🎼20/17 Presto – coda

Ed eccoci di nuovo a fine anno, come sempre tempo di bilanci e annesse riflessioni sui risultati. Qui entrambi a carattere precipuamente musicofilo, e quindi non mi dilungo oltre in considerazioni non pertinenti. Le liste sono di lunghezza variabile e, come sempre, non in ordine di apprezzamento di ciò che viene elencato. Tanti auguri a tutti.

Dischi notabili

1. Imperial State Electric – All Through The Night

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2. Smokey Fingers – Promised Land

Lodi è quanto di più lontano dal Sud nordamericano si possa concepire, ma il secondo album di questo quartetto annulla sorprendentemente la distanza geografica che separa la band dalla sua terra promessa: voce sterrata, chitarre che pungono, slide campagnola, ritmiche compatte e neanche una canzone brutta. Musica onesta, verace, intensa, saporita. Southern rock come raramente se ne ascolta, tra gli Skynyrd odierni e certo hard alla Little Caesar.

3. Metallica – Hardwired…To Self-Destruct

Dopo l’esito referendario, la seconda sorpresa dell’anno: l’età si sente, ma il disco non è solo mestiere, perché ha il pregio di porgersi sentito (in ogni senso), e infatti i pezzi sono strutturati perché i quattro riescano a suonarli dal vivo a lungo (più a lungo di così!) senza rendersi ridicoli. Probabilmente hanno messo troppa carne al fuoco, ma l’insieme resiste al vaglio di ripetuti ascolti e tanto può bastare, a questo punto. Congedarsi così dalla discografia sarebbe un trionfo.

4. Testament –  Brotherhood Of The Snake

In epoca di paranoie complottistiche cosa c’è di meglio di un concept album su una setta esoterica che attraversa millenni e civiltà? In epoca di sensazione di trovarsi sul promontorio estremo dei secoli (cit., vabbè) cosa c’è di meglio di una quarantina di minuti di thrash suonato come si deve dalla migliore formazione del genere rimasta in circolazione? Dinamica, potenza, impatto, melodia, tecnica, ispirazione. Aspettando il nuovo degli Overkill, lo scettro resta in mano a Chuck e i suoi.

5. Exumer – The Raging Tide

Mai sottovalutare la Germania, perché altrimenti poi ti tocca combatterla frontalmente, e a quel punto per vincere bisogna impegnarsi. Dopo il dubbio ritorno del 2012, ecco finalmente quello che fin da subito avrebbe dovuto andare dietro ai due storici lavori degli anni Ottanta. Nulla di nuovo ma tutto fatto con competenza, gusto e passione, e con ottimi suoni (anche il thrash old school beneficia  dell’impatto che le nuove produzioni, se ben dosate, sanno garantire). La maschera di ferro è tornata per restare.

6. Blackberry Smoke – Like An Arrow

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7. Monkees – Good Times

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8. Great Master – Lion & Queen

Il power è morto anzi no, perché non solo è in atto un’operazione di ristampa dei classici (ad esempio “Return to Heaven Denied”; in vinile, per giunta) ma c’è anche gente che continua a macinare imperterrita il genere come se fosse il ’99 o giù di lì. Disco fuori dal tempo e però di spessore compositivo notevole, con tutto ciò che lo stile richiede: voci altissime, melodia, doppia cassa, riff da stinco con patate al forno e ambientazione storico-fantasy. Non per tutti, ma se piace delizia.

9. Boulevards – Groove!

L’imperativo che costituisce il titolo dice tutto di questo pastiche di funk fine ’70-primi ’80, disco e house: suoni fedeli senza essere filologici, voce tra canto e recitazione, ritmi coinvolgenti e un’atmosfera edonistica che congiunge l’epoca delle spalline a quella del twerking. Tipo un Bruno Mars fatto bene. Il male, se chiedete a me, ma al groove si resiste a malapena; ambientazione perfetta un party estivo all’aperto, che sia estate o meno.

10. The Excitements – Breaking The Rule

Meno che l’esordio ma più di “Sometimes Too Much Ain’t Enough” (2013), il terzo LP trova i barcelloneti in forma scoppiettante, capaci di costruire un groove spesso e pieno di anima, che lo straripante carisma vocale della meravigliosa Koko-Jean Davis (s)veste di una sensualità mas que caliente. Soul ed errebì antiquo more, per ballare e commuoversi, per desiderare ed ottenere; in breve: per sentirsi vivi. Da avere rigorosamente in vinile.

L’altro 2016

Perché è il 2016 solo se ci credi.

Lord Finesse – Funky Technician

Uno dei migliori dischi rap di sempre (per quanto mi riguarda, nella Top 3 con “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back e “Straight Outta Compton”) e uno dei più ignorati. La old skool newyorkese all’apice delle sue possibilità: campionamenti di James Brown, virtuosismi inauditi ai piatti (mai sentito uno scratch così!) e un flow strepitoso del MC (il verso “I kick the tune like my man Beethoven” mi strappa un sorriso ogni volta). Ma soprattutto una fluidità di ascolto che gli album rap non hanno praticamente mai. Un capolavoro, punto.

Marvin Gaye – Trouble Man

Si comincia a riscoprirlo, ma resta comunque l’album più sottovalutato della sua carriera. Gran peccato, perché questa colonna sonora (del film omonimo) riassume al meglio il lato musicale del fenomeno blaxploitation, muovendosi “tra un funk in punta di dita e un jazz da nightclub” con atmosfere variegate ma sempre seduttrici, complice un sassofono ora guizzante ora ammaliante. Marvin canta poco (ma quando lo fa è subito spettacolo: la title-track è su ogni antologia del nostro che si rispetti) ma compone, arrangia, suona piano, chitarra e batteria e anche produce in maniera sopraffina. L’esperimento soundtrack non verrà mai ripetuto, ma l’album resta un fotogramma del fermento culturale nero degli anni Settanta che mantiene inalterato il suo fascino anche a distanza di oltre quarant’anni.

Mark Free – Long Way From Love

Ci sono (stati?) governi di “centro—-sinistra” e dischi di “AO—R”. Questo, ad esempio: la batteria è praticamente sempre una drum machine, le tastiere dominano e la chitarra si sente appena; dov’è il rock? Eppure gli arrangiamenti funzionano, la scrittura è di livello raramente eguagliato in quest’ambito e la voce altissima di Mark (ora Marcie) Free colora magicamente il tutto. Per amatori, probabilmente, ma qualificarlo guilty pleasure sarebbe riduttivo e ingiustificato: in fondo, per imparare ad apprezzarlo basta avere gli amici giusti.

The Shadows Of Knight – Gee-El-O-Are-I-Ay

Antologia di una delle più selvatiche band  del garage anni Sessanta, questo LP, uscito per l’inglese Edsel nel 1985, assomma gli episodi migliori dei primi due lavori della formazione di Chicago (entrambi classici del garage), aggiungendovi qualche brano altrimenti rimasto di difficile reperibilità (su 45 giri) e risultando nel complesso preferibile ai singoli  album per la sua capacità di racchiudere l’immediatezza del genere in uno spazio limitato. Mega biblìon, mega kakòn from the first psychedelic era.

Damnatio memoriae

Rolling Stones – Blue And Lonesome

Comprato appena uscito sulle ali dell’entusiasmo generato da talune recensioni, ascoltato subito e ripetutamente, piaciuto dapprima, accantonato poco dopo. Magari sarà anche vero che è nato spontaneamente, per caso, cazzeggiando in studio, ma la spontaneità non basta a far sì che la sensazione di raggiro ben orchestrato si dissipi; anzi, si accresce con gli ascolti (ed anzi decolla scoprendo che l’edizione limitata dell’album è un cofanetto doppio con “Blue And Lonesome” assieme a quell’altra sesquipedale presa per i fondelli nomata “Havana Moon”). Anche godibile ma decisamente superfluo; come ha notato taluno, se un disco del genere fosse uscito senza la celebre griffe linguacciuta non se ne sarebbe accorto nessuno. Non commettete anche voi il mio errore: piuttosto tirate su “Play Chess” dei Morlocks, che vi costerà un terzo e vi farà godere il doppio.

Parlare in rima per giungere in cima: Straight Outta Compton

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È duro essere negro. Ti è mai capitato? A me sì, una volta, quando ero povero“. Questa fulminante battuta di Larry Holmes riassume insuperabilmente uno dei film di ambientazione musicale più belli dell’anno e, forse, degli ultimi anni. Ma comunque non è un buon motivo per perderselo.

Due ore e mezza di trama sempre coinvolgente per narrare in maniera asciutta e, tutto sommato, con rigore storico una delle più incredibili vicende della musica popolare e dell’hip hop: la storia degli N.W.A., i “negri belli tosti” che seppero uscire dal giogo della ghetto life di Compton (uno dei più difficili sobborghi neri di Los Angeles, per “merito” loro divenuto uno dei simboli della disparità delle opportunità, su base razziale, nella land of opportunity) con la sola forza di beat coinvolgenti, di rime fluenti e spietate e, beh, di qualche dollaro di partenza ottenuto chiudiamo un occhio come (anzi, spalanchiamolo) per sfidare quasi involontariamente un establishment costruito sulla disuguaglianza passata per migliore dei mondi possibili. Peraltro senza alcuna ambizione rivoluzionaria, ma con l’unico desiderio di poter vivere, meglio se agiatamente e, perché no, sopra le righe come si confà a delle star, dei proventi della propria musica, che in questo caso è specchio brutale di una vita altrettanto spietata. Due ore e mezza che si sentono, perché la vicenda è densa di avvenimenti, ma non pesano, ché la curiosità del passaggio successivo è sempre dietro l’angolo. Il tempo giusto per la narrazione, insomma, che infatti non ne risente; tutt’altro.

Non c’è melodramma o compiacimento o retorica in questo film, ma solo un’esposizione dei fatti tendente al neutro anche quando gli eventi si presterebbero a coloriture accese, come nel caso del processo a Rodney King e della conseguente rivolta del 1992, del divorzio tra Ice Cube e la crew, alla fine del primo tour, o del colpo di scena riguardante Eazy-E. Circostanza ancor più curiosa ove si consideri che la pellicola è stata prodotta, artisticamente come economicamente, proprio dai diretti interessati, con in testa i due che ce l’hanno fatta e, in ragione dei ruoli assunti nella vicenda, più ci tengono a rendere chiara la propria posizione; anzi, la discrepanza tra i risultati raggiunti dagli uni (Ice Cube e Dr. Dre) e dagli altri (tutti gli altri, a parte Snoop Dogg e 2Pac, figure intraviste di sfuggita e con sostanziale funzione di “accidenti narrativi”) è appena abbozzata, lasciata sullo sfondo per la valutazione da parte dello spettatore in una sorta di glissato cavalleresco, come tale foriero di non poca sorpresa, giacché proveniente da un mondo di sceneggiate esaltate ed ego vieppiù ipertrofici quale quello del rap. E persino la fotografia non si espone troppo, evitando montaggi frenetici e virtuosismi non funzionali alla narrazione ed alla prestazione attoriale.

Un plauso per gli attori è, poi, doveroso: la caratterizzazione acquista sin dai primi attimi nitidi contorni naturalistici, e questo vale per i protagonisti come per i comprimari (gli spacciatori e i poliziotti del famigerato L.A.P.D.), risolvendosi in una prestazione notevole per intensità e coinvolgimento. Per impersonare un gangsta rapper non basta essere nero; bisogna sentirsi nero: operazione riuscita a tutti i protagonisti, ancorché a variabili livelli di eccellenza, ché se di tale attributo si connota la prestazione di O’Shea Jackson Jr. nei panni del padre e di Corey Hawkins come Dre, meno notevoli eppure sempre convincenti sono Aldis Hodge e Neil Brown nelle rispettive vesti di MC Ren e DJ Yella. Ma il risultato scenico è tale che consente di soprassedere sulla qualità del singolo apporto.

L’aspetto che costituisce l’incentivo in un certo senso ultimo alla visione per noi italofoni è il doppiaggio. L’ardua missione di rendere in lingua lo slang coloratissimo del ghetto e l’oggettiva impossibilità di tradurre le liriche dei numerosi brani uditi nel corso del film senza uccidere forza e flow Ã¨ totalmente compiuta, superando le secche dell’usuale overdose di “Ehi, bello!” e “Ciao campione!“, prendendo atto che alcuni passaggi (lo “Yo!” con cui molti dei personaggi si apostrofano frequentemente, ormai assurto a simbolo linguistico per eccellenza del rap) sono semplicemente intraducibili e lasciando che la musica letteralmente parli da sé, con i soli sottotitoli a tradurre in italiano, peraltro con sorprendente efficacia, le rime che fluiscono potentissime in Dolby. Riprova ulteriore della raffinatezza del parco nazionale di doppiatori e della sua definitiva comprensione dello spirito dell’opera, che non può non giovare al godimento complessivo della pellicola.

In Gangsta Gangsta i nostri ammettono “N.W.A. is wanted for homicide“: se cercate il colpevole, può essere che lo troviate al botteghino.

It takes heart to be a guerrilla warrior because you’re on your own. Il brano simbolo degli N.W.A.

E così è successo di nuovo. E succederà ancora. E ancora e ancora. Perché, alla fine, le cose non cambiano mai.

I fatti li conoscono tutti: il 9 agosto 2014, a Ferguson, Missouri, il nero Michael Brown, disarmato, è stato ucciso da due poliziotti. Proteste, scontri, invettive, appelli, repressione, media coverage. La giuria assolve i due. Ancora proteste, scontri, invettive, appelli, repressione, media coverage. Un paio di giorni fa due poliziotti cadono vittima di un agguato a Brooklyn. Preannunciato, come risposta alla morte di Brown e di Eric Garner, parimenti nero, disarmato e finito nel mondo dei più per mano poliziesca. Rimpalli di responsabilità, strumentalizzazione a fini politici, media coverage. Tutto come prima.

Guerra tra bande, insomma: “noi” contro “loro”, civili contro divise, brothas contro pigz. Vana la ricerca delle cause, anche se un’occhiata a numeri e composizione razziale della popolazione carceraria statunitense (soccorre Wikipedia) e un breve studio della dottrina dello “use of force” e delle sue apparentemente disinvolte modalità di applicazione potrebbe suggerire una plausibile eziologia, capace di resistere all’incertezza sugli esatti accadimenti verificatisi nelle singole situazioni che è naturale corollario della difficoltosa quanto problematica operazione definita “accertamento della verità processuale”.

Le stesse cause, a ben guardare, che già gli N.W.A. indicavano ventisei anni or sono, in un brano memorabile, punto di non ritorno per il rap e, ahem, padrino di tutto il filone gangsta. Memorabile fin dall’irriferibile e inequivocabile titolo, che certifica la vanità di ogni speranza di cambiamento (ricordate Sam Cooke?) e indica come unica soluzione la lotta armata senza quartiere ad un establishment ostile e persino ufficialmente discriminatorio (nel 1986 Reagan aveva posto il veto al “Comprehensive Anti-Apartheid Act”, una legge approvata del Congresso per comminare sanzioni al Sudafrica persistente nel regime di segregazione razziale, divenendo il primo Presidente americano del Ventesimo secolo a subire l’override, vale a dire l’identica riapprovazione parlamentare della legge). Ma anche per la levatura artistica dei nomi coinvolti nella crew (il cui eloquente acronimo sta per Niggaz With Attitude, “negri con le palle”), un paio dei quali destinati al gotha dell’hip hop di tutti i tempi: Ice Cube e Dr. Dre. Cinque minuti e quarantacinque secondi di rime spietate su basi scarne, a formare un brutale quadro della vita vissuta dai giovani neri (in questo caso a Compton, ghetto della greater L.A., ma la rappresentazione ha valenza ubiqua), con la delinquenza come unica strada per soddisfare le proprie ambizioni, di marca rigorosamente capitalistica (“Per un ragazzo che mi prende a modello/la vita non è altro che troie e denaro”, confessa Ice Cube su Straight Outta Compton, brano che battezza l’omonimo secondo LP degli N.W.A.), e lasciarsi alle spalle lo scuro pigmento melaninico, di tante ingiustizie foriero, per quello verde dei dollari, che tutte le porte schiude, con la consapevolezza che solo pochi ce la fanno, perché nella trincea d’asfalto quotidiana si muore eccome. L’aspetto che sorprende veramente, però, è la costruzione narrativa della canzone, originalissima e forse per questo raramente imitata in seguito: il pezzo viene strutturato come un’udienza in tribunale (presiede il giudice Dre), in cui si fronteggiano gli N.W.A. e il Police Department, e a turno ognuno dei rapper (nell’ordine: Ice Cube, MC Ren, Eazy-E) sale sul banco dei testimoni e rende la propria dichiarazione, fino al verdetto finale, in esito al quale l’imputato, bianco, non può trattenersi e prorompe in un oltraggio alla Corte, venendo trascinato fuori dall’aula proprio mentre il suo grido di risentimento svanisce. Artificio di spiccata ingegnosità e ambientazione di grande valore simbolico (summum ius, summa iniuria è il messaggio che sembra sottendervi) nonché, a suo modo, profetica.

L’enorme forza di Fuck Tha Police apparve chiara fin da subito: ne venne impedita la trasmissione radiofonica (persino in Australia e Nuova Zelanda!), l’FBI scrisse alla casa discografica una lettera (oggi visibile nella Rock ‘n’ Roll Hall of Fame) dai toni vagamente intimidatori e il L.A.P.D. diffidò gli N.W.A. dall’eseguire il brano in concerto; diffida puntualmente disattesa, con conseguenti disordini e strascichi legali. Episodio che, unitamente ad alcuni stralci del testo della canzone, avrebbe dovuto indurre riflessioni. Ma non lo fece fino al 1992, quando il pezzo divenne la colonna sonora degli eventi successivi all’assoluzione dei cinque poliziotti che nel marzo 1991 avevano fermato e picchiato a sangue l’automobilista nero Rodney King.

Ma era già troppo tardi, allora, e lo rimase. E infatti è successo di nuovo. E succederà ancora. E ancora e ancora. Perché, alla fine, le cose non cambiano mai. Suonala ancora, Sam; ma questa volta cambia le parole. Usa quelle di Ice Cube, vedrai che te le presta volentieri: “A young nigga’s got it bad ‘cuz I’m brown“. Brown, appunto.

Nobody’s Fault But Mine

Vorrei farlo. Davvero, vorrei farlo ma non ci riesco. Mi sforzo, penso sempre che i miei venticinque…sì, insomma, voi che avete pazienza o sfortuna di capitare da queste parti meritate qualcosa di più. E infatti mi sforzo, ci provo, ci penso e ci rimugino. Ma niente, non ci riesco.

Vorrei raccontarvi grandi storie musicali e aneddoti significativi per comprendere il contributo delle sette note in versione popular allo sviluppo della società nell’ultimo secolo, anno più anno meno. Vorrei additarvi album storici, magari da riguardare sotto ottiche diffferenti, e gemme discografiche celate dal passato nel suo scrigno impietoso. Vorrei schizzare sarcasmo altamente urticante verso la degenerazione della musica e della società contemporanea con pappardelle misantropiche dal linguaggio piano e ricorrentemente sguaiato come quelli di Bastonate. Vorrei, ma non ci riesco. Qualcosa mi trattiene, qualcosa di ardua individuazione e dalla stretta ferrea.

Sicché me ne sto qui con le mani in mano, mentre la mente è un impetuoso tumulto di mesmerico ribollire, un crogiolo di ideazioni con crismi di genio e durata di crisalide, un magma incandescente di mercuriale frenesia sinaptica. E finisce che non vi narro nulla di ciò che vorrei e dovrei (perché, diciamocelo, nessuno ti obbliga ad aprire un blog, ma, una volta che decidi di farlo, hai delle responsabilità verso i terzi, lettori ignari; ma poi, l’ignavo sa di essevlo?). Perdonatemi. Ecco, ce l’ho fatta, ve l’ho detto. Perdonatemi.

Perdonatemi se non vi ho mai confessato che per me il primo, omonimo album dei Rush è il loro unico veramente meritevole di ascolto proprio perché non sembra un disco dei Rush, e quindi colmo di stramberie ideologiche e contorsioni strumentali, ma solo una chicca totalmente devota al verbo zeppeliniano in suoni, brani e intenzioni, per consolarsi che nel 1974, anno in cui uscì, il Dirigibile aveva già parzialmente smarrito la rotta.

Perdonatemi se non riesco a mettervi in guardia dall’effetto destabilizzante che l’ascolto di “Laid Back” di Gregg Allman potrebbe causarvi, con quella voce che è una carezza porta da una mano screpolata e quelle canzoni piene di anima e di soul, malinconiche senza generare malinconia, buone per tutte le stagioni dell’anima e della vita, per ricordarsi da dove veniamo e dove andiamo, ma soprattutto cosa dobbiamo affrontare nel tragitto.

Perdonatemi se vi ho celato che in “Louisiana Rock & Roll”, terzo LP degli americani Potliquor, c’è un tasso di umidità superiore a quello della fascia Comacchio-Grado e per quello alcolico è un serrato testa-a-testa, e che sapere l’album inciso a Baton Rouge, Louisiana è solo la riprova che la bandiera della Confederazione sventola maestosa mentre fiati stile Muscle Shoals, pianoforti di Memphis (lato Beale Street) e chitarre con la fregola di Jacksonville si radunano a far bisboccia sulle rive del Mississippi, whiskey di segale e certi funghi che non ti dico.

Perdonatemi se finora ho esitato nel definire “Home” degli Spearhead uno dei più godibili (ci sta? Ci sta: migliori) album hip-hop del secolo scorso, quando le basi si creavano anche senza un computer e la pantomima gangsta non aveva ancora relegato nell’ombra ogni altra forma espressiva del genere, un gioiello dal groove irresistibile per chiunque (lo ripeto: per chiunque; provare per credere) ricavato da rime ora politiche ora personali e sempre scomode adagiate dalla voce intensa e peculiare di Michael Franti su basi suonate che riassumono due decenni di musica nera, Curtis Mayfield e Bob Marley, Prince e James Brown, e che riportano il genere…beh, a casa.

Perdonatemi se mi è mancato il coraggio di invitarvi al ballo per spiriti inquieti dato dal misconosciuto Paul Roland, una “Danse Macabre” scandita da un folk rock gotico e sepolcrale nell’ambientazione quanto acido e lunatico nella resa, mentre dalle chitarre acustiche e dagli scarni archi promana un’aura funebre come il solingo e muto carro rammostrato in copertina, ad aumentare il fascino oscuro dell’ascolto.

Perdonatemi se non vi ho suggerito (rectius, prescritto) di fare vostro “Remedy”, l’ultimo disco dei giovani e promettenti (mantenenti, anche) Old Crow Medicine Show, per un saggio di musica degli Appalacchi, bluegrass in primis, scritta bene, suonata meglio e coinvolgente ancor di più, una perfetta ricostruzione di una tradizionale festa paesana di bianchi nel Tennessee rurale, dove tutti sono amici e si balla finché la banda suona e racconta storie hillbilly e l’alcol scorre (cioè si balla sempre).

Ecco, io voglio dirvi tutte queste cose, ci tengo proprio. Ma non ci riesco, qualcosa mi trattiene. Sì, lo so che è solo colpa mia; lo dice anche il titolo, se provate a leggere in cima. È che proprio non ci riesco, è più forte di me. Sconfitto torno a giocar con la mente e i suoi tarli. Perdonatemi, perdonatemi se potete.