I ragazzi dimenticati dal mondo: Gimme Danger

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L’ennesimo documentario di argomento musicale? Sì e no.

In prevalenza Iggy-centrico come è lecito attendersi, ma anche ricco di dettagli forniti da altri protagonisti (Ron Asheton, Scott Asheton, James Williamson, Steve MacKay, Mike Watt, Kathy Asheton, il discografico e manager Danny Fields), “Gimme Danger” esplora la vicenda forse più torbida dell’intera storia del rock ‘n’ roll facendosi forza di un riuscito collage di frammenti di concerti (la cui forza narrativa è impareggiata e, forse, impareggiabile), sequenze di repertorio, spezzoni di prodotti televisivi e cinematografici d’antan e interviste ben calibrate. Le redini, beninteso, sono saldamente in pugno a Iggy Pop, che avvince con la sua voce profonda e inquietante e le sue peculiari metafore (“lo stile chitarristico di Williamson è come un cane antidroga che ti entra in casa e sniffa dappertutto, in ogni angolo, finché non trova quello che cerca”, o qualcosa del genere), ma l’intera storia è dinamite. Anche se la protagonista è un’altra: la musica.

Sono le canzoni degli Stooges il vero punto di forza di questo film, il cui suono esce dallo schermo con la consueta pericolosità e pervade le orecchie più di quanto riescano a fare con gli occhi le pur forti immagini. Niente è fuori posto; non una scelta sbagliata, non un classico assente. Anzi, c’è pure qualche aggiunta dal passato di Iggy, dalla riottosa contemporaneità dell’epopea del gruppo e anche dal mondo post-atomico del dopo-Stooges. Nulla di paragonabile, però, alla forza espressiva del materiale dei quattro e due mezzi qui celebrati, sfregio al buon costume e minaccia costante alla sanità mentale, come si conviene al rock ‘n’ roll quello vero. Ma che gli Stooges fossero la più grande rock ‘n’ roll band del mondo lo sapevamo già; veniamo alla pellicola.

Che parte col botto e per un’ora circa avvince ed a tratti mozza il fiato, ma verso la fine si perde, ché la vicenda realmente rilevante è durata poco più di quattro anni (1967-1970 e poi qualche mese tra ’72 e ’73), mentre sul periodo successivo si poteva calare il sipario quasi subito (anche perché a dilungarsi subentrava il rischio di incentrare l’attenzione sulla carriera solista del solo Iggy), e quindi l’estensione della narrazione fino alla reunion degli anni Duemila, nonostante costituisca con ottima probabilità un atto dovuto e una razionale chiusura del cerchio, servendo anche ad integrare il minutaggio, comporta un inevitabile calo di tono e intensità rispetto a quanto precede. Opinabile, poi, la ricostruzione dell’influenza del suono Stooges riferita al solo punk (sia primordiale che seguente) ma, soprattutto, imperdonabile l’omissione di qualunque riferimento, anche solo una menzione, all’ultima esibizione del gruppo, quel concerto del 9 febbraio 1974 a Detroit che segnò il punto di massima decadenza mai raggiunto dal rock, ammirevolmente documentato fin dal 1976 su “Metallic K.O.”; impensabile che Jarmusch, nel cui montaggio accorto e nella stessa scelta del soggetto si intravede un fan, ne abbia ignorato l’esistenza. Curiosa, poi, la mancanza di aneddoti a contenuto sessuale, in spregio della triade che da sempre accompagna il rock ‘n’ roll, ma probabilmente si tratta di una scelta stilistica per concentrare l’attenzione sulla natura “altra” della formazione e della sua musica. È doveroso, però, menzionare l’attenzione che il regista pone alla ricostruzione delle influenze del gruppo, disvelandole più variegate di quanto il suono scarno e selvaggio del suo corpo d’opera lasci immaginare: non solo, infatti, si fa menzione dei fermenti di musica d’avanguardia propugnati dal collettivo ONCE di Ann Arbor (che spingeranno i quattro giovani rocker a sperimentare la costruzione di nuovi strumenti musicali), ma anche viene ricostruita la temperie di magmatico sincretismo stilistico di quel Rinascimento pop che fu la fine degli anni Sessanta, periodo in cui una formazione che puntava a realizzare il rock più dionisiaco che si fosse mai sentito non trovava affatto strano guardare  per ispirazione a Miles Davis e James Brown, a Velvet Underground e Mothers Of Invention,  a Muddy Waters e John Coltrane  indifferentemente.

Segnalo da ultimo di avere udito alla fine del film taluni spettatori lamentarsi dei sottotitoli in italiano, che effettivamente coprivano parte del materiale presente sullo schermo: per parte mia, se questo è il prezzo da pagare per evitare doppiaggi improponibili per il formato  documentaristico (anche perché a volte il mero tono della voce, sia pure in lingua originale, può significare di più del contenuto del discorso), ben vengano le sovrimpressioni, come “male minore” ma anche quale utile ausilio di comprensione per gli anglofoni nostrani.

Non scevro da pecche ma comunque avvincente e prezioso per ciò che documenta, “Gimme Danger” ottiene l’effetto che ogni documentario musicale dovrebbe generare per dirsi riuscito: quando esci dalla sala ti viene voglia di formare un gruppo, e fanculo se non sai suonare niente. Difficile dire lo stesso di altre uscite simili.

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