Perché, obiettivamente, fare un film sui Mötley Crüe nel 2019, oltre che vellicare gli istinti ludici degli oramai non particolarmente giovani fan, serve solo a intrattenere piacevolmente, stampando un sorriso sulle labbra (scegliete voi quali) degli spettatori e implicitamente rilevando la distanza tra lo show biz che fu, in cui comportamenti eccessivi di ogni sorta erano tollerati e in un certo senso considerati parte del rischio d’impresa, e quello odierno, in cui è ancor più vero di allora che il profitto è tutto e i tempi di realizzo non consentono di creare immaginari, suggestioni e circhi capaci di catturare durevolmente la fascinazione del grande pubblico. Questo hanno fatto, i Mötley Crüe; hanno catturato l’attenzione del pubblico, ed è difficile competere con loro in questo campo, anche oggi, anche in video.

Immagino che consigliare la visione di “The Dirt” a chi si interessa della materia (rock, ma anche divertimento) risulti, a questo punto, forzato. Ma forzato è stato anche il successo dei Mötley Crüe a fronte degli effettivi meriti musicali, e quindi ci può stare. Un ultimo appunto: siccome produce Netflix, il film è stato pubblicato solo su tale piattaforma, e non nei cinema (a quanto consta); pertanto, profittarne in streaming è l’unico vero modo di fruirne, puro divertimento e poi via a farsi distrarre da altro. ‘cause I’m a live, live wireless.

Streaming for vengeance, ecco come dobbiamo fare. Ecco cosa ci resta.

‘cause I’m: “Hey Teen!”. Minimo annuario discopatico.

Esiste solo una cosa più da sfigati che comprare “Dookie” in CD nel 2018 e ben dopo aver compiuto i trent’anni: macchiarne il libretto con la zuppa di verdure. Surgelata.

È con questa consapevolezza che mi accingo a riferire pillole musicali dell’anno ormai trascorso, che ha visto meno lutti di quello andato (anche se Vinnie Paul…) ma anche meno dischi memorabili. D’altronde il ’18 è l’anno della vittoria, ed è fisiologico rilassarsi un po’. Dite di no, che non ci rilassiamo proprio per niente? Oh beh, peggio per voi: io ho “Dookie”. Sì, beh, quasi.

Auguri.

Dischi notabili

1. JUDAS PRIEST – FIREPOWER
Ne ho scritto a caldo qui e confermo tutto. Dal vivo a Firenze, poi, i pezzi nuovi non hanno per nulla sfigurato a fianco dei classici, e questo vorrà pur dire qualcosa. Col passare del tempo e degli ascolti il valore dell’album si è normalizzato, ma resta comunque la migliore uscita dei Priest dai tempi di “Painkiller”, confermando che proprio quando è data per spacciata la formazione inglese dà il meglio di sé. Il futuro è ignoto, ma un simile congedo discografico sarebbe un trionfo.

2. VISIGOTH – CONQUEROR’S OATH
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Del quintetto di Salt Lake City e del suo secondo LP non si dirà mai abbastanza bene: heavy metal epico in senso tradizionale, possente ma non troppo veloce, zeppo di cori pensati per infondere coraggio sul campo di battaglia e di fraseggi di chitarra armonizzati che allargano lo spazio come un coro in una cattedrale gotica, prodotto al meglio ma con in mente la tradizione (“si sente che anche il produttore era in cotta di maglia!“, l’immortale commento di un amico), non troppo lungo e sempre memorabile (anzi, quasi sempre, Salt City un boogie trascinante ma stilisticamente e tematicamente fuori luogo). Non a caso griffato Metal Blade. Se non il disco dell’anno, senz’altro nel Valhalla con i migliori.

3. LUCIFER – LUCIFER II
Qui

4. THE 16 EYES – LOOK
Qui

5. THE MORLOCKS – BRING ON THE MESMERIC CONDITION
Qui

6. THE NIGHT FLIGHT ORCHESTRA – SOMETIMES THE WORLD AIN’T ENOUGH
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Neanche dodici mesi dopo l’ultimo album (di questi tempi, converrete, fa notizia, se uno non si chiama Ty Segall), i cinque svedesi tornano con il quarto LP in sei anni, confermando l’ottimo stato di salute di cui godono. La struttura è la solita: apertura con un brano tirato di hard rock simil-Seventies; prosieguo con addolcimenti tastieristico-melodici; singolo effettivo o potenziale in terza-quinta posizione; dosaggi variabili degli ingredienti predetti fino al congedo, preferenzialmente affidato a una stesura articolata ed evocativa. Però funziona anche stavolta; rischiando qualcosa nell’aggiungere ulteriore patina medio-ottantiana a una formula collaudata ma riscuotendo appieno i profitti del rischio, e basti a conferma il solo lato A dei quattro: This Time straccia i Rainbow post-Dio al loro stesso gioco, Turn To Miami si regge sui chiaroscuri di indolenza sensuale e pericolo tropicale evocati già dal titolo, Paralyzed riscrive in melius gli anni Ottanta dei Doobie Brothers e la title-track è purissimo e scintillante AOR come non se n’è sentito quest’anno. Io continuo a preferire il precedente “Amber Galatic”, ma qui siamo al vertice del catalogo del gruppo e del genere; ammesso che sia uno solo. Il catalogo.

7. THE CREATION FACTORY – THE CREATION FACTORY
CREATIONFACTORY
Quest’anno le sonorità di area Sixties non hanno dato frutti migliori di questo quintetto californiano alla prima prova sulla lunga distanza, che, complice una ragione sociale inequivocabile, un’immagine filologicamente ineccepibile e una produzione manieristicamente perfetta, mette a segno una delle uscite di area più godibili del giro intorno al sole. Un Bignami, potremmo chiamarlo; perché c’è dentro molto di ciò che conta: i Beach Boys in You Be The Judge, i Rolling Stones in Girl You’re Out Of Time, i Kinks in I Don’t Know What To Do e Why Can’t You Make Up Your Mind, i Them in I Want To Be With You, i Creation in Without You, i Byrds in Spring Ain’t Gonna Let You Stay e i 13th Floor Elevator in Hallucination Generation. Il tutto filtrato attraverso la sensibilità della quarta generazione di revivalisti dei Sixties, che ha assimilato ciò che è accaduto medio tempore ma resta fermamente intenzionata a riportare in vita al meglio possibile l’aura quantomeno sonora del decennio principe del rock. Revival o meno, il risultato è eccellente per scrittura, esecuzione e resa. Non resta che ascoltare e sperare silenziosamente che il debutto non diventi anche la tomba dei Creation Factory.

8. GHOST – PREQUELLE
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Un perfetto esempio di somma paraculaggine musicale, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost. Lima le asperità del precedente e vincente “Meliora” con una carta di grana fina che chiama in causa gli anni Ottanta di Def Leppard e Savatage, ma anche ABBA e Pet Shop Boys, per imbastire un vero e proprio blockbuster, pensato per essere un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, e riuscendoci perfettamente. Il plauso è stato ampio ma non generale, e ognuna delle opinioni non è implausibile. Certo è che la prestazione dei musicisti e del cantante è ancora una volta superlativa. Certo è che la scrittura è stata raffinata ai massimi livelli. Certo è che l’immagine, ancora una volta reinventata dal diabolus ex machina Tobias Forge, funziona e affascina come prima più di prima. Certo è che un singolo incisivo come Dance Macabre il rock non lo sentiva da tempo. Certo è che i Ghost sono i principali candidati a fare da headliner ai festival estivi dei prossimi anni, quando i veterani via via si ritireranno. Certo è che “Prequelle” ce lo si gode. Last but not least per merito della produzione di Tom Dalgety, capace di tenere insieme arrangiamenti articolati ed esigenze commerciali odierne, e del missaggio di un veterano del calibro di Andy Wallace, che dosa sapientemente la densità dei singoli strati sonori, adagiandoli l’uno sull’altro fino a fonderli in un unicum pieno ed avvolgente. Un capolavoro di professionismo, ecco cos’è “Prequelle” dei Ghost.

9. TH’ LOSIN STREAKS – THIS BAND WILL SELF-DESTRUCT IN T-MINUS
th'losin streak - this band will self destruct in t minus
Dopo quattordici anni da un debutto, “Sounds Of Violence”, che aveva fatto sobbalzare non pochi adepti del più selvatico sound garagistico, i quattro di Sacramento sono infine tornati insieme nel 2010 e quest’anno, dopo un acclamato tour europeo, hanno messo insieme un secondo album, anch’esso edito per la solita Slovenly Records e anch’esso selvaggio e urgente come ci si poteva aspettare dalle Scie Perdenti. Ma “This Band…” non è un calco del suo predecessore, perché inietta nella formula di sgangherato rock ‘n’ roll del gruppo una vena distintamente danzereccia e un senso della melodia di matrice mod che, se a tratti smorzano il flusso di elettricità, nondimeno conferiscono all’album una sua identità in un panorama anch’esso ormai fattosi affollato. Lo si può definire freakbeat, merce non particolarmente frequente in terra americana, e se uno come Tim Warren si prodiga a definirlo il migliore inciso quest’anno ci si può accodare senza troppe remore. Ciò che conta, dopotutto, è che la scrittura si mantenga di livello per tutte le tredici tracce, e questo disco, forte dell’adrenalina fuzzosa di (This Man Will Self-Destruct In) T-Minus, dell’esuberanza mod di You Can’t Keep A Good Man Down, dei richiami ai Creation di Order Of The Day e di quelli ai Kinks di  Falling Rain, lo fa. Non perfetto ma potentissimo e sempre coinvolgente, il secondo album dei Th’ Losin Streaks svetta per la splendida copertina, senza dubbio la migliore dell’anno. Avercene, di band che si autodistruggeranno così bene.

10. THE MARCUS KING BAND – CAROLINA DREAMS
marcus king band - carolina confessionsTerzo LP e terzo centro per la formazione del chitarrista e cantante del South Carolina, che a ventidue anni dimostra un’abilità di scrittura e una padronanza dei mezzi tecnici ed espressivi a dir poco sbalorditive. Ancora una volta tiene banco il Sud, principale serbatoio musicale americano e quindi inesauribile fonte di ispirazione per chi voglia mettersi dietro a un microfono con una chitarra in braccio. E the South does it again su “Carolina Confessions”, titolo che cita i sogni della Marshall Tucker Band (che però muoveva dal North Carolina) e scaletta parimenti da sogno con la partenza inarrivabile di Where I’m Headed, le acustiche degli Allman post-Fillmore che convivono sorridenti con i fiati di Otis Redding, e il prosieguo affidato al dramma di Goodbye Carolina, dove il country di Alan Jackson (Midnight In Montgomery) è trafitto al cuore da una slide carica di pathos come quella di Warren Haynes. E da qui in poi, tra il soul ancheggiante di Homesick, l’inchino ad Ike e Tina di How Long, il sofferto lirismo blues di Confessions e lo sterrato imboccato per fuggire da Memphis sulle note di Welcome ‘Round Here, niente è meno che meraviglioso. Un atto d’amore verso il southern rock che nulla ha di nostalgico o didascalico e molto, anzi tutto, di sincero e sentito. Probabilmente il disco dell’anno, e in ogni caso una plausibile ragione per ritenere migliore soffrire e trascorrere sotto un cielo blu a cinquanta stelle anziché sotto uno rosso a cinque.

Altre pillole di 2018
Immortal – All Shall Fall
: manca Abbath ma non conta nulla, perché è tornato Demonaz e i suoi riff thrasheggianti esaltano come non hanno potuto fare in questi years of silent sorrow. Non ci si crede che sia così consistente, eppure lo è; come il male, quello vero. Sento solo freddo, tanto freddo, fuori e dentro me.

Cranston – II: le parti strumentali di chitarra e tastiera sono in mano a Paul Sabu, uno che sa quello che fa. La voce, appartenente a tale Phil Vincent, sfoggia credibilmente un timbro ruvido e bluesy simile a quello che David Coverdale ha ormai perduto. Nel mezzo un valido esercizio di hard rock melodico, che bascula in zona hard blues ma non per questo disdegna l’AOR più virile. Uscita sottotono ma seconda a nessuno dei monicker più blasonati del genere.

Monstrosity – The Rise To Power
Una gradita sorpresa. Non che ci siano dubbi se ascoltare questo o “Millennium”, ma fa piacere saperli ancora vivi e ancora in forma, capaci di declinare il classico suono brutal death della Florida senza cadere negli opposti tranelli del revivalismo e dell’ultratecnicismo iperprodotto. Solo la morte resta uguale a se stessa, dopotutto. La morte, appunto.

Blackberry Smoke – Find A Light: I soliti grandiosi georgiani, leggermente più tirati a lucido di prima ma sempre a fuoco nella scrittura e nell’esecuzione. È legittimo preferire ciò che è venuto prima, ma i Blackberry Smoke restano il migliore gruppo southern rock al mondo (o magari il secondo, dopo la Marcus King Band).

L’altro 2018
The Feelies – Crazy Rhythms

Il primo vagito del college rock. Praticamente i Television risuonati dai R.E.M. con Maureen Tucker alla batteria, mentre i Weezer sbavano tra il pubblico. Forse il più sconosciuto classico del rock. Chissà perché, poi.

Greg Guidry – Over The Line
Chiamiamolo yacht rock ché va (ancora) di moda. Ma scritto bene, arrangiato meglio, eseguito a livelli stratosferici e prodotto come non si fa più. Il fatto che non sia reperibile in digitale se non da un paio d’anni scarsi dice chiaramente che non è un disco per tutti, ed è giusto e bene così.

Orchid – Capricorn
Per tanti è passato senza lasciare traccia, archiviato nell’affollata sezione di cloni dei Black Sabbath. A me ha lasciato un segno, e non so spiegare perché; forse perché condensa meglio di qualunque altro disco mi venga in mente il lato che preferisco di Iommi & co., quello della potenza poderosa e dell’impietosa ineluttabilità, e tanto mi basta a preferirlo negli ascolti a “Volume 4” e “Sabotage”, nientemeno. Sarà campanilismo zodiacale. Tenere un blog di musica mica è necessario, in effetti.

The Gruesomes – Gruesomania
Il migliore album garage di quelli non usciti negli anni Sessanta, e anche con quelli è battaglia serrata. Provateci voi ad ascoltarlo senza fare casino (rumore o altro).

Billy May –  Johnny Cool Soundtrack
Uscito nel 1963, “Johnny Cool” è un omaggio anni Sessanta alla stagione più feconda del noir, gli anni Cinquanta, e, nonostante il cast prestigioso e la regia solida, è poco più che il giusto intrattenimento per una serata qualunque. La colonna sonora, però, è opera di Billy May, uno dei più grandi arrangiatori dell’era swing e oltre, e ha quindi assunto una minuscola dimensione di culto per la sua capacità di affrescare vividamente le atmosfere stilose, minacciose ma invitanti, del noir con un precisissimo dosaggio dello spettro tonale e una padronanza somma della dinamica. Praticamente tutta strumentale (tranne la ballata finale, intonata da Sammy Davis Jr.) e affidata alla versatilità di una big band, questa colonna sonora è jazz per jazzofobi, noir per sorridenti, classe a buon mercato; non ne starei parlando, altrimenti. Ottimo il suono dell’edizione in CD su Ryko (l’unica etichetta che fa le jewel case verdi).

Damnatio memoriae
Incertum habeo
eccetera, quindi fate voi. Mi limito a rilevare che oggi, dopo tutti questi anni, ho finalmente capito perché quella volta al referendum ha vinto la repubblica: perché l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. E comunque quest’epoca streamingzita fa schifo.

Summer’s almost gone…

…e quindi sono stato a fare scorta. Eccone il resoconto, con l’avvertenza che da queste parti, un centinaio di anni fa, Hemingway veniva ferito in combattimento, e che quindi write drunk, edit sober resta un’opzione perfettamente in linea con il genius loci. Si parte.

Heart – Heart
heart-heart

Solo per rimpiazzare la mia copia vinilica, una stampa portoghese comprata per due soldi alla Feira da Ladra anni addietro. Perché certe cose suonano meglio se sanno di plastica, si sa; e se non lo si sa, basta guardare la copertina, che da sola vìola come minimo il Protocollo di Kyoto. Ma che suoni, signori! Una glassa, di quelle capaci di coprire il gusto se non si fa attenzione con i dosaggi, rilega il tutto, conferendogli quella patina affascinante che avvince inscindibilmente immagine, suoni e musica, legandoli al periodo storico di emissione. Ma la musica è il fattore dirimente, ed è qui di alto livello, non un brano meno che di immediata memorizzazione grazie alle corde vocali seriche e alla performance stellare della solita Ann Wilson nonché a una scrittura che saggiamente chiede aiuto all’esterno, conscia che le buone idee non sono monopolio di alcuno e meno che mai a Seattle. Sulle fortune commerciali del Cuore numero due vi rimando a fonti più competenti, significando, tuttavia, che ci troviamo in zona podio dell’aor e che l’opera di Ron Nevison in fase di produzione, uno per cui la qualifica di esperto dello studio di registrazione è alquanto riduttiva, tocca qui uno dei suoi apici. E sì, per larghi tratti suona meglio in CD (ma i mixaggi delle due stampe analogica e digitale sono rilevantemente diversi, senz’altro in Never; ascoltare per credere). Nove corrusche istantanee dalla scala mobile che rallenta; magari l’ha fatto anche per fermarsi a contemplare Ann e Nancy. Tira più un eccetera eccetera.

Kinks – The Ultimate Collection
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Prima sorelle, ora fratelli. Cos’altro si può aggiungere sui due Davies che non sia stato già scritto o detto? Nulla. Solo, onestamente, che, per quanti non si scoprano hardcore fan e si sentano quindi in dovere di procurarsi la cospicua opera omnia dei quattro inglesi, questa doppia raccolta è uno dei migliori modi, se non il migliore, per divenire membro onorario della K.I.N.K.S. Appreciation Society KBE. Dentro vi sfilano quarantaquattro dei brani più celebri dei Kinks, e alla lista manca davvero poco, anche se i dischi “narrativi” della seconda metà degli anni Sessanta sono nel complesso sottorappresentati (un titolo su tutti: Drivin’ da “Arthur”). Ma lagnarsi non è possibile, ché qui si hanno le radici del nostro bitt (Death Of A Clown, ma senza struggimenti, perché un fiore appassisce quando pensa all’autunno) e del Brit pop (negli “and I see you and you see me” di Wonderboy gli omofoni di She’s Electric degli Oasis con venticinque anni di anticipo), del garage (All Day And All Of The NightI Gotta Move e tutto il resto) e dell’hard rock (You Really Got Me; mi spiace, Eddie e Alex: vincono loro, Ray e Dave), e più in generale molteplici delizie di prim’ordine selezionate accuratamente. E scusate se è troppo.

Down – NOLA
down-nola

Né più né meno che un classico realizzato da una formazione classica. “I Black Sabbath alle prese con l’umidità della Crescent City” (espressamente omaggiata nel titolo) potrebbe essere un buon riassunto del contenuto, ma peccherebbe per difetto, omettendo di dar conto del grande balzo in avanti che questo dream team formatosi quasi per caso è riuscito ad imprimere ad un genere, il doom metal, altrimenti arroccato in vizze ancorché fascinose coordinate tralatizie. Si potrebbe dire che con “Nola” si passa definitivamente (?) dal doom allo sludge, che non a caso significa “fango” e qualcosa sul genius loci del luogo di provenienza del genere deve pur dircelo. Senonché non si tratta solo di importanza storica (anno 1995), perché il disco è un capolavoro di composizione hard ‘n’ heavy, riff elefantiaci che progrediscono con insospettabile leggiadria e intenzioni viceversa chiaramente bellicose, mentre l’ugola di Phil Anselmo si produce in una prestazione che è non solo l’ultima cantata (dal verbo “cantare”) della sua carriera, ma anche una delle migliori in assoluto. E c’è persino spazio per un singolo, Stone The Crow, da dare in pasto alla Generazione X che vagheggia di andare oltre ma che, quanto al rock, più di un aggiornamento di punk e metal non ha saputo realizzare. Brutte notizie, peccatori: il Messia è tornato. Sta a Nòrleens, fuma Blue Dream e madido di sudore ondeggia mollemente la testa, sorridendo beota ai nipotini di Tony Iommi. Pentitevi finché siete in tempo.

Sleep – Sleep’s Holy Mountain
sleep-sleep's holy mountain

Come sopra, ma stavolta siamo nella California del nord, il cui clima è un toccasana per certune realizzazioni botaniche. Niente allucinazioni desertiche da sole rosso, dunque, né frenesia futurista da valle del silicio. Qui dominano rigogoglio umido e lunghe ombre sinistre, proiettate da oggetti di cui non si intravede l’esatta forma ma pur sempre in grado, all’occorrenza, di coprire ogni raggio di luce di provenienza esterna. Si tratta perlopiù di paesaggi dell’anima, resa ricettiva come sappiamo e meno male ché i nostri sono solo in tre. Riff oscuri ma inconfondibilmente bluesy, controtempi ritmici bene assortiti, sui tamburi tocchi ora felpati ora squassanti stile Ward, misticismo lirico, esperimenti con pedali ed effetti chitarristici; ma soprattutto tempi e spazi dilatati, a preconizzare il delizioso delirio del seguente ed eloquente “Dopesmoker”. In breve: lo stoner parte da qui.

Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda
herbie hancock - fat albert rotunda
Dipartita dal variegato jazz (vicino all’hard bop prima, sperimentale con Miles Davis poi) dei Sessanta, in anticipo sull’elasticità funkeggiante dei primi Settanta e ben lungi delle sperimentazioni elettroniche che verranno e porteranno a Herbie Hancock grande successo, “Fat Albert Rotonda” nasce come colonna sonora per “Hey, Hey, Hey, It’s Fat Albert”, un lungometraggio ibrido di animazione e attori dal vivo incentrato su Fat Albert (da noi Albertone), nero corpulento e sorridente che interagisce con i suoi amici in avventure picaresche e slapstick, come pure con Bill Crosby in carne ed ossa, che presenta lo show e doppia i personaggi. Quando Hancock pubblica il disco corre il fatidico 1969 e si sente, perché frequentemente i fiati starnazzano e si imbizzarriscono sul groove granitico e gommoso allestito dal basso e soprattutto dalla batteria di Albert “Toothie” Heat, e neanche le divagazioni del leader al piano elettrico, il marchio Warner Bros. e la produzione di Rudy Van Gelder riescono a tenere fuori dal disco la ruvidezza delle strade del ghetto, da cui, del resto, questa musica trae la prima e principale ispirazione. Ne escono trentotto minuti strumentali di funk-jazz intenso e trascinante, con occasionali aperture soul e l’atmosfera di creatività poliedrica della cultura nera di quel periodo restituita intatta nel fermento e nel fascino. Potrebbe quasi essere un disco da isola deserta; Cantaloupe, naturalmente.

Alice In Chains – Dirt
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Ne torno nuovamente in possesso, dopo che una furia destruens di qualche anno fa mi aveva spinto a liberarmene incerimoniosamente senza reale motivo. Sul contenuto non c’è molto da dire, se non che è il solito classico del rock anni Novanta, talmente perfetto da sembrare un greatest hits. La disperazione si sente meno che su “Facelift” e sul seguente “Jar Of Flies”, ma l’afflato emotivo nella voce di Layne Staley è tutt’altro che assente o finto. Se proprio vogliamo muovergli una critica, diciamo che suona troppo “leccato” e da classifica e troppo poco terroso e terreo. Ma io non me la sento, onestamente; non oggi, quantomeno. E in ogni caso questo è il periodo giusto per fare proprio un nuovo disco degli Alice In Chains, nuovo o meno che sia.

Johann Sebastian Bach – Concerti Brandeburghesi 1-6 – Musica Antiqua Köln, Reinhard Göbel

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Al tempo di pubblicazione, anno Domini MCMLXXXVI, questa edizione dei sei Concerti Brandeburghesi destò grande scalpore per l’inaudita velocità esecutiva con cui gli spartiti bachiani venivano riproposti, tanto che non poche critiche piovvero in capo all’ensemble coloniese e, soprattutto, al suo giovane ma già famoso direttore, Reinhard Goebel. Si rimproverava a costui un’esecuzione eretica, inutilmente ed ottusamente virtuosistica, lontana da ogni canone filologico della tradizione interpretativa del corpus forse più elevato del barocco. Una volta di più, però, il tempo è stato galantuomo, ed oggi si riconosce pacificamente alla versione “anfetaminica” dei Musica Antiqua Köln il valore di spartiacque esecutivo, rispettoso del rigore filologico ma al tempo stesso capace di conferire nuova linfa all’approccio interpretativo libertario inaugurato da Karl Richter a Monaco nel 1964, valorizzando al massimo la forma del concerto in tre movimenti (a parte la controversa decisione di includere anche il quarto movimento “Minuetto – Trio I – Polacca – Trio II” del primo Concerto, da taluni ritenuta un’aggiunta apocrifa), secondo gli intendimenti originari dello stesso Bach, e consegnando ai posteri una pietra miliare nella storia dell’esecuzione del repertorio barocco, incorniciata da una resa sonora di altissimo livello (merito della ristampa della serie Masters della Archiv, che incrementa ulteriormente il già alto nitore dell’edizione originale in digitale; avendo ascoltata anche quest’ultima, concessami in prestito tempo addietro, sono in grado di fare alcuni paragoni) e da un libretto in tre lingue esaustivo sulla genesi dell’opera e le scelte filologiche dell’esecuzione. Ma questa è la parte tecnica; per quanto riguarda la restante parte, mi congedo osservando che, limpida e rigorosa, virtuosa ed emozionante, la musica dei Concerti Brandeburghesi riflette l’anelito trascendente che spesso, per non dire sempre, mosse Bach alla composizione. Comporre musica per avvicinarsi il più possibile a Dio; un movente su cui, in tempi di streaming, potrebbe essere non inopportuno riflettere.

MC5 – High Time
mc5 - high time

Un orologio rotto segna le cinque. L’ora del tè, anche a Ann Arbour, Michigan. Quando si interrompe ciò che si sta facendo, che sia la rivoluzione o altro, e ci si raduna in un salotto per bere una tazza e conversare. Passa-tempo alto, appunto. Come questo scorcio di 1971, la rivolta ormai sedata ed anzi in larga parte collassata su se stessa e il ripiegamento delle rivendicazioni dal piano collettivo a quello individuale. Cose già note dalle parti degli MC5. Ma questo colpo di coda finale, al netto dell’amarezza nel vedere la band più riottosa d’America imborghesirsi sino ad implodere rapidamente, è un saggio di rock ‘n’ roll bruciante nell’impeto e nell’afflato emotivo, forse proprio per la consapevolezza della sconfitta, ma stilisticamente capace di spingersi oltre all’elaborazione precedente (la marcetta fiatistica che chiude gli oltre sette minuti di boogie indiavolato di Sister Anne, il gospel che incontra i Lynyrd Skynyrd di Baby Won’t Ya, i Bad Company a passeggio nei giardini della mente di Future/Now, il free jazz ‘n’ roll per cavernicoli della conclusiva Skunk (Sonicly Speaking)), dimostrando che anche tra i rivoluzionari signori si nasce e gli MC5, modestamente, lo nacquero. “Kick Out The Jams” è il documento storico del Sessantotto che sappiamo e “Back In The U.S.A.” il successivo riuscitissimo ritorno a casa, ma di stare senza “High Time” non ne vale la pena.

Pretty Things – S.F. Sorrow
pretty things - s.f. sorrow
Il primo concept album inequivocabile che gli annali del rock ricordino (dicembre 1968; Tommy chi, quello del maggio del ’69?) vede i Pretty Things staccarsi dai fragorosi lidi di alcolico rhythm & blues che alla metà del decennio li avevano visti crescere ruspanti ma validi adepti di Animals e Rolling Stones per avventurarsi in mari in cui domina ormai la scoperta della psiche umana e delle sue tortuosità. Infatti la musica di “S.F. Sorrow” è lontana anni luce dal selvaggio jungle beat del passato e si ammanta di coltri cangianti, ora spesse ora impalpabili ma sempre evocative ed ammalianti, per narrare la storia di Sebastian F. Sorrow, uomo qualunque d’Inghilterra costretto ad attraversare abissi personali a loro volta incastrati in, o direttamente causati da, catastrofi storiche e proprio per questo condannato a vagare nella vita privo di ogni speranza e senza nemmeno ricordare come ci è finito, in questa situazione; prototipo dei Tommy e degli Arthur a venire e dunque anti-eroe par excellence e icona popolare ma non necessariamente popular del martire dell’industrialismo. Non è però il solo fil rouge narrativo, innovativamente monotematico, a rendere il disco di importanza storica, perché il contenuto musicale non è da meno: le trame acustiche non contrastano con occasionali ostentazioni di virilità, gli archi rafforzano anziché affossare (merito di Abbey Road, probabilmente, ma io non riesco a non paragonare questo aspetto di “S.F. Sorrow” a “Forever Changes” dei Love, parimenti portato in trionfo proprio dalle sapienti orchestrazioni), i cori tappezzano e il fuzz sulle chitarre colora e spiega invece di coprire tutto e fungere da alibi. L’influenza scarafaggesca si sente eccome (sarà lo studio di registrazione?) e certo non è un male, ma la presenza di menti creative come Twink (ex leader dei Tomorrow e poi solista), Phil May e Dick Taylor, oltre che del produttore Norman Smith, mantiene l’album a debita distanza da tutto quanto l’UFO Club e la Swingin’ London dischiudono dai loro petali multicolore, rendendolo, in ultima analisi, una delle perle creative più sottovalutate di quella irripetibile stagione. Un capolavoro, nelle molteplici accezioni del termine. E con buona pace del povero Sebastian F. Sorrow.

Laura Nyro –  Time And Love: The Essential Masters
laura nyro

Ve lo racconto un’altra volta, ché l’estate sta finendo. Comunque qui si gode così così, come con una dose tagliata troppo e male. Meglio di questa raccolta sono gli album, specialmente “New York Tendaberry”; cercate quelli e, trovatili, non vi mancherà nulla. Ma a quel punto sarà già inverno.