Humbly to express A penitential loneliness: Tommy Bolin – Teaser

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Quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di Tommy Bolin? Onestamente.

Probabilmente da qualche profondo esperto viola, che vi rammentava dei talenti di quel chitarrista americano tanto capace quanto sfortunato, o pure scemo a sprecare l’occasione d’oro offertagli dall’essere chiamato a sostituire nientemeno che Sua Maestà Ritchie Blackmore, finendo male per contrappasso sostanzialmente faustiano, e passiamo oltre ché è meglio. Magari qualche critico vi ha segnalato che il nostro uomo, proprio quello che faceva annullare interi concerti per overdosi non richieste, era stato, prima e dopo, anche solista di vaglia, ma hai voglia a dare retta ai critici quelli veri, che ogni tanto ti imbeccano sul disco della vita, ma il più delle volte ti fanno comprare roba che sì però e se per caso ti tocca il com’è umano Lei. Ma anche là, che cosa ne sanno i critici, perlopiù? Chiedetevi quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di Tommy Bolin e avrete la risposta.

Non è del Tommy Bolin che ventunenne ha già tre LP di hard blues all’attivo con gli Zephyr che ci occupiamo qui. Né del sostituto pieno di inventiva che seppe agevolmente calzare scarpe di taglia enorme quali quelle di Joe Walsh e Ritchie Blackmore. No, qui parliamo di Bolin come Bolin, Thomas Richard Bolin al servizio di se stesso. Parliamo di “Teaser”, l’album capolavoro. Quello che, foss’anche pretermesso il resto, proprio bisognerebbe avere ascoltato.

Lasciati gli Zephyr nel 1972, omaggiato il talento di Billy Cobham prestandogli il proprio sull’eccellente “Spectrum” (1973) e infine raccolto meno del previsto (commercialmente; come chitarrista nessuno mai ebbe dubbi) nei James Gang di “Bang” e “Miami”, nel 1975 il nostro uomo, a stento ventiquattrenne, debutta da solista con “Teaser”, nove brani per neanche trentotto minuti, ma di quelli che lasciano il segno: riassunto di stili chitarristici, l’album dimostra la versatilità di Bolin, a suo agio chitarristico nei cangianti panni del rocker tutto d’un pezzo (The Grind, che non poco insegnò ai Van Halen in termini di impatto e swing; Teaser, tra hard e funk color porpora profondo) come del jazzista che guarda a sud (la deliziosa bossa nova di Savannah Woman, sospinta dalle percussioni di Phil Collins), del libertario in levare (People, People, che fa vergognare Clapton anche solo di aver pensato di poter sparare allo sceriffo) e del fusionist consapevolmente post-hendrixiano (la strumentale Marching Powder, con ospiti Narada Michael Walden, Jan Hammer, Sammy Figueroa e David Sanborn), senza per questo dimenticare le abilità canore (la grinta di The Grind che trasmoda senza sforzo nella versatilità confidenziale di Wild Dogs), compositive (tutti i pezzi tranne uno sono firmati o cofirmati dal nostro uomo) e produttive, nonostante l’aiuto dei capaci Lee Kiefer e Danny MacKay e, soprattutto, l’uso di studi di punta come il Record Plant, gli Electric Lady e i londinesi Trident. Ma i suoni curati, lungi dal coprire carenze di idee, servono qui a esaltare una sostanza musicale di prim’ordine. Ogni pezzo è una sorpresa su “Teaser”, e il passaggio da uno stile all’altro è perfettamente naturale e, soprattutto, è porto con sicurezza e competenza tali da risultare sempre armonico e mai posticcio. Una lezione di eclettismo di cui è difficile non innamorarsi, se si hanno a cuore le musiche chitarristiche e ciò che ci ostiniamo ellitticamente a chiamare pop.

La Nemperor Records, nata un anno prima per volontà di Brian Epstein (quel Brian Epstein) e casa di delfini del jazz-rock del calibro di Jan Hammer e Stanley Clarke, coglie immediatamente l’occasione offertale da un talento così puro, ma nemmeno la distribuzione Atlantic di cui l’etichetta può fregiarsi consente a “Teaser” di decollare, complice anche l’entrata di Bolin nei Deep Purple poco dopo, con conseguente assenza di tournée promozionale del disco e, soprattutto, aggravarsi irrimediabile di una dipendenza da eroina iniziata molto presto e altrettanto presto divenuta ingovernabile, fino all’esito supremo, nella Miami di quel maledetto 4 dicembre 1976. Venticinque anni compiuti da poco e una vita davanti: ecco chi era Tommy Bolin, nonostante tutto.

Anche “Teaser” ha una vita davanti. Venite anche voi a ricordaglielo, prima che lui si ricordi di voi e, come ogni spacciatore che si rispetti, venga a vendervi il suo prodotto. Uno di quelli che ti svolta la giornata, ma solo fino a quella seguente. Uno stuzzichino, insomma. E allora ne vuoi ancora. E ancora. E ancora. Vuoi il pasto completo e non sei mai sazio. Finché, un giorno, a forza di pasteggiare, ti ritrovi a Miami.

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Chiunque pronunci la parola “imbecille” è certissimo di non esserlo: Sheet Mag – Need To Feel Your Love

sheer mag - need to feel your love

Venerdì sera ho suonato hardcore punk in uno spazio okkupato con indosso una maglietta effigiante la calvizie elettrica di Marinetti. Volevo vedere se il ’77 è passato davvero e la verifica ha dato esito inequivocabilmente positivo, se si deve giudicare dalla reazione piatta, o meglio la non-reazione, degli astanti, e resta tuttavia il dubbio se essa derivi da tolleranza, indifferenza o ignoranza. Ma, riguardando la questione da un altro punto di vista, la risposta al dubbio di cui sopra sarebbe di segno opposto, e sempre per fatti occorsi quella sera.

Poco tempo prima che cominciasse il concerto, avvistata in fondo alla sala una cesta contenente pochi dischi, mi recavo ad ispezionarne il contenuto. Scorrevo così la successione di 12″, disilluso e poco convinto che si potesse ivi celare qualcosa di diverso da mediocri proposte di hardcore punk, richieste dal tenore dalla serata e dall’aspetto del venditore e alle quali fin troppo spazio consento di occupare sugli scaffali. Nell’operazione mi imbattevo in una strana e oscura copertina, dai contorni granulosi e raffigurante un aereo in volo da un cielo nero verso l’unico sprazzo di schiarita, e con nell’angolo in alto a sinistra (visto che il Settantasette non è finito?) un logo puntuto di chiara ascendenza metallara. Strano reperto, in quel contesto anti-sistema e schierato anche esteticamente, eppure a suo modo accattivante, con quell’improbabile foto del gruppo sul retro, quattro capelloni dall’aria spostata attorno ad una corpulenta ragazza dalle sembianze nerd, il tutto in bianco e nero puntinato stile Roy Lichtenstein dei poveri. E poi quel nome mi diceva qualcosa, si richiamava a qualche lettura fatta tempo addietro chissà dove, magari in un sito di recensioni, o magari in qualche chat dei social in cui si scatena l’hype e si adegua la mission alla vision. La seconda, senza dubbio. Come che sia, mi facevo vincere dalla tentazione e dall’intuito e lasciavo nelle mani di colui che si scoprirà poi essere il chitarrista dei romani Education, quartetto dedito a un pregevole post-punk, ancora piuttosto punk ma già oltre quanto a ombrosità ed estetica (per sincerarsene ci si rechi qui), una cifra elevata per il contesto, ma non superiore al prezzo di vendita praticato mediamente nei negozi, in cambio di “Need To Feel Your Love” degli Sheer Mag ancora incellofanato, concedendomi persino il lusso di scialacquare i due euro residui in una birra per la Causa. LP griffato Toxic Shock Records senza uno straccio di anno di pubblicazione o di informazioni di sorta sul gruppo o l’etichetta, e il mistero fitto (in epoca di cyber-security, capirete, son soddisfazioni) stuzzicava ulteriormente la curiosità, e il manufatto doveva sopravvivere ai perigli usuali di simili contesti per riuscire infine a girare sotto la puntina, ad un’ora imprecisata del tardo mattino seguente. Colpendo già al primo ascolto, e la curiosità si rivelava allora ben riposta.

Il debutto sulla lunga distanza dei Sheer Mag, quintetto di Philadelphia, arriva nel 2017, dopo una serie di singoli, raccolti in un’omonima raccolta del 2016, e vede un gruppo maturo a livello compositivo nonostante la recente formazione, impiantato saldamente nei suoni tradizionali del rock ma deciso a rendere quella formula attuale, attualissima per corpi e soprattutto cervelli odierni. Scelta ribadita costantemente e anche nel contegno “impegnato ma non troppo”, del quale è esempio esplicativo la scelta di non munirsi di istromenti social. La rivoluzione deve venire da dentro, sembrano dire i nostri, ripartendo da ciò che ci lega gli uni agli altri uti singuli prima ancora che uti socii, e di qui il titolo del disco, ad un tempo preghiera e proclama per un mondo migliore. Che già il disco, pur con tutti i suoi limiti, riesce a realizzare, per quanto nelle sue possibilità ontologiche.

Ascoltare “Need To Feel Your Love” è come sintonizzarsi su una radio FM dell’America di metà anni Settanta, in cui il formato aor (non ancora genere musicale) consente di passare brani di durata non stereotipata e playlist stilisticamente variegateE lo è vieppiù in ragione della produzione, volutamente lo-fi e garagistica pur in un contesto che richiederebbe rifiniture e dettagli. Ma si tratta di una scelta che ha la sua coerenza, per così dire, politica, perché mossa dalla consapevolezza che l’ascolto di quelle stazioni radio avveniva su sgangherati apparecchi dai minuscoli e gracchianti altoparlanti, magari collocati in ambienti rumorosi, e dunque per arrivare alla massa occorre calarsi nel suo modus operandi, arrivando persino a comprenderne la fisiologica frammentazione in fazioni che fra loro si guardano in cagnesco e tentando di ricompattarle verso l’obiettivo comune del rock ‘n’ roll sorretto da ideali. Operazione che non ha nulla di filologico, prefiggendosi piuttosto una riedizione per contesto contemporaneo di quello spirito di esplorazione che allignava nella creatività musicale del tempo; tentativo senz’altro complesso e non privo di contraddizioni e tuttavia lodevole per lo sforzo di recuperare una dimensione di identificazione collettiva quantomeno sul piano sonoro.

Dicevamo che sembra di ascoltare una radio you essay di metà anni Settanta attraverso un apparecchio nihon di metà anni Settanta, e la scaletta non lascia delusi in tal senso, ché sembra di voltare pagina ad ogni brano, perché l’apertura con il boogie ad alto voltaggio di Meet Me In The Street chiama in causa Thin Lizzy e AC/DC, ma già dalla seguente Need To Feel Your Love sembra di stare in un disco di Dionne Warwick, e se Just Can’t Get Enough è un mosso power pop di eccellente fattura la cui paternità non sarebbe strano ricondurre a Paul Collins e Expect The Bayonet l’hit che i Blondie non scrivono da ormai troppo tempo, Rank And File spinge come se alla chitarra ci fosse il Mick Ronson dei tempi d’oro e Turn It Up è hard rock tagliato con l’accetta e maleducato come si deve. E siamo solo al lato A; il verso, se pure simile per eclettismo e leggermente calante in qualità, offre comunque spunti notevoli: la gita al Sud a base di intrecci di chitarre e ritmi saltellanti di Suffer Me, la disco con gusto stile Re del Pop di Pure Desire, il boogie sbarazzino e agrodolce di Can’t Play It Cool e, a chiudere, una sorniona rosa bianca metaforicamente deposta sul memoriale di Sophie Scholl. Una bella lezione di indipendenza di giudizio (cos’è l’eclettismo, dopotutto?), integrità ideologica  e tolleranza in poco più di quarantadue minuti. Più hardcore di così ci sono solo dischi brutti.

P.S.: le principali recensioni del disco disponibili online, soprattutto quelle in inglese, insistono sul fatto che gli Sheer Mag riescono a riabilitare moralmente l’hard rock degli anni Settanta, preservandone la forza d’urto ma annullandone il sessismo. A discorsi del genere la critica mainstream non è nuova (ad esempio, nei tardi anni Novanta altrettanto potere taumaturgico era riconosciuto agli Smashing Pumpkins) e, scambiando la causa con l’effetto, dimostra come il politically correct abbia ormai avvelenato quasi completamente il senso critico, anche in chi per lavoro dovrebbe dimostrarsi abile e aduso a storicizzare. Peccato. Nella speranza, pur flebile, che si tratti di intenzioni preterintenzionali, passiamo oltre e godiamoci il disco. I dischi.

Summer’s almost gone…

…e quindi sono stato a fare scorta. Eccone il resoconto, con l’avvertenza che da queste parti, un centinaio di anni fa, Hemingway veniva ferito in combattimento, e che quindi write drunk, edit sober resta un’opzione perfettamente in linea con il genius loci. Si parte.

Heart – Heart
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Solo per rimpiazzare la mia copia vinilica, una stampa portoghese comprata per due soldi alla Feira da Ladra anni addietro. Perché certe cose suonano meglio se sanno di plastica, si sa; e se non lo si sa, basta guardare la copertina, che da sola vìola come minimo il Protocollo di Kyoto. Ma che suoni, signori! Una glassa, di quelle capaci di coprire il gusto se non si fa attenzione con i dosaggi, rilega il tutto, conferendogli quella patina affascinante che avvince inscindibilmente immagine, suoni e musica, legandoli al periodo storico di emissione. Ma la musica è il fattore dirimente, ed è qui di alto livello, non un brano meno che di immediata memorizzazione grazie alle corde vocali seriche e alla performance stellare della solita Ann Wilson nonché a una scrittura che saggiamente chiede aiuto all’esterno, conscia che le buone idee non sono monopolio di alcuno e meno che mai a Seattle. Sulle fortune commerciali del Cuore numero due vi rimando a fonti più competenti, significando, tuttavia, che ci troviamo in zona podio dell’aor e che l’opera di Ron Nevison in fase di produzione, uno per cui la qualifica di esperto dello studio di registrazione è alquanto riduttiva, tocca qui uno dei suoi apici. E sì, per larghi tratti suona meglio in CD (ma i mixaggi delle due stampe analogica e digitale sono rilevantemente diversi, senz’altro in Never; ascoltare per credere). Nove corrusche istantanee dalla scala mobile che rallenta; magari l’ha fatto anche per fermarsi a contemplare Ann e Nancy. Tira più un eccetera eccetera.

Kinks – The Ultimate Collection
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Prima sorelle, ora fratelli. Cos’altro si può aggiungere sui due Davies che non sia stato già scritto o detto? Nulla. Solo, onestamente, che, per quanti non si scoprano hardcore fan e si sentano quindi in dovere di procurarsi la cospicua opera omnia dei quattro inglesi, questa doppia raccolta è uno dei migliori modi, se non il migliore, per divenire membro onorario della K.I.N.K.S. Appreciation Society KBE. Dentro vi sfilano quarantaquattro dei brani più celebri dei Kinks, e alla lista manca davvero poco, anche se i dischi “narrativi” della seconda metà degli anni Sessanta sono nel complesso sottorappresentati (un titolo su tutti: Drivin’ da “Arthur”). Ma lagnarsi non è possibile, ché qui si hanno le radici del nostro bitt (Death Of A Clown, ma senza struggimenti, perché un fiore appassisce quando pensa all’autunno) e del Brit pop (negli “and I see you and you see me” di Wonderboy gli omofoni di She’s Electric degli Oasis con venticinque anni di anticipo), del garage (All Day And All Of The NightI Gotta Move e tutto il resto) e dell’hard rock (You Really Got Me; mi spiace, Eddie e Alex: vincono loro, Ray e Dave), e più in generale molteplici delizie di prim’ordine selezionate accuratamente. E scusate se è troppo.

Down – NOLA
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Né più né meno che un classico realizzato da una formazione classica. “I Black Sabbath alle prese con l’umidità della Crescent City” (espressamente omaggiata nel titolo) potrebbe essere un buon riassunto del contenuto, ma peccherebbe per difetto, omettendo di dar conto del grande balzo in avanti che questo dream team formatosi quasi per caso è riuscito ad imprimere ad un genere, il doom metal, altrimenti arroccato in vizze ancorché fascinose coordinate tralatizie. Si potrebbe dire che con “Nola” si passa definitivamente (?) dal doom allo sludge, che non a caso significa “fango” e qualcosa sul genius loci del luogo di provenienza del genere deve pur dircelo. Senonché non si tratta solo di importanza storica (anno 1995), perché il disco è un capolavoro di composizione hard ‘n’ heavy, riff elefantiaci che progrediscono con insospettabile leggiadria e intenzioni viceversa chiaramente bellicose, mentre l’ugola di Phil Anselmo si produce in una prestazione che è non solo l’ultima cantata (dal verbo “cantare”) della sua carriera, ma anche una delle migliori in assoluto. E c’è persino spazio per un singolo, Stone The Crow, da dare in pasto alla Generazione X che vagheggia di andare oltre ma che, quanto al rock, più di un aggiornamento di punk e metal non ha saputo realizzare. Brutte notizie, peccatori: il Messia è tornato. Sta a Nòrleens, fuma Blue Dream e madido di sudore ondeggia mollemente la testa, sorridendo beota ai nipotini di Tony Iommi. Pentitevi finché siete in tempo.

Sleep – Sleep’s Holy Mountain
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Come sopra, ma stavolta siamo nella California del nord, il cui clima è un toccasana per certune realizzazioni botaniche. Niente allucinazioni desertiche da sole rosso, dunque, né frenesia futurista da valle del silicio. Qui dominano rigogoglio umido e lunghe ombre sinistre, proiettate da oggetti di cui non si intravede l’esatta forma ma pur sempre in grado, all’occorrenza, di coprire ogni raggio di luce di provenienza esterna. Si tratta perlopiù di paesaggi dell’anima, resa ricettiva come sappiamo e meno male ché i nostri sono solo in tre. Riff oscuri ma inconfondibilmente bluesy, controtempi ritmici bene assortiti, sui tamburi tocchi ora felpati ora squassanti stile Ward, misticismo lirico, esperimenti con pedali ed effetti chitarristici; ma soprattutto tempi e spazi dilatati, a preconizzare il delizioso delirio del seguente ed eloquente “Dopesmoker”. In breve: lo stoner parte da qui.

Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda
herbie hancock - fat albert rotunda
Dipartita dal variegato jazz (vicino all’hard bop prima, sperimentale con Miles Davis poi) dei Sessanta, in anticipo sull’elasticità funkeggiante dei primi Settanta e ben lungi delle sperimentazioni elettroniche che verranno e porteranno a Herbie Hancock grande successo, “Fat Albert Rotonda” nasce come colonna sonora per “Hey, Hey, Hey, It’s Fat Albert”, un lungometraggio ibrido di animazione e attori dal vivo incentrato su Fat Albert (da noi Albertone), nero corpulento e sorridente che interagisce con i suoi amici in avventure picaresche e slapstick, come pure con Bill Crosby in carne ed ossa, che presenta lo show e doppia i personaggi. Quando Hancock pubblica il disco corre il fatidico 1969 e si sente, perché frequentemente i fiati starnazzano e si imbizzarriscono sul groove granitico e gommoso allestito dal basso e soprattutto dalla batteria di Albert “Toothie” Heat, e neanche le divagazioni del leader al piano elettrico, il marchio Warner Bros. e la produzione di Rudy Van Gelder riescono a tenere fuori dal disco la ruvidezza delle strade del ghetto, da cui, del resto, questa musica trae la prima e principale ispirazione. Ne escono trentotto minuti strumentali di funk-jazz intenso e trascinante, con occasionali aperture soul e l’atmosfera di creatività poliedrica della cultura nera di quel periodo restituita intatta nel fermento e nel fascino. Potrebbe quasi essere un disco da isola deserta; Cantaloupe, naturalmente.

Alice In Chains – Dirt
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Ne torno nuovamente in possesso, dopo che una furia destruens di qualche anno fa mi aveva spinto a liberarmene incerimoniosamente senza reale motivo. Sul contenuto non c’è molto da dire, se non che è il solito classico del rock anni Novanta, talmente perfetto da sembrare un greatest hits. La disperazione si sente meno che su “Facelift” e sul seguente “Jar Of Flies”, ma l’afflato emotivo nella voce di Layne Staley è tutt’altro che assente o finto. Se proprio vogliamo muovergli una critica, diciamo che suona troppo “leccato” e da classifica e troppo poco terroso e terreo. Ma io non me la sento, onestamente; non oggi, quantomeno. E in ogni caso questo è il periodo giusto per fare proprio un nuovo disco degli Alice In Chains, nuovo o meno che sia.

Johann Sebastian Bach – Concerti Brandeburghesi 1-6 – Musica Antiqua Köln, Reinhard Göbel

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Al tempo di pubblicazione, anno Domini MCMLXXXVI, questa edizione dei sei Concerti Brandeburghesi destò grande scalpore per l’inaudita velocità esecutiva con cui gli spartiti bachiani venivano riproposti, tanto che non poche critiche piovvero in capo all’ensemble coloniese e, soprattutto, al suo giovane ma già famoso direttore, Reinhard Goebel. Si rimproverava a costui un’esecuzione eretica, inutilmente ed ottusamente virtuosistica, lontana da ogni canone filologico della tradizione interpretativa del corpus forse più elevato del barocco. Una volta di più, però, il tempo è stato galantuomo, ed oggi si riconosce pacificamente alla versione “anfetaminica” dei Musica Antiqua Köln il valore di spartiacque esecutivo, rispettoso del rigore filologico ma al tempo stesso capace di conferire nuova linfa all’approccio interpretativo libertario inaugurato da Karl Richter a Monaco nel 1964, valorizzando al massimo la forma del concerto in tre movimenti (a parte la controversa decisione di includere anche il quarto movimento “Minuetto – Trio I – Polacca – Trio II” del primo Concerto, da taluni ritenuta un’aggiunta apocrifa), secondo gli intendimenti originari dello stesso Bach, e consegnando ai posteri una pietra miliare nella storia dell’esecuzione del repertorio barocco, incorniciata da una resa sonora di altissimo livello (merito della ristampa della serie Masters della Archiv, che incrementa ulteriormente il già alto nitore dell’edizione originale in digitale; avendo ascoltata anche quest’ultima, concessami in prestito tempo addietro, sono in grado di fare alcuni paragoni) e da un libretto in tre lingue esaustivo sulla genesi dell’opera e le scelte filologiche dell’esecuzione. Ma questa è la parte tecnica; per quanto riguarda la restante parte, mi congedo osservando che, limpida e rigorosa, virtuosa ed emozionante, la musica dei Concerti Brandeburghesi riflette l’anelito trascendente che spesso, per non dire sempre, mosse Bach alla composizione. Comporre musica per avvicinarsi il più possibile a Dio; un movente su cui, in tempi di streaming, potrebbe essere non inopportuno riflettere.

MC5 – High Time
mc5 - high time

Un orologio rotto segna le cinque. L’ora del tè, anche a Ann Arbour, Michigan. Quando si interrompe ciò che si sta facendo, che sia la rivoluzione o altro, e ci si raduna in un salotto per bere una tazza e conversare. Passa-tempo alto, appunto. Come questo scorcio di 1971, la rivolta ormai sedata ed anzi in larga parte collassata su se stessa e il ripiegamento delle rivendicazioni dal piano collettivo a quello individuale. Cose già note dalle parti degli MC5. Ma questo colpo di coda finale, al netto dell’amarezza nel vedere la band più riottosa d’America imborghesirsi sino ad implodere rapidamente, è un saggio di rock ‘n’ roll bruciante nell’impeto e nell’afflato emotivo, forse proprio per la consapevolezza della sconfitta, ma stilisticamente capace di spingersi oltre all’elaborazione precedente (la marcetta fiatistica che chiude gli oltre sette minuti di boogie indiavolato di Sister Anne, il gospel che incontra i Lynyrd Skynyrd di Baby Won’t Ya, i Bad Company a passeggio nei giardini della mente di Future/Now, il free jazz ‘n’ roll per cavernicoli della conclusiva Skunk (Sonicly Speaking)), dimostrando che anche tra i rivoluzionari signori si nasce e gli MC5, modestamente, lo nacquero. “Kick Out The Jams” è il documento storico del Sessantotto che sappiamo e “Back In The U.S.A.” il successivo riuscitissimo ritorno a casa, ma di stare senza “High Time” non ne vale la pena.

Pretty Things – S.F. Sorrow
pretty things - s.f. sorrow
Il primo concept album inequivocabile che gli annali del rock ricordino (dicembre 1968; Tommy chi, quello del maggio del ’69?) vede i Pretty Things staccarsi dai fragorosi lidi di alcolico rhythm & blues che alla metà del decennio li avevano visti crescere ruspanti ma validi adepti di Animals e Rolling Stones per avventurarsi in mari in cui domina ormai la scoperta della psiche umana e delle sue tortuosità. Infatti la musica di “S.F. Sorrow” è lontana anni luce dal selvaggio jungle beat del passato e si ammanta di coltri cangianti, ora spesse ora impalpabili ma sempre evocative ed ammalianti, per narrare la storia di Sebastian F. Sorrow, uomo qualunque d’Inghilterra costretto ad attraversare abissi personali a loro volta incastrati in, o direttamente causati da, catastrofi storiche e proprio per questo condannato a vagare nella vita privo di ogni speranza e senza nemmeno ricordare come ci è finito, in questa situazione; prototipo dei Tommy e degli Arthur a venire e dunque anti-eroe par excellence e icona popolare ma non necessariamente popular del martire dell’industrialismo. Non è però il solo fil rouge narrativo, innovativamente monotematico, a rendere il disco di importanza storica, perché il contenuto musicale non è da meno: le trame acustiche non contrastano con occasionali ostentazioni di virilità, gli archi rafforzano anziché affossare (merito di Abbey Road, probabilmente, ma io non riesco a non paragonare questo aspetto di “S.F. Sorrow” a “Forever Changes” dei Love, parimenti portato in trionfo proprio dalle sapienti orchestrazioni), i cori tappezzano e il fuzz sulle chitarre colora e spiega invece di coprire tutto e fungere da alibi. L’influenza scarafaggesca si sente eccome (sarà lo studio di registrazione?) e certo non è un male, ma la presenza di menti creative come Twink (ex leader dei Tomorrow e poi solista), Phil May e Dick Taylor, oltre che del produttore Norman Smith, mantiene l’album a debita distanza da tutto quanto l’UFO Club e la Swingin’ London dischiudono dai loro petali multicolore, rendendolo, in ultima analisi, una delle perle creative più sottovalutate di quella irripetibile stagione. Un capolavoro, nelle molteplici accezioni del termine. E con buona pace del povero Sebastian F. Sorrow.

Laura Nyro –  Time And Love: The Essential Masters
laura nyro

Ve lo racconto un’altra volta, ché l’estate sta finendo. Comunque qui si gode così così, come con una dose tagliata troppo e male. Meglio di questa raccolta sono gli album, specialmente “New York Tendaberry”; cercate quelli e, trovatili, non vi mancherà nulla. Ma a quel punto sarà già inverno.

Incertum habeo pudeat an pigeat magis disserere: Eneide – Uomini Umili, Popoli Liberi

eneide - uomini umili, popoli liberi

Sono questi giorni convulsi per la storia e l’assetto istituzionale della Repubblica italiana, nonché momento di valutazioni più o meno approfondite, più o meno rigorose, sul rapporto tra l’Italia e gli altri Stati europei, in particolare la Germania, ora accusata di comportarsi da padrone senza averne titolo, ora additata come esempio di coerenza e tutela degli interessi alla stabilità. Quale miglior occasione, dunque, di questo poco confortante panorama per valorizzare le nostre creazioni? Facciamolo, dunque, ratione materiae.

Gli Eneide nascono a Padova nel 1970 con il nome di Eneide Pop, composti da cinque adolescenti (il cantante e chitarrista Gianluigi Cavaliere, il chitarrista e flautista Adriano Pegoraro, il tastierista Carlo Barnini, il bassista Romeo Pegoraro e il batterista Moreno Diego Polato) per suonare cover, principalmente di gente come Led Zeppelin, King Crimson, Vanilla Fudge, e, nonostante la giovane età, dimostrano presto grande coesione e perizia strumentale, costruendosi rapidamente un seguito di pubblico nella loro regione. Nel frattempo iniziano a sperimentare con un suono più personale, che seguisse le tendenze del momento senza sacrificare la personalità della proposta, e per rendersi immediatamente riconoscibili mutano nome in Eneide. Il pop italiano, come si chiamava al tempo, vive in quegli anni, all’incirca dal 1970 al 1972, la sua stagione più creativa, e quando, dopo molti concerti, un paio dei quali in apertura a Genesis e Atomic Rooster, l’agenzia di concerti ed etichetta Trident offre agli Eneide di fare da spalla ai Van der Graaf Generator in sei date del lungo tour italiano di supporto a “Pawn Hearts”, ed altresì un contratto discografico, è un chiaro segnale che le quotazioni del quintetto sono in rialzo. Nel frattempo, il gruppo ha accumulato e rodato sul palco un discreto gruzzolo di brani originali, che vengono incisi in studio nel 1972, su proposta dell’etichetta, con lo scopo di ricavarne un trentatré giri da pubblicare quello stesso anno: nasce così “Uomini Umili, Popoli Liberi”. Tuttavia, per motivi mai chiariti, il disco non verrà pubblicato, e il successivo fallimento della Trident nel 1975, con un catalogo di soli otto LP e sei 45 giri, non aiuta la causa del gruppo, che infatti, dopo avere proseguito per un periodo del 1973 come touring band del cantautore Maurizio Arcieri, che nello stesso anno aveva pubblicato il suo unico LP “Trasparenze” (un passabile esercizio tra progressive e psichedelia), si scioglie. Fine degli Eneide. E il disco?

“Uomini Umili, Popoli Liberi” vede infine la luce nel 1990, quando i musicisti decidono di pubblicarlo in autonomia, mediante l’etichetta L.P.G., da loro stessi creata per l’occasione; con l’aiuto della genovese Black Widow ne vengono stampate cinquecento copie in vinile, presto esaurite. Il riscontro fa sì che si susseguano ulteriori ristampe: nel 1995 per la prima volta in CD, e poi ancora, ad opera dalla milanese AMS, nel 2010 e nel 2016, rispettivamente in CD e in vinile. Manca solo una versione ufficiale smaterializzata, ma, a parte tale circostanza, l’album ha una disponibilità sorprendentemente ampia per un’uscita postuma e nitidamente settoriale, indirizzata com’è ai più fedeli adepti del suono progressivo italiano dei Settanta, che s’indovinano numericamente limitati. C’è da chiedersi il perché di tanto interesse, e proviamo quindi a rispondere.

“Uomini Umili, Popoli Liberi” è un disco di rock progressivo, pienamente figlio del suo tempo, epoca in cui si sperimentavano soluzioni sonore che permettessero di andare oltre le conquiste e gli stilemi dei Sixties, non più adatti al mutato contesto di disillusione e volontà di sovvertimento radicale con ogni mezzo. Però è atipico, perché non contiene i tipici rimandi sonori della stagione progressiva italiana; a parte, infatti, l’inevitabile richiamo ai Jethro Tull che l’uso del flauto in ambito rock comporta, qui a fare da arbitri d’eleganza sono altri: i Led Zeppelin per la potenza, chitarristica e batteristica (con anche un plateale scippo a Stairway To Heaven nell’arpeggio di Cantico delle Stelle, che apre e chiude il disco); gli Atomic Rooster per le concatenazioni tra i cupi passaggi delineati dalle distorsioni e la perenne mutevolezza delle atmosfere garantita dalle infiltrazioni tastieristiche; persino i Deep Purple, da cui viene mutuata la lezione di indurimento e articolazione degli elementi sopra detti. Regna, quindi, un suono mediamente più hard rispetto alla generalità delle proposte del progressive italiano, il quale, invece, ha sempre dato prevalenza alla consistenza melodica del patrimonio musicale nazionale, ponendosi come sincretismo tra tradizione e novità di ineguagliata originalità, in Italia e nel mondo. Certo, anche in questo album non mancano i riferimenti obbligati del periodo (oltre ai citati Jethro Tull, anche i Genesis, che ispirano le parti più melodiche, come nel lento Canto della Rassegnazione), ma l’atmosfera che si respira è più variegata, fatta di abissi nichilistici e di tentativi di liberazione per vie escatologiche, esplorate in maniera vaga, o persino magico-spaziali (come nella toccante Viaggio Cosmico, illuminata da un violoncello che condensa lo stupore e il dolore dell’umanità per la propria condizione), ancorché in maniera ingenua e sognatrice più che consapevole e determinata. Manca, insomma, l’afflato politico che l’epoca comandava a qualunque gesto di creatività, sostituito, piuttosto, da un umanesimo moderato, sincero e animato da lodevoli intenzioni ecumeniche ma confuso e incerto sulla direzione da prendere per lasciarsi a tergo un presente sicuramente insoddisfacente. Forse per questo motivo il disco non vide la luce al tempo. Eppure la condanna dello status quo, sia pure in tralice, c’è ed è netta, e faccia fede sul punto la voce profonda e intonata, appassionata e appassionante, di Gianluigi Cavaliere, ideale trait d’union canoro tra Guccini e Cisco. Troppo poco per i Settanta, il decennio manicheo per antonomasia nella storia repubblicana, e subentra quindi un’ἐποχή quasi ventennale. Ormai infranta, e per fortuna. Anche se, al netto dei paraocchi ideologici, si fa strada un’amara constatazione; o magari, per chi c’era, un rimpianto.

Gli anni Settanta non sono stati certo rose e fiori; nemmeno rose e garofani, se è per questo. Ma da quella aspra (il computer me l’ha corretto in “spara”; bist Du, Sigmund?) contrapposizione ideologica sono sorte le basi per quello che oggi chiamiamo “la modernità”, e per ottenere alcune di quelle conquiste altri popoli, da noi affatto distanti per tradizioni, cultura, visione del mondo e colori nazionali, hanno dovuto lottare fino a un paio di giorni fa. L’odierna dialettica, invece, ha come motore la mera (auto)conservazione in forme più o meno intatte, anziché la progressione verso orizzonti ideali, a volte anche solo idealistici, oggi nemmeno concepibili a livello collettivo. Domina in questi giorni l’inconciliabilità, e niente o nessuno appare in grado di sopirla, perché è ormai ubiqua la percezione che i destini umani, individuali e collettivi, siano agitati da forze più grandi, rese operative dallo stesso comportamento umano e ormai faustianamente fuori controllo. L’idea di homo faber fortunae suae, antica ma foriera di elevazioni e riscosse individuali e soprattutto sociali, ci ha abbandonato, al più sostituita dal mito del self made man. Col risultato che prima eravamo uomini umili, ora, invece, umili uomini. Cerchiamo almeno di conservarci popoli liberi.

Andergraund Saund 6

bee bee sea - sonic boomerang

BEE BEE SEA – SONIC BOOMERANG
Balza subito all’occhio che il nome del gruppo, tradotto letteralmente, significa “ape ape mare”, ma, foneticamente, anche (molto) altro. Questo trio mantovano ama i calembour e non ne fa mistero in “Sonic Boomerang”, uscito nel 2017 e zeppo di titoli accattivanti come “D.I. Why Why Why” o “Chum On The Drum“. Ma non sono solo i nomi dei brani o la caleidoscopica copertina a catalizzare l’attenzione, perché le otto canzoni di cui si compone questa seconda fatica discografica del gruppo costituiscono un gioiellino di rock che si districa tra ruvidezza garage, psichedelia della più accessibile e pop di ascendenza mod. Un frullato di Ramones, Jam, Mojomatics, Libertines, White Stripes e primi Stereophonics, si può dire. Non che tutto ciò non sia mai stato fatto prima e/o meglio, ma questo “Sonic Boomerang” resta grazioso, piacevole, coinvolgente e di consistente qualità per tutta la sua non eccessiva durata, ed ottiene proprio l’effetto che il suo titolo si prefigge: finito il giro si torna indietro e si ricomincia da capo. Scoperta sorprendente e certificazione del buono stato di salute del sottobosco italico, i Bee Bee Sea sono in tour per la penisola in questi giorni, e se vi capitano sotto tiro fare loro visita potrebbe rivelarsi un’idea migliore di quanto questo scritto non suggerisca. Per fugare i dubbi ci si rechi qui.

trick or treat - reanimated

TRICK OR TREAT – RE-ANIMATED
Il power metal è intrinsecamente musica da réclame degli gnomi che impacchettano i wafer, e i cartoni animati giapponesi contengono sigle che rimandano al medesimo senso di pacchianeria over the top, melodicamente accattivante, ritmicamente avvincente ed intrisa di un’epicità d’accatto ancorché irresistibile. E quindi era solo questione di tempo prima che questi due mondi si incontrassero, attesa anche l’abbondante sovrapponibilità tra i due pubblici di estimatori. Di questa chiusura del cerchio si incaricano i modenesi Trick Or Treat, che, forti di solide capacità tecniche, realizzano un progetto che non potrà non far sorridere i millennials cresciuti con il peggio (o forse il meglio) delle importazioni televisive di due-tre decenni addietro. E, nonostante alcune scelte “populiste” (Jem e le Olograms che ok però; Ken il Guerriero, quando al genere e all’operazione avrebbe maggiormente giovato la scelta della sigla in giapponese della seconda serie; Jeeg Robot d’acciaio), il disco funziona, tra soluzioni indovinate (Batman con chitarre maideniane in relativa e l’ottimo duetto tra Alessandro Conti e Roberto Tiranti; David Gnomo amico mio, già pubblicata in passato), una ricca messe di ospiti (oltre al citato Rob Tyrant, il guru del genere Giorgio Vanni, Michele Luppi, Steva Deathless dei Deathless Legacy, Michele Luppi, Damnagoras degli Elvenking e altri ancora) e, in generale, un’atmosfera di divertimento puro, tanto nell’intento quanto nella realizzazione. Ovviamente si possono avanzare mille obiezioni sulla scelta dei brani (ad esempio, io avrei incluso He-manConan – il barbaro, non il detective – ma sono gusti), però il senso e la riuscita dell’operazione non si sposterebbero di molto. Per una metà maideleine proustiana e per l’altra fanciullino pascoliano, “Re-Animated” funziona proprio per questa tensione tra nostalgia e passione, comunque filtrata attraverso il sano approccio ludico di cui si è detto, il quale, tuttavia, impedisce al disco di diventare qualcosa di più di un transeunte divertissement, obiettivo che forse nemmeno si poneva (e la realizzazione mediante crowdfunding sembra deporre in questo senso). Perché è vero che “mai, mai scorderai”, ma è anche vero che “il tempo passa per tutti, lo sai; nessuno indietro lo riporterà, neppure noi”. Coerentemente, non c’è un “qui” a cui in conclusione rimandare. (Ri)animatevi.

Old adventures in wi-fi: Imperial State Electric – Anywhere Loud

Imperial State Electric - Anywhere Loud

Quando le vostre copie di “It’s Alive” e “Alive!” ne hanno avuto abbastanza, this is the shit“. Così il comunicato stampa di accompagnamento, e francamente è difficile se non impossibile trovare una sintesi migliore per il primo album dal vivo degli Imperial State Electric: a metà strada tra i Ramones e i Kiss, cercando di resuscitare lo spirito del periodo ’74-’79 e di essere un valido ancorché personale succedaneo di tutto ciò che è ed è stato rocchenròll. Ecco quindi la fatidica prova live, giunta come si conviene a corredo di un gruzzolo di lavori in studio ormai pari a cinque LP (per fermarci alla lunga distanza) e che quindi consente di pescare in largo per la scaletta, come si usava un tempo. E proprio in quest’ottica ha senso il riferimento di cui in esordio.

Il doppio dal vivo (ventitré canzoni per circa 75 minuti di musica; potrebbe essere doppio anche su CD) è un feticcio degli anni Settanta. Quel decennio ci ha lasciato le più vivide testimonianze di gruppi celebri e meno celebri catturati in concerto (sebbene più di una volta la pubblicazione delle registrazioni sia avvenuta dopo ampi ritocchi in studio), e solo chi, come la formazione di Nicke Andersson, guarda ai Seventies come all’età dell’oro può convincersi che sia una buona idea pubblicare un disco dal vivo nel 2018, nell’era dei video fatti con il cellulare e pubblicati in diretta sui social. In effetti, ad ascoltarsi intorno, ci si accorge che album live ne escono ormai pochissimi, specialmente in ambito rock, e viene quindi da domandarsi, al di là dell’omaggio all’epoca prediletta e alle sue sonorità, se una tale curiosa scelta discografica non sia stata dettata dalla terrena motivazione di prendere tempo tra un album di studio e l’altro (l’ultimo è uscito nel 2016), o magari dalla convinzione di avere per le mani materiale di livello eccezionale, che non può assolutamente restare in archivio. Provo a dire la mia.

Senz’altro sussiste la prima motivazione, che, del resto, è Seventies come poche. Quanto alla seconda, meglio non andare oltre un avverbio dubitativo, perché le registrazioni delle tre serate di Tokyo, Stoccolma e Madrid da cui è tratto “Anywhere Loud” non sembrano eccedere la qualità media delle esibizioni dal vivo del quartetto, sempre ricche di energia e decibel e nel contempo povere di fronzoli e tempi morti, come si conviene alle migliori diete. Ma sarebbe ingiusto liquidare questo LP come meramente “attendista”, perché qui l’elettricità trasuda dai solchi e riesce a rendere appieno (a debito volume, ovviamente) l’eccitazione che le canzoni concise ed elettriche degli Imperial State Electric producono dal vivo, quando si lasciano alle spalle orpelli di produzione per porgersi nella loro nuda essenza di spumeggianti brani di rocchenròll mercuriale e melodico, conferendo così un senso ed autonoma dignità ad un’operazione fonografica fuori dal tempo ma ben salda nei suoi solchi. E se la forma mentis del gruppo, che è nel senso di riprodurre pedissequamente o quasi i brani nelle loro versioni di studio anche sul palco, congiurava per affossare la riuscita complessiva del disco, il rischio, pur non completamente sventato, è alla fine tenuto sotto controllo mediante periodiche variazioni rispetto al copione di studio (l’introduzione batteristica di Holiday From My Vacation; la prolungata coda solista su Faustian Bargains; il botta e risposta con il pubblico su Redemption’s Gone, capace di citare con la massima naturalezza sia la versione di Highway Star presente su “Made In Japan” che Free Bird), che testimoniano la concreta immediatezza della dimensione live da cui l’incisione deriva e altresì la padronanza delle tempistiche di scena da parte della formazione. Operazione riuscita, dunque; merito anche della scelta di conferire al disco un suono crudo, non rifinito, catturato dal vivo in presa diretta, dal cui ascolto balza fuori immediatamente la pulsante frenesia dell’esibizione, cosicché pure le piccole sbavature ed imperfezioni che costituiscono la fisiologia di ogni concerto, più che viziare il resoconto, contribuiscono a rendere “Anywhere Loud” un’istantanea effettiva ed efficace della carriera degli Imperial State Electric. Più “Alive!” che “It’s Alive”, quindi; e non è solo una questione di titolo.

C’era bisogno di un album del genere? No. C’era bisogno di un doppio dal vivo? No. C’era bisogno di questo doppio dal vivo? Sì. Per ricordare che proprio dal vivo il rock ‘n’ roll dà il meglio di sé, suonato davanti ad un pugno di persone convenute più o meno appositamente per ascoltarlo, e non a casa, in divano o persino a letto con l’influencer. E che comunque, dal vivo o su disco, il rock ‘n’ roll viene meglio se lo si ascolta in tanti. Ovunque. Ad alto volume. Ma in tanti. Millenovecentosettanta, come minimo, ma ne bastano anche one, two, three, four.

Odd Man Out: Pat Torpey (1959-2018)

Pat Torpey

Il fatto è di due giorni fa, ma si è diffusa oggi la notizia che Pat Torpey, storico batterista e compositore dei Mr. Big, ci ha lasciato per il morbo di Parkinson, diagnosticatogli quattro anni or sono. Finisce così una carriera svoltasi sempre ad alto livello, nella storica formazione californiana e in diversi altri progetti, di studio e non (“Stand In Line” di Impellitteri, l’omonimo album di Stan Bush & Barrage e “Girls Girls Girls” dei Motley Crue i più famosi, ma si parla di oltre un centinaio di apparizioni discografiche, come batterista non meno che come corista), e caratterizzata da un’eccellente tecnica strumentale e vocale, da uno stile batteristico potente ma variegato, sempre adeguato ad ogni contesto, che ha contribuito in maniera determinante a plasmare la storia del rock duro degli ultimi trenta e più anni. Ma non meno rilevanti, e anzi sorprendenti perché più rare, sono state le doti vocali, utilizzate per le sofisticate armonizzazioni corali che hanno permesso ai Mr. Big di amalgamare con grande successo artistico e commerciale la componente più tosta del proprio sound con preziosismi pop tipicamente californiani ed esibite alla fine di ogni concerto, quando il quartetto, all’apice del divertimento (perché, a suonare dal vivo, i Mr. Big si sono sempre divertiti quanto il loro pubblico, se non di più, senza peraltro fare nulla per nasconderlo), si scambiava gli strumenti e finiva l’esibizione con un classico del rock, scelto volta per volta e cantato più che adeguatamente proprio dal batterista. E la possibilità che Pat Torpey passi alla storia della musica secondo la vulgata come “il batterista di quelli di To Be With You“, dove la batteria manca, è probabilmente l’estrema ironia di una sorte sorniona. Alla quale, una volta di più, dobbiamo inchinarci, ma non senza rendere, grati e ossequiosi, l’estremo saluto a Pat Torpey, musicista ispirato ed essere umano di spessore. Ciao Pat.