It’s the singer, not the song: Jimi Jamison (1951-2014)

jimi jamison

Oggi esce “Step Back”, l’ultimo album di Johnny Winter. Letteralmente “l’ultimo”. Sarà come quelli che l’hanno preceduto, rock blues ottimamente suonato e denso di feeling, con un repertorio costituito perlopiù di cover (ma sarebbe meglio dire standard) e la debita parata di ospiti illustri. Un ascolto lo merita di certo. Ma non è questo il punto.

Il punto è che due giorni fa, il 31 agosto, ha lasciato per sempre il microfono un altro grandissimo. Titolare di una delle dieci migliori voci del rock degli ultimi trent’anni, riconoscibile già dalla prima nota: una delicata filigrana serica intessuta in un morbido ed avvolgente broccato, un melodioso registro tenorile dall’intonazione perfetta. Proprio così, Jimi Jamison e la sua ugola ci hanno lasciati.

Dai primi passi nella prolifica Nashville dei tardi Sessanta alla mistura di rhythm & blues, hard e southern rock dei Target (due ottimi quanto rari LP, l’omonimo e “Captured”, rispettivamente datati 1976 e 1977), dal possente ma melodico hard rock dei Cobra (“First Strike”, classe 1983, è un’imperdibile e scintillante lost gem) ai primi posti in classifica con i Survivor (impressionante la qualità media degli album, in particolare del trittico “Vital Signs”-“When Seconds Count”-“Too Hot To Sleep”, semplicemente ineguagliabile il successo delle partecipazioni a colonne sonore, specialmente nella serie di “Rocky”) e fino ai buoni riscontri della carriera in proprio (alzi la mano chi non ricorda I’m Always Here, immarcescibile sigla del telefilm “Baywatch”), Jimi Jamison ha cantato sempre e solo in maniera emozionante. E tanto basta per celebrarne le opere.

Ironia cruda della sorte il fatto che proprio il cuore abbia fermato l’autore di Burning Heart. Ma fa parte del gioco, l’ironia della sorte, tanto più che solo chi resta la coglie. E nemmeno tutti, perché a volte ci vuole occhio di lince; di tigre, quantomeno. Ciao Jimi, grazie di tutto.

 

P.S.: Sotto una lista minima di titoli per godersi la fantastica vocalità di Jamison. Lista intrinsecamente incompleta e opinabile, ma contenente senz’altro lo stretto indispensabile per…beh, sopravvivere al lutto.

  1. Jimi Jamison – I’m Always Here
  2. Target – Are You Ready
  3. Target – Can’t Fake It
  4. Cobra – Blood On Your Money
  5. Survivor – I Can’t Hold Back
  6. Survivor – The Search Is Over
  7. Survivor – Is This Love
  8. Survivor – Man Against The World
  9. Survivor – Burning Heart
  10. Jimi Jamison – The Great Unknown

 

 

Stars in bars: Atlanta Rhythm Section – Red Tape

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Non se li ricorda nessuno. Solo a volte, quando si parla di southern rock, esauriti i soliti tre-quattro grossi nomi (dai ché li sapete anche voi) e, forse, qualche seconda linea, saltano fuori anche loro. Eppure nella prima metà dei Settanta erano una presenza fissa delle radio FM d’oltreoceano. Già, della Atlanta Rhythm Section non si ricorda nessuno, da queste parti.

Sorta di “Toto sudisti”, la ARS è formata da cinque turnisti e nasce, nel 1971, su impulso di Buddy Buie, produttore, manager e titolare dello Studio One di Doraville, Georgia. Naturale, quindi, che tanta intrinseca professionalità, tanta familiarità con lo studio di registrazione e i suoi riti, spinga il suono in direzioni ortodosse, organiche alle soluzioni di maggior successo del rock del periodo, e dunque dei primi Settanta. E successo fu, infatti, ché Doraville , dall’album “Third Pipe Annual Dream”, fu ascoltata parecchio in tutto il Sud nel corso del 1972, e anche I’m Not Gonna Let It Bother Me Tonight ricevette la sua quota di allori e denari. Riscontri, quelli della Sezione Ritmica, all’insegna di un rock da classifica, dagli arrangiamenti curati e dall’impeccabile produzione. Ma con un quid di sudista, e dunque con quel tipico miscuglio di solarità, pigrizia, orgoglio e fatalismo. Siamo a debita distanza dalle interminabili jam a base di blues della Allman Brothers Band e dal connubio di voce al bourbon e chitarre ruvide messo in campo dai Lynyrd Skynyrd, anche se elementi delle due principali polarità del suono southern si rinvengono a tratti nella proposta della ARS. Un southern rock “all’acqua di rose”, dunque? Forse, ma non sempre.

Dopo cinque anni e altrettanti album di buon successo, nel 1976 la band viene colta dal proverbiale colpo di matto: abbandona la formula che le ha dato fama e conquibus, composta di una predominanza di arrangiamenti calibrati, archi eleganti, vocalizzi romantici e stratificazione di sovrincisioni, per riff tonanti, chitarre al calor bianco, raucedini blues e registrazione perlopiù in presa diretta. Così, all’improvviso. Una piccola rivoluzione. Eppure le coordinate sono rimaste le stesse dei dischi precedenti: Buddy Buie in cabina di regia e immutate le identità di coloro che stanno dietro strumenti e microfoni. Grande deve essere stato, al tempo, lo sconcerto dei fan della Atlanta Rhythm Section “prima maniera” nel trovarsi alle prese con un LP di tal fatta sonora adornato dal nome dei loro beniamini. Ma, col senno di poi, la qualità del risultato premia il coraggio dei musicisti.

Si apre con Jukin’ ed è subito gazzarra, riffone che introduce un boogie irresistibile al confine con il western swing (omaggiato dalla ripresa del tema del classico San Antonio Rose di Bob Wills) e invito a far bisboccia southern style, ché quell’intreccio di chitarre e piano honky tonk altro non chiede all’ascoltatore. Basterebbe questa per restare a bocca (e orecchie) aperta, ma dal prosieguo si capisce che la ARS fa sul serio: lo shuffle di Mixed Emotion esplora i territori dei Bad Company con andamento felino, vocalizzi seducenti e una slide tagliente, e l’esplorazione prosegue con Shanghied, alternanza tra riff di fumigante hard rock e strofe dall’incedere funky punteggiate di cori, e Police! Police!, ritornello corale e in tono minore per tentare di disinnescare la strofa, esplosiva miscela di Kiss e Lynyrd Skynyrd. Poi, per tirare il fiato (e cercare di trattenere i pochi adepti della prima ora che hanno resistito fin qua nell’ascolto), la ballata d’ordinanza, carezzevole e romantica come si conviene all’epoca e ai musicisti, stavolta a nome Beautiful Dreamers. Un pit stop, più che una pausa riposante, perché sono appena tre minuti e mezzo e subito si riparte per il Sud: What A Feeling fonde ZZ Top e .38 Special, additando inconsapevolmente la via del boogie ad alto voltaggio ai Molly Hatchet, ultimi campioni dell’epoca d’oro del southern (debutteranno nel ’78), mentre Free Spirit congiunge gli empiti libertari dei Sessanta all’arcipelago sonoro dei Settanta, aiutandosi con armonie vocali di area Eagles e un accenno di synth proto-AOR. E, infine, Another Man’s Woman, quasi dieci minuti di rock che rocka in mid-tempo e diviene canovaccio per una divagazione strumentale che visita il blues dilatato dei sei di Macon assistita dalle spigolosità chitarristiche care ai sette di Jacksonville. La prova definitiva dell’appartenenza della band al southern rock e una lezione a chi riteneva la Atlanta Rhythm Section un mero gruppo da studio e da classifica, incapace di farsi valere sul palco e di uscire dai binari della composizione per improvvisare senza limiti.

Non è puro hard rock del tempo, quello di “Red Tape”, perché il lavorio di studio resta elaborato ed evidente per tutta la durata del disco, nel quale, ad un ascolto attento, si rinviene comunque quel senso di “ovatta” tipico delle produzioni mainstream della seconda metà dei Settanta. Il tutto, però, in un contesto sudista, dove le parole d’ordine sono resa ruspante e approccio libero nel plasmare la forma canzone dalla materia musicale. E infatti sotto la (in un certo senso doverosa) patina di professionalità scalpita un mustang indomito, che per troppo tempo è rimasto chiuso nel suo dorato corral e che adesso vuole galoppare libero per la prateria e mostrare a tutti, in primis al suo branco, quanto veloce sa correre, e pazienza se qualcuno resterà indietro. È come un’auto truccata, “Red Tape”: sotto una carrozzeria ordinaria, tipica dei suoi tempi, persino un po’ anonima, pulsa una potenza prodigiosa, che attende solo di essere scatenata.

Il desiderio di libertà dei musicisti, però, non fu premiato dal pubblico: “Red Tape” non valicò il centoquarantaseiesimo posto in classifica e poco meglio andò al singolo Free Spirit, che non si spinse oltre il numero ottantacinque. Abbastanza per indurre la Atlanta Rhythm Section a correre ai ripari già con il successivo ”A Rock ‘n’ Roll Alternative”, uscito quello stesso anno e sintonizzato su frequenze più tipiche per il sound dei georgiani, e non casualmente foriero del loro successo definitivo (inclusa una performance alla Casa Bianca per l’allora Presidente, il – guarda un po’ – georgiano Carter). Fine, o anzi ripresa, della storia.

Classico caso di “pecora nera”, questo disco si pone in realtà come una delle più intense manifestazioni degli ultimi scampoli dell’era aurea del southern rock, giunta a conclusione ex abrupto con lo schianto dell’aereo che trasportava i Lynyrd Skynyrd, nell’ottobre ’77. Un album onesto, autentico e di grande qualità; in breve: esattamente ciò che il titolo promette. Un disco che, forse proprio per il suo porsi al di fuori del tipico canone stilistico dei suoi autori, è caduto nel totale dimenticatoio: non ne constano, infatti, ristampe in vinile, mentre in CD si annovera solo quella approntata nel 2009 dall’inglese BGO Records, che, però, assomma in un unico disco compatto quest’album e il precedente “Dog Days” (ancora appartenente alla categoria “più patina che ghiaia”), vanificando così l’autenticità e l’impatto dell’ascolto. È un vero peccato che una simile gemma dei Seventies continui a dormire un sonno forzoso, ma a volte capita alle opere realizzate gratia artis, senza intento mercantilistico. Arte per l’arte. ARS gratia artis, appunto.

E il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato: Lynyrd Skynyrd – God & Guns

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Se state leggendo, ve lo ricordate di sicuro. Era novembre 2008, e in una Chicago spazzata dal gelo la storia si scriveva: per la prima volta la melanina non era più un fattore determinante (alcuni direbbero discretivo, o peggio) per accedere al soglio di Giorgio Washington. Il mondo sembrava un posto migliore. Ma qualcuno non era d’accordo.

Qualche tempo dopo, quando le prime proposte politiche iniziarono a manifestarsi, il dissenso di alcuni si fece radicale. Fra i dissenzienti anche diversi musicisti, arroccati in difesa di posizioni e visioni del mondo marcatamente conservatrici. E tra le voci che più distintamente si levarono contro il Presidente e i suoi obiettivi vi furono loro. I sudisti per antonomasia. i Lynyrd Skynyrd.

Ora, per chiunque conosca un briciolo di storia americana, “sudisti per antonomasia” dovrebbe transitivamente comportare “conservatori per antonomasia”. Nulla di cui stupirsi, dunque, nel trovare la band autrice di “Sweet Home Alabama” in difesa dello status quo. Ma non è così semplice, e proprio qua chi ha seguito i passi dei sette di Jacksonville trova da ridire.

Quando emergono, a inizio anni Settanta, gli Stati Uniti vivono una delle loro fasi più travagliate del dopoguerra: la sconfitta in Vietnam; il Watergate; lo shock petrolifero; la stagflazione; il fallimento dell’utopia hippie. In questo clima nervoso, un fremito conservatore percorre l’America profonda, quella che si cela dietro i grandi numeri da prima superpotenza mondiale e si contende il pane quotidiano con le unghie e con i denti. L’America dei deserti e degli Appalacchi, l’America degli hillbillies e degli hobos, i campi del Midwest e le catene di montaggio della Rust Belt, l’Ohio e l’Oklahoma. L’America di Nebraska, insomma.

E gli Skynyrd, figli del Sud più profondo e retrivo, seppero interpretare al meglio le contraddizioni, ma anche il fascino, della loro terra, intrappolata tra fedeltà alle radici e istanze di rinnovamento. Nei testi di Ronnie Van Zant (uomo il cui apporto nella definizione dell’identità sudista è parificabile a quello di William Faulkner) c’era sì l’inno antiarmi “Saturday Night Special”, ma anche l’orgogliosa rivendicazione di “Sweet Home Alabama”, il souvenir dolceamaro di “The Ballad Of Curtis Loew” come la doglianza qualunquista di “Things Goin’ On”. E anche nella musica c’erano il country del Tennessee e il blues del Mississippi, l’honky tonk della Carolina e i fiati di Muscle Shoals. C’era Dixieland, quella terra tragica e meravigliosa compresa tra la Mason-Dixon line e Key West, tra Capo Hatteras e il Rio Grande.

Ma, come scrive Mauro Zambellini in “Southern Rock”, non esiste storia del Sud senza il suo carico di ineluttabilità: il 20 ottobre 1977 l’aereo che portava il gruppo si schiantò in una palude vicino a McComb, Mississippi, e con esso una carriera in costante decollo. Una Gettysburg della musica.

Il recupero dopo il trauma ha richiesto una decina d’anni, ma, a partire dal concerto-tributo del 1987, il ritorno è stato stabile: formazione rimaneggiata (con il terzo fratello Van Zant, Johnny, a prendere il posto dietro il microfono) fino a divenire una vera e propria parata di stelle del rock sudista (Rickey Medlocke dei Blackfoot e Hughie Tomasson degli Outlaws) e piena ripresa dell’attività concertistica e discografica, con otto album di materiale inedito tra il 1991 e il 2012. E nemmeno la costante compagnia di lutti (lo storico chitarrista Allen Collins paralizzato in un incidente d’auto e poi morto di polmonite nel 1991; il bassista e fondatore Leon Wilkeson vinto da fegato e polmoni malandati nel 2001; il chitarrista Hughie Tomasson dipartito nel sonno nel 2007; il tastierista Billy Powell stroncato nel 2009, come pure il nuovo bassista Ean Evans) ha saputo scalfire il mito dei Lynyrd Skynyrd nati ribelli e sempre coerenti al loro motto “vivi in fretta, lavora duro, muori giovane”.

Una vera leggenda americana, dunque, perché proprio in terra statunitense la proposta del gruppo tocca corde intime nel pubblico. Che è anagraficamente trasversale ma sociologicamente ben delimitato: bianchi della working class, di bassa istruzione e reddito modesto, localizzati principalmente in quel Sud che è anche la Bible Belt e quindi spesso devoti alle rigide dottrine propalate dalle innumerevoli ramificazioni ecclesiali del protestantesimo. Difficile non identificarli con lo zoccolo duro dell’elettorato repubblicano. Osservate il pubblico di un concerto degli Skynyrd e quello di un comizio di Sarah Palin, raffrontateli e traete le vostre conclusioni.

Ciò non deve stupire: il southern rock è il genere musicale identitario per antonomasia, quello che si radunava sotto la bandiera stars and bars per ricordare un “bel tempo che fu” mitico quanto mai esistito, e dunque ad uno spostamento a destra – rispetto agli anni Settanta – del suo pubblico non poteva che corrispondere un arroccamento dei musicisti. I quali, del resto, condividevano con l’uditorato estrazione sociale, orizzonti socio-culturali e preoccupazioni: disoccupazione e crisi economica; una più o meno fantomatica minaccia comunista; preservazione, variabilmente sentita, dei valori tradizionali; immigrazione. Ma se per i due mandati di Dubya gli Skynyrd e il loro seguito avevano potuto dormire sonni tranquilli, è con la prima elezione dell’attuale commander-in-chief che i nove di Jacksonville, ormai con base a Nashville, entrano in fibrillazione. Se su “Vicious Cycle” (2003) qualche dubbio sulla direzione intrapresa ancora c’era (“Non c’è giusto, sbagliato e niente nel mezzo/Non è la Costituzione che hanno scritto per me/Ci siamo bloccati la testa in qualcosa oltreoceano/Impiantati fino al culo nell’ipocrisia“, cantano in “The Way”), il parto successivo fa quadrato nel difendere la Weltanschauung degli sconfitti alle urne.

Lo si capisce subito, fin dal titolo più che eloquente e dalla copertina sobria e quasi a lutto. “God & Guns” è il bastione dell’America conservatrice; l’America tutta, stavolta, non più la sola Confederazione: la Old Glory ha sostituito la Stars ‘n’ Bars, perché ormai “ci siamo dentro tutti, e noi che non ci adeguiamo siamo tutti rebels“, eredi ideali dei sudisti in giubba grigia di un secolo e mezzo fa. La psicogeografia all’apice delle sue possibilità.

Musicalmente siamo dalle parti di un detonante hard rock sporcato qui e là da aromi sudisti, con i toni riflessivi di un paio di ballate e l’occasionale incursione in territori country; un rito a cui i redivivi Lynyrd Skynyrd ci hanno progressivamente abituati, peraltro con risultati non disprezzabili e in alcuni casi addirittura all’altezza del passato. Ma, come forse a questo punto si è intuito, è l’aspetto lirico la parte saliente. Sotto questo profilo, si potrebbe individuare l’ossatura del disco in quattro brani-simbolo, non a caso disposti in sequenza ma fra loro separati da altre canzoni di ambientazione più canonicamente rock ‘n’ roll, per disinnescarne e al tempo stesso riaffermarne il messaggio politico e la dichiarazione di intenti verso un’America divenuta ad un tratto irriconoscibile.

“Simple Life” è un manifesto delle piccole cose che però contano e danno senso alla vita, il grido – metaforico, udite le atmosfere sonore allegre e sostenute – che “si stava meglio quando si stava peggio”, e a noi il nostro peggio non ci andava poi tanto male. Discorso ripreso, due brani dopo, da “Southern Ways”: al diavolo la California e le sue lusinghe di strade lastricate d’oro; riportami laggiù al Sud, dove scorre il Saint Johns, dove i pini crescono alti e la brezza mi accarezza il volto.

Ma lo stacco netto arriva dopo, e infatti ci vogliono tre brani di preparazione prima di “That Ain’t My America”: chitarre da orizzonti ampi, crescendo che sfocia in un ritornello da cantare ondeggiando le braccia in aria e testo che deflagra fin dal titolo, perché quando Johnny intona “That ain’t my America/ that ain’t this country’s roots” si capisce benissimo cosa intende con quel that. Come pure, poco oltre, chi è quel you a cui vuole impedire di stroncare il vecchio Zio Sam: la prima potenza mondiale non può permettersi “ragazzi che non possono pregare a scuola e pieni di benzina da cento dollari”; sappiatevi regolare, lassù a Washington.

L’apoteosi è la traccia che porta il nome del disco, decima nell’ordine ma idealmente in vetta. Una stoccata al Grand Ol’ Party, che si è perso in ciarle e ha permesso questo scempio: gente che parla di portarci via Dio e le armi, nientemeno che l’autentica sul nostro contratto sociale; gente che non è mai stata qui da noi, sul bordo della foresta, “where God is great and guns are good“, e che pensa l’esatto contrario e quindi è evidente che non ne sa nulla; gente che non può capire la nostra insicurezza, perché prima dormivamo con le porte aperte e adesso non possiamo che ringraziare Iddio per la Colt. La rabbia cresce, e con lei i toni: dagli echi roots dei primi minuti si passa a un riffone dall’incedere minaccioso come un calibro 38 Special.

“God & Guns” è il disco che più e meglio racconta l’America conservatrice all’indomani della sbornia bushista, alla presa d’atto che il mondo è cambiato – perché questo fa, il mondo: cambia – e che bisogna cambiare con lui. Proprio per questo motivo la sua importanza trascende l’aspetto strettamente musicale (pure significativo, visto che l’album è stato da più parti acclamato come la migliore opera dei nuovi Lynyrd Skynyrd) per assumere quella di un cahier de doléances, un pamphlet a cento watt per manifestare un radicale dissenso verso la nuova piega degli eventi. Un “anche se tutti, noi no“, se proprio vogliamo trovargli un paragone di area in lingua italiana.

Noi, però, siamo qui per la musica, e quindi ci accontentiamo di goderci un signor album fatto di rock solido, antico e saldo nelle radici. Come l’ulivo, il simbolo della pace.