Dallas Powers: The Roomsounds – Elm St.

the roomsounds - elm st.
Lo ricorderanno tutti i lettori: Elm St. è la famigerata strada in cui per la prima volta si manifestava Freddy Krueger. Ma per gli appassionati di musica la cosa non si ferma qui, perché una via omonima esiste effettivamente a Dallas, Texas, ed è ab immemore l’epicentro (uno degli epicentri, quantomeno) della brulicante scena musicale cittadina.

Da questo microcosmo di creativi, sfaccendati, affamati o semplici curiosi vengono anche i Roomsounds. Un quartetto fondato da Ryan Michael, transfugo da trascorsi punk nel natio Connecticut, con il chitarrista Sam Janik, il bassista Red Coker e il batterista Dan Malone, con l’obiettivo dichiarato di far rivivere il migliore classic rock della tradizione a stelle e strisce, àuspici le migliori colonne portanti britanniche: e dunque via di Tom Petty & the Heartbreakers, Allman Brothers Band, blues elettrico, neo-garage d’inizio millennio, sprazzi country e tutto l’armamentario, ottimamente sorretto da un’immagine perfetta, vintage ma non oltranzista.

Del 2012 è il debutto “Ripper”, che irrompe sulla scena d’oltreoceano causando un certo qual passaparola per la qualità della proposta. Alla quale fa seguito ora, dopo tre anni e oltre duecentocinquanta concerti, il nuovo LP, intitolato giustappunto “Elm Street”, in uscita domani 25 marzo. Inciso a Muscle Shoals e già questo basterebbe; ma in realtà l’indicazione è fuorviante, perché, rispetto al passato, le tendenze melodiche sono aumentate a descapito dei decibel (“Mentre il nostro primo album era più rock ispirato dal blues, questa volta mi sono orientato maggiormente verso un’atmosfera power pop. Ho suonato una Rickenbacker per un po’, che in un certo senso si presta ad un jangle alla Beatles, Byrds e Tom Petty. E poi mi sono trovato ad approfondire band come i Badfinger, i Big Star, e Nick Lowe. Ma, alla fine, sono sempre quattro accordi nello spirito del rock ‘n’ roll“, ha dichiarato Ryan Michael, chitarrista-cantante e principale compositore), per un risultato comunque di ottimo livello. E, per sincerarsene prima di scucire i sudati denari, qui si può ascoltare in anteprima l’intero “Elm St.” in streaming.

Dei Black Crowes per il nuovo millennio? Chissà. Intanto, però, i Roomsounds sono pronti per riempire la stanza. La mia di sicuro. Spero non sia l’unica.

Armatevi e partiamo: Imperial State Electric – Honk Machine


Mi piacerebbe dirvi che per scrivere questa recensione ho atteso di ascoltare attentamente il disco, cogliendone le singole sfumature, ma la verità è che il 21 agosto, quando “Honk Machine” venne lanciato sul mercato, ero in ferie in un posto dove questo genere di cose non arriva (non agevolmente, quantomeno). E quindi mi sono procurato il disco al mio ritorno, qualche giorno fa, e dopo qualche ascolto (ma solo perché l’intero LP dura 32 minuti: non brillo per pazienza con i dischi) posso infine riferirne con una certa qual contezza.

A mia parziale discolpa posso dire che era necessario solo un po’ di spirito di osservazione, che avrei potuto fare l’esegesi della copertina senza ascoltare il disco e non ci sarebbe stato molto da aggiungere sulla musica. Guardatela anche voi: in alto campeggia la scritta “STEREO”, che fa il verso alla dicitura “MONO” stampigliata sul frontespizio dei dischi negli anni Sessanta, ed è dunque logico inferirne un omaggio alle sonorità di quel decennio. E poi i ritratti dei quattro musicisti, effigiati a mezzobusto all’interno di circonferenze, in guisa di icone bizantine: il leader Nicke Andersson e il chitarrista Tobias Egge, collocati nella riga superiore, sfoggiano ognuno una spilla al bavero della giacca, rispettivamente di Blue Öyster Cult e Big Star, a loro volta icone anni Settanta di certo hard rock evoluto e del power pop. Sessanta e Settanta, hard rock e power pop: sarebbe servito altro, onestamente?

Solo che individuare immediatamente le coordinate sonore non è tutto. Perché dopo bisogna capire com’è il risultato, se le influenze sono state usate saggiamente. Ecco, su questo versante (che è poi quello decisivo) ho qualche appunto: per la prima volta dopo cinque anni di carriera e quattro LP di materiale originale, dal punto di vista qualitativo gli Imperial State Electric non progrediscono ma consolidano. Si appoggiano laddove è ovvio trovarli, ma senza guizzi nella scrittura che li facciano apparire una volta di più per ciò che sono, e cioè la migliore rock band degli anni Dieci. Nella vena autoriale di Andersson comincia a farsi strada con insistenza un manierismo che rischia di diventare eccessivo, e infatti “Honk Machine”, contrariamente ai suoi predecessori, è afflitto da una certa quota di materiale interlocutorio, come la moscia e malinconica Colder Down Here o il pop fragoroso di Just Let Me Know, ad un passo dai Raspberries, cantato da Egge. Ma questa constatazione non deve distogliere dall’ascolto, perché il disco resta di livello medio-alto, con picchi di assoluta brillantezza laddove il songwriting, spesso forte del sodalizio tra la Stella Polare Andersson e la Croce del Sud Dolf de Borst, si volge ad esplorare le terre dei Sixties: la sfolgorante melodia jingle-jangle del singolo All Over My Head (indubbiamente il brano migliore), l’anfetaminica crociera sul Mersey di Maybe You’re Right e il lento soul Walk On By, con tanto di coriste e organo Hammond. Tra questi due poli qualitativi, una variegata commistione di soluzioni intermedie: il rock ‘n’ roll vitale di Guard Down e Let Me Throw My Life Away, il power pop biblico di Another Armageddon (notevole, tuttavia, l’interplay tra le chitarre alla fine dell’assolo, che cita That Smell dei Lynyrd Skynyrd), l’hard sferragliante di Lost In Losing You, che rimanda proprio ai BÖC, e del brano conclusivo, prodigo di chitarre soliste.

Insomma, aria di cambiamento, che persino i suoni particolarmente pastosi sembrano sottolineare: non più abbondanza di Detroit e New York, ma una spinta contemporanea in direzioni, quella del pop inglese anni Sessanta e quella dell’hard americano primi anni Settanta, se non opposte, quantomeno di non immediato accostamento. Ebbene, “Honk Machine” dice che l’accostamento funziona ma necessita di rifiniture. Le attendiamo fiduciosi, consapevoli fin dai tempi degli Hellacopters che non basta una nuvola a fare un temporale. D’altronde, è Nicke stesso a farcelo notare: dapprima il dubbio “Is that a dark cloud over my head?” (All Over My Head), quindi la risposta “Every cloud has a silver lining” (Another Armageddon). E dal vivo sarà senza dubbio un altro Armageddon, fatto apposta per rodare la “macchina del casino”. Attendiamo fiduciosi, per l’appunto.

Il lato chiaro della forza: The Empire Strikes – 1983

The Empire Stikes - 1983

La Svezia, lo sappiamo, è la terra promessa del rock ‘n’ roll, in tutte le sue forme. Ma la Finlandia è un’ottima seconda. Dalla terra dei laghi, infatti, provengono molte formazioni ascrivibili ad ambiti sonori anche molto diversi tra loro, tutte interessanti.

L’ultima scoperta sono i The Empire Strikes, quartetto di Helsinki che dietro un nome guerresco-stellare nasconde una passione per power pop e garage, non senza dimostrare una seria predisposizione per il pop-rock tout court. Un po’ come se Hellacopters e Oasis si trovassero chiusi nella stessa stanza e sgomitassero per uscire. “1983”, pubblicato a marzo scorso, è il primo LP del gruppo, ormai al terzo anno di vita, e va dietro a due EP senza titolo, il primo, uscito nel 2012, maggiormente incline al pop e il secondo, datato 2014, più orientato verso un suono aggressivo e rock ‘n’ roll. La nuova uscita vede il gruppo trovare la quadra delle sonorità sperimentate in precedenza, aumentando ulteriormente la freschezza melodica (“lo zucchero”, obietterà qualcuno; e non senza ragione) pur mantenendo vivo l’impatto chitarristico. Lavoro di buona qualità, trascinante ed orecchiabile quanto basta, “1983” segnala i The Empire Strikes come l’ennesima valida promessa proveniente dal Grande Nord. Vedremo che ne sarà di loro.

Nel frattempo, per meglio giudicare, li attendiamo in tour in Italia a settembre.

P.S.: l’opera omnia del gruppo è ascoltabile qui. Ricordatevi di fare i compiti per le vacanze.

You can’t stop rock ‘n’ roll: Huxton Creepers – 12 Days To Paris

Questa storia comincia di domenica. Una domenica d’estate. Non particolarmente significativa, ma diversa dalle altre per due fattori concomitanti: ci sono le elezioni e piove. Quindi si è tendenzialmente costretti a casa, o quantomeno nei paraggi. E a casa uno magari si perde a leggere ed ascoltare, e scopre cose nuove; magari nuova musica. Così accade che io, navigando su internet, scopra gli Huxton Creepers, australiani di Melbourne ed autori di un paio di LP tra il 1986 e il 1988, e decida di procurarmi almeno una delle loro opere. E così accade che, cercando su un noto sito di compravendita, mi accorga che una copia del loro debutto “12 Days To Paris” è in vendita a poca strada da me.

Contatto allora il venditore a mezzo e-mail, per capire se è possibile ottenere delle condizioni più favorevoli in ragione della prossimità geografica. Sorpresa, la risposta arriva poco dopo, e denota disponibilità. Vengono quindi scambiati un altro paio di messaggi e si conviene che la cessione avvenga oggi stesso, ché tanto è una domenica piovosa e pigra, apparentemente noiosa, ma di quelle che poi inevitabilmente, come cantano gli Hellacopters, “turn to Mondays too soon“. Fuori infuriano gli elementi, e lo scroscio intenso di pioggia come pure l’ululare del vento suggeriscono a chiunque abbia un minimo di senno di restare in casa. Ma non ti conviene abbassarti a discutere con un idiota, perché la gente potrebbe non capire la differenza, e così eccomi diretto verso la fermata dell’autobus. In apparenza è tutto facile: “Sali sul 12, scendi alla quinta e là mi trovi”. Solo che è domenica, e il 12 non c’è. A questo punto persino un idiota avrebbe desistito. Ma non io, e quindi via in direzione del garage, per raggiungere il convenuto locus amoenus con le proprie quattro ruote, orgoglio di Mirafiori e di Polonia. Che, però, oltre ad avere venti anni, presentano un difettuccio trascurabile, un neo di nessun conto, specialmente in una giornata del genere: il tergicristallo anteriore non c’è più. È stato rotto da ignoti chissà quando.

A questo punto ne va dell’incolumità individuale e pubblica. Ma anche della dignità personale, cazzo. E quindi parto in macchina, poco più che a passo d’uomo, osservando con meticolosa attenzione la strada attraverso le gocce spalmate sul vetro e persino asciugando in corsa il parabrezza con un fazzoletto di carta sporgendomi dal finestrino aperto, come una versione fighetta di Dean di “Sulla Strada”. Eppure il tragitto si svolge senza intoppi, nonostante rotaie tranviarie fattesi scivolosissime per i vetusti battistrada e pozze d’acqua piovana valicabili solo con l’innesto delle 4WD. Ma non è finita. Perché, complice l’immobilismo generalizzato della popolazione in una giornata simile, trovo da parcheggiare solo qualche centinaio di metri prima del luogo convenuto, e quindi mi tocca farmela a piedi, finendo dentro gli immancabili stagni formatisi sul marciapiede, nonostante ripetuti virtuosismi equilibristici esibiti sul muretto che separa le aiuole fradicie dalla pista ciclabile inondata.

Per grazia del god of thunder il viaggio finisce, trovo il venditore, scambio le mie sudate carte con il suo cilindro vinilico, opportunamente quanto insufficientemente protetto dalla furia degli elementi da un sacchetto di plastica verde, e riprendo a testa bassa e rapide falcate la via per l’automezzo, la camicia paisley grondante di pioggia e sudore quanto la chioma altrimenti vaporosa, con il saccente cic-ciac delle scarpe inzuppate ad irridere ogni passo.

Guadagnato il veicolo, mi produco in equilibrismi automobilistici speculari a quelli già descritti, approdando infine nell’autorimessa poco tempo dopo. Salvo e sano non più di quanto lo fossi in esordio. Tempo stimato per l’impresa, da quaranta minuti ad un’ora.

Chiederanno alcuni: “Sì, ma il disco com’è? Almeno ne valeva la pena?”. Il disco è una gemma nascosta e minore di rock australiano del tempo che fu, sempre godibile e a tratti capace di stupirti con il suo mélange di garage, rock ‘n’ roll lo-fi e jangle pop suonato con spirito e cipiglio. Ma non è questo il punto. Il punto è che non si può fermare il rock ‘n’ roll, perché quando si ferma il rock ‘n’ roll si ferma la vita. O magari viceversa, ma nel caso sarà per la prossima volta. Nel frattempo mi fermo down under, e per i six feet chissà.

P.S.: questa recensione è dedicata a Franco “Lys” Dimauro, che ha ispirato l’ascolto e l’acquisto.

Aurea mediocritas: Tinted Windows – Tinted Windows


Si diceva, qualche tempo fa, che non basta il pedigree dei membri per fare un supergruppo anche dal punto di visto qualitativo. La teoria resta vera, ma, a volte, il fatto che i singoli membri di una formazione provengano da esperienze di grande fama aiuta a presagire il contenuto e la qualità del loro nuovo progetto comune. È proprio questo il caso dei Tinted Windows.

Chi ha almeno la mia età ricorda senza dubbio gli Hanson, trio di fratellini dal rassicurante aspetto all American che nella seconda metà degli anni Novanta sbancò le classifiche con insulse canzonette pop, dirette essenzialmente ad un pubblico adolescente e in larga parte femminile. Taylor Hanson era il fratello di mezzo, quello dal timbro flautato, ma era anche amico di Adam Schlesinger, bassista del quartetto pop-rock Fountains Of Wayne e gestore della piccola etichetta Scratchie Records, di cui era comproprietario assieme ad un altro amico molto famoso: James Iha, chitarrista degli Smashing Pumpkins. E da questo triangolo la vicenda entra nel vivo.

Tra Hanson e Schlesinger c’era sempre stata affinità musicale, sfociata in una promessa di collaborare in un futuro, lontano e indistinto. Apparentemente una di quelle promesse che si fanno così, tanto per. Ed invece, nel 2008, i due amici, liberi da altri impegni, decidono che è finalmente arrivato il tempo di onorare quella promessa e si mettono all’opera, provando e scrivendo brani. Iha, che intanto si è trovato privo di un’occupazione a tempo pieno, a causa dello scioglimento dei Pumpkins (un paio di album solisti un piacevole ma transitorio passatempo), sente le demo su cui stanno lavorando i due colleghi e, apprezzando la direzione prescelta, si offre di collaborare in pianta stabile, accolto da adesioni entusiastiche. A questo punto manca solo un batterista, e la faccenda si fa spinosa: infatti, i tre convengono che per fornire al progetto la giusta direzione ritmica occorre un uomo capace di ricreare il suono di Bun E. Carlos, inobliabile timekeeper dall’aspetto improbabile e membro storico dei Cheap Trick. Ma i tentativi di audizione non danno gli esiti sperati, e allora Iha impone un cambio di passo, contattando direttamente Carlos in persona, che, curiosamente, accetta. Sono nati i Tinted Windows, quattro persone con un’esperienza di qualche decina di milioni di copie vendute.

Il gruppo si presenta dal vivo in un piccolo club di Tulsa, Oklahoma (città natale di Hanson), attirando un folto pubblico col solo richiamo delle reputazioni dei singoli coinvolti. Il responso è tale da indurre i nostri a portare l’affinità musicale che li unisce al livello ulteriore, e infatti, dopo una riuscita esibizione all’edizione 2009 del famoso festival texano South By Southwest, si accordano con la S Curved (già casa dei Fountains Of Wayne ed etichetta di nomi come Duran Duran, Joss Stone e Roots) e pubblicano, il 21 aprile dello stesso anno, il debutto omonimo.

Di “Tinted Windows” c’è poco da dire: è un disco di pop rock dal tiro muscolare, che invigorisce le melodie vocali (bella la voce di Hanson, con gli anni fattasi più matura e divenuta una sorta di incrocio tra i timbri di Bono e di John Waite) con una costante profusione di ben assestato fragore chitarristico, che rimanda a modelli consolidati e la cui influenza permea nel profondo i compositori (degli undici brani, due sono firmati da Iha, uno da Hanson e i restanti otto da Schlesinger, che è, però, coautore con Hanson di Take Me Back). Non a caso Kind Of A Girl sembra un aggiornamento dei Ramones (e chissà se i nostri hanno consapevolezza che quel coretto così melodicamente insidioso si ritrova uguale identico in The Age Of Pamparius dei depravati Turbonegro…), Messing With My Head ha il beat e il drive dei migliori Knack, Cha Cha frulla Stones, Big Star e Cheap Trick, Doncha Wanna è ancora scanzonato rock ‘n’ roll e Dead Serious salda un ritornello vincente (è malizia ipotizzare un “prestito” dalla leppardiana Hysteria?) su un telaio pop di prim’ordine.

Insomma, un’opera godibile, realizzata da chi certe sonorità le mastica da una vita intera, quando non ha contribuito a forgiarle, come è il caso di Bun E. Carlos. Ovviamente di rapida fruizione e, in ultima analisi, riuscita a metà nei suoi intenti mercantili (il disco debuttò al n. 59 della Top 200 americana, per poi precipitare quasi subito) e altrettanto in quelli artistici, perché nell’orecchio i brani faticano ad insediarsi stabilmente (come, invece, dovrebbe fare il miglior power pop) e tutta l’operazione si risolve in una competente e appassionata espettorazione di influenze e mestiere. Circa trentacinque minuti di intrattenimento e poi tutti a casa col sorriso. Una sveltina, sostanzialmente: lì per lì te la godi, ma a cose fatte non ti resta nulla o quasi; se non, magari, la voglia di rifarla, e pure con qualcun altro.

Nessuno vedrà la luce per avere ascoltato l’unico disco dei Tinted Windows. La luce no, senza dubbio. Ma più luce sì. E di questi tempi un po’ di luce non è sgradita, specialmente se è così pura da riuscire a filtrare attraverso vetri colorati.

Un diamante è per sempre: Bryan Adams – Anytime At All

È possibile fare meglio dei Beatles, batterli al loro stesso gioco? Forse no. Nemmeno il compianto (poco, da queste parti) Joe Cocker ce la fece, con la sua With A Little Help From My Friends di vocalizzi soul e di arrangiamenti tra gospel e hard, pure famosissima e fors’anche più dell’omonima versione made in Liverpool, a battere la levità in uno malinconica e ottimista e quel favoloso andamento cadenzato creati dai Quattro. No, forse non è possibile. Eppure tutti continuano a provarci, chi convincentemente, chi poco; quale con cognizione di causa, quale, invece, insipiente; certuni con classe, altri con, bene che vada, mero mestiere.

Nelle prime tra le enunciate categorie si colloca senz’altro quest’ultimo – in ordine cronologico, giacché vide la luce il 30 settembre scorso – tentativo, a firma di Bryan Adams, canadese osteggiato dai soloni della critica musicale per il suo immenso successo tra metà anni Ottanta e i primi anni Novanta, sulla scorta di un rock-pop (a volte, però, i termini sono da invertire) senza dubbio votato all’airplay radiofonico ma con ampio titolo in tal senso (giacché pregno di eccellente respiro melodico e di studiati quanto efficaci arrangiamenti), eppure dotato di un talento così poliedrico (cantante e chitarrista dal tocco di platino, ma anche compositore in proprio e per conto terzi, fotografo di fama internazionale e ubertoso attivista/filantropo alla maniera anglosassone, e cioè condividendo parte delle proprie sostanze e della propria fama per attenuare le diseguaglianze, senza, tuttavia, alcuna intenzione di rimuoverne le cause ultime, da ciò traendo, nel contempo, buona reputazione per avere adempiuto ai doveri sociali costituenti la cosiddetta “responsabilità dei ricchi”) che non può non suscitare quantomeno rispetto. A beneficiare delle attenzioni di Adams è, stavolta, uno dei gioielli semiluccicanti di “A Hard Day’s Night”, non abbacinante quanto la title-track o Can’t Buy Me Love ma cadetto di un soffio nello scintillio: Anytime At All. Poco più di due minuti di spigliato brio con potenzialità di musa ispiratrice del power pop, se riguardati da una prospettiva storico-critica. Potenzialità qui dispiegate appieno, giacché il nuovo arrangiamento preserva l’andamento frizzante e le linee vocali dell’originale – difficilmente migliorabili; Lennon-McCartney, d’altronde – aggiungendovi un vincente appiglio melodico della chitarra (quelle tre note, abbastanza jangly e twangy da farle indovinare eseguite, con debito rigore filologico, su una Rickenbacker o una Gretsch, udite subito dopo l'”anytime at all” di inizio ritornello) e giusto una punta di grinta, data dal crescendo di intensità vocale e strumentale tra strofa e ritornello e, soprattutto, dalla voce appena rasposa di Bryan Adams, in tal modo disvelando il brano come apripista di quello stile che vide, nell’America di inizio anni Settanta, vitaminizzare l’allora nuovo pop con l’impatto del rock, e attualizzandolo quanto basta per piacere ai giovinotti di oggi e di ieri (facciamo l’altroieri: l’originale usciva nel 1964). Si potrebbe udirla oggi stesso in radio, Anytime At All, e nulla ci sarebbe da ridire. Non a caso è la canzone scelta per aprire “Track Of My Years”, il disco di cover (tutte tranne la gradevole She Knows Me, a firma Bryan Adams-Jim Vallance) che ha segnato il ritorno sulle scene del canadese, dopo l’eccellente (ridete pure, ma non sapete cosa vi perdete) live per soli voce, pianoforte e chitarra acustica “Bare Bones” (2010). Una dimostrazione che anche il manierismo, del quale la rivisitazione del catalogo altrui è acme indubitabile, può essere fatto con intelligenza.

E, no, non si può battere i Beatles al loro gioco. Però pareggiare sì, e a volte anche passare in vantaggio. Bryan Adams (come Joe Cocker e sparuti altri) ce l’ha fatta. Ma non è questo che conta; quello che conta è il bel gioco. E qui ce n’è eccome.

Cielo grigio su, foglie gialle giù: The Empty Hearts – The Empty Hearts

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Elliott Easton, chitarrista, è una rockstar: i Cars vantano svariati milioni di copie vendute e un baluardo nella memoria di quanti amano la new wave più contigua al pop (o viceversa).

Anche Clem Burke, batterista, è una rockstar: i Blondie vantano svariati milioni di copie vendute e un baluardo nella memoria di quanti amano la new wave più contigua al pop (e/o le bionde).

Andy Babiuk, bassista, non è una rockstar, ma è qualcuno: i Chesterfield Kings guidano dal 1979 la risorgenza e il perpetuarsi del suono Sixties, dal garage degli esordi fino alla psichedelia degli ultimi album, e l’uomo ha fama di guru della strumentazione vintage (portano la sua firma due libri sull’attrezzatura dei Beatles e dei Rolling Stones).

Wally Palmar, cantante e armonicista, non è una rockstar, e forse nemmeno qualcuno, ma sa come muoversi: i Romantics guidano dal 1977 il perpetuarsi del suono power pop nella sua chiave più rock e “spinta”, con qualche singolo di successo (What I Like About You) e poco più.

2012. Andy sta lavorando alla colonna sonora del film “Not Fade Away”, scavando negli archivi dei Sixties come solo lui sa fare in cerca di perduti rock ‘n’ roll da proporre al regista David Chase. Ma l’uomo è un tarantolato e non conosce la requie, per cui gli si accende un’ulteriore lampadina: formare un altro gruppo, per riprodurre il rock eccitante e spontaneo che ascoltava e suonava negli anni della prima adolescenza. Contatta quindi lo storico amico Palmar, che ci sta e indica Burke, compagno nei Romantics a partire dal 1990 e amico comune. Che ci sta e propone Elliott Easton, conosciuto al tempo di alcune sessioni in studio con i Blondie. Che ci sta. Strappato l’impegno agli altri due, il bassista e il cantante si mettono al lavoro, scrivendo pezzi ed incidendo demo nel Fab Sound Studio di proprietà di Babiuk, a Rochester, New York.

Ed Stasium è uno dei più grandi produttori del rock. Ha messo mano a dischi di Ramones, Talking Heads, Mick Jagger, Living Colour, Motörhead, Reverend Horton Heat, Misfits e altri ancora. È amico di Babiuk. Quando il bassista gli chiede di produrre i brani che ha scritto con Palmar è entusiasta, e dalla California vola a Rochester. Con lui c’è Ian McLagan, leggendario tastierista ex Faces, pronto a dare una mano. Anche Burke e Easton, finalmente liberi da impegni, convergono là. È il marzo del 2013 e, in cinque giorni, finiscono su nastro quattordici brani, circa metà dei quali registrati “buona la prima”, anche a causa delle regole stabilite dal quartetto: ogni volta che uno sbaglia paga venti dollari. La musica è pronta, il gruppo c’è, ora manca il nome: vengono avanzate varie proposte, ma ricerche in Rete svelano che sono già tutte occupate. Come fare?

“Little” Steven Van Zandt è il chitarrista della E-Street Band. Conduce un programma radiofonico chiamato “Little Steven’s Underground Garage”, in cui propone agli ascoltatori le più dimenticate formazioni di rock ‘n’ roll essenziale ed immediato, e tiene una lista dei possibili nomi per una band, perché, come lui stesso sostiene, “è bene annotarseli quando ti vengono in mente, perché poi, nel momento in cui ne cerchi uno, non ti esce mai niente”. È amico di Babiuk: per la sua Wicked Cool Records i Chesterfield Kings hanno pubblicato gli ultimi tre album. Informato del nuovo progetto del bassista, pesca nel suo archivio e gli propone un nome: The Empty Hearts. I Cuori Vuoti. Approvato.

Trovato l’accordo con la 429 Records grazie ai servigi del manager Jonathan Wolfson, l’album omonimo degli Empty Hearts esce infine il primo agosto di quest’anno e si rivela all’altezza dei pedigree dei nomi coinvolti, grazie a un bilanciamento perfetto tra suoni risalenti e contemporanei e ad un songwriting che sa tributare il passato senza rimanere intrappolato nel revivalismo, ma, anzi, facendo insospettabilmente sfoggio di influenze di ovvia collocazione temporale (’65-’77 circa) ma dallo spettro più ampio di quel che era lecito attendersi: I Found You Again richiama i territori al confine tra rock, folk e country già cari ad un altro supergruppo, i Travellin’ Wilburys; l’opener 90 Miles An Hour Down A Dead End parte sgommando con un coretto fesso e delizioso per culminare in un ritornello bubblegum (zuccheroso, appiccicaticcio e incredibilmente invitante), mentre un’armonica sfrigola a pieno regime sulle strade libere asfaltate dalle chitarre; Loud And Clear mitiga un riff e un assolo che se non provengono da Jimmy Page poco ci manca con i soliti coretti a presa rapida; Just A Little Too Hard è un’ideale collisione di Aerosmith e Dandy Warhols; Fill An Empty Heart sfodera acustiche da aperta campagna e un twang chitarristico da film western per cantare l’insoddisfazione amorosa; Perfect World chiama in causa il garage più selvatico dei Sessanta (ah, il basso col fuzz!) e gli MC5 di “Back In The U.S.A.”; il singolo I Don’t Want Your Love (If You Don’t Want Me) sembra gli Oasis che coverizzano i Def Leppard; (I See) No Way Out è una convincente declinazione del power pop per il Ventunesimo secolo; Meet Me Round The Corner tributa in pari grado la Memphis dei Cinquanta (lato 706 Union Avenue) e la Detroit dei Settanta, senza per questo scordarsi ciò che ci sta in mezzo.

Parto di quattro musicisti di lungo corso riunitisi sotto una nuova ragione sociale per celebrare le proprie radici musicali, con la consapevolezza di nulla inventare o innovare ma felici di dire la loro (una loro peraltro accattivante) nel campo sonoro che sentono proprio, “The Empty Hearts” non sarà il disco dell’anno, e forse nemmeno avrà un seguito, schiacciato tra le agende inconciliabili dei suoi autori, ma è e rimane un album frizzante e piacevole per tutta la durata dell’ascolto e di ogni ascolto, nonché, in ultima analisi, un ottimo modo per tenere distante l’autunno incipiente. Approfittarne, a questo punto, è di rigore.