…don’t have any feelings.

Ma ve lo immaginate imbolsito, rugoso e con i fili dorati della barba, al solito trasandata in maniera autentica e non finta, da cui fanno capolino sempre più consistenti chiazze bianche?

Ve lo immaginate costretto da discografici e manager ad avere profili social e ad aggiornarli con selfie e simili?

Ve lo vedete chiamato a fare il giudice in un talent show, o a partecipare a reality di dubbia qualità per assecondare la sete di presenzialismo di una moglie rampante sotto le spoglie (!) dell’alternativa consapevole?

Come accogliereste dischi sempre più fiacchi e adagiati sui cliché, oppure svolte stilistiche quantomeno avvilenti per chi a ventisei anni si è dichiarato annoiato e vecchio dopo essersi appagato della rabbia adolescenziale?

Reggereste la visione a lato delle passerelle dell’haute couture più blasonate, alla presentazione dell’ennesima rivisitazione di camicioni a quadri e jeans decolorati e lacerati?

È stato meglio così. È più triste e lo sarà sempre, ma è stato meglio così.

Ci ha fatto divertire, come, arrivati, chiedevamo. E, dopo tanto peregrinare, si è meritato di trovare gli amici nella propria testa e intrattenersi con loro.

Il resto non conta. Ed è stato meglio, è meglio, così.kurt cobain reading wheelchair

P.S.: chissà cosa avrebbe detto, lui, della storia dei feti di plastica.

Summer’s almost gone…

…e quindi sono stato a fare scorta. Eccone il resoconto, con l’avvertenza che da queste parti, un centinaio di anni fa, Hemingway veniva ferito in combattimento, e che quindi write drunk, edit sober resta un’opzione perfettamente in linea con il genius loci. Si parte.

Heart – Heart
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Solo per rimpiazzare la mia copia vinilica, una stampa portoghese comprata per due soldi alla Feira da Ladra anni addietro. Perché certe cose suonano meglio se sanno di plastica, si sa; e se non lo si sa, basta guardare la copertina, che da sola vìola come minimo il Protocollo di Kyoto. Ma che suoni, signori! Una glassa, di quelle capaci di coprire il gusto se non si fa attenzione con i dosaggi, rilega il tutto, conferendogli quella patina affascinante che avvince inscindibilmente immagine, suoni e musica, legandoli al periodo storico di emissione. Ma la musica è il fattore dirimente, ed è qui di alto livello, non un brano meno che di immediata memorizzazione grazie alle corde vocali seriche e alla performance stellare della solita Ann Wilson nonché a una scrittura che saggiamente chiede aiuto all’esterno, conscia che le buone idee non sono monopolio di alcuno e meno che mai a Seattle. Sulle fortune commerciali del Cuore numero due vi rimando a fonti più competenti, significando, tuttavia, che ci troviamo in zona podio dell’aor e che l’opera di Ron Nevison in fase di produzione, uno per cui la qualifica di esperto dello studio di registrazione è alquanto riduttiva, tocca qui uno dei suoi apici. E sì, per larghi tratti suona meglio in CD (ma i mixaggi delle due stampe analogica e digitale sono rilevantemente diversi, senz’altro in Never; ascoltare per credere). Nove corrusche istantanee dalla scala mobile che rallenta; magari l’ha fatto anche per fermarsi a contemplare Ann e Nancy. Tira più un eccetera eccetera.

Kinks – The Ultimate Collection
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Prima sorelle, ora fratelli. Cos’altro si può aggiungere sui due Davies che non sia stato già scritto o detto? Nulla. Solo, onestamente, che, per quanti non si scoprano hardcore fan e si sentano quindi in dovere di procurarsi la cospicua opera omnia dei quattro inglesi, questa doppia raccolta è uno dei migliori modi, se non il migliore, per divenire membro onorario della K.I.N.K.S. Appreciation Society KBE. Dentro vi sfilano quarantaquattro dei brani più celebri dei Kinks, e alla lista manca davvero poco, anche se i dischi “narrativi” della seconda metà degli anni Sessanta sono nel complesso sottorappresentati (un titolo su tutti: Drivin’ da “Arthur”). Ma lagnarsi non è possibile, ché qui si hanno le radici del nostro bitt (Death Of A Clown, ma senza struggimenti, perché un fiore appassisce quando pensa all’autunno) e del Brit pop (negli “and I see you and you see me” di Wonderboy gli omofoni di She’s Electric degli Oasis con venticinque anni di anticipo), del garage (All Day And All Of The NightI Gotta Move e tutto il resto) e dell’hard rock (You Really Got Me; mi spiace, Eddie e Alex: vincono loro, Ray e Dave), e più in generale molteplici delizie di prim’ordine selezionate accuratamente. E scusate se è troppo.

Down – NOLA
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Né più né meno che un classico realizzato da una formazione classica. “I Black Sabbath alle prese con l’umidità della Crescent City” (espressamente omaggiata nel titolo) potrebbe essere un buon riassunto del contenuto, ma peccherebbe per difetto, omettendo di dar conto del grande balzo in avanti che questo dream team formatosi quasi per caso è riuscito ad imprimere ad un genere, il doom metal, altrimenti arroccato in vizze ancorché fascinose coordinate tralatizie. Si potrebbe dire che con “Nola” si passa definitivamente (?) dal doom allo sludge, che non a caso significa “fango” e qualcosa sul genius loci del luogo di provenienza del genere deve pur dircelo. Senonché non si tratta solo di importanza storica (anno 1995), perché il disco è un capolavoro di composizione hard ‘n’ heavy, riff elefantiaci che progrediscono con insospettabile leggiadria e intenzioni viceversa chiaramente bellicose, mentre l’ugola di Phil Anselmo si produce in una prestazione che è non solo l’ultima cantata (dal verbo “cantare”) della sua carriera, ma anche una delle migliori in assoluto. E c’è persino spazio per un singolo, Stone The Crow, da dare in pasto alla Generazione X che vagheggia di andare oltre ma che, quanto al rock, più di un aggiornamento di punk e metal non ha saputo realizzare. Brutte notizie, peccatori: il Messia è tornato. Sta a Nòrleens, fuma Blue Dream e madido di sudore ondeggia mollemente la testa, sorridendo beota ai nipotini di Tony Iommi. Pentitevi finché siete in tempo.

Sleep – Sleep’s Holy Mountain
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Come sopra, ma stavolta siamo nella California del nord, il cui clima è un toccasana per certune realizzazioni botaniche. Niente allucinazioni desertiche da sole rosso, dunque, né frenesia futurista da valle del silicio. Qui dominano rigogoglio umido e lunghe ombre sinistre, proiettate da oggetti di cui non si intravede l’esatta forma ma pur sempre in grado, all’occorrenza, di coprire ogni raggio di luce di provenienza esterna. Si tratta perlopiù di paesaggi dell’anima, resa ricettiva come sappiamo e meno male ché i nostri sono solo in tre. Riff oscuri ma inconfondibilmente bluesy, controtempi ritmici bene assortiti, sui tamburi tocchi ora felpati ora squassanti stile Ward, misticismo lirico, esperimenti con pedali ed effetti chitarristici; ma soprattutto tempi e spazi dilatati, a preconizzare il delizioso delirio del seguente ed eloquente “Dopesmoker”. In breve: lo stoner parte da qui.

Herbie Hancock – Fat Albert Rotunda
herbie hancock - fat albert rotunda
Dipartita dal variegato jazz (vicino all’hard bop prima, sperimentale con Miles Davis poi) dei Sessanta, in anticipo sull’elasticità funkeggiante dei primi Settanta e ben lungi delle sperimentazioni elettroniche che verranno e porteranno a Herbie Hancock grande successo, “Fat Albert Rotonda” nasce come colonna sonora per “Hey, Hey, Hey, It’s Fat Albert”, un lungometraggio ibrido di animazione e attori dal vivo incentrato su Fat Albert (da noi Albertone), nero corpulento e sorridente che interagisce con i suoi amici in avventure picaresche e slapstick, come pure con Bill Crosby in carne ed ossa, che presenta lo show e doppia i personaggi. Quando Hancock pubblica il disco corre il fatidico 1969 e si sente, perché frequentemente i fiati starnazzano e si imbizzarriscono sul groove granitico e gommoso allestito dal basso e soprattutto dalla batteria di Albert “Toothie” Heat, e neanche le divagazioni del leader al piano elettrico, il marchio Warner Bros. e la produzione di Rudy Van Gelder riescono a tenere fuori dal disco la ruvidezza delle strade del ghetto, da cui, del resto, questa musica trae la prima e principale ispirazione. Ne escono trentotto minuti strumentali di funk-jazz intenso e trascinante, con occasionali aperture soul e l’atmosfera di creatività poliedrica della cultura nera di quel periodo restituita intatta nel fermento e nel fascino. Potrebbe quasi essere un disco da isola deserta; Cantaloupe, naturalmente.

Alice In Chains – Dirt
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Ne torno nuovamente in possesso, dopo che una furia destruens di qualche anno fa mi aveva spinto a liberarmene incerimoniosamente senza reale motivo. Sul contenuto non c’è molto da dire, se non che è il solito classico del rock anni Novanta, talmente perfetto da sembrare un greatest hits. La disperazione si sente meno che su “Facelift” e sul seguente “Jar Of Flies”, ma l’afflato emotivo nella voce di Layne Staley è tutt’altro che assente o finto. Se proprio vogliamo muovergli una critica, diciamo che suona troppo “leccato” e da classifica e troppo poco terroso e terreo. Ma io non me la sento, onestamente; non oggi, quantomeno. E in ogni caso questo è il periodo giusto per fare proprio un nuovo disco degli Alice In Chains, nuovo o meno che sia.

Johann Sebastian Bach – Concerti Brandeburghesi 1-6 – Musica Antiqua Köln, Reinhard Göbel

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Al tempo di pubblicazione, anno Domini MCMLXXXVI, questa edizione dei sei Concerti Brandeburghesi destò grande scalpore per l’inaudita velocità esecutiva con cui gli spartiti bachiani venivano riproposti, tanto che non poche critiche piovvero in capo all’ensemble coloniese e, soprattutto, al suo giovane ma già famoso direttore, Reinhard Goebel. Si rimproverava a costui un’esecuzione eretica, inutilmente ed ottusamente virtuosistica, lontana da ogni canone filologico della tradizione interpretativa del corpus forse più elevato del barocco. Una volta di più, però, il tempo è stato galantuomo, ed oggi si riconosce pacificamente alla versione “anfetaminica” dei Musica Antiqua Köln il valore di spartiacque esecutivo, rispettoso del rigore filologico ma al tempo stesso capace di conferire nuova linfa all’approccio interpretativo libertario inaugurato da Karl Richter a Monaco nel 1964, valorizzando al massimo la forma del concerto in tre movimenti (a parte la controversa decisione di includere anche il quarto movimento “Minuetto – Trio I – Polacca – Trio II” del primo Concerto, da taluni ritenuta un’aggiunta apocrifa), secondo gli intendimenti originari dello stesso Bach, e consegnando ai posteri una pietra miliare nella storia dell’esecuzione del repertorio barocco, incorniciata da una resa sonora di altissimo livello (merito della ristampa della serie Masters della Archiv, che incrementa ulteriormente il già alto nitore dell’edizione originale in digitale; avendo ascoltata anche quest’ultima, concessami in prestito tempo addietro, sono in grado di fare alcuni paragoni) e da un libretto in tre lingue esaustivo sulla genesi dell’opera e le scelte filologiche dell’esecuzione. Ma questa è la parte tecnica; per quanto riguarda la restante parte, mi congedo osservando che, limpida e rigorosa, virtuosa ed emozionante, la musica dei Concerti Brandeburghesi riflette l’anelito trascendente che spesso, per non dire sempre, mosse Bach alla composizione. Comporre musica per avvicinarsi il più possibile a Dio; un movente su cui, in tempi di streaming, potrebbe essere non inopportuno riflettere.

MC5 – High Time
mc5 - high time

Un orologio rotto segna le cinque. L’ora del tè, anche a Ann Arbour, Michigan. Quando si interrompe ciò che si sta facendo, che sia la rivoluzione o altro, e ci si raduna in un salotto per bere una tazza e conversare. Passa-tempo alto, appunto. Come questo scorcio di 1971, la rivolta ormai sedata ed anzi in larga parte collassata su se stessa e il ripiegamento delle rivendicazioni dal piano collettivo a quello individuale. Cose già note dalle parti degli MC5. Ma questo colpo di coda finale, al netto dell’amarezza nel vedere la band più riottosa d’America imborghesirsi sino ad implodere rapidamente, è un saggio di rock ‘n’ roll bruciante nell’impeto e nell’afflato emotivo, forse proprio per la consapevolezza della sconfitta, ma stilisticamente capace di spingersi oltre all’elaborazione precedente (la marcetta fiatistica che chiude gli oltre sette minuti di boogie indiavolato di Sister Anne, il gospel che incontra i Lynyrd Skynyrd di Baby Won’t Ya, i Bad Company a passeggio nei giardini della mente di Future/Now, il free jazz ‘n’ roll per cavernicoli della conclusiva Skunk (Sonicly Speaking)), dimostrando che anche tra i rivoluzionari signori si nasce e gli MC5, modestamente, lo nacquero. “Kick Out The Jams” è il documento storico del Sessantotto che sappiamo e “Back In The U.S.A.” il successivo riuscitissimo ritorno a casa, ma di stare senza “High Time” non ne vale la pena.

Pretty Things – S.F. Sorrow
pretty things - s.f. sorrow
Il primo concept album inequivocabile che gli annali del rock ricordino (dicembre 1968; Tommy chi, quello del maggio del ’69?) vede i Pretty Things staccarsi dai fragorosi lidi di alcolico rhythm & blues che alla metà del decennio li avevano visti crescere ruspanti ma validi adepti di Animals e Rolling Stones per avventurarsi in mari in cui domina ormai la scoperta della psiche umana e delle sue tortuosità. Infatti la musica di “S.F. Sorrow” è lontana anni luce dal selvaggio jungle beat del passato e si ammanta di coltri cangianti, ora spesse ora impalpabili ma sempre evocative ed ammalianti, per narrare la storia di Sebastian F. Sorrow, uomo qualunque d’Inghilterra costretto ad attraversare abissi personali a loro volta incastrati in, o direttamente causati da, catastrofi storiche e proprio per questo condannato a vagare nella vita privo di ogni speranza e senza nemmeno ricordare come ci è finito, in questa situazione; prototipo dei Tommy e degli Arthur a venire e dunque anti-eroe par excellence e icona popolare ma non necessariamente popular del martire dell’industrialismo. Non è però il solo fil rouge narrativo, innovativamente monotematico, a rendere il disco di importanza storica, perché il contenuto musicale non è da meno: le trame acustiche non contrastano con occasionali ostentazioni di virilità, gli archi rafforzano anziché affossare (merito di Abbey Road, probabilmente, ma io non riesco a non paragonare questo aspetto di “S.F. Sorrow” a “Forever Changes” dei Love, parimenti portato in trionfo proprio dalle sapienti orchestrazioni), i cori tappezzano e il fuzz sulle chitarre colora e spiega invece di coprire tutto e fungere da alibi. L’influenza scarafaggesca si sente eccome (sarà lo studio di registrazione?) e certo non è un male, ma la presenza di menti creative come Twink (ex leader dei Tomorrow e poi solista), Phil May e Dick Taylor, oltre che del produttore Norman Smith, mantiene l’album a debita distanza da tutto quanto l’UFO Club e la Swingin’ London dischiudono dai loro petali multicolore, rendendolo, in ultima analisi, una delle perle creative più sottovalutate di quella irripetibile stagione. Un capolavoro, nelle molteplici accezioni del termine. E con buona pace del povero Sebastian F. Sorrow.

Laura Nyro –  Time And Love: The Essential Masters
laura nyro

Ve lo racconto un’altra volta, ché l’estate sta finendo. Comunque qui si gode così così, come con una dose tagliata troppo e male. Meglio di questa raccolta sono gli album, specialmente “New York Tendaberry”; cercate quelli e, trovatili, non vi mancherà nulla. Ma a quel punto sarà già inverno.

Pietà e paura sono l’uomo, non c’è altro: Alice In Chains – Jar Of Flies

alice in chains - jar of flies

Da settimane dormo poco e come risultato mi ritrovo due occhiaie da Alice Cooper. Ma le somiglianze non si fermano qui, perché anche io non ho ricordi di avere inciso quattro album; forse perché non ho mai inciso alcunché. Ma questo non è importante, quando è fuori da qualche mese un disco, quello dei Ghost, che sembra un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, concepito, composto, suonato, cantato, inciso e prodotto con gli stessi orizzonti e obiettivi. Ma nemmeno questo è importante ora.

Mi sfuggi, Musa, eppur ti cerco ancora
E all’emistichio già ne affido improvvido
La ïntima cagion: poiché trascorro.

Una volta sapevo scrivere, o almeno mi sembrava. Adesso non più, e ne sono certo. I tre versi di cui sopra sono l’ultima creazione, e risalgono ormai a…già, a quando? Un anno fa? Otto mesi? Sei mesi? Chissà. A molto tempo addietro, comunque. Li vergai in una biblioteca dove mi trovavo per tutte altre ragioni; a matita, sul retro candido di un volantino abbandonato sul tavolo, che invitava a partecipare ad una manifestazione di protesta ormai coperta da oblio, dallo sfondo verde bosco con inevitabili sprazzi di colore e l’immancabile rosso in cospicua presenza. Consegnati ad una persona che pensavo potesse apprezzare e chissà che ne è stato di loro, a parte il fatto d’essere ad oggi l’ultima stesura di una qualche rilevanza per l’autore. La cui vena sembra essersi da allora esaurita, obbligando la corsa all’ore a svolgersi altrove. Né stavolta basta la fola autoingannatrice della potenza creatrice del dio che si deve manifestare attraverso di me con scoppio repentino ed inatteso, solitamente conciso, perché la durata e la sensazione fanno deporre per epoca chiusa, chiodo nella bara, chiudo nella gara, chioso nella tara.

Stasera qui vicino suonano gli Alice In Chains e, anche se hanno un nuovo cantante, fuori piove. Per qualche ragione la tentazione di uscire, ivi recarsi e pagare una cifra spropositata per banchettare su e con due cadaveri, uno in scarne e fossa e l’altro nientepopodimenoché un genere musicale, fa capolino, ma devo tenerla a bada per ragioni insieme kantiane e selliane su cui sarebbe inelegante diffondersi. E allora rimango qui seduto con un pugno di mosche, anzi, un copioso barattolo, e mi tocca fare con ciò che ho, ma non in quel senso. Ci arrivo.

La mia copia di “Jar Of Flies” viene dal Colorado, e mi è stata regalata diciotto anni fa da un allora diciottenne. Era sua; ma, in quanto dj, di quelli che fanno scratch, la sua musica era il rap e il suo formato era il vinile; eppure, in qualche modo ne era venuto in possesso e donarmela gli era parso un buon modo per rafforzare i nostri rapporti in occasione di una visita. Da allora mi fa compagnia sugli scaffali, e la rispolvero ogni tanto (ogni tanto). Oggi è uno di quei tanto. Forse perché fuori piove. Forse perché dentro piove. Forse perché non piove davvero ma sembra che. Forse ché sì, forse ché no. E dunque ecco il fantasma di un uomo tormentato che si manifesta nel mio salotto, il ciuffo biondo a singolar tenzone di lerciume con il mio, e mi spiega col suo tono peculiare perché siamo qui stasera una volta di più lui e io, coi ragazzi che ci fanno da sottofondo come se fossimo in un’arena con i muri di amplificatori, le luci e tutto il resto. Anche lui ha l’aria di dormire poco, nel suo guscio di noce, ma non vale la pena di chiedergli notizie in merito, visto quanto poco ci si vede. Vediamoci, per ora, e al resto penseremo dopo.

Anzi, già che ci siamo, potremmo fare tutti così: vederci, ora che siamo qua, e al resto pensarci dopo. Poiché trascorriamo e poi voliamo via, come mosche da un barattolo che qualcuno ha finalmente aperto.

Andergraund Saund 5

NEW CANDYS – BLEEDING MAGENTA

new candys - bleeding magenta

Di realtà interessanti nel sottobosco musicale nazionale ce ne sono svariate, e dunque portarle all’attenzione dei lettori è solo questione di disporre del tempo necessario per scovarle, sviscerarle e scriverne. Ma quando all’orizzonte si palesa una scoperta, inattesa quanto folgorante, poterne far propaganda è un piacere prima ancora che un dovere morale. Per chi vi scrive, i New Candys sono questa scoperta.

Quartetto veneziano attivo dal 2008 e con un paio di singoli, un EP e due LP all’attivo, i New Candys si muovono nel variegato universo sonoro del rock indipendente con sicurezza e molto talento, e non è un caso se la loro mistura di Jesus And Mary Chain, shoegaze, grunge, Velvet Underground e certa psichedelia di ascendenza britannica (qualcuno, a ragione, ci sente i Black Rebel Motorcycle Club) ha attirato l’attenzione di una prestigiosa etichetta del settore come la londinese Fuzz Club. Proprio per i tipi di quest’ultima, infatti, ha visto la luce, il 6 ottobre scorso, “Bleeding Magenta”, terzo album e definitiva consacrazione della formazione. Non bastasse la stilosa copertina, in uno tenera e inquietante, le undici tracce che compongono il disco dimostrano una piena maturità compositiva e una totale padronanza strumentale, in cui i referenti sonori sopra citati sono amalgamati in maniera personale e, soprattutto, accattivante: le melodie non difettano mai, gli arrangiamenti fanno ottimo governo dell’alternanza dinamica e favoriscono la differenziazione dei brani, la produzione (opera del Fox Studio di Andrea Volpato) sottolinea ove necessario senza per questo comprimere la gamma dinamica e la resa fonica complessiva. Il risultato è un disco che avvolge l’ascoltatore in spire oniriche, trascinandolo in introspezioni qui dolci e là ruvide, ora torpide ora chiazzate di magenta color del rumore. E non se ne ha mai abbastanza.

Dire che è incredibile (massì, stupefacente) scoprire di avere un gruppo della qualità dei New Candys sotto casa senza che ce ne sia accorti prima (degli altri) è molto probabilmente banale, ma anche indicativo del torpore e del livellamento al ribasso tipici della contemporaneità. Qui si può evitare di commettere lo stesso errore per il futuro.

E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro: Montage Of Heck

 

Ho un rapporto difficile coi Nirvana. Edipico, più che altro: fu con loro che iniziai la lunga e interminabile discesa negli inferi del rock ‘n’ roll, e furono  loro il gruppo che mi cambiò la vita in termini di percezione dell’impatto di questo suono e della portata del messaggio che è in grado di veicolare. E però inizialmente li odiai. Li odiai perché i miei compagni di classe delle medie (in realtà due compagni e una compagna) non facevano che parlare di questo trio americano con un cantante strafigo (soprattutto la compagna) e tutto il resto, e, siccome sono bastian contrario di natura, e comunque avevo già sentito nominare quel gruppo qualche mese addietro, durante una vacanza sulla neve con ragazzi di un paio d’anni più grandi (anni che a quell’età pesano, specie se sei il più piccolo; e infatti ricordo ancora la vacanza come un incubo), mi fu facile liquidare il tutto come “cazzate” e tornare alla mia prima e prediletta cassettina, registratami da un amico e contenente un improbabile mistura di suoni molto diversi, dai Blur di Song 2 agli Iron Maiden di Aces High, passando per Deeper Underground dei Jamiroquai e persino Io No di Vasco Rossi. Era il 1997, d’altronde, e io avevo dodici anni; e che ne sa uno del rock ‘n’ roll, a dodici anni?

Poi, però, accadde qualcosa. Iniziai ad ascoltare, e non solo a criticare, quel gruppo tanto chiacchierato, e allora capii. Oddio, capii…diciamo che mi colpì. Ecco, sì, mi colpì subito. La forza espressiva di quel suono fatto di elementi essenziali – una voce martoriata, chitarre come unghie sulla lavagna e un batterista che pesta come se piatti e tamburi gli dovessero dei soldi (questa l’ho presa da Rolling Stone; ma ci arriviamo) – mi entrò dentro e marchiò indelebilmente la mia sensibilità, additandomi la via (che poi sarebbe “una delle vie”, ma lo scopri dopo; se lo scopri) e imprimendomi nel DNA quel bisogno di eccitazione ritmata e viscerale, quell’amplificatore emotivo che dal Ventesimo secolo chiamiamo rock ‘n’ roll. Eccitazione ma anche disperazione, perché nella musica dei Nirvana non c’era traccia dell’esuberanza erotica così tipica del rock, ma un senso di straniamento dalla realtà, che richiede l’omologazione e uccide la diversità, che è, a sua volta, una spinta alla creatività. Kurt Cobain cantava che era contento perché aveva trovato i suoi amici nella sua testa, sottintendendo che altrove non ce ne fossero. Era facile credergli, specialmente se hai dodici anni e tutto il mondo ti sembra incomprensibile, ostile ed ostico nel suo comprimerti tra spensieratezza fanciullesca e nuove esigenze adolescenziali. Io, che ero figlio unico e passavo molto tempo con i miei genitori e i loro amici, venendo, così, troppo presto a contatto con diverse ansie tipiche della vita adulta, la politica in testa, ci credetti.

Iniziai così una caccia compulsiva a qualsiasi materiale (fra cui diversi libri, uno dei quali contente proprio la raccolta di tutti gli articoli di Rolling Stone) che parlasse dei Nirvana e di quel loro leader tanto magnetico, finendo per racimolarne ed assimilarne parecchio nei successivi tre-quattro anni, fino a quando, cioè, le costanti e vorticose scoperte di altre sonorità ebbero il sopravvento su quella iniziale passione. Che, però, non si sopì mai fino in fondo e, soprattutto, aveva già lasciato i suoi strascichi in termini di approccio alla realtà circostante e di irrimediabile scollamento tra mondo esterno e aspirazioni interiori: l’inadeguatezza, il disgusto di sé, il sentirsi incompreso e alieno dal qui e ora (che poi era un minuto numero di coetanei in due o tre scuole superiori di una città piccola e urbanisticamente favorevole alla socializzazione), come pure dalle coordinate spazio-temporali che avevano originato quella disperazione così musicalmente feconda, divennero parte integrante del mio vocabolario emotivo. Tipico passaggio adolescenziale, d’accordo, e però amplificato da un’ipersensibilità scoperta tramite quel pugno di dischi dei tre di Seattle. Adoravo i Nirvana, e particolarmente Kurt Cobain, perché non solo mi avevano mostrato degli stati d’animo così pregni di significato, ma che quegli stessi stati emotivi potevano essere usati per produrre qualcosa di rilevante, di sublime, capace di elevare chi ne avesse fatto esperienza e lo avesse riconosciuto come proprio al di là del sillogismo ormonale della massa dei coetanei, omologati nelle esigenze e nella condotta. Il tutto senza dimenticare lo spirito punk rock, fatto di caustica dissacrazione e settarismo strutturato, di critica apodittica e nichilismo apatico. Insomma, per me quella camicia a quadrettoni bianchi e rossi e quei jeans stinti erano un manifesto ideologico; contraddittorio, perché la camicia era un regalo materno proveniente dal mercato e i jeans erano stati stinti dalla domestica, su mia precisa richiesta, immergendoli in candeggina (“mamma non stirarmi la giacca di pelle, sono un ribelle“; mi manchi, Roberto), ma pur sempre partecipato, perché, avevo e ho la presunzione di ritenere, compreso e, quindi, accettato con tutte le sue implicazioni, in primis l’estraniazione autoimposta dal mondo, a causa di quella passione totalizzante per il rock, per quel rock ‘n’ roll così semplice ma così vitale ed autentico, che nessuno poteva, o quantomeno sembrava poter, condividere. Kurt Cobain ce l’aveva fatta, perché non avrei potuto farcela io? Tanto più che mi sarei salvato, perché avevo il suo esempio, un sacrificio che non si era consumato invano.

È con l’animo agitato dalla commistione tra la rimembranza di questa “purezza ideologica” giovanile e il sospetto – dettato dalla maturità e dalla consapevolezza che dovrebbe portarsi dietro – che essa non sia servita ad altro che a plasmare una personalità in senso problematico e incline all’autosabotaggio sulla via della realizzazione personale, che mercoledì mi sono recato alla proiezione, in anteprima nazionale, di “Montage Of Heck”, documentario sulla vita di Kurt Cobain prodotto dalla sua unigenita Frances Bean e diretto dal capace Brett Morgen, nome prestigioso del settore. Angosce e aspettative mascherate bene alla mia accompagnatrice e solo in parte esplicitate nel tipico chiacchiericcio di commento post-visione. Nel mezzo, centoquarantacinque minuti di proiezione cinematografica sulla vita dell’uomo che forse maggiormente ha dato un imprinting alla mia.

Il documentario carino, con tecniche miste (immagini di repertorio, riprese amatoriali private della famiglia, nuove interviste a poche e selezionatissime persone strette a cobain, animazione, lyric video) e canzoni sia originali sia manipolazioni di demo. A tratti noiosetto e sorvola su alcune cose secondo me importanti. Ma valeva la pena vederlo.” Così recensivo a caldo, via sms, l’opera. Un giorno di riflessione non mi ha ancora permesso di capire se, in realtà, il me a freddo concorda con quel giudizio, e condanna quindi senza appello la mancata audizione di persone vicine al protagonista e importanti nella sua vita (Dave Grohl, ad esempio; ma anche Buzz Osborne, Chad Channing, Dan Peters) o di altri colleghi a lui variamente legati (Mark Lanegan, Curt e Chris Kirkwood, Michael Stipe; magari persino Axl Rose), qualche incongruenza narrativa (decisamente sfumato è il passaggio dagli inizi del gruppo alla pubblicazione di “Nevermind”) e qualche mancata doverosa riflessione di più ampio respiro (Kurt Cobain come “l’uomo che sbriciolò le barriere erette dai media statunitensi intorno al punk”, per dirla con Eddy Cilia, e la sua consapevolezza di questo ruolo e delle relative implicazioni e possibilità; consapevolezza che Cobain aveva eccome, dato il suo ripetuto spendersi in battage pubblicitario, in forma di interviste o concerti congiunti, a favore di alcune delle più ispirate realtà del rock indipendente americano, dai Meat Puppets alle Breeders, dai Flipper ai fIREHOSE), o se, invece, il documentario era bello, toccante (specialmente i filmati familiari che vedono i coniugi Cobain interagire, nel loro modo peculiare, tra loro e con la figlioletta neonata) e ben riuscito nell’intento di mostrare al pubblico che dietro ogni rockstar, persino quella più antitetica e recalcitrante alle convenzioni che lo status le impone (significativo che Cobain citi più volte i Guns ‘n’ Roses, al tempo il gruppo più famoso del mondo e a tutt’oggi gli ultimi eredi della tradizione di “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, vera e propria antitesi musicale e comportamentale rispetto ai Nirvana), si cela un essere umano, magari dalla personalità ingente ed equivoca, con tutti i suoi limiti connaturati, e io sono il solito stronzo a cui non va mai bene niente. Questa seconda, probabilmente. Però c’è da dire che un conto è lo spettatore fan, che conosce a memoria anche più dei fondamentali della vicenda e si sente, perciò, legittimato a nutrire elevate aspettative per un’opera ampiamente postuma (sono venticinque giorni dal ventunesimo anniversario del decesso) e quindi debitamente ponderata, anche nella ricerca del materiale (e qualcosa mi dice che tale categoria di spettatori o ha schivato completamente la proiezione, subodorando una subdola operazione commerciale o, al più, un’irrilevante agiografia stile “Last Days”, o, vedendo il film, ha giudicato insufficiente il risultato), e un altro il quivis de populo attratto dal titolo altisonante e dal glamour che la vicenda biografica di una stella del rock promette, e tale spettatore senz’altro avrà trovato soddisfazione nell’indubbia carica emotiva (ma per nulla retorica) della pellicola e nella natura curiosa delle immagini presentate, senza stare troppo a domandarsi perché in apertura e in chiusura dell’opera viene posta Territorial Pissing progressivamente privata delle parti strumentali e ridotta al solo urlo angoscioso, né quale sia il senso ultimo del testo di Smells Like Teen Spirit, ma contento di poter raccontare all’aperitivo che ha visto il film su “Kart Cobèn”. Ecco, ferma questa dicotomia degli astanti in sala, se avete letto i primi tre paragrafi, sapete che tipo di parere è il mio e, dunque, quanto è attendibile per la vostra sensibilità. Here we are now, entertain us: d’altronde, Brett, te lo dovevi aspettare da qualcuno.

Ultima annotazione: stringe il cuore una mano gelida nel vedere un uomo così intelligente e dotato, ma per colpe non sue troppo fragile e bisognoso di amore, affidarsi ad una donna il cui unico intento, punto o poco celato,  sembra quello di entrare nella dorata prigione del jet set hollywoodiano, in quello stesso humus da cui sono germogliate le spore che hanno mortalmente avvelenato il più grande talento musicale degli anni Novanta, alfine riuscendoci ed abbracciandone i riti, innanzitutto i connotati resi deformi e mostruosi da chirurgia plastica e trattamenti estetici. Stringe, la mano, e la sua presa si fa ancor più ferrea e ghiacciata quando sovvengono memorie dei diffusi accrediti alla suddetta di influenza nell’emancipazione femminile in ambito rock. Sic transit Gloria (Steinem) mundi.