Doomotica: Here Lies Man – Ritual Divination

Le cose umane, si sa, procedono per ibridazione, più o meno consapevole, più o meno volontaria, e anche le forme espressive, come germinazione degli esseri umani, non si sottraggono a tale modus operandi. In musica, poi, l’ibridazione è la regola, quantomeno da quando, a metà del secolo scorso, le produzioni popular di matrice americana hanno conquistato il proscenio, e di ibridi variabilmente interessanti sono pieni gli annali della materia e non solo, spesso espressione genuina di commistione tra elementi vissuti parimenti in maniera identitaria, ma talvolta frutto di combinazioni obiettivamente poco felici.

Uno dei più recenti e interessanti esempi della materia è “Perpetual Divination”, quarto album degli Here Lies Man, quartetto di Los Angeles discograficamente attivo da un lustro e dedito ad una combinazione curiosa di rock mediamente hard e ritmi di matrice afrobeat o dub. Operazione curiosa ma a suo modo indovinata, soprattutto in quest’ultimo lavoro, uscito il 22 gennaio scorso, in cui la componente hard si ispessisce, ammantandosi di riff mastodontici di netta matrice sabbathiana, senza per questo perdere la componente ritmica schiettamente afrocaraibica. Sì crea così un amalgama sorprendente quanto riuscito, dove l’esuberanza percussiva convive perfettamente con la distorsione tossica della chitarra e gli inserti spettrali delle tastiere, a creare brani non necessariamente lunghi ma dal sicuro effetto ipnotico. Prevalentemente strumentale, e liricamente scarno anche nei brani cantati, “Perpetual Divination” allinea quindici divagazioni sull’asse Birmingham-Lagos-Kingston per oltre un’ora di musica magari ossessiva (nonostante i tempi siano costantemente medio-lenti) ma di grande fascino, che sia una Children Of The Grave girata afro come In These Dreams, la copula tra primi Judas Priest e Gregory Isaacs di Run Away Children, il funk pachidermico di I Wander o il garage nerissimo di Collector of Vanities. E suona benissimo, bilanciando alla perfezione la sezione ritmica e le sue esigenze motorie con l’impatto che si richiede a una chitarra dalla distorsione analogicamente tossica ma possente, senza sacrificare le tastiere. Un appunto si potrebbe muovere alla voce (o meglio, alle voci, atteso che quasi tutte le parti cantate sono corali, a ribadire, forse inconsciamente, il collegamento con il Continente Nero), poco pregnante sul piano emotivo e forse anche per questo lasciata in secondo piano nello spettro sonoro, ad aumentare l’effetto ipnotico-narcotico, ma il lavoro non ne esce pregiudicato nella sua notevole qualità. E resta il dubbio, ozioso ma immaginifico, di cosa sarebbe stato se, dopo il sesto album, Iommi e compagni avessero deciso di esplorare sonorità di matrice africana o caraibica.

Un disco che vale la pena provare, insomma, quantomeno per rendersi conto che in musica sono ancora possibili ibridi ulteriori e stimolanti. Perché di stimoli c’è sempre bisogno, figuriamoci adesso.

In the electric age we wear all mankind as our skin: Superheavy – Superheavy

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Mick Jagger non ha bisogno di presentazioni. Dave Stewart è il chitarrista, nonché l’altra metà, degli Eurythmics, e anche questo dovrebbe bastare. Joss Stone, invece, è una cantante soul inglese che dal 2002, anno del debutto discografico, ha frequentato spesso le zone alte delle classifiche pop, mentre Damien Marley, figlio di tanto padre, è un giamaicano dedito al reggae nelle sue declinazioni più contemporanee. Il più sfuggente, almeno per chi scrive, è l’indiano Allah Rakha (abbreviato in A.R.) Rahman, pluripremiato compositore di colonne sonore per i film di Bollywood, tra cui il celebre “The Millionaire”.

Questa strana congerie di rockstar di ieri e di oggi, vicine e lontane, ha dato vita – su impulso di Stewart, che ha prima coinvolto Jagger, poi Joss Stone e quindi tutti gli altri – al progetto Superheavy, inteso come crocevia sonoro e culturale che valorizzasse tutti i retaggi musicali dei partecipanti, dal reggae alla musica nera, passando per le sonorità oriental(eggiant)i, l’elettronica e il rock, in un’unica soluzione in grado di far convivere armoniosamente realtà anche molto diverse. Un manifesto sonoro del melting pot, insomma. Il risultato è l’omonimo album “Superheavy”, uscito nel 2011 e a tutt’oggi senza eredi; figlio inerentemente bastardo e come tale non supportato da concerti e dunque presto caduto nel dimenticatoio, nonostante l’iniziale battage mediatico dato dalla caratura dei nomi e dal singolo Miracle Worker, con annesso video a corredo. Ad oggi, infatti, pare che questo disco non sia mai esistito, dato che non ne constano menzioni da parte dei suoi autori e che anche il pubblico sembra non ne sia stato sfiorato, e quindi queste righe arrivano per cercare di modificare tale situazione e rendere una minima giustizia a un’opera che avrebbe meritato una maggiore considerazione.

“SuperHeavy” è intriso di reggae, ma non dimentica sonorità più prettamente world music, garantite dagli intervalli peculiari utilizzati da Rakha, come pure certi spessori chitarristici, che invero sorprende sentir provenire da un “tappezziere” come Stewart. Predominano tuttavia gli umori giamaicani, che illuminano in prevalenza il disco con una componente ritmica solare e stuzzicante, prettamente estiva; persino il brano cantato in sanscrito (!), Satyameva Jayathe, è sospinto da un motore quasi reggaeton, e il delicato neo-soul di Rock Me Gently non lesina sottigliezze ritmiche in levare fino al definitivo mutamento di pelle che interviene a metà. Ciò, però, non fa dell’album una mera parentesi vacanziera nei Caraibi, perché le altre componenti musicali sono sempre presenti e ben amalgamate; a volte predominanti, come in quella Wild Horses in sedicesimo che è Never Gonna Change, con Jagger ovviamente sul proscenio, o nel tozzo hard innervato di fiati di I Can’t Take It No More, o, ancora, nel finale a base di soul carezzevole e vagamente psichedelico di World Keeps Turning, che si potrebbe dire debitore di qualcosa ai Verve, se essi stessi non dovessero nulla agli Stones. Le voci, poi, sono il punto di forza del disco, vista la loro varietà e il perfetto amalgama sia timbrico che volumetrico: il graffiante mezzo-tenore di Jagger completa il toasting medio-basso di Marley che, a sua volta, fa da contraltare allo squillante vibrato della Stone, senza che nulla risulti fuori posto o disfunzionale rispetto alle esigenze dei brani. Ovviamente al baronetto, per galloni e per primazia di partecipazione, è riservata una parte predominante delle parti cantate, da un punto di vista strettamente numerico, ma questo non significa che il suo stile sia quello prevalente o anche solo invasivo, poiché un lavoro accurato in fase di produzione, opera di Jagger e Stewart, ha mescolato accuratamente i componenti, realizzando una miscela inappuntabile, espressione piena di quella idea di fusione musicale e quindi culturale che il progetto si riprometteva sin dalla sua ideazione.

Perlopiù solatio, ritmato e non troppo lungo, “SuperHeavy” è un disco sostanzialmente estivo, nonostante sia uscito alla fine dell’estate di ormai otto anni fa. Ma non per questo vale la pena di lasciarselo scappare; anche perché si sa come va di solito con i cosiddetti supergruppi. Un ascolto è senz’altro consigliato, invero, e magari finisce che piace davvero, come il mondo globalizzato. E altrimenti si prosegue come al solito, le rockstar nel loro esilio dorato e noi sempre in caccia, le prede sfuggenti o, una volta agguantate, nuove e nuovamente irraggiungibili. Che pesantezza però.

Sogno Giamaica, sogno libertà

Troppe cose e troppo in fretta succedono perché Note in Lettere possa essere in qualche modo presente nel frenetico susseguirsi della contemporaneità, cosicché l’aggiornamento si è rarefatto ben oltre le due uscite mensili che l’autore aveva promesso a se medesimo come soglia dignitosa di mantenimento di codesta finestra italografa in forma telematica. Vano, quindi, vaticinare plausibili frequenze di future pubblicazioni, e ci si conforti con l’inattendibilità, temporale o altrimenti, dell’autore. Tuttavia, una menzione, sia pur breve e giocoforza incompleta, occorre, sempre a tema con gli argomenti che trovano qui cittadinanza.

Tre giorni addietro cadeva il cinquantacinquesimo anniversario dell’indipendenza formale della Giamaica dal Regno Unito. Il 6 agosto 1962, infatti, entrava in vigore il Jamaica Independence Act, approvato dal Parlamento britannico il precedente 19 luglio, che, dando attuazione alle richieste del Chief Minister caraibico Norman Manley e all’esito del referendum che l’anno precedente aveva sancito l’uscita della Giamaica dalla Federazione delle Indie Occidentali, trasformava l’isola delle Grandi Antille in un’entità internazionale autonoma, ancorché alimentata dal cordone ombelicale politico-economico detto Commonwealth, e dunque continuando formalmente a riconoscere il mon droit targato Windsor. Notoriamente gli inizi di uno Stato appena costituitosi in forma (semi)indipendente non sono dei più pacifici, e infatti lo scontro politico giamaicano assunse sovente i colori accesi del dissenso radicale e persino le tinte fosche della violenza, che non risparmiò nemmeno il cittadino più celebre, simbolo della Giamaica nel mondo. Era, infatti, il 3 dicembre 1976 quando un uomo armato, che gli accertamenti successivi decretarono vicino al partito di opposizione, si introdusse nella casa di Bob Marley e gli sparò, colpendolo al petto ed al braccio e ferendo altresì la moglie Rita alla testa e il manager Don Taylor ad una gamba. Le pur gravi ferite riportate, tuttavia, non impedirono ai Marley di esibirsi due giorni dopo al concerto  gratuito “Smile Jamaica”, organizzato dal musicista con il supporto del Primo Ministro Manley proprio come valvola di decompressione per la crescente tensione politica dell’isola,  salvo ritirarsi immediatamente dopo in un esilio autoimposto a Londra. E questo episodio dimostra quello che già dovrebbe essere ben noto, ossia che l’indipendenza, o quantomeno l’autogoverno, comporta delle responsabilità serie in termini di gestione politica e sociale di una nazione, e solo un equilibrio in tale gestione, che richiede lungimiranza e lucidità (ma anche un pizzico di autodeterminazione non guasta), consente di tenere lontano lo spettro della violenza, che costituisce un rischio costante per ogni nazione, tanto più grande laddove prosperi una marcata e percepita diseguaglianza tra i cittadini e un diffuso malessere covi sotto la superficie della apparente pace sociale. Una lezione che la Giamaica deve ancora completamente fare propria, e chissà che questo anniversario non valga da spunto di riflessione, per i giamaicani ma non solo.

Valga come ulteriore spunto la meditazione di Marley su quell’imboscata notturna che tanto profondamente lo segnò (e non solo nella carne), contenuta nell’album “Survival” (1979) e, ancorché non uno degli apici del disco e meno che mai della carriera, recante osservazioni deflagranti e di sorprendente attualità (“Attraverso la strategia politica/Ci tengono affamati/Quando riceverai del cibo/Il tuo fratello diverrà il tuo nemico“), rivelatrici e desolanti seppure lenite da un’escatologia oppiacea (“E non riuscirono a toccarci/Attraverso i poteri dell’Altissimo/Continuiamo a ritornare in superficie/Attraverso i poteri dell’Altissimo“). Che sia una conferma del valore profetico del messaggio del principe del reggae o una mera presa d’atto di come va il mondo lo stabilisca da sé il lettore; per parte mia, è difficile rinvenire forma più idonea per ricordare il genetliaco della Giamaica indipendente.

By the Rivers of New York: Morgan Heritage – Protect Us Jah

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Il reggae ha delle regole prestabilite, fissate più o meno tra il 1973 e il 1980, ma ha sempre continuato a muoversi, ed ha infatti partorito diversi filoni e (sotto)generi: ragamuffin, dub, dubstep e altri ancora; senza contare gli antecedenti, ska e rocksteady. Ma le cose si fanno particolarmente ardue per coloro che vogliono portare avanti il verbo del reggae originario, ormai e non casualmente detto “roots”, radici: come evitare, infatti, il vicolo cieco dell’ennesima copia carbone dei soliti noti, Marley in testa? Bel problema.

Una delle più convincenti risposte hanno provato a fornirla i Morgan Heritage, quintetto fondato a Brooklyn da otto dei ventinove (!) figli del cantante reggae Denroy Morgan, giamaicano trapiantato negli Stati Uniti. Erano i primissimi anni Novanta, e le cose si muovevano tumultuose e interessanti nella musica nera: in particolare, il rap, dopo un apprendistato lungo quasi un decennio, si preparava a conquistare i vertici delle classifiche per non lasciarli più, mentre il soul, dopo aver lungamente vivacchiato di ricordi e poco altro, conosceva un aggiornamento all’era digitale per mezzo delle prime prove di gente come R. Kelly e D’Angelo. Insomma, essere nero nella New York dei primi Novanta era musicalmente esaltante, ma essere nero di ascendenza giamaicana poneva ulteriori interrogativi: come conciliare le due tradizioni, quella reggae e quella della black music latamente intesa? E quale il punto di incontro tra nuove tendenze e richiamo delle radici?

Menzionavo risposte convincenti. “Protect Us Jah”, il terzo LP dei Morgan Heritage, uscì per la MCA nel 1997. L’avevano preceduto il promettente e autoprodotto “Growing Up” (1991) e il mezzo flop di “Miracle” (1994), primo album su major, per ovviare al quale il gruppo si recò a suonare in Africa, girando per la Costa d’Avorio nel 1995. Qui l’ispirazione si manifestò con provvidenziale tempismo, e, rientrati negli USA, gli otto ebbero l’intuizione decisiva: gettare un ponte tripartito tra ritmi tradizionali giamaicani, profonda spiritualità etiope ed evocativa vocalità afroamericana. Il tutto servendosi di tecnologie e sonorità del nuovo decennio. Et voilà, ecco servita una pietra miliare del reggae anni Novanta: testi di stretta osservanza rastafariana (già il titolo dell’album basterebbe, ma anche Exalt Jah, Africa Here We Come e The King Is Coming parlano chiaro) nonché ritmi, suoni e arrangiamenti rigorosamente roots ma non dimentichi della contemporaneità, capaci di congiungere con la massima naturalezza tre realtà musicali (reggae, soul e hip hop) ormai avviate verso una notevole e crescente divaricazione: i fiati praticamente spariscono, sostituiti da sparuti inserti di sintetizzatori, usati con ottimo gusto e lodevole parsimonia, e compaiono occasionali scratch, campionamenti e rime scandite, a sottolineare che proprio da giamaicani trapiantati nella Grande Mela è nato, a metà anni Settanta, l’hip hop. Se qualche punto debole può imputarsi ai fratelli/sorelle Morgan, questo è l’adesione frequente (forse troppo frequente per un lavoro che intende promuovere il credo rasta) a schemi compositivi tipici del più fruibile, e fruito, pop nero, ché When We Will Decide potrebbe essere Dionne Warwick e poco da ridire ci sarebbe, mentre Let’s Make Up sembra anticipare i Black Eyed Peas, proponendone una variante in levare e romantica, ma c’è da dire che melodie coinvolgenti e arrangiamenti facili potrebbero anche essere letti come un artificio nell’ottica del proselitismo religioso. Come che sia, la levità non guasta affatto alla riuscita complessiva dell’album, esaltando, piuttosto, le ottime capacità di intreccio tra le voci maschili e femminili dei Morgan.

Classico minore del roots reggae recente, “Protect Us Jah” si presta a molteplici ascolti attenti senza mai stancare (attributo non comune per una proposta musicale sostanzialmente monocorde a livello ritmico e dalla dichiarata tendenza ipnotica, se del caso adiuvata chimicamente dall’ascoltatore) come pure a piacevole e discreto sottofondo per le più svariate attività. Peccato che i Morgan Heritage non abbiano più voluto replicarne compiutamente la formula, spostandosi in prevalenza su un roots reggae validissimo ma “duro e puro”, sacrificando così quel cocktail a base di reggae, nu soul e una spruzzata di hip hop che ne aveva in principio decretato l’originalità. Tanto vale goderceli per quello che sono (suonano e pubblicano tuttora), un ottimo gruppo reggae, e celebrare questo disco e la maestria che, Jah benedicente, nei suoi solchi alligna. “Non desiderare la roba d’altri”, giusto?