Diventi, inventi. Pillole musicali dell’anno incorso.

Non l’anno migliore della storia umana, bisogna dire. Nemmeno musicalmente, per quanto qui interessa. Naturalmente il giudizio sconta la situazione discografica attuale, in cui le uscite si susseguono in numero soverchiante e al pur benintenzionato ascoltatore-recensore, ancorché con poco tempo a disposizione, non resta che affidarsi all’intuito, ai suggerimenti, a letture e al caso, con ovvie ricadute in termini di rispondenza del giudizio più al gusto e alla percezione del recensore che all’effettivo contenuto del disco. Ma questo fa parte del rischio di leggere una recensione scritta da altri. In ogni caso, da queste parti il 2020 è risultato ancor più avaro di uscite memorabili che l’anno pregresso, al punto che risulta difficile persino compilare la canonica lista di dieci, e ciò che resta di più memorabile in assoluto sono, ahimè, i lutti eccellenti tra gli operatori musicali: Ennio Morricone, Little Richard, Eddie Van Halen, Neal Peart, Ken Hensley, Keith Olsen, Martin Birch, Charlie Daniels, Lee Konitz, Sean Malone, Justin Townes Earle, Leslie West e tutti gli altri. Sarebbe bello lasciarci tutto alle spalle, ma probabilmente questa volta sarà più difficile. Proviamoci, quindi. Proviamo a lasciarci tutto alle spalle, tranne qualche disco da tenerci stretto.
Auguri.
P.S.: come sempre, la numerazione non implica giudizi di valore, ma costituisce una mera elencazione.

1. Green Day – Father Of All Motherfuckers
Qui. Con il progredire dell’anno il clima sereno che qui si respira, forse perché mancava la percezione della tragedia imminente, è diventato quasi assurdo, e però sempre piacevole e utile. Mi tocca ribadire la considerazione formulata al tempo: non avrei mai pensato di dover spendere ancora soldi per i Green Day. Bravi.

2. Night Flight Orchestra – Aeromantic
Qui. Rimane confermato il giudizio iniziale: gradevole ma inferiore ai due dischi che lo hanno preceduto; sarà la matrice maggiormente pop o la stanchezza che comincia ad insinuarsi nella composizione secondo coordinate intrinsecamente limitate. In ogni caso, per gli amanti di queste sonorità è una chicca.

3. X – Alphabetland
Qui. My my, hey hey, rock ‘n’ roll is here to stay.

4. Devon Williams – A Tear In The Fabric
Qui. Non mi pare di aver letto peana di questo disco e del pensoso pop chitarristico e cantautorale che vi alligna. E va bene così; etiamsi nemo, ego sic. Si parla di uno strappo nel tessuto, d’altronde.

5. Evildead – United $tate$ of Anarchy
Qui. Non è un capolavoro e nemmeno aspira ad esserlo, però non escono più tanti dischi così, lucide e impietose istantanee spazio-temporali con i suoni che sono nubi di ieri sul nostro domani odierno. Meno male, verrebbe da dire. O forse no.

6. Kylie Minogue – Disco
Partiamo da una constatazione: per essere una cantante professionista, l’australiana non ha una gran voce, in termini sia tecnici che espressivi. Però ha intuito, e ha capito che adesso è il momento di divertere la mente del pubblico dalla situazione attuale. E cosa c’è di più divertente delle sonorità che furono dello Studio 54, disco e R&B spruzzato di funk, rilette secondo lo stile già collaudato dai Daft Punk con “Random Access Memories”? Il risultato è un disco sorprendentemente godibile, cantabile come il migliore pop, ballabile come la migliore disco e colmo di idee melodiche variegate e altamente orecchiabili. E altrettanto sorprendentemente regge a plurimi ascolti. Sorprendente, appunto; soprattutto se prima di quest’anno sciagurato non avevate mai ascoltato un disco della popstar australe. Ora potete.

7. Steve Earle & The Dukes – Ghosts Of West Virginia
Qui. Musica radicata, solida e inscalfibile, eppure carica di emotività ed empatia, come il suo autore. A cui, qualcosa mi dice, il futuro prossimo non cesserà di fornire spunti.

8. Mr. Bungle – The Raging Wrath Of The Easter Bunny Demo
Non è tuttora chiaro per quale ragione Mike Patton abbia deciso di ripescare dall’archivio il primo demo dei Mr. Bungle, inciso nel 1986, e riproporne i pezzi di grezzo thrash-core con la formazione originale integrata da alcuni amici musicisti, che rispondono al nome di Dave Lombardo e Scott Ian. Certo è che ne è uscito un manicaretto di thrash metal, che si lascia alle spalle gli sperimentalismi che hanno sempre caratterizzato questa band per gettarsi a capofitto in un vortice di tupa tupa e riff affilati, sovrastati dalla voce proteiforme di Patton, per un risultato non dissimile da “Speak English Or Die” dei S.O.D., non fosse che per i titoli dei brani (Hypocrites/Habla Espanol O Muere), o dai Corrosion of Conformity degli esordi, omaggiati con l’arrembante rilettura di Loss For Words, che rivaleggia con l’originale. La dimostrazione definitiva che il thrash metal, se fatto bene, non invecchia.

9. Once & Future Band – Deleted Scenes
Il secondo album di questo trio di San Francisco tesse le trame di un rock d’altri tempi, o forse proprio di questi, epoca di riciclo e recupero. Infatti, tengono qui banco le sonorità del periodo compreso tra la fine dei Sessanta e i primi anni Settanta, le armonie (vocali e non) di scuola liverpool-californiana e la stratificazione progressive, il pop evoluto degli Steely Dan, un tocco di psichedelia e un pizzico di teatralità che si potrebbe ricondurre ai primissimi Queen, per un risultato eccellente in cui i nove brani (dei quali solo due superano i cinque minuti, e uno per soli tre secondi) sono composti ed eseguiti per farsi ascoltare, senza indulgere in contorsioni strumentali o soluzioni artificiosamente inusitate. Godibile, intelligente e ottimamente costruito, questo disco è permeato dal senso della misura e dalla comprensione degli elementi decisivi nel confezionare un’opera di qualità (non da ultimo i suoni, che restituiscono un’atmosfera schiettamente naturale agli strumenti). Rock progressivo in senso ampio, insomma; progressista, persino.

10. Dining Rooms – Art Is A Cat
Un affascinante mélange di dilatato trip hop, morbidi tocchi funk, languide voci femminili, soffusa tromba jazz, arpeggi acustici, atmosfere da colonna sonora anni ’60/’70, dettagli elettronici e altro ancora, per un risultato di grandissima suggestione, che sa essere in uno romantico e (a tratti) malinconico. Una volta di più il duo Ghittoni-Malfatti non delude, allargando ancora i già ampi orizzonti musicali frequentati e arricchendo il progetto Dining Rooms di un altro capitolo significativo e piacevole. Sarebbe bene ricordarsi, ogni tanto, che in Italia ci sono anche musicisti di questo livello.

Altri dischi

Harry Beckett – Joy Unlimited
Ad agosto, nel disinteresse generale, la Cadillac Records ha ristampato il disco più celebre del trombettista Harry Beckett, pubblicato originariamente nel 1973, mai ristampato e da allora praticamente sparito dal mercato. Incredibilmente, perché si tratta di una delle migliori incisioni mai realizzate nell’ambito del cosiddetto jazz elettrico: infatti, le linee suonate da Beckett si inseriscono in un contesto modale senza mai perdere di vista la melodia e dimenticare la solarità caraibica che ha accompagnato il trombettista per tutta la carriera (si ascolti il tema di Glowing), mentre il pianoforte elettrico tesse trame armonicamente sofisticate su cui la chitarra può guizzare su registri ora rock-blues ora latineggianti, con la sezione ritmica a sospingere un funk sinuoso e poliritmico di ascendenza afrocaraibica. E il risultato, al crocevia tra il jazz-rock, il funk e i primi Santana, è meraviglioso. Un disco imperdibile.

Little Richard – Southern Child
Negli anni ’70 Little Richard aveva tutte le carte in regola per beneficiare della risorgenza dei suoni rock n’ roll e dell’ondata di revival degli anni ’50 allora in corso. Invece, scelse di abbracciare due lati misconosciuti della sua formazione musicale, il country e il blues: nel 1972, un anno dopo “The Second Coming”, registrò undici pezzi in quegli stili, con un orecchio alla musica nera contemporanea, presentando quindi alla Reprise, con cui all’epoca aveva un contratto discografico, le incisioni per un nuovo disco, corredate di titolo, “Southern Child”, e artwork. Per motivi mai realmente chiariti, l’etichetta accantonò il master, che rimase così a prendere polvere sino al 2005, quando i brani rientrarono in una raccolta, e infine a quest’anno, in cui è stato infine pubblicato nella forma e nelle intenzioni di mister Penniman, che non ha fatto in tempo a vedere la sua creatura venire alla luce con trentotto anni di ritardo. Gran peccato, perché, tra funk sensuale (California (I’m Comin’), Burning Up With Love), country verace (Ain’t No Tellin’, Over Yonder) e imbastardito con il rock (If I Pick Her Too Hard), blues campagnolo (la title-track, I Git A Little Lonely) e umori southern soul (In The Name), questo disco è un affresco di sorprendente qualità, nonché una finestra sul talento poliedrico di un artista che è facile liquidare sbrigativamente come one-trick pony. Un degno epitaffio per uno dei più grandi musicisti pop del Novecento.

L’altro 2020

Teaze – One Night Stands
Avevano tutte le carte in regola per accedere al grande successo, i canadesi Teaze: bella presenza, perizia strumentale, talento compositivo, capacità di stare sul palco. E mai questa sensazione è stata più forte che nel 1978, quando, dopo due album che ne avevano stabilmente aumentato le quotazioni sui mercati internazionali, il quartetto aveva ottenuto un contratto con la potente Capitol anziché con la limitata Aquarius. “One Night Stands”, l’album che ne uscì, pubblicato l’anno seguente, soddisfaceva tutte le aspettative riposte nel gruppo, ma, schiacciato tra la coda dell’era della disco e l’alba della new wave, senza peraltro riuscire ad agganciare le sonorità del rock radiofonico del periodo, fu un fallimento commerciale, che sancì la fine delle speranze di gloria dei Teaze, che si sciolsero l’anno seguente, lasciandosi alle spalle quattro album, tra i quali spicca questa gemma di hard rock dei tardi anni Settanta, in cui convivono spinte verso sonorità più dure e furbe strizzate d’occhio alle esigenze radiofoniche del periodo: Touch The Wind sono gli Iron Maiden ante litteram, Loose Change indica la via a What’s Up? delle 4 Non Blondes, mentre Young And Reckless potrebbero essere gli Aerosmith che maneggiano la disco e Red Hot Ready sembra uscita da un album dei Rose Tattoo. Il tutto corredato da accenni di sintetizzatori, chitarre roboanti che spesso si intrecciano in linee melodiche armonizzate e ritmi a tratti fratturati. Connotato da grande varietà di stili pur senza perdere in coerenza e qualità del songwriting e rilegato da una produzione impeccabile, “One Night Stands” è un recupero meritorio, nonché un’altra dimostrazione che il Canada è il naturale trait d’union tra Stati Uniti e Inghilterra, in questo caso tra hard rock radiofonico e quella che sarebbe diventata la NWOBHM. Tra le varie stampe disponibili, è meglio evitare quella americana, la cui scaletta inserisce brani dai dischi precedenti (Boys Night Out dal debutto omonimo e Stay Here da “On The Loose”) rimpiazzando Loose Change, uno dei brani migliori; scelta, quest’ultima, curiosamente condivisa anche dalla recente ristampa in CD della Rock Candy.

Wall Of Silence – Shock To The System
I canadesi Works non ebbero fortuna con il loro unico album di AOR, “From Out Of Nowhere”, pubblicato nel 1989. Mutati tre componenti del gruppo su cinque, decisero di cambiare anche nome, in Wall Of Silence, scrivendo nuove canzoni e trovando un accordo discografico con la A&M. Ne uscì questo “Shock To The System”, unico parto della formazione, datato 1992 e quindi condannato in partenza, nonostante un AOR tosto e curatissimo, di qualità superiore, non da ultimo per la produzione e il contributo compositivo e strumentale di quel gran genio di Mike Slamer. Chitarre distorte ma non invadenti e sempre arrangiate con varietà e cognizione di causa, panneggi di tastiere ad aggiungere sfumature, suoni scintillanti e dinamica impeccabile ci sono e si sentono, ma ciò che fa la differenza sono la qualità di scrittura e le melodie sempre vincenti, in contesti duri (il sofisticato esercizio leppardiano di Addicted, probabile singolo mancato) o languidi (It’s Only Love, power ballad memorabile come poche altre e ancor più sorprendente perché autografa). Dieci brani che lambiscono i territori di Giant, Signal, Unruly Child e Harem Scarem pur mantenendo una propria identità, a costituire un’altra hidden gem in ambito AOR, come confermato dal fatto che l’album non è mai stato ristampato e oggi passa di mano a prezzi rilevanti.

Bullet/Alan Tew – The Hanged Man OST
“The Hanged Man” era una serie di genere poliziesco ambientata nello Yorkshire e trasmessa dalla televisione britannica nel 1975. Alan Tew è un compositore inglese di musica per il cinema e la televisione, sia mirata che in forma di library music, e fu lui a ricevere l’incarico di scrivere il commento musicale alla serie citata. Le partiture furono quindi girate a un gruppo di turnisti delle etichette specializzate KPM e Themes International, il bassista Les Hurdle, il batterista Barry Morgan, il chitarrista Alan Parker, il percussionista Frank Ricotti e il tastierista Alan Hawkshaw. Costoro incisero a Monaco le musiche scritte da Tew e, quando fu il momento di pubblicarle, si battezzarono, per la prima e unica volta, Bullet. Ne uscì uno sfavillante LP di funk polizi(ott)esco, dal groove irresistibile e dalle atmosfere avvincenti come e più delle immagini, capace di superare in qualità lo sceneggiato che era stato chiamato a corredare e vivendo di luce propria come una delle migliori uscite in assoluto nel genere, a suo agio indistintamente con vibrafoni e sintetizzatori, trombe e pianoforti elettrici, chitarre “grattugiate” e ottoni pungenti. In breve: un capolavoro. Del quale l’ascoltatore saggio vorrà preferire la ristampa in CD su Vocalion, che alle diciotto tracce originali aggiunge, oltre a un booklet ricco di dettagli e fotografie, ventidue brani incisi nelle medesime sessioni, già usciti sui due volumi della raccolta “Drama Cues” di Alan Tew, e sette temi in stile di Alan Parker, James Clarke e Alan Hawkshaw.

Unleash The Archers – Apex
In ambito hard ‘n’ heavy, il Canada è particolarmente famoso per due stili: un AOR cristallino e nitido e un heavy metal classico particolarmente epico e arrembante. Ad ulteriore (dopo Cauldron, Striker, Skull Fist e molti altri) conferma che quest’ultimo stile è uno degli export di punta del vessillo con la foglia d’acero si pongono gli Unleash The Archers, che sono in giro da più di dieci anni e hanno recentemente pubblicato il loro quinto album “Abyss”. Ma non è a questo che ci si deve rivolgere per trovare un’uscita sorprendente in un panorama stilistico dalle coordinate limitate e molto affollato, bensì al predecessore “Apex”, del 2017. Qui le varie anime del metal che guarda alle classiche sonorità heavy senza però volersi arroccare in filologiche quanto stantie riproposizioni si saldano al meglio, complici le capacità compositive del gruppo, l’enorme abilità strumentale dei musicisti (soprattutto i due chitarristi e il batterista) e la varietà nel dosaggio degli stilemi. In questo disco il tipico suono power metal convive con ritmiche fratturate di doppia cassa e inserti di matrice groove, le chitarre armonizzate di ascendenza maideniana non stonano a fianco di una voce occasionalmente in growl, riff stradaioli ripresi dalla NWOBHM si saldano ad epiche andature cadenzate e a falsetti sia maschili che femminili. Ottimamente prodotto (nonostante le recenti tendenze “polimeriche” della Napalm), “Apex” tiene magnificamente insieme tutto ciò che di buono ha prodotto l’heavy metal negli ultimi anni, suscitando tuttavia il timore che i suoi autori non siano in grado di superarlo in qualità, rendendo così il titolo un inequivoco nomen omen. E se anche fosse, poco male, perché resterebbe comunque “Apex” a confermare che si può ancora dire qualcosa in ambito heavy metal, e dirlo bene.

Damnatio memoriae

Metallica – S&M 2
Non ho idea di chi, maggiorenne, e non solo di età, possa averlo ascoltato.

Hindsight is always 2020

Alla trentunesima edizione dei Grammy Awards, il 22 febbraio 1989, veniva per la prima volta introdotta la categoria Best Hard Rock/Metal Performance Vocal or Instrumental, il premio assegnato avendo riguardo ai risultati conseguiti nell’anno precedente, il 1988. A contenderselo c’erano i Metallica e i Jethro Tull. I primi astro ormai nato e giunto allo zenith di tutto il movimento metal degli anni Ottanta, che arrivavano alla competizione sulla scia di quattro album considerati da subito caposaldi del genere e baciati da straordinari e ubiqui consensi di pubblico e critica. I secondi reduci della stagione progressive inglese degli anni Settanta, con ottime entrature nell’industria (l’ex batterista Barriemore Barlowe un affermato manager di A&M per le principali major discografiche) e l’ultimo album pubblicato due anni prima, il secondo in cinque anni, accolto tiepidamente dalla critica (quella ufficiale, non quella di settore; differenza rilevante, negli anni Ottanta) e bene dal pubblico.

Vinsero i Jethro Tull.

Ma le proteste furono così accese e ubique che l’anno seguente l’Academy fu costretta ad introdurre due distinte categorie: Best Hard Rock Performance e Best Metal Performance. Quest’ultima fu vinta dai Metallica, per il brano più in vista dell’album con cui si erano presentati all’edizione precedente.

A volte succede. Così, giusto per dire.

Incertum habeo pudeat an pigeat magis disserere: Eneide – Uomini Umili, Popoli Liberi

eneide - uomini umili, popoli liberi

Sono questi giorni convulsi per la storia e l’assetto istituzionale della Repubblica italiana, nonché momento di valutazioni più o meno approfondite, più o meno rigorose, sul rapporto tra l’Italia e gli altri Stati europei, in particolare la Germania, ora accusata di comportarsi da padrone senza averne titolo, ora additata come esempio di coerenza e tutela degli interessi alla stabilità. Quale miglior occasione, dunque, di questo poco confortante panorama per valorizzare le nostre creazioni? Facciamolo, dunque, ratione materiae.

Gli Eneide nascono a Padova nel 1970 con il nome di Eneide Pop, composti da cinque adolescenti (il cantante e chitarrista Gianluigi Cavaliere, il chitarrista e flautista Adriano Pegoraro, il tastierista Carlo Barnini, il bassista Romeo Pegoraro e il batterista Moreno Diego Polato) per suonare cover, principalmente di gente come Led Zeppelin, King Crimson, Vanilla Fudge, e, nonostante la giovane età, dimostrano presto grande coesione e perizia strumentale, costruendosi rapidamente un seguito di pubblico nella loro regione. Nel frattempo iniziano a sperimentare con un suono più personale, che seguisse le tendenze del momento senza sacrificare la personalità della proposta, e per rendersi immediatamente riconoscibili mutano nome in Eneide. Il pop italiano, come si chiamava al tempo, vive in quegli anni, all’incirca dal 1970 al 1972, la sua stagione più creativa, e quando, dopo molti concerti, un paio dei quali in apertura a Genesis e Atomic Rooster, l’agenzia di concerti ed etichetta Trident offre agli Eneide di fare da spalla ai Van der Graaf Generator in sei date del lungo tour italiano di supporto a “Pawn Hearts”, ed altresì un contratto discografico, è un chiaro segnale che le quotazioni del quintetto sono in rialzo. Nel frattempo, il gruppo ha accumulato e rodato sul palco un discreto gruzzolo di brani originali, che vengono incisi in studio nel 1972, su proposta dell’etichetta, con lo scopo di ricavarne un trentatré giri da pubblicare quello stesso anno: nasce così “Uomini Umili, Popoli Liberi”. Tuttavia, per motivi mai chiariti, il disco non verrà pubblicato, e il successivo fallimento della Trident nel 1975, con un catalogo di soli otto LP e sei 45 giri, non aiuta la causa del gruppo, che infatti, dopo avere proseguito per un periodo del 1973 come touring band del cantautore Maurizio Arcieri, che nello stesso anno aveva pubblicato il suo unico LP “Trasparenze” (un passabile esercizio tra progressive e psichedelia), si scioglie. Fine degli Eneide. E il disco?

“Uomini Umili, Popoli Liberi” vede infine la luce nel 1990, quando i musicisti decidono di pubblicarlo in autonomia, mediante l’etichetta L.P.G., da loro stessi creata per l’occasione; con l’aiuto della genovese Black Widow ne vengono stampate cinquecento copie in vinile, presto esaurite. Il riscontro fa sì che si susseguano ulteriori ristampe: nel 1995 per la prima volta in CD, e poi ancora, ad opera dalla milanese AMS, nel 2010 e nel 2016, rispettivamente in CD e in vinile. Manca solo una versione ufficiale smaterializzata, ma, a parte tale circostanza, l’album ha una disponibilità sorprendentemente ampia per un’uscita postuma e nitidamente settoriale, indirizzata com’è ai più fedeli adepti del suono progressivo italiano dei Settanta, che s’indovinano numericamente limitati. C’è da chiedersi il perché di tanto interesse, e proviamo quindi a rispondere.

“Uomini Umili, Popoli Liberi” è un disco di rock progressivo, pienamente figlio del suo tempo, epoca in cui si sperimentavano soluzioni sonore che permettessero di andare oltre le conquiste e gli stilemi dei Sixties, non più adatti al mutato contesto di disillusione e volontà di sovvertimento radicale con ogni mezzo. Però è atipico, perché non contiene i tipici rimandi sonori della stagione progressiva italiana; a parte, infatti, l’inevitabile richiamo ai Jethro Tull che l’uso del flauto in ambito rock comporta, qui a fare da arbitri d’eleganza sono altri: i Led Zeppelin per la potenza, chitarristica e batteristica (con anche un plateale scippo a Stairway To Heaven nell’arpeggio di Cantico delle Stelle, che apre e chiude il disco); gli Atomic Rooster per le concatenazioni tra i cupi passaggi delineati dalle distorsioni e la perenne mutevolezza delle atmosfere garantita dalle infiltrazioni tastieristiche; persino i Deep Purple, da cui viene mutuata la lezione di indurimento e articolazione degli elementi sopra detti. Regna, quindi, un suono mediamente più hard rispetto alla generalità delle proposte del progressive italiano, il quale, invece, ha sempre dato prevalenza alla consistenza melodica del patrimonio musicale nazionale, ponendosi come sincretismo tra tradizione e novità di ineguagliata originalità, in Italia e nel mondo. Certo, anche in questo album non mancano i riferimenti obbligati del periodo (oltre ai citati Jethro Tull, anche i Genesis, che ispirano le parti più melodiche, come nel lento Canto della Rassegnazione), ma l’atmosfera che si respira è più variegata, fatta di abissi nichilistici e di tentativi di liberazione per vie escatologiche, esplorate in maniera vaga, o persino magico-spaziali (come nella toccante Viaggio Cosmico, illuminata da un violoncello che condensa lo stupore e il dolore dell’umanità per la propria condizione), ancorché in maniera ingenua e sognatrice più che consapevole e determinata. Manca, insomma, l’afflato politico che l’epoca comandava a qualunque gesto di creatività, sostituito, piuttosto, da un umanesimo moderato, sincero e animato da lodevoli intenzioni ecumeniche ma confuso e incerto sulla direzione da prendere per lasciarsi a tergo un presente sicuramente insoddisfacente. Forse per questo motivo il disco non vide la luce al tempo. Eppure la condanna dello status quo, sia pure in tralice, c’è ed è netta, e faccia fede sul punto la voce profonda e intonata, appassionata e appassionante, di Gianluigi Cavaliere, ideale trait d’union canoro tra Guccini e Cisco. Troppo poco per i Settanta, il decennio manicheo per antonomasia nella storia repubblicana, e subentra quindi un’ἐποχή quasi ventennale. Ormai infranta, e per fortuna. Anche se, al netto dei paraocchi ideologici, si fa strada un’amara constatazione; o magari, per chi c’era, un rimpianto.

Gli anni Settanta non sono stati certo rose e fiori; nemmeno rose e garofani, se è per questo. Ma da quella aspra (il computer me l’ha corretto in “spara”; bist Du, Sigmund?) contrapposizione ideologica sono sorte le basi per quello che oggi chiamiamo “la modernità”, e per ottenere alcune di quelle conquiste altri popoli, da noi affatto distanti per tradizioni, cultura, visione del mondo e colori nazionali, hanno dovuto lottare fino a un paio di giorni fa. L’odierna dialettica, invece, ha come motore la mera (auto)conservazione in forme più o meno intatte, anziché la progressione verso orizzonti ideali, a volte anche solo idealistici, oggi nemmeno concepibili a livello collettivo. Domina in questi giorni l’inconciliabilità, e niente o nessuno appare in grado di sopirla, perché è ormai ubiqua la percezione che i destini umani, individuali e collettivi, siano agitati da forze più grandi, rese operative dallo stesso comportamento umano e ormai faustianamente fuori controllo. L’idea di homo faber fortunae suae, antica ma foriera di elevazioni e riscosse individuali e soprattutto sociali, ci ha abbandonato, al più sostituita dal mito del self made man. Col risultato che prima eravamo uomini umili, ora, invece, umili uomini. Cerchiamo almeno di conservarci popoli liberi.

Progrom: Locanda delle Fate: Forse Le Lucciole Non Si Amano Più


La psichedelia sta al progressive come Nietzsche sta al nazismo: il secondo ha radici inevitabili nel primo, ma ne costituisce al tempo stesso un’estremizzazione, derivante dalla distorsione ad usum delphini di alcuni suoi architravi concettuali. E come nella Germania degli anni Trenta la dottrina superomistica ed antirazionalista del baffuto filologo venne presa a pretesto per imporre un ordine politico totalitario, con le ben note implicazioni, così, nel mondo musicale di inizio anni Settanta, l’empito libertario del decennio precedente fornì la base giustificativa e lo stimolo per numerosi tentativi di creare un rock “definitivo”, che unisse l’imponente tradizione musicale classica (soprattutto europea, ma non mancarono sperimentazioni con il patrimonio sonoro indiano, africano e mediorientale) ai nuovi modi della cultura giovanile, con risultati mediamente tronfi, dimentichi del punto di partenza (“Roll over Beethoven, tell Tchaikowsky the news“, aveva ordinato Chuck Berry) e chiusi nell’elaborazione di un linguaggio musicale inutilmente astruso e sostanzialmente fallimentare rispetto all’obiettivo iniziale, dichiarato o meno che fosse. Certo, non tutto il prog ha prodotto risultati da accantonare velocemente, e paragonarne le nefandezze a quelle della croce uncinata è senz’altro eccessivo, ma resta l’idea di un utilizzo distorto dell’approccio di rottura insediato dalla stagione psichedelica, fatto di superamento della struttura armonica del blues, dilatazione dei tempi (e della coscienza), uso di strumenti atipici per il rock (flauto, sitar, theremin, percussioni, eccetera), gusto per l’improvvisazione, ambientazioni oniriche, richiami letterari nei testi, impianti scenografici (talvolta persino di carattere multimediale) a corredo delle esibizioni musicali, ampia varietà grafica nel confezionamento dei materiali fonografici. Di tutto ciò il prog si impossessò e, travisandone le intenzioni iniziali (creare un linguaggio nuovo e un ordine del mondo parimenti diverso, all’occorrenza pescando nelle parti più vive della tradizione), finì per rovesciare addosso al pubblico pantagruelici album doppi (meglio rammentare che questa vicenda si svolge interamente nell’era del vinile) sorretti da astrusi concept fiabeschi o politico-fantascientifici evocati dai pomposi testi, con una facciata del disco quasi immmancabilmente occupata da un solo brano, spesso interamente strumentale, di durata superiore ai dieci minuti e infarcito di citazioni di reconditi compositori classici. Era troppo, e infatti la stagione progressiva non durerà più di un lustro, declinando a metà Settanta per poi sparire nel sottobosco quando l’avanguardia del rock ‘n’ roll verrà riportata all’approccio “questo è un accordo, questo è un altro, questo è un terzo. Ora forma una band” (o, ad essere onesti fino in fondo, all’approccio “haircut and an attitude“) dal punk.

Chissà se il prog avrà mai il suo Processo di Norimberga. Probabilmente no, e probabilmente sarebbe farsesco come l’originale, anche se per motivi in un certo senso opposti, perché la sovrabbondanza numerica e stilistica della contemporaneità avvolge il passato e i suoi lasciti nel manto distorcente della nostalgia, che impedisce di soppesare criticamente meriti e demeriti dei caduti. O magari è il contrario, e il decorso temporale permette di rendere giustizia a meriti che al tempo non poterono trovare allori a cagione dell’avverso Zeitgeist. E, Norimberga o meno, è quest’ultima speranza che mi induce a soffermarmi sul disco in questione.

La Locanda delle Fate nasce ad Asti nel 1977 come un settetto intenzionato a portare avanti l’aureo filone del rock progressivo nazionale. Non è, infatti, mistero per alcuno che, nel lustro 1971-1976, l’Italia ha prodotto una delle più vive ed influenti scene prog in assoluto, che forse costituisce l’unico apporto realmente rilevante dello Stivale al rock mondiale. E se non è difficile rintracciare gli antecedenti della sua nascita e della sua eccellenza, senz’altro riconducibili all’enorme peso della tradizione classica, sia letteraria sia musicale, nel patrimonio artistico nazionale, più arduo è scorgerne le radici più prossime, in assenza dell’acclarata mancanza di un’autoctona elaborazione psichedelica in Italia. Ma tutto ciò non dipende dai nostri sette piemontesi, che intrapresero la loro avventura musicale con il solo intento di mettere a frutto una notevolissima preparazione strumentale e una passione per le trame sonore complesse e la musica immaginifica, nonché una felice vena compositiva. Elementi, soprattutto quest’ultimo, che non dovettero sfuggire alla divisione nazionale della Polygram, se già nel corso del 1977 il gruppo pubblicò il proprio LP d’esordio per tale etichetta major.

“Forse le lucciole non si amano più” è magnifico già dalla copertina, un’illustrazione algidamente evocativa in stile Roger Dean (nome di punta della grafica prog, in ragione del suo lavoro per gli Yes). Ma siamo solo agli inizi, perché il contenuto soddisfa le aspettative anche del pubblico più ostile. Autorevoli commentatori lo hanno definito “prog sinfonico”, ma, ad ascoltarlo bene, questa definizione ha senso solo se raccordata al significato letterale dell’aggettivo “sinfonico”, e cioè “che suona assieme”. Forse è stata attribuita perché il gruppo ha in formazione due tastiere e un flauto, ma anche questa variegata composizione sonora non rende sensata la qualifica. Nei sette brani del disco si respira, piuttosto, un’aria corale, ecumenica: ci sono le chitarre acustiche tipo Genesis e le divagazioni tastieristiche riconducibili alla scuola di Canterbury, assoli di elettrica sufficientemente pirotecnici per richiamare gli Yes e una voce evocativa e poliedrica non distante dal timbro di Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso (ed è noto che i cantanti sono sempre stati il tallone d’Achille del prog tricolore). Ecco, la definizione giusta è “prog ecumenico”: qualcosa da ognuno, qualcosa per ognuno, in una miscela che riesce a risultare, abbastanza miracolosamente (non si dimentichi che nel ’77 il genere era già ben oltre il nadir), originale e coinvolgente assieme. Originale perché, come la nave di Teseo, oggetto di dispute tra i filosofi ateniesi di cui riferisce Plutarco, è in contemporanea nuova e vecchia, grazie ad elementi nuovi (l’uso del flauto, così diverso dal canone fissato da Ian Anderson) che si innestano su qualcosa di preesistente, mantenendone, tuttavia, l’identità. Coinvolgente perché, come detto, l’ispirazione compositiva è somma: il tema tastieristico che muta in riff chitarristico e che funge da canovaccio per la costruzione di A Volte Un Istante Di Quiete, ad esempio. Ma anche il clima di inizio autunno del brano che battezza il disco, diviso tra il delicato spirare della brezza della malinconia, che porta le foglie ingiallite dei ricordi, e le sferzate pungenti del vento della coscienza, che spariglia ordini e scoperchia illusioni oniriche; è questa un’atmosfera evocata dalle musiche e dai testi (apparentemente surreali o persino nonsense, ma in realtà delicato porgersi in forma cantata di una sottile inquietudine interiore) ricorrentemente nel corso  dell’album, ed è anzi mirabile l’effetto immaginifico raggiunto dai sette musicisti, risultato che denota una padronanza somma dei modi  compositivi e un suo sfruttamento accorto.

Prevedibilmente, “Forse le lucciole non si amano più” non andò distante: troppe cose, musicali e non, accadevano e cospiravano contro, in Italia e non, in quel 1977 particolarmente rimasto negli annales novecenteschi. E, altrettanto prevedibilmente, l’originale stampa vinilitica divenne  presto merce per collezionisti di rock progressivo italiano, scambiata con somme considerevoli per anni; sino, cioè, al 1988, quando l’interesse crescente del mercato asiatico (soprattutto giapponese: nell’Impero del Sol Levante l’album era uscito in formato LP già nel 1982) renderà profittevole una ristampa in disco compatto, da quel momento ciclicamente riproposta. Cosicché un gioiello con l’unica colpa di essere apparso in un tempo sbagliato può infine brillare al cospetto dei posteri secondo i suoi meriti. Come il diario di Anna Frank.