Dc a 9: i dischi

Ed ecco, dopo due mesi di assenza e qualche tentativo di articolo abortito, l’annuale adempimento del dovere compilativo. Anno musicalmente avaro, questo 2019, che ha visto più defezioni rilevanti (João Gilberto, Dr. John, Dick Dale, Roky Ericsson, Rik Ocasek, Ginger Baker, Andre Matos) che album degni di menzione, tanto che a stento mi riesce di individuarne dieci per la consueta playlist. Un anno da dimenticare, insomma. Procedo dunque all’elencazione ritenuta adeguata, in no particular order come sempre, confidando che il 2020 possa portare un netto miglioramento da tutti i punti di vista. Augh.

Dischi notabili

1. REFUSED – WAR MACHINE
Qui. E il passare del tempo non attenua ascolti e riscontri. Il disco dell’anno, per quanto se ne può sapere da queste parti.

2. THE BACKDOOR SOCIETY – THE BACKDOOR SOCIETY
Qui. Confermati impatto e mestiere; una promessa, e chissà che il gruppo riesca a mantenerla.

3. EX HEX – IT’S REAL

ex hex - it's real

Questo trio americano interamente femminile ha pubblicato quest’anno il suo secondo ellepì, colmo di un power pop accattivante e ben costruito, che tiene insieme la freschezza melodica di matrice pop, l’esuberanza irruente di stampo punk e un vago ascendente hard rock nelle partiture di chitarra. E il coloratissimo risultato non delude affatto. Delle Go-Go’s per il Ventunesimo secolo, come peraltro suggerito dalla copertina.

4. THE NIGHT TIMES – HERE WE GO

the night times - here we go

Avete presente il detto anglofono secondo cui non si può giudicare un libro dalla sua copertina? Ecco, dimenticatelo, ché il debutto dei californiani Night Times confessa apertamente e con orgoglio le sue intenzioni già dalla foto di frontespizio: proporre una mezz’oretta del più puro e selvatico garage punk di stretta osservanza Sixties, le chitarre una pulita e una fuzzata, l’organo Farfisa o Vox, i ritmi convulsi, i tamburelli, le maracas, le urla e tutto il resto. Operazione riuscita alla perfezione, in un disco (uscito solo su vinile, peraltro) che trasuda eccitazione senza dimenticare la ballabilità, riuscendo così a trasmettere la sensazione di esuberanza ormonale che ha sempre costituito il primum movens del genere. Difficile e forse insensato selezionare singoli brani, ma mi pare comunque preferibile farsi scorticare cento volte da un pezzo come I Don’t Mind o agitarsi in preda alle convulsioni surf di Go Mental o al febbrile rockabilly di Charmed che cedere alle lusinghe di uscite più blasonate o sedicenti originali. Santino (?) dei Sonics in tasca e pepe al culo, insomma. Ben arrivati, tempi notturni.

5. AMYL AND THE SNIFFERS – AMYL AND THE SNIFFERS

amyl and the sniffers - amyl and the sniffers.jpg

Debutto sulla lunga distanza dopo due EP in tre anni per questi quattro australiani, capitanati dalla magnetica Amy Taylor e autori di un tellurico punk garagistico, che richiama da vicino le più urticanti proposte proposte rock n’ roll di quella terra spargendo energia a piene mani grazie alla foga esecutiva dei musicisti e alla voce abrasiva e allupata della cantante, ideale continuatrice della scuola di Wendy O. Williams e Poly Styrene senza peraltro dimenticare un vago sentore pop preso a prestito dalla Debbie Harry degli esordi, che fa capolino qui e là e che l’ascoltatore attento potrà cogliere a tratti, negli interstizi del muro chitarristico e ritmico eretto dagli Sniffatori. Punk fatto come si dovrebbe, con il rock n’ roll come ragione di vita e anche un po’ più in basso. Down under, d’altronde.

6. RIOT CITY – BURN THE NIGHT

riot city - burn the night.jpg

L’ondata di revival del metal classico è ormai grandemente scemata rispetto all’inizio del decennio, ma ciò non significa che non continuino a uscire ottimi dischi ispirati alle sonorità heavy degli anni Ottanta; anzi, la sopravvenuta riduzione della platea permette di apprezzare ancora di più i risultati più alti e di commuoversi per la dedizione di chi continua a praticare il genere prediletto a prescindere dalle mode. Questa volta il plauso cade sui Riot City, giovani canadesi (provenienza geografica che stupisce ben poco per questa proposta) che a maggio hanno debuttato con un gioiellino di heavy speed totalmente ottantiano, che guarda a Judas Priest, primi Iron Maiden, Raven, Vicious Rumors e Savage Grace per produrre una colata di acciaio ispirata al power metal americano e forgiata sulle chitarre armonizzate e sugli acuti perforanti di Cale Savy. Intensità costante, riff perfettamente concatenati, ritmica serrata, oltre ad una produzione che valorizza i singoli strumenti senza cedere a tentazioni ottusamente filologiche (proverbiale la mancanza di dinamica di molti album storici del metal anni Ottanta) e ad una copertina che riesuma l’Hellion, custode del priestiano “Screaming For Vengeance”, fanno di “Riot City” il miglior album di heavy metal uscito quest’anno. Chissà che fine hanno fatto gli Striker, a proposito.

7. DUFF MCKAGAN – TENDERNESS
Qui. Ribadisco: chi l’avrebbe mai detto.

8. LES GRYS-GRYS – LES GRYS-GRYS

les grys grys - les grys grys

Francesi di Montpellier, i cinque Grys-Grys hanno esordito quest’anno con un LP di ascendenza sessantiana di qualità incredibile, maturo nei riferimenti stilistici e nella scrittura: sfacciatezze mod si fondono a umori psichedelici, l’esuberanza garage si appaia all’allusività rock-blues, suoni ricercati corredano essenziali jungle beat e la ricercatezza melodica non pregiudica l’impatto. Who, Stones, Bo Diddley, Electric Prunes, Yardbirds, Sonics e molti altri copulano felici in questo disco. Come dei Creation Factory più raffinati, insomma. Davvero incredibile.

9. JEFF DAHL – ELECTRIC JUNK

jeff dahl - electric junk.png

Questo disco non è nemmeno indicato su Discogs, e di mister Dahl a tutt’oggi non esiste nemmeno una pagina di Wikipedia, nonostante le decine di uscite a suo nome e le comparsate in dischi e progetti musicali altrui, a conferma della natura elusiva di questo piccolo eroe dell’underground, attivo sin dalla fine degli anni Settanta e in qualche modo riuscito a eludere persino quel fazzoletto di notorietà quantomeno settoriale che l’informazione telematica garantisce a praticamente chiunque. Merito, o colpa, di un atteggiamento a suo modo incompromissorio, incentrato sulla riproposizione costante di un punk n’ roll coinvolgente anche se raramente memorabile (mirabile eccezione “Wasted”, uscito nel 1991) e dunque presto archiviato nella sezione del revivalismo carbonaro come materia per cultori. A riprova della coerenza dell’uomo si pone questo “Electric Junk”, autoprodotto e pubblicato con diffusione streamingzita e una volta di più zeppo delle solite melodie trascinanti flagellate da chitarre essenziali, rese con mezzi e suoni parimenti essenziali, nel più puro spirito del ’77. La presenza è motivata più dal valore simbolico della coerenza stilistica e attitudinale che dall’effettiva consistenza dell’opera, e nondimeno “Electric Junk”, pur non essendo più di quanto il titolo promette, si fa ascoltare con un certo piacere anche più di una volta.

10. TUXEDO – TUXEDO III

tuxedo - tuxedo III

Se Michael Jackson fosse vivo e facesse un disco così sarebbero in tanti a spellarsi le mani in applausi. E invece ne è autore un duo di produttori americani, giunti ormai al traguardo del terzo album e animati dall’intento ben preciso di rivitalizzare la disco, aggiornandone lo spirito all’epoca del #metoo e del reggaeton. Divertirsi e divertire con stile e colorando di glamour le lenti deformanti della popstalgia è lo scopo di “Tuxedo III”, ed è pienamente raggiunto: le drum machine essenziali conducono al bersaglio il ritornello appiccicoso di You And Me, Tuxedo Way anima party di ieri e di domani cavalcando un basso insidioso con commento di coretti da Studio 54 e c’è persino tempo per abbassare luci e ritmi con un accenno di ballata, quella Toast 2 Us che ha fatto propria la lezione del R&B anni ’90 senza peraltro dimenticare qualche aroma jazz, a dimostrazione che anche la più filologica delle riproposizioni non è mai una totale copia carbone del passato. Un disco con dichiarati intenti mercantili e tuttavia realizzato con una certa classe e la giusta dose di leccata sfrontatezza. Gli(lle)tterati e orgogliosi.

Altre pillole di 2019
SPIDERGAWD – V: una garanzia: rock duro ma composto e suonato con intelligenza, con in mente first and foremost la canzone e le sue esigenze, la melodia in primis. Che in questo album è un po’ più presente rispetto al passato, ma che nondimeno non comporta alcun sacrificio in termini di qualità e integrità. Magistrali per continuità.

BELLRAYS – PUNK FUNK ROCK SOUL VOL. 2: una garanzia vol. 2: la miscela si è fatta più blended, con più rock classico e soul a sopperire alla foga punk degli esordi, ma la classe non è acqua e qui si sente ancora una volta: Bob Vennum e i ragazzi sprigionano il fulmine o la scossa alla bisogna, e Lisa Kekaula è la solita pantera che sa cavalcarla con sfrontatezza, aggressività o sensualità. Si nota un leggero appannamento della scrittura rispetto al passato anche recente (leggi: anni Dieci), ma che suonino tozzo hard (Perfect), boogie lascivo (Bad Reaction) o pensosi blues (Every Chance I Get), i Bellrays restano sempre la solita, grandiosa macchina da rock n’ roll.

SACRED REICH – AWAKENING: non esattamente perfetto, ma un incoraggiante segnale nell’ottica del rientro nel genere, che poi è il thrash metal legato alla vecchia scuola, quella degli anni Ottanta, suonato con intelligenza e senza fanatismo, come è proprio di chi quel periodo lo ha vissuto in prima persona. Certo, i giorni di gloria (?) sono alle spalle, ma fa sempre piacere sapere che, in tempi di sommovimenti politici latinoamericani, c’è chi suona, oh se suona, la sveglia.

KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – INFEST THE RATS NEST: gli imprendibili e imprevedibili australiani da due LP l’anno colpiscono ancora, forgiando nove tracce di heavy metal misto a speed metal ottantiano e con una punta di hard rock, suonato con intelligenza e senza cadere in frusti stereotipi. Impatto, atmosfera, coinvolgimento e la solida, mefitica voce di Stu MacKenzie. Davvero notevole, poi, in chiave di estetica metal, la gigeriana copertina. Ci stava bene in Top 10 (anche perché, diciamocelo, ‘sto Jeff Dahl, ma chi cazzo è?), però ormai è andata così. Da ascoltare senza esitazione.

ATLANTEAN KODEX – THE COURSE OF EMPIRE: il metal in uno dei suoi massimi picchi emotivi: heavy cadenzato e crepuscolare per descrivere la fine di un’epoca, quella della civilità occidentale. Mai troppo veloce e sempre decadentemente melodico, per un risultato incredibilmente icastico. Difficile da descrivere a parole, ed è un buon segno. Sarebbe stato bene in Top 10, ma è la fine di un’epoca, per l’appunto.

L’altro 2019
UNIDA – COPING WITH THE URBAN COYOTE
Questo disco mi ha letteralmente salvato la vita, nel periodo buio da fine agosto a inizio ottobre. L’ho scoperto per caso, qui, e altrettanto casualmente ho deciso di ascoltarlo; la sua potenza, quel suono pastoso e saturo, quel basso di inaudito spessore, quella foga esecutiva mi hanno investito, facendomi capire che c’era ancora qualcosa di valido nella vita e un motivo per lottare. Mi ci sono quindi aggrappato, e la voce ululante di John Garcia mi ha sorretto. Anzi: il “your eyes don’t look just the same” all’inizio di If Only Two mi ha inchiodato alle mie responsabilità di vivente, spingendomi a cercare un rilancio, che ogni ascolto di questo disco ha spinto sempre un passo oltre. Non potrò mai ringraziare abbastanza gli Unida (e chi me li ha fatti scoprire) per ciò che hanno fatto, e cioè “Coping With The Urban Coyote”, che, per quanto mi riguarda, trasmoda da titolo a missione. Mi accorgo adesso che il testo della canzone in realtà dice “your eyes both look just the same“: mi piace pensare che non sia un caso.

J.P. BIMENI & THE BLACK BELTS – FREE ME
Dopo gli Excitements, è ancora Barcellona via l’Africa a dettare i tempi del nuovo vecchio soul: J.P. Bimeni è ruandese, risiede nella città catalana e possiede una voce di potenza e sensualità incredibilmente prossima a quella di Otis Redding e Marvin Gaye; i Black Belts sono un quartetto indigeno dedito al soul strumentale sulla scia di MGs e Bar-Kays. Insieme firmano un LP, uscito nel 2018, di ottima qualità, in cui convivono ballate col cuore in mano (I Miss You) e agrodolci esuberanze (Honesty Is Luxury), in un contesto che distilla il suono Stax per l’epoca di Trump. Se l’onestà è un lusso, come il disco proclama, vale nondimeno la pena concederselo, e sul piano musicale “Free Me”, clamorosa opera prima, è un lusso d’altri tempi.

SIZIKE – U ZEMLIJ CUDA
Recentemente ristampato, questo LP uscito originariamente nel 1986 è opera dei Data, un collettivo jugoslavo a prevalenza serba autore di un pop sintetico e ballabile, tipico del periodo, proteso ad emulare i dettami modaioli imperanti illo tempore eppure nient’affatto privo di quella cifra estetica e stilistica di area slava, fatta di kitsch inconsapevole e senso del ridicolo nullo o quasi. Sintetizzatori analogici, batterie elettroniche d’antan e vocalizzi femminili prevalentemente in lingua realizzano un gioiellino di esotica motilità (facile prevederne l’acquisto/acquisizione da parte di dj hipsterici desiderosi di stupire la platea) senza per questo impedire l’ascolto casalingo o l’uso a mo’ di tappezzeria sonora. A corredo della ristampa ci sono anche tre brani altrimenti inediti dei Data, sempre in stile. Una godibile mezz’ora di new wave danzabilmente hipster e un inusuale angolo prospettico per riflettere sulla globalizzazione e sugli abiti in materiali sintetici; avvertenza: forte potenziale di culto.

ROY AYERS UBIQUITY – RED, BLACK & GREEN
Il soul jazz dei Settanta, il decennio d’oro del genere, al massimo della sua forza espressiva: ritmo irresistibile anche nelle sue declinazioni più pacate, arrangiamenti curati, varietà nell’improvvisazione e orgogliosa esibizione delle radici. La disco e le sue sbornie sono poco oltre (siamo nel 1973) e non saranno ignorate, ma qui Ayers suona ancora perché deve, per sé e per gli altri, per il corpo e per la mente; non a caso aprono e chiudono rispettivamente le riletture di Ain’t No Sunshine (Bill Withers) e Papa Was A Rolling Stone (Temptations), con la consapevolezza afrocentrica della title-track, posta a metà, a fare da spartiacque. Uno degli album migliori di uno dei maestri del vibrafono a capo di una delle sue formazioni più solide.

Damnatio memoriae
BLIND GUARDIAN TWILIGHT ORCHESTRA – LEGACY OF THE DARK LANDS
Il disco orchitestrale, finalmente.

BRUCE SPRINGSTEEN – WESTERN STARS
Come sopra. Ma la goduria vera è leggere gli inerpicamenti dei critici musicali per giustificare, contestualizzare, interpretare. Your eyes both look just the same.

Per me si va tra la perduta gente: Perturbator – Dangerous Days

PERTURBATOR - Dangerous Days - Artwork by Ariel Zucker Brull
Ci apprestiamo a bombardare la Libia. Con i russi ci guardiamo di nuovo in cagnesco. Un ultraconservatore tenta la scalata alla Casa Bianca. L’Intifada vive nella lotta. I jeans sono di nuovo stretti ed elasticizzati. Le scarpe da ginnastica arrivano alla caviglia. L’ultimo film di Rocky è uscito a gennaio. Cosa manca?

Manca Perturbator. Al secolo James Kent, e quelli più addentro alle cose di rock e dintorni dovrebbero avere inferito un’ascendenza illustre del nostro dal cognome che porta: lo stesso di Nick Kent, firma di punta del NME negli anni Settanta; una sorta di Lester Bangs inglese, poi avviluppato nelle maglie della tossicodipendenza ed infine riparato a Parigi, dove ha messo su famiglia con una collega, dando vita, appunto, al nostro uomo. Che, spinto dall’emulazione verso quell’ingombrante lascito avito, si è inoltrato con convinzione nella creazione musicale, dapprima come chitarrista in formazioni black metal, quindi in proprio, sotto la sigla Perturbator, dietro una tastiera (in ambo le accezioni). La produzione che ne risulta è frutto di una passione che si indovina intensa per le atmosfere oscure di certa produzione cinematografica, musicale e letteraria degli anni Ottanta, di area fantascientifica e horror: William Gibson, Blade Runner”, le colonne sonore (e i film) di Stephen Carpenter, Harold Faltermeyer, Jan Hammer, i Goblin, i Daft Punk. E senza dubbio molto altro, le cui individuazione ed elencazione mi sono precluse dalla limitatezza delle conoscenze in materia. Il coefficiente di nerdismo va aumentato.

Dal 2012 Perturbator ha prodotto quattro EP e tre LP, tutti orientati verso il suono synthwave, come viene ora definito, nell’ennesima rincorsa al sottogenere che tanto piace a noi irrinunciabili del discorso musicale. Con risultati più che egregi, lungi dall’effetto nostalgia fine a se stesso e calati invece nell’attualizzazione di coordinate stilistiche ed estetiche sì tipiche di un’epoca, ma latrici di uno scenario (quello di un futuro distopico di tecnocrazia imperante ed assortite miserie umane) sempre attuale ed, anzi, vieppiù concretizzabile. In altre parole: non è Perturbator ad essere nostalgico di Terminator, è il futuro che continua a non essere più quello di una volta. Anzi, ad esserlo sempre meno.

“Dangerous Days”, uscito nel 2014, è l’ultimo lavoro in ordine di pubblicazione: il prossimo, “The Uncanny Valley”, vedrà la luce (facciamo l’ombra) a maggio. Non è forse il miglior disco di Perturbator, ma è difficile dire quale lo sia, vista la sostanziale omogeneità stilistica e qualitativa del corpo d’opera considerato. Senz’altro, però, “Dangerous Days” è uno dei più affascinanti viaggi possibili nei bassifondi della megalopoli globale, dove i neon rischiarano la pioggia perenne e i cyborg si rottamano alla stessa velocità di un portatile. Un viaggio denso di insidie melodiche (non può piovere per sempre; lo sappiamo da ormai ventidue anni) ma comunque senza speranza. Insieme un sospiro di nostalgia con lo sguardo volto indietro e un brivido di inquietudine, quando non una smorfia di terrore, che colora la fissità delle pupille nell’innanzi. Musica immaginifica per macchine umanoidi con organizzazione sociale stratificata.

Perturbator è una scoperta recente. Mi è stato suggerito da un amico di lunga data, che ha così saldato il suo debito, contratto quando, sui banchi di scuola, primamente lo introdussi alle maraviglie della chitarra distorta (si partì da Kiss e Megadeth, innescando una valanga che finì per travolgere anche me). Fedele al suo spirito di condivisione, ho fatto ciò che consiglia un utente della AllMusic Guide: “Just give it a listen. If you like it, tell your friends, and listen to it again.“. Dai destinatari del mio suggerimento ho ricevuto risposte contrastanti, che vanno da “Humans are such easy pray Verso la fine Mi son sborato in braga Tanto tanto Con le cuffie nuove che ho È meglio di una sega” a “Sembra un po depeche mode Dai, non è male se ti fai di droghe sintentiche È una specie di jean michael jarre per alternativi“; io stesso devo ancora capire come la penso in materia.

Nel dubbio, lo dico ai miei amici: andate qui e fatevi un’opinione (notare, oltre lo streaming gratuito, la vendita ad offerta libera e senza limiti minimi). Io torno ad ascoltare il futuro. Che non è più quello di una volta. Anzi no, lo è.

Andergraund saund. L’Italia che rocca sotterra (suo malgrado, o forse no).

L’Italia è ben poco un Paese da rock ‘n’ roll, ma questo non significa che non ci sia gente che ci prova. Troppo urgenti, d’altronde, i sentimenti ai quali dà voce quel sound così essenziale e fisico, corporeo fino all’inverosimile e viatico ideale per ogni pulsione, confessabile o meno, dell’umano spirito. Ecco quindi fiorire anche da noi un folto sottobosco di proposte che declinano convincentemente modelli quasi sempre nati altrove ma introitati e compresi appieno, le quali scontano esclusivamente l’assenza di una scena (locali, etichette, agenzie di management, promoter di concerti) organizzata per sostenerne lo sforzo artistico e produttivo, soprattutto in vista dell’affermazione internazionale. Non immediatamente imputabile ai musicisti la loro carenza di visibilità, nondimeno il livello delle proposte merita lo sforzo di promuoverne l’opera (o anche solo l’esistenza), sia pure con il limitato passaparola che questo spazio consente. Ci proviamo, dunque, con l’avvertenza che la scelta dei nomi riguarda il gusto personale e, ovviamente, non esaurisce il novero delle realtà indipendenti italiane di qualità.

PUSSY STOMP Duo sardo composto dal bassista e cantante Maurizio “Vanvera” Vacca e dalla chitarrista Roberta “Skip” Etzi, i Pussy Stomp si avvalgono di una batteria elettronica per proporre un rock essenziale, dall’impostazione garagistica e dalle tinte blues, porto con piglio deviato e minaccioso, ancorché non scevro di una vena surreale e comica. Ne risulta un’ipotesi di Frankenstein assemblato con pezzi di Cramps, Suicide e Killing Joke. Il primo album “Guide For Shy Boys”, che segue l’EP di esordio “Super Slut”, è uscito a gennaio 2015. Li potete ascoltare qui, oltre che, meglio ancora, dal vivo. Pussy Stomp - Guide For Shy Guys

DESTROY ALL GONDOLAS Trio composto da ex membri di band di una certa fama nel Nordest, tutte stilisticamente differenti (l’hardcore de L’Amico di Martucci, il punk ‘n’ roll dei Gonzales e il thrash-core dei Minkions), i Destroy All Gondolas emergono dalla città sulla Laguna per ributtare addosso al pubblico miasmi pestilenziali di rock ‘n’ roll deviato, malsano come gli scarichi di Porto Marghera. Brani brevi e velocissimi, in cui l’impeto dell’hardcore si fonde con una vena surf, che però sanguina nero e non pastello, per un risultato che trasuda passione e competenza, ad un ideale crocevia tra i Venom e Dick Dale. Ad oggi hanno partorito un demo in cassetta e un EP in sette pollici di vinile, mentre si vocifera da tempo, e con trepidante attesa, di un LP. Fatevi infettare qui. Destroy All Gondolas

SULTAN BATHERY Nomati da una città del Kerala, questi quattro vicentini non disdegnano le visioni colorate di quell’angolo fatato e problematico di mondo, affiancandovi, tuttavia, copiose dosi di robusto garage made in the U.S.A., richiami alla migliore psichedelia e giusto qualche inflessione noise, ed immergendo il tutto in un azzeccato contesto lo-fi. La miscela è eccellente, e non casualmente l’autorevole etichetta americana Slovenly Records si è accorta del gruppo, che, in mezzo alla gran copia di EP e partecipazioni a raccolte, ha trovato il tempo per pubblicare l’ottimo LP omonimo, in cui una copertina trippy racchiude la colonna sonora di una magnifica esplorazione lisergica in dodici cartoni…cioè, canzoni. Pronti a partire? Andate qui e premete “Play”.
Sultan Bathery - Sultan Bathery

COCONUTS KILLER BAND Dopo avere affinato per un paio d’anni il suo rock ‘n’ roll crudo e trascinante suonando in tutti i locali disponibili, soprattutto sul versante adriatico della Penisola, a circa a metà dell’anno in corso questo sestetto pescarese ha pubblicato il primo album omonimo per la romagnola Go Down Records. Dentro vi si trova un interessante impasto di rock ‘n’ roll letteralmente inteso (quello dei Cinquanta), garage e Detroit sound, in cui genuine scariche elettriche si alternano a momenti più orgiasticamente danzerecci. Magari c’è qualche ingenuità da smussare (è un’opera prima, dopotutto), ma la sostanza c’è eccome. Inutile dire che sonorità del genere si apprezzano al meglio dal vivo e/o a volumi da codice penale. Qui un assaggio.
Coconuts KIller Band - Coconuts Killer Band

THE DIPLOMATICS Ne avevo trattato a dicembre scorso, in occasione del concerto veneziano per la presentazione del disco di debutto “Don’t Be Scared, Here Are The Diplomatics”. Ebbene, il quintetto regge non solo alla prova del palco (stage don’t lie, parafrasando Rasheed Wallace), ma anche a quella del vinile (solo in questo formato, infatti, troverete l’album, e il CD vi verrà dato in omaggio; vera e propria dichiarazione di intenti): Svezia e Michigan che prendono casa nel profondo Nordest, facendo tappa a Londra e magari anche a Sidney. Bella roba; sempre la stessa, ma fatta bene e da chi sa cosa vuol dire sudare e soffrire su una sei corde, dietro ai tamburi o contro un microfono. Il consiglio è di tenerli d’occhio, perché andranno da qualche parte. Per capire dove, passate qui.
The Diplomatics - Don't Be Afraid, Here Are The Diplomatics

E i falò elettrici: Tuxedomoon – Half-Mute

IMG_2619.JPG
Rimango mezzo muto, Luna in smoking:
riflette il tuo pallor gelo meccanico,
spettrali dissonanze cacofoniche
e battiti di cuore artificiale.

Non sentimenti nobili rimanda
il suono del satellite elegante,
né estatiche visioni colorate
o d’armonie divina congruenza.

Ma scricchiolii sinistri ed elettronici,
frammenti lancinanti di sassofono,
volteggi di violino tenebroso
e lugubri ritocchi di campana.

Distante monocorde recitato,
sghemba intonazione ïl suo esoscheletro,
diffonde litanie ossessive e asettiche,
squarci del conurbato formicaio.

E pare un resoconto della vita
in una megalopoli spietata,
palazzi di metallo senza vetta
e asfalto nero che ricopre i vicoli.

Da un neon insufficiente rischiarati,
mentre i bidoni colmi di rifiuti
fa sibilar nel buio il vento freddo
e in lontananza il traffico ruggisce.

Eppur non c’è violenza in questi solchi,
ma solo astratte forme e linee fratte,
d’acmi geometrie e di ellissi e cerchi:
Piet Mondrian commensale a Brian Eno.

Da trentaquattro anni mezzo muto
e stupefatto lascia chi s’arrischia
nella diversità, laddove il nero
della cravatta fonde in quello cosmico.

E a splendere continua questa Luna,
vinile nero che nel ciel si staglia
auricolare a rischiarar le terre
dell’abito elegante ormai dimentiche.

Sei piena ad ogni giro, Luna in smoking,
né mai consunto è il sobrio raso tuo
ed ogni volta che dischiudi note
rimango nuovamente mezzo muto.

Il Divo e il campione: Teho Tehardo & Blixa Bargeld – Still Standing

Immagine

Avant-garde is French for bullshit” John Lennon

Anche i geni sbagliano: anche l’avanguardia non è sempre “stronzate”. Non sempre la ricerca deve essere ostica alle orecchie; anzi, lo spessore compositivo sta proprio nel coniugare risultati insieme innovativi e apprezzabili al di fuori della ristretta cerchia di cultori della sperimentazione fine a se stessa. Ma riesce solo ad alcuni talenti eccezionali (Laurie Anderson, LaMonte Young, Philip Glass e John Cale sono quelli che mi vengono subito in mente, ma non sono certo gli unici), gli altri finiscono inevitabilmente da un lato o dall’altro della barricata: avanguardia o successo, élite colte o grande pubblico.

Potrebbe rompere questa rigida dicotomia il nuovo disco di Teho Teardo e Blixa Bargeld, già acclamato come la migliore uscita italiana del 2013 al Meeting delle Etichette Indipendenti. A ragione. Merito, a mio avviso, dello spessore delle personalità coinvolte, di estrazione simile ma a loro modo complementari.

Il primo, pordenonese classe 1966, è da sempre dedito alla ricerca musicale, vanta svariate collaborazioni con personaggi diversi come Scott McCloud dei Girls Against Boys e Mick Harris dei Napalm Death ed è un pluripremiato autore di colonne sonore (particolarmente notabile quella per “Il Divo” di Paolo Sorrentino).

Il secondo, berlinese classe 1959, incarna il concetto stesso di avanguardia: fondatore degli inveterati sperimentatori, e per decenni primattori del fermento culturale che caratterizza la capitale tedesca, Einstürzende Neubauten, chitarrista nei Bad Seeds di Nick Cave, solista di rara poliedricità (nel suo catalogo una raccolta di letture delle poesie erotiche di Bertold Brecht siede a fianco di una riscrittura musicale del romanzo “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq), regista, autore. Un’autorità, in due parole.

Insieme partoriscono un album stupefacente in più di un significato: quegli archi carezzevoli e scostanti, quegli arrangiamenti deliziosi e struggenti, quelle atmosfere ovattate e irrequiete sono alla portata di tutti, capolavori di sintesi tra pop, minimalismo e ricerca, ma possiedono un potere ipnotico, che esercita una presa totale sull’ascoltatore, assuefacendolo irrimediabilmente come il più efficace narcotico. Ambientazioni interiori di sapore cinematografico ma nessuna concessione allo stereotipo, nessuno scivolone nell’ovvio. Su tutto (ma forse sarebbe meglio dire “sotto tutto”) il recitativo profondo, baritonale di Blixa, di intensità emotive a stento sostenibili, distillato di un’anima che sa di essere condannata e irredimibile, che ha visto troppe cose e sa già come andrà a finire, tanto per cambiare. Italiano, inglese e tedesco mescolati insieme, senza soluzione di continuità; parole sulla musica e musica dalla parola. Anche per questo, richiedendo all’ascoltatore di padroneggiare tre idiomi, i testi non sono il primo aspetto che balza all’orecchio, ma ogni volta che l’attenzione si focalizza sul contenuto di quelle parole è un elettroshock, un richiamo ai nostri doveri di cogitantes (ergo entes). Un titolo su tutti: “Come Up And See Me” e il suo impietoso resoconto del palinsesto televisivo e dei suoi effetti.

Raro esempio di copula tra piacevolezza pop e ricerca sperimentale, “Still Standing” potrebbe davvero essere IL disco dell’anno, persino dal punto di vista di chi, come me, è aduso a ben altri ascolti e dell’avanguardia musicale sa punto o poco. Commentando un video del duo, un utente di YouTube ha osservato che “è come se mischiassi Deus e Captain Beefheart con una forte dose di Velvet Underground“: non saprei fornire definizioni migliori. Taccio, dunque, e ascolto.