Hindsight is always 2020

Alla trentunesima edizione dei Grammy Awards, il 22 febbraio 1989, veniva per la prima volta introdotta la categoria Best Hard Rock/Metal Performance Vocal or Instrumental, il premio assegnato avendo riguardo ai risultati conseguiti nell’anno precedente, il 1988. A contenderselo c’erano i Metallica e i Jethro Tull. I primi astro ormai nato e giunto allo zenith di tutto il movimento metal degli anni Ottanta, che arrivavano alla competizione sulla scia di quattro album considerati da subito caposaldi del genere e baciati da straordinari e ubiqui consensi di pubblico e critica. I secondi reduci della stagione progressive inglese degli anni Settanta, con ottime entrature nell’industria (l’ex batterista Barriemore Barlowe un affermato manager di A&M per le principali major discografiche) e l’ultimo album pubblicato due anni prima, il secondo in cinque anni, accolto tiepidamente dalla critica (quella ufficiale, non quella di settore; differenza rilevante, negli anni Ottanta) e bene dal pubblico.

Vinsero i Jethro Tull.

Ma le proteste furono così accese e ubique che l’anno seguente l’Academy fu costretta ad introdurre due distinte categorie: Best Hard Rock Performance e Best Metal Performance. Quest’ultima fu vinta dai Metallica, per il brano più in vista dell’album con cui si erano presentati all’edizione precedente.

A volte succede. Così, giusto per dire.

Fa il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai: Steve Earle – Ghosts of West Virginia

La vita è un pantano, amiche e amici. Ma non fatevelo dire da me, che ho il culo piantato sulla sedia davanti a un computer; ascoltate chi di vita ne capisce veramente, ascoltate Steve Earle, il virginiano dagli occhi di ghiaccio che ha vissuto più di quanto si dovrebbe, perlomeno secondo gli standard occidentali.

Il suo ultimo disco, “Ghosts of West Virginia”, parla proprio di vita, quella dei minatori dei Monti Appalacchi che da sempre si spezzano la schiena estraendo carbone in condizioni spesso disumane. Lo fa dando voce alle emozioni di questa umanità irredenta ma resiliente, alle prese con difficoltà quotidiane difficilmente immaginabili per molti di noi eppure ricca di vitalità. Lo fa cantando del loro mondo, fatto di elementi identitari (Union, God and Country) e di una fatica quotidiana che è una condanna (Devil Put The Coal In The Ground), di miti collettivi (John Henry Was a Steel Drivin’ Man) e di destini scritti dalla nascita (Black Lung), di tenerezze piccole ma profonde (If I Could See Your Face Again) e di rabbia orgogliosa di chiamare le cose col loro nome (It’s About Blood). Lo fa con i suoni di quel mondo, il country, il folk e il bluegrass, occasionalmente ispessiti dalla solidità rock che i Dukes, il gruppo di musicisti che lo ha accompagnato per decenni, sanno garantire. Lo fa con testi struggenti, scritti senza giri di parole da chi non ha tempo per elaborare metafore ardite o atmosfere suggestive, perché ha storie da raccontare, storie di vita vera, di carne e ossa, di amore e morte, di qui e ora. Lo fa, come sempre, da outsider, incapace dell’ipocrisia di stare sempre con la ragione e mai col torto e pronto – anzi, ormai aduso – a pagarne le conseguenze, ad esempio schiaffando in copertina una carta geografica con nomi di luoghi e simboli di lavoro e di morte. Lo fa da par suo, con l’ennesimo album da incorniciare.

Probabilmente non è un caso che un disco del genere sia uscito nel 2020. O forse sì, chissà; bisognerebbe chiederlo a Steve ed essere pronti ad accettare la risposta di uno che, erede di Tennessee Ernie Ford e Woody Guthrie e ormai ben al di là di Springsteen, è l’ultimo (l’unico vero?) cantore dell’America profonda, quella che, come ha scritto Mauro Zambellini, dietro i grandi numeri fatica ad arrivare a sera.

Disco dell’anno e, finché le cose andranno così, di ogni anno.

La vita è il sale dell’ottimismo: Devon Williams – A Tear In The Fabric

devon williams - a tear in the fabric

“Uno strappo nel tessuto”: titolo perfetto per descrivere questo tempo di lacerazione del tessuto sociale umano. Sennonché il quarto album del cantautore californiano Devon Williams, uscito il 1 maggio scorso, non tratteggia orizzonti collettivi, bensì intimamente personali, visto che, a leggere le note stampa che accompagnano il disco, nei sei anni che hanno separato questo lavoro dal precedente “Gilding The Lily” al suo autore sono successe cose che cambiano la vita, come la morte del padre per malattia e la nascita di una figlia. Ma, dal momento che, nelle parole di T.S. Eliot, la critica onesta e l’apprezzamento sensibile sono diretti non al poeta ma alla poesia, il vissuto personale dell’autore non assume alcuna rilevanza in merito alla qualità dell’opera, e dunque bisogna concentrarsi sul disco, che di qualità ne ha da offrire non poca.

Sembrerebbe che questa forma di pop cesellato venga incasellato come riproduttivo degli stilemi del pop anni Ottanta, ma c’è da dire che in questa temperie spintamente revivalista di quel decennio basta un sintetizzatore qui e là, un po’ di chorus applicato a chitarre pulite e risonanti nonché una certa dose di riverbero aggiunto ai suoni della batteria per classificare la proposta come “ottantiana”. Mi pare, quest’ultima, un’etichetta applicata con imprecisione in questo caso, perché, se è vero che la scelta sonora di Williams rimanda a certe soluzioni di formazioni come Prefab Sprout e China Crisis, nondimeno il contesto melodico che informa la scrittura trascende quell’epoca, citando anche il jingle jangle sessantiano, certo country e l’intimismo cantautorale di inizio anni Settanta. Insomma, quello di “A Tear In The Fabric” è pop nella più piena accezione, influenzato dal suo passato ma intenzionato a rivolgersi all’epoca presente; risultato che ottiene, peraltro, con uno dei più tipici artifici della musica popular: parlare di sé per esprimere sentimenti universali, nel tentativo di produrre risonanza emotiva in un uditorato di, potenzialmente, qualunque epoca. Solo il miglior pop ci riesce, e questo disco non ci va troppo distante.

Probabilmente per la qualità della stesura melodica, che cattura senza eccedere, e per la trama essenzialmente asciutta dei brani, nonostante l’uso di una strumentazione mediamente articolata (frequenti sono le sovrapposizioni di chitarra acustica ed elettrica, quest’ultima sempre pulita, su drappeggi di sintetizzatori); o forse per la voce così naturale di Williams, apparentemente monocorde ma capace di suonare autenticamente confessoria e di portare l’occasionale sollievo psicologico che i rimuginii esistenziali dopo un po’ richiedono. In ogni caso, la finestra aperta da questi dodici brani sul mondo interiore del loro autore invita ad affacciarsi e osservare il paesaggio, per scorgervi, volta per volta, le nuvole che si addensano (la title-track, condita dagli aromi agresti forniti da una lap steel discreta ma evocativa), una faccia amica (Out Of Time, che si potrebbe persino definire springsteeniana), foglie gialle portate dal vento (In Babylon), placide onde che al tramonto accarezzano la battigia con spuma dorata (il quasi power pop di Deadly Turn) o chissà cos’altro, scorci kinksiani, Waterboys protetti dal polistirolo o magari perfino degli Anathema depotenziati. Visioni dai colori tenui e tuttavia screziate, con il vantaggio che, nonostante le atmosfere siano principalmente intimiste e malinconiche, si scorge sempre una sensazione di speranza latente, di fiducia nella capacità di mettere tutto in prospettiva e saper affrontare le sfide man mano che si presentano e per quello che sono: emblematici al riguardo due inserimenti sonori, rispettivamente un estratto di No More Rock n’ Roll di Clifford T. Ward alla fine di A Tear In The Fabric e un tenero richiamo ai genitori di una voce di bambina, forse proprio la figlia di Williams, in Peace Now?. Malinconia serena, ecco cos’è “A Tear In The Fabric”, parto di un musicista non professionista che ha qualcosa da dire su di lui e (quindi) su di noi.

Malinconia, ma anche serenità. Proprio quello che ci serve, adesso che la tela è lacerata.

Punk per focaccia: X – Alphabetland

x - alphabetland
Nel rock ‘n’ roll ventisette anni sono una vita, anche tra un disco e il suo predecessore, ma nel caso degli X un simile iato sorprende fino a un certo punto: troppo integra, infatti, la vicenda del quartetto losangeleno per poter pensare di contaminarla con uscite inutili. Punk, un tempo, significava anche integrità, e Exene Cervenka, John Doe, Billy Zoom e Dj Bonebrake, nuovamente insieme, lo sanno bene; come sanno che punk per decenni ha significato penuria di mezzi, se si deve dar credito alla recente rivelazione del chitarrista, secondo cui il segreto per una lunga carriera è non guadagnare abbastanza da poter andare in pensione. Problema diffuso oggigiorno, e per dei punk redivivi nientemeno che fiche di partecipazione; ma sarebbe sbagliato liquidare la reunion della formazione originale del più grande gruppo punk che L.A. abbia mai conosciuto come un nuovo declino della civiltà occidentale versione filthy lucre live, anche perché in tal caso difficilmente si sarebbe arrivati al parto discografico dopo trentacinque anni da quel “Ain’t Love Grand” che, inclinando parzialmente verso suoni più levigati e hard, sembrava chiudere più che degnamente la vicenda discografica degli X prima maniera, consegnandola a due ulteriori ellepì dignitosi ancorché anodini (l’ultimo “Hey Zeus!”, del 1993). E se è sempre difficile relazionarsi con simili rientri in scena, a maggior ragione cercando di mantenere il giusto equilibrio verso scelte apparentemente spregiudicate e dettate da ragioni finanziarie, è nondimeno corretto segnalare quando il prodotto di tali operazioni è (più raramente che non, ancor più incredibilmente che non) eccellente. E proprio questo è il caso.

“Alphabetland” sarebbe dovuto uscire ad agosto per la Fat Possum, ma, vista la situazione epidemiologica che costringe mezzo mondo a casa, il quartetto ha pensato di anticiparne di quattro mesi l’uscita, dandolo improvvisamente in pasto al pubblico senza alcun preavviso il 22 aprile scorso. Senza peraltro consegnarlo ai giganti dello streaming, ma affidandolo al solo BandCamp, con la possibilità, oltre che di ascoltarlo gratis, di comprarlo. Chissà quanti lo faranno; ma tutti coloro che decideranno di investire la non elevata somma si porteranno a casa un lavoro di qualità davvero elevata. Non ai livelli del capolavoro “Los Angeles”, beninteso, ma perfettamente in linea con il rock ‘n’ roll urticante e pensante che gli X hanno sempre messo sul piatto ed anzi potenzialmente il loro miglior disco da quell’epocale debutto che costituisce tuttora un manifesto del punk. Merito di un’acquisita maturazione strumentale e vocale, oltre che della presenza di idee, entusiasmo, esperienza e consapevolezza; gli ingredienti necessari per una rentrée discografica che produca qualcosa di rilevante, e qui ci sono tutti.

A cominciare dalla copertina, che impianta sullo sfondo di una figurazione agreste in stile impressionista un logo dai colori assai simili a quelli di un certo motore di ricerca; contraddizione visiva a cui è sottesa la valutazione che qualcosa non funziona in questo mondo preso a metà tra i due estremi. I testi si incaricano di rilevarlo, come quello di Water & Wine, ma è la forza d’urto complessiva del quartetto che non passa inosservata: undici pezzi di rock ‘n’ roll fatto come va fatto, due minuti di ampli a palla e la Gretsch di Billy Zoom che come al solito fomenta gli istinti bradi di punk e greasers indistintamente (ancora Water & Wine; stavolta l’assolo, capace di richiamare dalla tomba Chuck Berry, Cliff Gallup e Link Wray), mentre Exene Cervenka (sicuramente la più influente figura femminile del punk americano) e John Doe si scambiano duetti come se trentacinque anni fossero un battito di ciglia, con un brano che sconfina nell’hardcore (Delta 88 Nightmare) e due episodi inusuali (il simil-funk di Cyrano deBerger’s Back e il recitativo su base pianistica della conclusiva All The Time in The World) a variegare un assalto altrimenti serrato ininterrottamente. Tutti ultrasessantenni e giustamente viaggiano tutti in sesta, senza lesinare nulla in energia e coinvolgimento. Un miracolo, nientemeno. Punk fatto come si deve: perché si ha qualcosa da dire e si ha urgenza di dirlo; e chi ha più urgenza di quattro anziani musicisti in un’epoca di pandemia?

Sono passati quarant’anni, e i telefoni ormai non si riappendono quasi più, ma davanti a un disco come “Alphabetland” è impossibile essere off the hook. Possa vendersi come il pane; come il pan croc.

Death of the cool: Lee Konitz (1927-2020)

Lee Konitz
Ogni momento può sempre essere l’ultimo, soprattutto quando uno ha novantadue anni. E Lee Konitz li aveva. Fino a ieri, quando il tributo chiesto dal virus al jazz si è aggravato, aggiungendo alla lista (dopo il trombettista Wallace Roney) anche uno dei sassofonisti più dinamici che si ricordino. Difficile ricostruire una carriera ultrasettantennale che va da collaborazioni proto-free jazz con Lenny Tristano all’immortalità sancita dalla partecipazione alle sessioni da cui fu tratto “Birth Of The Cool”. Il suggerimento per una commemorazione, allora, è di puntare su “Lone-Lee”, del 1974, inusuale eppure riuscito album solista in cui Konitz suonava senza accompagnamento per oltre cinquantacinque minuti; perfetto per assaporare il tono policromo del suo sax tenore e apprezzarne lo stile poliedrico, che passa da note lunghe pregne di anima a scattanti grappoli di sequenze non prive di swing, il tutto racchiuso in improvvisazioni ragionate. Un ottimo modo per riconoscere un talento purissimo, alfine arrestato nella sua lunga corsa.

Hats off to you, Mr. Konitz.

The paths of glory lead not but to the grave: Adam Schlesinger (1967-2020)

adam schlesinger

Ieri il COVID-19 si è portato via Adam Schlesinger, cinquantaduenne bassista e compositore molto celebrato. Soprattutto per la musica scritta per cinema e televisione, che gli ha fruttato diversi tra nomination e premi, e il gruppo power-pop Fountains of Wayne, autore di cinque album tra il 1996 e il 2011. Ma io preferisco ricordarlo per l’apporto ad un side-project e l’intervento decisivo per la riuscita dell’ultimo album dei Monkees.

Riposa in pace, Adam. Grazie di tutto.

Quando arrivi all’ultima pagina, chiudi il libro: Lucifer – Lucifer III

lucifer-lucifer III

Senza mezzi termini: una delusione. Il terzo LP dei Lucifer, sagacemente intitolato “Lucifer III”, è uscito lo scorso 16 marzo, e ripropone il metodo già adottato per il lavoro precedente, faccenda del 2018 e sagacemente intitolato “Lucifer II”: registrazione all’home studio di Nicke Andersson, aggiunta alla chitarra di Martin Nordin (bassista dei Dead Lord e ormai membro stabile della formazione), scrittura e immagine saldamente in mano al poliedrico batterista. Il risultato, però, sa di stanchezza e stasi: non un riff memorabile; non una melodia veramente incisiva, nonostante si senta la mano di Nicke su buona parte di esse; la voce di Johanna Sadonis usata in maniera inefficace, spinta su atmosfere blues nonostante un timbro che meglio si attaglierebbe a toni bassi e un semi-recitativo capace di evocare atmosfere arcane, anziché ad acuti e coloriture; l’influenza di Blue Öyster Cult e Kiss, punti di riferimento del principale compositore, ormai fuori controllo, che fagocita quanto restava del feeling oscuro ed esoterico che aveva caratterizzato il gruppo nei primordi.

Ne rimane un hard rock pulito e melodico, indebitato fino al collo con gli anni Settanta ma incapace di ergersi oltre i modelli di riferimento anche sul piano compositivo. In fase di scrittura, invero, il calo di ispirazione rispetto al disco precedente, che pure seguiva le stesse coordinate, è impietoso. Restano la produzione, al solito ottima e ottimamente bilanciata; gli assoli di chitarra, mai autoindulgenti e sempre adeguati nell’arricchire i brani; e la scelta di inserire nella copia in vinile una bustina con il CD, utile per ascolti con scopi diversi e in sedi diverse. Voto buono ma non elevato per la copertina, allegorico affresco alla BÖC ma privo di tutti i riferimenti esoterici e del potenziale immaginifico del geniale gruppo newyorkese. Quanto ai brani, il singolo Leather Demon per un po’ rimane nella memoria, ma il resto ha il fiato corto sin dai titoli. Insomma, una delusione.

Potrebbe andare avanti così per anni, perché la formula funziona e dal vivo il gruppo offre uno show degno di questo nome, ma a livello discografico una riflessione si impone. Magari è solo un passo falso. O, più probabilmente, il matrimonio con il Principe delle Tenebre era solo morganatico. Sentiremo; per intanto, tempus regit actum, e l’actus poteva essere consumato in ben altro modo.

Surf Ozzies Must Die. L’onda corta dei Neptunes.

I Neptunes sono stati un quintetto di Perth. Formatisi nel 1987, suonavano una mistura di surf, power pop e garage e incidevano per la storica etichetta Citadel di Sidney, casa della miglior parte del rock australiano del periodo. Nel 1988 debuttarono con “Hydrophobia”, EP di sei pezzi, dei quali due strumentali. Tra di essi si stagliano My Mermaid, uno dei brani migliori mai usciti dal continente nuovissimo, un efficace riff di tre accordi a sorreggere un assalto adrenalinico eppure stiloso, e il surf carezzevole di Summer’s Almost Gone, fresca come la brezza che spira dall’Oceano Indiano, esercizio barracudesco (nel senso di Barracudas) che non si fa dimenticare. Come pure la simpatica copertina a tema marino. Eccola:

neptunes - hydrophobia

Poi concerti, un cambio di formazione (alla batteria Martin Moon sostituisce David Shaw) e nel 1991 il secondo episodio discografico: “Godfish”, un altro EP di sei canzoni, anch’esso edito solo in vinile. Opera graziosa, in sostanziale linea di continuità con il disco precedente ma più opaca in fase di scrittura, anche se non priva di momenti di interesse: Love Sign si dimena di un garage irsuto e coinvolgente, mentre il pop dalle tinte spagnoleggianti di Wait For The Sun cavalca abilmente le onde sul doorso di una tavola e Down South trapianta la California spiagge e palme nell’altrettanto solatia Australia sudorientale.

neptunes - godfish

Ma l’atmosfera è di stanchezza, e gli scarsi riscontri portano aria di smobilitazione, quindi i Neptunes si sciolgono subito dopo, lasciando ad altri il compito di portare avanti un monicker abbastanza frequentato (più di una decina le formazioni omonime). A suggellarne l’eredità, in quello stesso 1991 la Citadel raccoglie l’opera omnia del gruppo, dodici brani, in un unico CD, “Godfish”.

Da allora i Neptunes non hanno più combinato un cazzo.

E voi, invece?

Ibam forte Via Sacra: Carl Dixon – One

carl dixon - one

Nella vita il tempismo è molto, se non tutto, e questo disco ha avuto un tempismo pessimo: uscito nel 1993, quando le quotazioni di AOR e suoni affini erano in picchiata da almeno un anno, non riuscì a intercettare praticamente nessuno dei potenziali interessati. Niente di strano, poiché la storia della musica è disseminata di casi simili, ma, a volte, il tempo fa giustizia di dischi di qualità che hanno scontato una sfortunata scelta dei tempi, e “One” di Carl Dixon è uno di questi dischi. Ma innanzitutto due parole sul suo autore.

Carl Dixon, canadese dell’Ontario, è il cantante dei Coney Hatch, gruppo di hard rock melodico al confine con l’AOR autore, tra il 1982 e il 1985, di tre LP di qualità apprezzabile ancorché non eccezionale. Il successo arrise al gruppo solo in patria, senza mai varcare il confine sud del ben più lucroso mercato statunitense, conducendo la formazione allo scioglimento nel 1986. Dopo qualche anno passato a comporre brani per conto terzi (dopotutto, era stato autore o coautore di tutti i brani dei Coney Hatch), Dixon decise che era il momento di lanciare una carriera solista, radunando attorno a sé sconosciuti musicisti canadesi (il più noto il chitarrista Mike Hall, ex membro dei Killer Dwarfs) ed esordendo nel 1993 con questo “One”, pubblicato per l’etichetta indipendente canadese Interplanet Music; scelta sensata, visto la risonanza del nome dell’autore principalmente nel pubblico indigeno, e però condanna ad attingere inevitabilmente ad un bacino d’utenza molto limitato, vista anche la penuria di mezzi che la casa discografica, che esordiva proprio con questo disco e il cui catalogo non ha superato le dieci pubblicazioni, era in grado di mettere a disposizione. Prevedibilmente, il disco non ebbe riscontri di pubblico, complice anche il mutato clima nel mainstream, e di fatto arrestò la carriera solista di Dixon, ripresa solo nel 2001. Queste avversità, tuttavia, non hanno impedito all’album di mostrarsi come un ottimo saggio di rock melodico e “adulto”, tanto da essere ritenuto meritevole di ristampa dalla tedesca AOR Heaven nel 2019, quando tutti se ne erano da lungo tempo dimenticati, riportandolo così ad una più ampia e meritata fruizione.

Con “One”, Carl Dixon sceglieva di percorrere strade parzialmente diverse da quelle battute con i Coney Hatch; non era più tempo, infatti, per le tastiere imponenti di “Friction” (1985). E però il nostro resta sempre legato all’hard rock melodico che ne ha decretato le pur parziali fortune; solo decideva, in questo frangente, di declinarlo in chiave più melodica e al tempo stesso più sobria, non lesinando in arrangiamenti ma mantenendo l’insieme legato a suoni che sanno di concreto, di heartland rock come pure di hard blues, e non (solamente) di plastica patinata. Sul piano della scrittura, invece, vengono tentate più strade, cosicché l’album, complice una notevole ispirazione e una certa varietà, risulta un ottimo riassunto dell’hard rock melodico del decennio allora da poco trascorso: se One Good Reason e Love Strikes si muovono nei territori dei Bad Company epoca “Holy Water”, Good Time To Be Bad fa il verso agli ultimi Bad English; se la compatta The Blood Rises richiama i lavori dei primi Coney Hatch (e consente al chitarrista di sublimare, una volta di più, la sua ossessione per gli AC/DC), Taste Of Love sculetta a braccetto di Def Leppard e Aerosmith; se Treacherous Emotion si staglia per i suoi chiaroscuri AOR, More Than A Memory chiama in causa il compatriota Bryan Adams; se l’acustica Love Is Waiting è un piacevole intermezzo in un clima elettrico (da notare il riff iniziale, fin troppo simile a quello di Fast Car di Tracy Chapman), Little Miss Innocent è un riuscitissimo omaggio ai Thin Lizzy con un pizzico di melodia in più; se Across The Great Divide è una ballata di gran classe che occhieggia al country più patinato, la conclusiva Get Where I Belong sposa magnificamente la causa dell’heartland rock in veste esclusivamente acustica. Certo non tutto è riuscito alla perfezione, come il flebile esercizio AOR di Against The Night o il calligrafico hard edonista di Hard To Leave, Hard To Love, e forse quindici brani in scaletta sono troppi (d’altronde, negli anni ’90 prevaleva l’idea che il CD dovesse essere riempito per tutta o quasi la sua durata), ma la sensazione è che il songwriting e gli arrangiamenti (ma anche i suoni, a cura del veterano produttore Ed Stone) siano stati curati con attenzione, per arrivare a un risultato che rispecchiasse i gusti e le intenzioni stilistiche dell’autore senza rinunciare a dimostrare una certa personalità nel panorama variegato ma dell’hard rock melodico. Tentativo senza fortuna commerciale, come si è detto, ma culminato in un prodotto durevole, capace di regalare emozioni piacevoli anche ad un ascoltatore distante decenni e non esattamente fidelizzato.

Immagino che ciò sia abbastanza per rendere orgoglioso l’autore; di certo basta a me per sentirmi contento nell’apprendere che esistono ancora album del genere, che non cambiano la vita (quali, d’altronde, lo fanno più?) ma che accompagnano piacevolmente e solidamente per un pezzo di strada, che è poi quella che noi scegliamo di fare con loro. Fino al prossimo incontro con un seccatore, magari noto nomine tantum, che pretenda insistentemente le nostre attenzioni in esclusiva.