Republic disgrace: Robert “Strings” Dahlqvist (1976-2017)


Se ne è andato senza far rumore, in maniera speculare a come suonava e stava sul palco, Strings: un concentrato di energia fisica e sonora irresistibile, come esige il rock ‘n’ roll della vecchia scuola. E ora gli Hellacopters redivivi non potranno più avvalersi di quello statuario angelo biondo che sapeva levare al cielo la sei corde, in primis la fida Epiphone Crestwood, per provocare lampi, fulmini e saette di incondizionata devozione a Keef e Sonic Smith, Ace Frehley e Deniz Tek. Sarà dura, adesso, ma almeno resta quel pugno di dischi, tra tutti un “High Visibility” irraggiungibile, a ricordare di cosa è stato capace Robert Dahlqvist con in mano una chitarra.

Ciao Strings.

🎼20/17 Presto – coda

Ed eccoci di nuovo a fine anno, come sempre tempo di bilanci e annesse riflessioni sui risultati. Qui entrambi a carattere precipuamente musicofilo, e quindi non mi dilungo oltre in considerazioni non pertinenti. Le liste sono di lunghezza variabile e, come sempre, non in ordine di apprezzamento di ciò che viene elencato. Tanti auguri a tutti.

Dischi notabili

1. Imperial State Electric – All Through The Night

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2. Smokey Fingers – Promised Land

Lodi è quanto di più lontano dal Sud nordamericano si possa concepire, ma il secondo album di questo quartetto annulla sorprendentemente la distanza geografica che separa la band dalla sua terra promessa: voce sterrata, chitarre che pungono, slide campagnola, ritmiche compatte e neanche una canzone brutta. Musica onesta, verace, intensa, saporita. Southern rock come raramente se ne ascolta, tra gli Skynyrd odierni e certo hard alla Little Caesar.

3. Metallica – Hardwired…To Self-Destruct

Dopo l’esito referendario, la seconda sorpresa dell’anno: l’età si sente, ma il disco non è solo mestiere, perché ha il pregio di porgersi sentito (in ogni senso), e infatti i pezzi sono strutturati perché i quattro riescano a suonarli dal vivo a lungo (più a lungo di così!) senza rendersi ridicoli. Probabilmente hanno messo troppa carne al fuoco, ma l’insieme resiste al vaglio di ripetuti ascolti e tanto può bastare, a questo punto. Congedarsi così dalla discografia sarebbe un trionfo.

4. Testament –  Brotherhood Of The Snake

In epoca di paranoie complottistiche cosa c’è di meglio di un concept album su una setta esoterica che attraversa millenni e civiltà? In epoca di sensazione di trovarsi sul promontorio estremo dei secoli (cit., vabbè) cosa c’è di meglio di una quarantina di minuti di thrash suonato come si deve dalla migliore formazione del genere rimasta in circolazione? Dinamica, potenza, impatto, melodia, tecnica, ispirazione. Aspettando il nuovo degli Overkill, lo scettro resta in mano a Chuck e i suoi.

5. Exumer – The Raging Tide

Mai sottovalutare la Germania, perché altrimenti poi ti tocca combatterla frontalmente, e a quel punto per vincere bisogna impegnarsi. Dopo il dubbio ritorno del 2012, ecco finalmente quello che fin da subito avrebbe dovuto andare dietro ai due storici lavori degli anni Ottanta. Nulla di nuovo ma tutto fatto con competenza, gusto e passione, e con ottimi suoni (anche il thrash old school beneficia  dell’impatto che le nuove produzioni, se ben dosate, sanno garantire). La maschera di ferro è tornata per restare.

6. Blackberry Smoke – Like An Arrow

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7. Monkees – Good Times

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8. Great Master – Lion & Queen

Il power è morto anzi no, perché non solo è in atto un’operazione di ristampa dei classici (ad esempio “Return to Heaven Denied”; in vinile, per giunta) ma c’è anche gente che continua a macinare imperterrita il genere come se fosse il ’99 o giù di lì. Disco fuori dal tempo e però di spessore compositivo notevole, con tutto ciò che lo stile richiede: voci altissime, melodia, doppia cassa, riff da stinco con patate al forno e ambientazione storico-fantasy. Non per tutti, ma se piace delizia.

9. Boulevards – Groove!

L’imperativo che costituisce il titolo dice tutto di questo pastiche di funk fine ’70-primi ’80, disco e house: suoni fedeli senza essere filologici, voce tra canto e recitazione, ritmi coinvolgenti e un’atmosfera edonistica che congiunge l’epoca delle spalline a quella del twerking. Tipo un Bruno Mars fatto bene. Il male, se chiedete a me, ma al groove si resiste a malapena; ambientazione perfetta un party estivo all’aperto, che sia estate o meno.

10. The Excitements – Breaking The Rule

Meno che l’esordio ma più di “Sometimes Too Much Ain’t Enough” (2013), il terzo LP trova i barcelloneti in forma scoppiettante, capaci di costruire un groove spesso e pieno di anima, che lo straripante carisma vocale della meravigliosa Koko-Jean Davis (s)veste di una sensualità mas que caliente. Soul ed errebì antiquo more, per ballare e commuoversi, per desiderare ed ottenere; in breve: per sentirsi vivi. Da avere rigorosamente in vinile.

L’altro 2016

Perché è il 2016 solo se ci credi.

Lord Finesse – Funky Technician

Uno dei migliori dischi rap di sempre (per quanto mi riguarda, nella Top 3 con “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back e “Straight Outta Compton”) e uno dei più ignorati. La old skool newyorkese all’apice delle sue possibilità: campionamenti di James Brown, virtuosismi inauditi ai piatti (mai sentito uno scratch così!) e un flow strepitoso del MC (il verso “I kick the tune like my man Beethoven” mi strappa un sorriso ogni volta). Ma soprattutto una fluidità di ascolto che gli album rap non hanno praticamente mai. Un capolavoro, punto.

Marvin Gaye – Trouble Man

Si comincia a riscoprirlo, ma resta comunque l’album più sottovalutato della sua carriera. Gran peccato, perché questa colonna sonora (del film omonimo) riassume al meglio il lato musicale del fenomeno blaxploitation, muovendosi “tra un funk in punta di dita e un jazz da nightclub” con atmosfere variegate ma sempre seduttrici, complice un sassofono ora guizzante ora ammaliante. Marvin canta poco (ma quando lo fa è subito spettacolo: la title-track è su ogni antologia del nostro che si rispetti) ma compone, arrangia, suona piano, chitarra e batteria e anche produce in maniera sopraffina. L’esperimento soundtrack non verrà mai ripetuto, ma l’album resta un fotogramma del fermento culturale nero degli anni Settanta che mantiene inalterato il suo fascino anche a distanza di oltre quarant’anni.

Mark Free – Long Way From Love

Ci sono (stati?) governi di “centro—-sinistra” e dischi di “AO—R”. Questo, ad esempio: la batteria è praticamente sempre una drum machine, le tastiere dominano e la chitarra si sente appena; dov’è il rock? Eppure gli arrangiamenti funzionano, la scrittura è di livello raramente eguagliato in quest’ambito e la voce altissima di Mark (ora Marcie) Free colora magicamente il tutto. Per amatori, probabilmente, ma qualificarlo guilty pleasure sarebbe riduttivo e ingiustificato: in fondo, per imparare ad apprezzarlo basta avere gli amici giusti.

The Shadows Of Knight – Gee-El-O-Are-I-Ay

Antologia di una delle più selvatiche band  del garage anni Sessanta, questo LP, uscito per l’inglese Edsel nel 1985, assomma gli episodi migliori dei primi due lavori della formazione di Chicago (entrambi classici del garage), aggiungendovi qualche brano altrimenti rimasto di difficile reperibilità (su 45 giri) e risultando nel complesso preferibile ai singoli  album per la sua capacità di racchiudere l’immediatezza del genere in uno spazio limitato. Mega biblìon, mega kakòn from the first psychedelic era.

Damnatio memoriae

Rolling Stones – Blue And Lonesome

Comprato appena uscito sulle ali dell’entusiasmo generato da talune recensioni, ascoltato subito e ripetutamente, piaciuto dapprima, accantonato poco dopo. Magari sarà anche vero che è nato spontaneamente, per caso, cazzeggiando in studio, ma la spontaneità non basta a far sì che la sensazione di raggiro ben orchestrato si dissipi; anzi, si accresce con gli ascolti (ed anzi decolla scoprendo che l’edizione limitata dell’album è un cofanetto doppio con “Blue And Lonesome” assieme a quell’altra sesquipedale presa per i fondelli nomata “Havana Moon”). Anche godibile ma decisamente superfluo; come ha notato taluno, se un disco del genere fosse uscito senza la celebre griffe linguacciuta non se ne sarebbe accorto nessuno. Non commettete anche voi il mio errore: piuttosto tirate su “Play Chess” dei Morlocks, che vi costerà un terzo e vi farà godere il doppio.

The Blizzard of Oz: Dallas Frasca – Sound Painter

dallas frasca - sound painter
Se vi proponessi un trio australiano portatore di un nome che in italiano suona obiettivamente ridicolo e composto da una cantante oversize coi capelli rosa e un vocione che, spiegato mentre si accompagna a scarni accordi su modernariato a sei corde giapponese, non è peregrino definire soul, da un chitarrista col cappellino a visiera piegata stile thrash-core e il barbone da hipster che si atteggia da Albert King, l’arma d’elezione una Flying V suonata da mancino con le corde all’incontrario e un tocco sì intenso da farla sembrare una slide, e, infine, da un batterista giovane e grondante groove, sudore e piercing, cosa mi rispondereste?

I Dallas Frasca (vi avevo avvertito) sono proprio l’improbabile accozzaglia sopra descritta, e prendono il nome dalla loro frontwoman, che esattamente così presentandosi va in giro per il mondo. Sembrerebbe una sorta di progetto solista, e invece l’apporto dei musicisti è determinante nella riuscita. Perché il progetto è, appunto, riuscito: dal 2009, con qualche assestamento di organico (il batterista), il trio gira per l’Australia e per il mondo, allestendo un sound dal groove difficilmente resistibile, rock ‘n’ roll a bassa fedeltà e dall’andamento stompin’ con le giuste dosi di melodia e anima offerte dal vocione di Dallas. Punk-soul, lo chiamerebbe qualcuno, e non per nulla in questi giorni i nostri sono in giro per la penisola con i redivivi BellRays, nemmeno peregrino, peraltro, il paragone tra la cantante Aussie e la mesmerica Lisa Kekaula. Schematizzando il giusto, si potrebbe dire che i Dallas Frasca suonano come farebbe la Jon Spencer Blues Explosion se fosse una formazione di blues explosion.

“Sound Painter” è il terzo LP del gruppo ed è uscito nel 2012. Me lo sono accaparrato al volo al banchetto del concerto, appena finito il set del gruppo, constatato che in esso alberga All My Love, proposta a fondo scaletta e qui non casualmente sistemata in apertura; archetipo di brano che vale una carriera, ché quel ritmo prende di peso fianchi e spalle e li dimena a suo piacimento e anche contro la volontà del loro possessore, mentre il ritornello è puro mastice aurale che si installa nei padiglioni dal primo ascolto e in sempiterno. Il resto non cattura altrettanto istantaneamente, ma è particolarmente efficace nel tenere vivo lo spirito di quel suono pulsante e fisico con altri dieci brani di elefantiache pentatoniche e ritmi stuzzicanti (ma ascoltare le raffinatezze della soul ballad conclusiva Ain’t No Fury per vedere minate le certezze sui Dallas Frasca maturate durante il trascorrere del disco). E l’effetto è di grande impatto, magari anche perché, come orgogliosamente la seconda di copertina rivendica, il gruppo ha registrato il tutto dal vivo e in presa diretta dentro un capannone di Brooklyn. Impatto di per sé già ottimo e coinvolgente, ma persino superiore al seguente e ad oggi ultimo LP “Love Army” (2015).

Ma, se preferite verificare di persona, e io vi incoraggio a farlo, andate qui e giudicate direttamente. Anche se, a dirla tutta, per giudicare correttamente dovreste andare anche qui. Che è sempre meglio che andare in Australia. O forse no, ma è comunque peggio che andare a Dallas. Frasca.

Etiamsi omnes, ego non: Fuzztones – In Heat

Fuzztones - In Heat
Persino la sterminata mole di informazioni che è la Rete resta laconica su “In Heat”: basti, a conferma, una ricerca di recensioni del suddetto in una qualunque delle maggiori lingue di matrice europea. Risultato: nulla o quasi. Nemmeno la versione “.com” del maggior portale di vendita online, solitamente prodiga di commenti dei consusers (che, per inciso, sono petalosi forte), offre alcunché. Rimane qualche blog specializzato, tra i quali spicca per esaustività quello del Reverendo Lys. Ma per il resto sembra essere calato un oblio pressoché totale sul secondo LP dei Fuzztones, liquidato dalla maggior parte dei (pochi) commentatori come un incidente di percorso, un figlio deforme. Definizione che mi appare sbrigativa ed ingenerosa, ed eccomi quindi lanciato nel tentativo di riequilibrare la vulgata su questo Quasimodo musicale.

Per chi non lo sapesse, i Fuzztones sono uno dei principali gruppi (e senz’altro il più famoso) di quel revival garage che negli anni Ottanta riportò in auge i più selvatici suoni dei Sixties. Anzi, fu proprio il suono intossicato di fuzz delle chitarre così tipico del genere ad ispirare la ragione sociale della formazione. Indiscusso leader della quale è ed è sempre stato Rudi Protrudi, classe ’52, folgorato dal rock ‘n’ roll più selvatico nella prima adolescenza ed infatti attivo in complessini garage della natia Pennsylvania sin dall’epoca d’oro del genere. Poi, con l’arrivo dei Settanta e del punk, la creazione dei Tina Peel insieme alla fidanzata-tastierista Deb O’Nair, il trasferimento a New York, la fama di culto nel giro dei club, un EP e un singolo e infine, nel 1979, lo scioglimento. Ma già l’anno seguente il cantante/chitarrista/armonicista e la tastierista hanno creato i Fuzztones, la formazione che li renderà celebri, orientandosi da subito verso un rock psichedelico ed essenziale, tinteggiato lugubre e doomy mercé i suoni (quelli degli organi Vox e Farfisa, ognuno capace di produrre una specifica ed ineguagliabile miscela di zolfo e incenso) e il look (a base di cuoio nero ed ammennicoli orrorifici, ad esempio le collane fatte con pezzi di ossa) e dal vivo interpretato selvaggiamente come di prammatica. Ne vengono riscontri immediati del pubblico sotterraneo, una fama (nomea?) di culto (tanto da farli la backing band di una leggenda come Screamin’ Jay Hawkins in un’una tantum dal vivo poi pubblicata su 7″), un contratto con l’indipendente Midnight Records (nata proprio in quel periodo e da allora primattrice in ambito neo-Sixties) e un paio di pubblicazioni, l’EP dal vivo “Leave Your Mind At Home” (1984) e l’album “Lysergic Emanation” (1985), ottime ed acclamatissime istantanee della nascita di un movimento che si ripropone di riportare il rock ‘n’ roll alle sue radici essenziali, riprendendo spesso pedantemente una specifica fetta del passato, ma senza poter ignorare fino in fondo quanto accaduto medio tempore. I riscontri, come detto, sono notevoli, ancorché circoscritti ad una specifica sottoscena, ma i musicisti sono animali volubili, ed infatti la formazione (oltre a Rudi e Deb, il bassista Michael Jay, il chitarrista Elan Portnoy e il batterista Michael Phillips) si sfalda all’indomani del tour a supporto del primo LP: la tastierista e il chitarrista se ne vanno ognuno per la sua strada, e il batterista viene licenziato. Passano due anni, durante i quali Protrudi e Jay si trasferiscono a Los Angeles, dedicandosi alla ricerca di nuovi musicisti, e il primo acquisto, il batterista Mike Czekaj, consente loro di dare vita al trio di rock ‘n’ roll strumentale Link Protrudi & The Jaymen (il primo LP “Drive It Home!”, nato quasi per scherzo, è proprio del 1987). Su questa solida base la ristrutturazione dell’edificio Fuzztones può essere completata, ed infatti ad integrare l’organico arrivano poco dopo il chitarrista Jordan Tarlow (ex Outta Place) e il tastierista Jason Savall, in una comunione di intenti che nemmeno l’improvvisa defezione di Michael Jay, sostituito da John Carlucci, riesce a scalfire. Così ricompattato, il gruppo si getta nella scrittura di nuovo materiale e, complice la raccomandazione (anzi, no; la referenza) del leader dei Cult Ian Astbury, ottiene un contratto con la prestigiosa etichetta indipendente britannica Beggars Banquet, i cui prodotti sono distribuiti in America dalla potente major RCA. Da qui in poi il percorso dei Fuzztones sembrerebbe in discesa, ed invece è proprio qui che le cose si complicano.

La nuova etichetta non sa nulla della scena da cui provengono i Fuzztones, delle motivazioni che li spingono a riesumare il suono delle autorimesse di venti-venticinque anni prima e del significato di questa scelta stilistica. Né le interessa: per i discografici è unicamente una questione d’affari. Naturale, quindi, che, a fronte di una cospicua apertura di credito (il ricco contratto), quelli della Beggars Banquet vogliano vedere un ritorno economico dell’investimento; il quale, come noto, deriva solo da vendite oltre una certa soglia, ovviamente individuata in base all’accessibilità della singola proposta musicale. Si profila, perciò, un contrasto: da un lato Rudi Protrudi e i suoi, che cercano di replicare e magari potenziare il suono grezzo ed essenziale, tipicamente garage, che li ha fatti conoscere ed apprezzare su ambo i lati dell’Atlantico; dall’altro l’etichetta, che pretende di ottenere un prodotto commerciabile e, dal momento che vi ha investito del denaro, di decidere delle modalità della sua realizzazione. Ne nasce una querelle in merito alla qualità sonora ed alla immediata pubblicabilità dei demo che la band sottopone alla label: Rudi Protrudi intende continuare ad essere il produttore della sua creatura, mentre la casa discografica è risoluta nell’affidare i Fuzztones ad un esperto della sala di incisione. Alla fine la questione viene risolta con un compromesso: le cure sonore verranno prestate dal veterano Shel Talmy. Costui, nativo di Chicago e all’epoca cinquantenne, aveva frequentato gli studi di registrazione fin dalla metà degli anni Sessanta ed era assurto a meritata fama per avere prodotto i leggendari primi passi di gente come Who (“My Generation”), Kinks (i primi cinque LP) ed altri nomi dell’epoca di indubbia caratura, come gli australiani Easybeats (l’hit mondiale Friday On My Mind), i Pentangle e un certo Davy Jones, un solista inglese che emergerà con il nome di David Bowie. Del resto, il produttore risiede nuovamente negli Stati Uniti, dove si è ritrasferito da Londra a metà anni Settanta, e all’epoca ha appena concluso un ciclo da imprenditore informatico, per cui la chiamata dei Fuzztones arriva al momento giusto, risvegliando la sua antica identità di estimatore del rock ‘n’ roll più viscerale. L’unione, però, non verrà ritenuta felice.

Se, infatti, Shel Talmy si dice soddisfatto di poter uscire dalla “noia” post-imprenditoriale ed extramusicale, di tutt’altra opinione è Rudi Protrudi, che anche a distanza di decenni vive la presenza del produttore come un’inaccettabile prevaricazione, come dichiarò nel 2011: “A dire il vero, “In Heat” per me è sempre stato un episodio debole, dal momento che è stato l’UNICO disco che abbiamo fatto non prodotto da me. Sono SEMPRE stato contro l’essere prodotti da qualcun altro, perché i Fuzztones sono e saranno sempre la MIA visione. Chi potrebbe sapere meglio di me come devono suonare? L’etichetta a cui eravamo legati al tempo (la Beggars Banquet) era una major (la RCA era il loro partner negli Stati Uniti) e loro pensavano che i nostri demo fossero buoni ma troppo “grezzi” per essere pubblicati, quindi volevano che andassimo in uno studio costoso con un produttore che avesse già alcune hit all’attivo. Tre degli altri Fuzztones furono immediatamente sedotti dalla promessa di fama, ricchezza e le altre trappole che le case discografiche usano sempre per fare in modo che l’artista si venda l’anima per un successo del quale beneficerà solo l’etichetta. Mike [Czekaj] e io non fummo affatto sedotti. Ma al tempo conducevo il gruppo come una democrazia e ai voti sono stato messo in minoranza. Jordan e John portarono Hunt Sales (all’epoca batterista di Iggy Pop) alle prove per sentirci. Ritenni che non ci capisse e continuammo la nostra ricerca. Jordan lesse da qualche parte che Shel Talmy, il “leggendario” produttore di Who e Kinks, stava considerando di uscire dalla pensione per la band giusta, e perciò decidemmo che eravamo la band giusta. Ero di mente aperta riguardo a lui, perché la vecchia roba degli Who ha certamente un gran suono. Presto realizzai che il ruolo di Shel in quei dischi fu probabilmente di essere fortunato abbastanza da avere un buon tecnico del suono. Non sapeva praticamente niente e, secondo me, il suo vero contributo fu di scegliere i migliori assoli di chitarra tra me e Jordan; cosa che fece senza pregiudizi, dato che era cieco.“. E la convinzione in tale giudizio tranchant spingerà Protrudi addirittura a pubblicare nel 2012 (per l’italiana Go Down Records) la versione originale del disco, poi rimasta un demo, eloquentemente intitolata “Raw Heat: The Real Sound Of In Heat”. Da allora il dibattito è aperto su quale sia la versione migliore del disco, e già questo la dice lunga sul giudizio che l’album deve tuttora affrontare. Ma torniamo indietro.

Dopo un lungo tira-e-molla tra gruppo, produttore ed etichetta, “In Heat”, anticipato nel 1988 dall’EP “Nine Months Later” (due originali e due riletture, rispettivamente dei Question Mark & The Mysterians e di Bo Diddley), che subito attrae perplessità ma alimenta la curiosità, uscì per la Beggars Banquet (ma in Inghilterra su Situation Two) nel 1989. Lo compongono dodici brani originali – evento decisamente raro in ambito garage revival, anche se si mormora che la Beggars Banquet avesse scartato alcune proposte di cover – che vennero accolti piuttosto freddamente dalla stampa e dal pubblico. Si parlò, infatti, di produzione troppo mainstream, lontana anni luce (o, semplicemente, troppo lontana) dal trattamento richiesto da quell’alacre eccitazione sonora che è il garage e comunque decisamente troppo “pulita” e “perfetta” per rendere la vibrante energia dei Fuzztones. Il gruppo, inoltre, venne accusato di avere indurito il proprio sound al solo fine di cavalcare l’onda commerciale dell’hard rock, al tempo all’apice delle classifiche, con conseguente ripudio dello zoccolo duro della scena garage. Restava solo il pubblico generalista del rock – al quale, va riconosciuto, Rudi Protrudi non ha mai puntato -, ma la peculiarità della proposta, anche nella versione più “addomesticata”, e gli scarni sforzi promozionali dell’etichetta (vennero girati video per la title-track e per Nine Months Later, entrambe poi pubblicate su un unico singolo, e anche Hurt On Hold conobbe una versione a 45 giri) affossarono le chance commerciali dell’album. Nonostante un tour che mise in luce la potenza della nuova formazione (in Europa i Fuzztones hanno sempre goduto di un diffuso e fanatico culto), i dissidi interni si acuirono e l’anno seguente, pubblicato l’EP “Action”, i ferri corti a cui erano Prodtrudi e Tarlow ebbero la meglio sul gruppo, che si sciolse di lì a poco, l’album “Braindrops” (1991), sterzata doorsiana abbondantemente fuori fuoco, un’uscita sostanzialmente postuma. Fino al ritorno a macchia di leopardo prima e stabilmente nel nuovo millennio, con una formazione rimaneggiata e l’immutata carica garage a riempire palchi e dischi.

Ma “In Heat”, come’è? Dico la mia: bello. Ottimo. Il migliore album dei Fuzztones, nientemeno. Ecco, la bomba è sganciata. Sarà perché l’hard rock fa parte del mio spettro di ascolti, ma mi pare che la vituperata produzione di Shel Talmy incrementi l’impatto sonoro del gruppo, anziché affossarlo: le chitarre sono un muro, la batteria pesta come mai ha fatto prima, l’organo congiunge i Sixties di Ray Manzarek con quelli di Jon Lord; il tutto senza pregiudicare l’identità stilistica della band. E la qualità delle canzoni sorregge l’intera opera, il che è ancor più meritorio se si considera che sono tutte autografe: In Heat scalcia e ulula sin dalla rullata iniziale, e avrebbe potuto essere la Highway Star del garage revival se solo il settarismo esasperato non fosse prevalso; Nine Months Later è un chiaroscuro di luci e ombre e luci imperniato su un ritornello probabilmente pensato per l’airplay radiofonico; Cheyenne Rider è rock-blues roboante come da titolo (curiosità: il motore all’inizio del brano è quello della Harley di Billy Idol! Racconta Rudi Protrudi: “Billy stava registrando ai Track Studios di Hollywood nello stesso periodo in cui noi eravamo là ad incidere “In Heat”. Passava ogni tanto a vedere cosa facevamo. La sua moto era parcheggiata fuori e ci serviva un effetto sonoro, perciò ce l’abbiamo buttata dentro“) e Everything You Got alza il tiro unendo le atmosfere oscure e malinconiche tipiche di certo garage con uno scoppiettante rock-blues a base di armonica; Black Box, unico brano in cui compare un coautore esterno al gruppo (si tratta di Leighton Koizumi, mesmerico leader dei garagisti Gravedigger V e The Morlocks), tira invece le tende per lasciare all’esterno qualsiasi raggio di luce, in un esperimento di macilento sound simil-sabbathiano (“garage-black”?) che avrebbe potuto risultare fecondo, se solo le schiere di revivalisti anni Sessanta avessero dimostrato coraggio pari al rigore; Charlotte’s Remain emana miasmi psichedelici insieme suflurei e lisergici. Nel mezzo qualche elemento coinvolgente (Me Tarzan, You Jane; Hurt On Hold) e qualche altro interlocutorio (It Came In The Mail; all’acustica il batterista Mike Czekaj; What You Don’t Know), per un risultato ampiamente positivo a livello di creatività e di coninvolgimento dell’ascoltatore, sol che si voglia ascoltarlo con orecchie libere e non barricadere. Peccato, tuttavia, per la copertina, malriuscita crasi di alto e basso, pecoreccio e sublime; chissà perché in tal caso la Beggars Banquet non si è imposta.

Come detto, “In Heat” non ebbe fortuna commerciale, schiacciato tra il niet dell’underground e l’indifferenza del mainstream, incentivata dalla limitata promozione da parte dell’etichetta. Eppure, al di là della qualità elevata dell’album, tra questi solchi si assiste ad un encomiabile e artisticamente riuscito – e quindi raro – tentativo, da parte di un gruppo, di rinnovarsi senza perdere la propria identità, e tanto basterebbe. Ma, allargando il campo di visuale, emerge un ulteriore merito di questo album: una possibilità. Con “In Heat” i Fuzztones, consci dell’impossibilità di replicare all’infinito in maniera pedissequa gli schemi del garage anni Sessanta, tentano nuove aperture sonore che consentano di mantenere l’identità del passato senza per questo divenire eurobori musicali (accorgimento del resto condiviso con i più illuminati gruppi della scena coeva: da “Overdose” (1987) i Miracle Workers sposano il Detroit sound, e sulla stessa linea li seguono i nostrani Sick Rose di “Shaking Street” (1989), per non fare che due esempi) e, forse unici, tentano un’apertura delle sonorità garage verso l’hard rock classico anni Settanta (con il quale, del resto, condividono il dualismo chitarra-tastiera nella costruzione dei brani e delle atmosfere), amplificando la propria vena macabra e giungendo quindi ad un’ipotesi sonora nuova, che potremmo battezzare hard-garage (petaloso, no?). Ipotesi che, però, nessuno, nemmeno gli stessi Fuzztones, si prenderà la briga di indagare e sottoporre a verifica, preferendo liquidarla come un cul de sac dettato da contingenze mercantili e temporali e dimenticarla quanto prima. Peccato, perché il rock ne avrebbe potuto beneficiare, perché ne sarebbe potuto venire, oltre che un grande album, anche qualcosa di nuovo. D’altronde, perché qualcosa di nuovo esca fuori, in calore è meglio.

Andergraund Saund 2

“Mentre parliamo fugge il tempo invidioso”, sentenzia il satiro, e anche il rock ‘n’ roll non è che stia proprio lì ad attenderci. Le cose si muovono persino qui da noi, dove tutto sembra perennemente afflitto da un immobilismo secolare: infatti, il sottobosco musicale partorisce a getto continuo valide realtà, che provano a riproporre o ad aggiornare certe sonorità ormai consolidate, in taluni casi riuscendoci con personalità e competenza. Ecco, quindi, un altro piccolo resoconto dal fermento musicale italico, anche stavolta senza pretesa alcuna di completezza, ma solo per segnalare proposte meritevoli di ascolto ad avviso dell’autore. Come sempre, l’invito è ad attenersi al principio support your community, perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno, e tutto cadrà. Pensateci. Buon ascolto.

MONDO NAIF
Mondo-Naif-Turbolento
Il trio di Montebelluna (TV) ha già all’attivo due album in pochi anni, l’ultimo dei quali, “Turbolento”, è uscito esattamente un anno fa, a gennaio 2015. Il suono si orienta decisamente verso lo stoner, che, però, è qui non filologico ma personale, per merito di due distinti accorgimenti: gli efficaci ed evocativi testi in italiano, di evidente ascendenza “onircotica”; gli inserti prettamente psichedelici e spaziali (il sax avvicina Aquilone agli Hawkwind, e le orchestrazioni curate da Nicola Manzan, a.k.a. Bologna Violenta, rendono Belfegor ancor più puteolente di zolfo), che plasmano la nera e monolitica materia in senso maggiormente creativo, dal punto di vista sia sonoro sia concettual-tematico. Gruppo da tenere d’occhio, perché interessante già ora e comunque in crescita. Sinceratevene qui.

FAZ WALTZ
Faz Waltz - Move Over
I Faz Waltz sono un effervescente trio comasco, guidato dal compositore, cantante, chitarrista e tastierista Faz La Rocca, che guarda agli anni Settanta come all’età dell’oro e infatti si propone di riportare in auge il più ridanciano e festaiolo glam rock inglese dei Settanta (quello di Sweet, Slade, T.Rex e Gary Glitter), aggiungendovi una punta di saturazione hard rock (AC/DC) senza, però, scordare la melodia del power pop più robusto (Cheap Trick). Ad oggi hanno all’attivo tre album e alcuni singoli, nonché concerti in ogni angolo d’Italia, anche di spalla a nomi prestigiosi. L’ultimo lavoro, “Move Over”, data 2014 e, pur senza rilevanti scarti qualitativi rispetto alle uscite precedenti, è forse il più completo in termini di compiuto amalgama delle influenze, anche se un degenere genere del genere si apprezza meglio dal vivo, con una bionda/rossa/scura (birra o altro) in mano e in bocca. È qui la festa.

ISAAK
isaak - sermonize
Questi genovesi sono una delle eccellenze nel brulicante panorama nazionale stoner-doom, e per averne conferma basta ascoltare il loro ultimo album (ad oggi il terzo) “Sermonize”, uscito a dicembre 2015: un suono possente e tossico, partorito da quattro barbuti individui che si prefiggono il solo scopo di sciogliere la faccia dell’ascoltatore a suon di decibel, nel mentre assestandogli pure qualche martellata sul cranio con una clava d’ossidiana. Dodici brani di minutaggio contenuto (mai sopra i cinque minuti) suonati con gli amplificatori che fumano e i denti digrignati (non sempre, però, perché la fame chimica è esigente), sorretti da riff e ritmiche imponenti come un menhir di basalto. E non tragga in inganno l’approccio lievemente psichedelico (alla maniera dei Dead Meadow) che filtra qui e là, perché le radici e le intenzioni degli Isaak sono racchiuse nelle cover che completano gli ultimi due album: Wrathchild su “The Longer The Beard, The Harder The Sound”, Yeah dei Kyuss su “Sermonize”. Autentica eccellenza italiana, da gustare (oltreché live, ovviamente) qui.

THE SWEDE
the swede - rock n roll is undead
Questi cinque astigiani hanno la fregola del rock ‘n’ roll più elettrico ed elettrizzante, quello che germina spontaneo o quasi nelle cantine e nelle autorimesse del mondo. Ne è testimonianza il loro debutto discografico, uscito nel 2015 per l’attiva Go Down Records e costruito su una trascinante e coinvolgente mistura di garage, punk e hard rock, debitore alla Scandinavia tanto quanto a Detroit e New York. L’apertura con Sea Of Blood è già a rotta di collo, e anche il resto mantiene ritmo ed adrenalina ad alti livelli. Ad onta di un’originalità scarsa o nulla, i The Swede hanno partorito un LP solido e godibile anche per ripetuti ascolti, inserendosi perfettamente nella scena hard ‘n’ roll italiana e contribuendo (assieme ad altre solide realtà come King Mastino, Small Jackets e Diplomatics) al suo ottimo stato di salute. Passate a trovarli qui.

Giganti sulle spalle dei giganti: The Sonics – This Is The Sonics

the sonics - this is the sonics

L’sms mi inchioda nel tardo pomeriggio: “Allora 8:30 davanti al cinema?“. Porca puttana. Avevo provato la tecnica del fingersi morto ma niente, non è andata. Ma vaffanculo.

Un film sui Pink Floyd poi! A me che dei Pink Floyd non è mai fregato un cazzo. Anzi no, non è esatto: a me che i Pink Floyd hanno sempre fatto cagare. Ecco, l’ho detto. Passi il rispetto per il genio tragico di Syd, la psichedelia pionieristica e tutto il resto, ma dal primo istante in cui ho sentito la loro musica li ho trovati dei pretentious wankers, come direbbero i nostri amici da Dover in su, e non fatemi tradurre ché ci son le signorine. Che poi nemmeno di un film sui Pink Floyd si tratta, ma di “Roger Waters The Wall”, una specie di documentario tratto dal faraonico tour a celebrazione del venticinquennale del disco omonimo, tenutosi nel 2014. Un film su una rockstar settantenne che usa scenografie da milioni, turnisti lautamente prezzolati e canzoni vecchie come lo Zimbabwe per vincere i suoi complessi. E con il futuro lavorativo appeso a un filo, e dopo una giornata passata gomito a gomito con gente che perlopiù anche no (“Ma che freddo! Ma perché sono nata in ottobre?” “Perché in gennaio era freddo“. Ha ha.) a fare cose che sì vabbè però, figurati che voglia che ho di trovarmi another dick in the hole. Provo a inventare scuse credibili come una promessa in campagna elettorale, ma ormai ho detto che sarei andato e la malcapitata destinataria non si merita un bidone così a ciel sereno. E quindi il quieto vivere (leggi “senso di colpa”) ha il sopravvento: “Arrivo per le 8:45, in caso prendi tu i biglietti“. Risposta: un cuore da chat, di quelli grandi e pulsanti. Ma vaffanculo.

E allora, visto che a quel punto è già sera, infilo a rapide falcate la porta della palestra, per espettorare almeno sul piano fisico il veleno che covo interiormente. Ma subito mi faccio ridere dietro dagli astanti, perché imposto sul lettore mp3 The Last Act Of Defiance (che, per inciso, condivido, soprattutto l’iniziale “The prison system, inherently unjust and inhumane…” eccetera eccetera, anche perché abito vicino al carcere ed ogni passaggio lì in fianco mi conferma che Johnny Cash non ci aveva capito nulla, perché là dentro la gente non sta a sospirare ascoltando i treni che passano, ma si ammazza a mani nude) e corro sul tapis roulant facendo air drumming in maniera sgraziata e plateale; operazione ripetuta immediatamente dopo, al suono di “Enemy Of God” dei Kreator, perché passare per cretino agli occhi di idioti è una voluttà da fine gourmet. Un altro paio di giri tra le macchine, doccia fugace e via nella ventosa notte autunnale coi capelli bagnati e il maglione a righe rosse e blu stile Nicke Royale, che, rifletto mentre raggiungo a rapide falcate il cinematografo con gli Hellacopters nelle orecchie, ho indossato quasi per caso e adesso può diventare una sorta di inconsapevole talismano. “Ma sì, mi porterà bene per la serata!”, mi incoraggio. Poi, però, ci penso sopra un attimo e casca il palco:”The Wall”. In concerto. Del solo Waters. Per almeno due ore. Ma vaffanculo.

Il film non era neanche male: mi sono addormentato solo due volte. E proprio per fugare il rischio di un’altra sonnolenza musicalmente indotta nei giorni seguenti mi sono immerso nell’ascolto di cui mi accingo a riferire. Con buona pace di Waters. Ah, Roger: se tutti quelli che hanno perso il padre in guerra ci avessero inflitto polpettoni del genere saremmo tutti come minimo diabetici. Ma v…eniamo al dunque.

Nessuno di noi, io che scrivo e voi che leggete, potrà mai capire fino in fondo l’impatto dei Sonics. E’ semplicemente al di fuori della nostra portata, per motivi essenzialmente anagrafici (quanti di noi erano ascoltatori attivi di rock ‘n’ roll già a metà degli anni Sessanta?) o, in subordine, geografico-culturali: in Italia i Sonics sono arrivati ben più tardi del momento del loro apogeo in terra americana e comunque in ambito anglofono, e cioè a metà dei Sessanta. Eppure i Sonics sono un classico del rock ‘n’ roll, roba da isola deserta nientemeno. A volte, però, è difficile riconoscerli come classico, e ciò essenzialmente per due motivi: perché se ne ignora completamente l’esistenza, essendo magari affaccendati in ascolti diversi o comunque non interessati alla filologia rock; oppure perché la loro influenza è così penetrante e capillare nel rock ‘n’ roll che la si dà in un certo senso per scontata. Anche senza contare il punk e il grunge, che da subito guardarono ai Sonics come padri putativi, persino i fanatici di garage si sono avveduti dei cinque di Tacoma via uno dei tanti revival che hanno interessato questa viscerale forma di rock nel corso dei decenni, in primis quello (è il caso di dirlo) oceanico degli anni Ottanta, e quindi hanno acquisito familiarità e intimità con pagine essenziali di questo genere quali The Witch, Cinderella o Strychnine solo ex post, spesso ampiamente.

Difficile, quindi, cogliere la portata deflagrante dei Sonics, il loro prendere il rock ‘n’ roll più selvaggio, quello nero dei Fifties, e rileggerlo aggiungendovi un sesquipedale tasso di ruvidezza sonora e una frenesia ritmica mai udita o quasi nel rock di allora (ma anche per tutti gli anni Sessanta, fino a “Kick Out The Jams”). E però siamo tutti scusati, perché, come ricorda William Ruhlmann quando recensisce per la AllMusic Guide “#1 Record” dei Big Star, il problema di arrivare tardi su un’opera lodata come influente è che probabilmente ti sei già imbattuto nelle opere che questa ha influenzato, e perciò le qualità di vera innovazione si perdono.

Breve riassunto: i Sonics si formano nel 1963 a Tacoma, nello Stato di Washington, da cui a stento proviene qualcosa di musicale ora e figuriamoci allora. Vi sono un organo, un sassofono, chitarra, basso e batteria, tenuti insieme da due dichiarati obiettivi: far ballare e assordare. Entrambi pienamente raggiunti con i primi due LP, “Here Are The Sonics” (1965) e “Boom” (1966), ambedue zeppi di incendiarie riletture di standard del rock ‘n’ roll giustapposte a deflagranti brani autografi e come tali divenuti due classici del rock più selvaggio di ogni tempo. Ma l’incantesimo dura poco, perché, con l’arrivo del ’67 e della Summer Of Love e il cambio di etichetta (dalla Etiquette alla Jerden), il gruppo perde mordente e viene scavalcato dall’onda psichedelica, che lo sommergerà al punto da impedirne il recupero persino nella seminale antologia garage-psych “Nuggets”, in quel 1972 ben più lontano di quanto il calendario segnasse. Seguiranno sparute antologie e diffusione tra i cultori di antichità Sixties (tra cui senza dubbio gente come Ramones, Dead Boys e Cramps), fino al definitivo sdoganamento per opera del garage revival di metà anni Ottanta, prima, e del grunge, poi. Da quel momento innanzi i Sonics sono un culto diffuso e consolidato, come è giusto che sia, e nel nuovo millennio, complice l’aria di nostalgia che si respira in ogni dove (musicale e non), sono tornati in pista quasi integri (3/6; non male, considerando che si aggirano tutti sui settanta e che, dei loro coetanei, gli unici ancora in giro con simili proporzioni di organico originale rispondono al nome di Rolling Stones), prima sul palco, poi, con sorpresa di tutti, su disco, inizialmente con un EP di materiale dal vivo, nel 2010, e infine con questo “This Is The Sonics”, uscito a febbraio scorso.

Cosa dire di originale e sensato su questo album? Innanzitutto che non è un esercizio calligrafico, buttato lì come scusa per intraprendere un tour. Non c’è tempo per tutto ciò, se hai passato i settanta e sei stato fermo per decenni. Ma nemmeno che si tratta di un disco dai suoni innovativi: la storia del gruppo non l’avrebbe consentito. Cos’è, dunque, “This Is The Sonics”? Troppo facile rispondere che non vi è contenuto nulla che già la copertina non annunci, però è proprio così: un concentrato deflagrante di rock ‘n’ roll anfetaminico ed eccitante, suonato con le palle sopra le mutande tanto quanto Agnelli portava il Rolex sul polsino, e il fatto che nella tracklist si rinvenga quasi subito una rilettura selvaggia ed azzeccata proprio di You Can’t Judge A Book By Its Cover non sposta di un millimetro i termini della questione; anzi, è significativo che la scaletta si apra con un’arrembante versione di I Don’t Need No Doctor, che a quell’età suona quantomeno coraggioso. E però veritiero, perché qui dentro ci sono i Sonics autentici, quelli del biennio ’65-’66, che suonano come se non fosse passato un giorno dall’alba del Vietnam e delle muscle cars, e infatti il suono roboante delle chitarre non proviene da effetti o pedali di sorta, ma dal puro e semplice volume sparato “to eleven” che distorce anche la migliore delle intenzioni (sonore e non). La potenza che trasuda, il coinvolgimento generato dall’ascolto, tutto ciò ha dell’incredibile, specialmente se si considera l’età dei musicisti e bene dice Federico Guglielmi quando osserva che un disco del genere “si direbbe opera di ventenni col pepe al culo e non di ultrasettantenni con tutte le ragioni per essere stanchi e disillusi“. Ecco, in questo senso “This Is The Sonics” è ciò che il titolo promette: sono i Sonics più autentici e che fanno quello per cui sono nati e per cui il mondo li tributa, e cioé suonare il rock ‘n’ roll in maniera no-nonsense, come si dice dalle loro parti; senza nascondersi dietro artifici di produzione, elaborate immagini di copertina o titoli accattivanti, perché una copertina praticamente monocroma, un’incisione in mono (ma, beninteso, da far tremare la terra; merito anche della produzione dell’ex Dirtbombs Jim Diamond, già dietro il mixer per i White Stripes, qui coadiuvato da Jack Endino) e un’affermazione di identità tra orgoglio e principio di non contraddizione bastano e avanzano per ricordare al mondo che essere stati giovani intensamente non vuol dire riuscire ad esserlo per sempre. Per dirla in guisa capitolina: “Roger, c’hai settant’anni. Stacce“. Stacce. E vaffanculo, ché questi sono i Sonics.

Armatevi e partiamo: Imperial State Electric – Honk Machine


Mi piacerebbe dirvi che per scrivere questa recensione ho atteso di ascoltare attentamente il disco, cogliendone le singole sfumature, ma la verità è che il 21 agosto, quando “Honk Machine” venne lanciato sul mercato, ero in ferie in un posto dove questo genere di cose non arriva (non agevolmente, quantomeno). E quindi mi sono procurato il disco al mio ritorno, qualche giorno fa, e dopo qualche ascolto (ma solo perché l’intero LP dura 32 minuti: non brillo per pazienza con i dischi) posso infine riferirne con una certa qual contezza.

A mia parziale discolpa posso dire che era necessario solo un po’ di spirito di osservazione, che avrei potuto fare l’esegesi della copertina senza ascoltare il disco e non ci sarebbe stato molto da aggiungere sulla musica. Guardatela anche voi: in alto campeggia la scritta “STEREO”, che fa il verso alla dicitura “MONO” stampigliata sul frontespizio dei dischi negli anni Sessanta, ed è dunque logico inferirne un omaggio alle sonorità di quel decennio. E poi i ritratti dei quattro musicisti, effigiati a mezzobusto all’interno di circonferenze, in guisa di icone bizantine: il leader Nicke Andersson e il chitarrista Tobias Egge, collocati nella riga superiore, sfoggiano ognuno una spilla al bavero della giacca, rispettivamente di Blue Öyster Cult e Big Star, a loro volta icone anni Settanta di certo hard rock evoluto e del power pop. Sessanta e Settanta, hard rock e power pop: sarebbe servito altro, onestamente?

Solo che individuare immediatamente le coordinate sonore non è tutto. Perché dopo bisogna capire com’è il risultato, se le influenze sono state usate saggiamente. Ecco, su questo versante (che è poi quello decisivo) ho qualche appunto: per la prima volta dopo cinque anni di carriera e quattro LP di materiale originale, dal punto di vista qualitativo gli Imperial State Electric non progrediscono ma consolidano. Si appoggiano laddove è ovvio trovarli, ma senza guizzi nella scrittura che li facciano apparire una volta di più per ciò che sono, e cioè la migliore rock band degli anni Dieci. Nella vena autoriale di Andersson comincia a farsi strada con insistenza un manierismo che rischia di diventare eccessivo, e infatti “Honk Machine”, contrariamente ai suoi predecessori, è afflitto da una certa quota di materiale interlocutorio, come la moscia e malinconica Colder Down Here o il pop fragoroso di Just Let Me Know, ad un passo dai Raspberries, cantato da Egge. Ma questa constatazione non deve distogliere dall’ascolto, perché il disco resta di livello medio-alto, con picchi di assoluta brillantezza laddove il songwriting, spesso forte del sodalizio tra la Stella Polare Andersson e la Croce del Sud Dolf de Borst, si volge ad esplorare le terre dei Sixties: la sfolgorante melodia jingle-jangle del singolo All Over My Head (indubbiamente il brano migliore), l’anfetaminica crociera sul Mersey di Maybe You’re Right e il lento soul Walk On By, con tanto di coriste e organo Hammond. Tra questi due poli qualitativi, una variegata commistione di soluzioni intermedie: il rock ‘n’ roll vitale di Guard Down e Let Me Throw My Life Away, il power pop biblico di Another Armageddon (notevole, tuttavia, l’interplay tra le chitarre alla fine dell’assolo, che cita That Smell dei Lynyrd Skynyrd), l’hard sferragliante di Lost In Losing You, che rimanda proprio ai BÖC, e del brano conclusivo, prodigo di chitarre soliste.

Insomma, aria di cambiamento, che persino i suoni particolarmente pastosi sembrano sottolineare: non più abbondanza di Detroit e New York, ma una spinta contemporanea in direzioni, quella del pop inglese anni Sessanta e quella dell’hard americano primi anni Settanta, se non opposte, quantomeno di non immediato accostamento. Ebbene, “Honk Machine” dice che l’accostamento funziona ma necessita di rifiniture. Le attendiamo fiduciosi, consapevoli fin dai tempi degli Hellacopters che non basta una nuvola a fare un temporale. D’altronde, è Nicke stesso a farcelo notare: dapprima il dubbio “Is that a dark cloud over my head?” (All Over My Head), quindi la risposta “Every cloud has a silver lining” (Another Armageddon). E dal vivo sarà senza dubbio un altro Armageddon, fatto apposta per rodare la “macchina del casino”. Attendiamo fiduciosi, per l’appunto.

Andergraund saund. L’Italia che rocca sotterra (suo malgrado, o forse no).

L’Italia è ben poco un Paese da rock ‘n’ roll, ma questo non significa che non ci sia gente che ci prova. Troppo urgenti, d’altronde, i sentimenti ai quali dà voce quel sound così essenziale e fisico, corporeo fino all’inverosimile e viatico ideale per ogni pulsione, confessabile o meno, dell’umano spirito. Ecco quindi fiorire anche da noi un folto sottobosco di proposte che declinano convincentemente modelli quasi sempre nati altrove ma introitati e compresi appieno, le quali scontano esclusivamente l’assenza di una scena (locali, etichette, agenzie di management, promoter di concerti) organizzata per sostenerne lo sforzo artistico e produttivo, soprattutto in vista dell’affermazione internazionale. Non immediatamente imputabile ai musicisti la loro carenza di visibilità, nondimeno il livello delle proposte merita lo sforzo di promuoverne l’opera (o anche solo l’esistenza), sia pure con il limitato passaparola che questo spazio consente. Ci proviamo, dunque, con l’avvertenza che la scelta dei nomi riguarda il gusto personale e, ovviamente, non esaurisce il novero delle realtà indipendenti italiane di qualità.

PUSSY STOMP Duo sardo composto dal bassista e cantante Maurizio “Vanvera” Vacca e dalla chitarrista Roberta “Skip” Etzi, i Pussy Stomp si avvalgono di una batteria elettronica per proporre un rock essenziale, dall’impostazione garagistica e dalle tinte blues, porto con piglio deviato e minaccioso, ancorché non scevro di una vena surreale e comica. Ne risulta un’ipotesi di Frankenstein assemblato con pezzi di Cramps, Suicide e Killing Joke. Il primo album “Guide For Shy Boys”, che segue l’EP di esordio “Super Slut”, è uscito a gennaio 2015. Li potete ascoltare qui, oltre che, meglio ancora, dal vivo. Pussy Stomp - Guide For Shy Guys

DESTROY ALL GONDOLAS Trio composto da ex membri di band di una certa fama nel Nordest, tutte stilisticamente differenti (l’hardcore de L’Amico di Martucci, il punk ‘n’ roll dei Gonzales e il thrash-core dei Minkions), i Destroy All Gondolas emergono dalla città sulla Laguna per ributtare addosso al pubblico miasmi pestilenziali di rock ‘n’ roll deviato, malsano come gli scarichi di Porto Marghera. Brani brevi e velocissimi, in cui l’impeto dell’hardcore si fonde con una vena surf, che però sanguina nero e non pastello, per un risultato che trasuda passione e competenza, ad un ideale crocevia tra i Venom e Dick Dale. Ad oggi hanno partorito un demo in cassetta e un EP in sette pollici di vinile, mentre si vocifera da tempo, e con trepidante attesa, di un LP. Fatevi infettare qui. Destroy All Gondolas

SULTAN BATHERY Nomati da una città del Kerala, questi quattro vicentini non disdegnano le visioni colorate di quell’angolo fatato e problematico di mondo, affiancandovi, tuttavia, copiose dosi di robusto garage made in the U.S.A., richiami alla migliore psichedelia e giusto qualche inflessione noise, ed immergendo il tutto in un azzeccato contesto lo-fi. La miscela è eccellente, e non casualmente l’autorevole etichetta americana Slovenly Records si è accorta del gruppo, che, in mezzo alla gran copia di EP e partecipazioni a raccolte, ha trovato il tempo per pubblicare l’ottimo LP omonimo, in cui una copertina trippy racchiude la colonna sonora di una magnifica esplorazione lisergica in dodici cartoni…cioè, canzoni. Pronti a partire? Andate qui e premete “Play”.
Sultan Bathery - Sultan Bathery

COCONUTS KILLER BAND Dopo avere affinato per un paio d’anni il suo rock ‘n’ roll crudo e trascinante suonando in tutti i locali disponibili, soprattutto sul versante adriatico della Penisola, a circa a metà dell’anno in corso questo sestetto pescarese ha pubblicato il primo album omonimo per la romagnola Go Down Records. Dentro vi si trova un interessante impasto di rock ‘n’ roll letteralmente inteso (quello dei Cinquanta), garage e Detroit sound, in cui genuine scariche elettriche si alternano a momenti più orgiasticamente danzerecci. Magari c’è qualche ingenuità da smussare (è un’opera prima, dopotutto), ma la sostanza c’è eccome. Inutile dire che sonorità del genere si apprezzano al meglio dal vivo e/o a volumi da codice penale. Qui un assaggio.
Coconuts KIller Band - Coconuts Killer Band

THE DIPLOMATICS Ne avevo trattato a dicembre scorso, in occasione del concerto veneziano per la presentazione del disco di debutto “Don’t Be Scared, Here Are The Diplomatics”. Ebbene, il quintetto regge non solo alla prova del palco (stage don’t lie, parafrasando Rasheed Wallace), ma anche a quella del vinile (solo in questo formato, infatti, troverete l’album, e il CD vi verrà dato in omaggio; vera e propria dichiarazione di intenti): Svezia e Michigan che prendono casa nel profondo Nordest, facendo tappa a Londra e magari anche a Sidney. Bella roba; sempre la stessa, ma fatta bene e da chi sa cosa vuol dire sudare e soffrire su una sei corde, dietro ai tamburi o contro un microfono. Il consiglio è di tenerli d’occhio, perché andranno da qualche parte. Per capire dove, passate qui.
The Diplomatics - Don't Be Afraid, Here Are The Diplomatics

Il lato chiaro della forza: The Empire Strikes – 1983

The Empire Stikes - 1983

La Svezia, lo sappiamo, è la terra promessa del rock ‘n’ roll, in tutte le sue forme. Ma la Finlandia è un’ottima seconda. Dalla terra dei laghi, infatti, provengono molte formazioni ascrivibili ad ambiti sonori anche molto diversi tra loro, tutte interessanti.

L’ultima scoperta sono i The Empire Strikes, quartetto di Helsinki che dietro un nome guerresco-stellare nasconde una passione per power pop e garage, non senza dimostrare una seria predisposizione per il pop-rock tout court. Un po’ come se Hellacopters e Oasis si trovassero chiusi nella stessa stanza e sgomitassero per uscire. “1983”, pubblicato a marzo scorso, è il primo LP del gruppo, ormai al terzo anno di vita, e va dietro a due EP senza titolo, il primo, uscito nel 2012, maggiormente incline al pop e il secondo, datato 2014, più orientato verso un suono aggressivo e rock ‘n’ roll. La nuova uscita vede il gruppo trovare la quadra delle sonorità sperimentate in precedenza, aumentando ulteriormente la freschezza melodica (“lo zucchero”, obietterà qualcuno; e non senza ragione) pur mantenendo vivo l’impatto chitarristico. Lavoro di buona qualità, trascinante ed orecchiabile quanto basta, “1983” segnala i The Empire Strikes come l’ennesima valida promessa proveniente dal Grande Nord. Vedremo che ne sarà di loro.

Nel frattempo, per meglio giudicare, li attendiamo in tour in Italia a settembre.

P.S.: l’opera omnia del gruppo è ascoltabile qui. Ricordatevi di fare i compiti per le vacanze.

E per lo ‘nferno tuo nome si spande: Last Drive – Underworld Shakedown

Last Drive - Underworld Shakedown

Di questi tempi si fa un gran parlare della Grecia, e non certo per i suoi meriti culturali o le sue bellezze inestimabili. Accodiamoci, dunque, allo stanco rito di mantenere alta l’attenzione sul Paese ellenico, culla della civiltà europea, ma riferendo di un aspetto particolare che lo riguarda, senz’altro marginalizzato ma non per questo irrilevante: il suo rock, o almeno parte di esso.

E’ cosa nota che l’Ellade ha una delle più alte densità al mondo di gruppi metal per abitante, e infatti da lì sono emerse autentiche eccellenze come Rotting Christ o Septic Flesh. Ma negli altri settori del rock, inteso in senso lato, l’estremità meridionale dei Balcani non ha espresso nomi di rilievo a livello internazionale, nonostante la solita, debita, isolata eccezione (gli Aphrodite’s Child, essenzialmente). Ma quella penisola non è rimasta insensibile alle vibrazioni musicali provenienti da molte miglia incontro al vento di ponente, e infatti anche qui, come altrove, è germogliata una scena di complessini dediti al rock ‘n’ roll più essenziale ed istintivo, proposto ad un pubblico sparuto in localini infimi e raccolto, bene che andasse, in singoli a 45 giri stampati con tirature carbonare. Questo vale, in particolare, per il movimento della neo psichedelia e del garage revival degli anni Ottanta: i fermenti internazionali non hanno colto impreparata la terra di Dioniso e Apollo, e, contrariamente ad ogni aspettativa o facilona previsione, si è costituito un circuito di dimensioni e qualità apprezzabili, la cui sede in Atene appare in un certo senso scontata.

E dell’underground rock ellenico la punta di diamante (o meglio, la statua crisoelefantina) sono stati i Last Drive. Nati come un trio nel 1983 e presto diventati un quartetto con l’aggiunta di un secondo chitarrista, i Last Drive (così battezzatisi dal nome di un cocktail locale) hanno per anni animato il sottobosco ateniese con un rock crudo e ritmato, discendente in via diretta dai suoni americani e inglesi dei Sessanta, e dunque surf, beat e rhythm & blues selvatico, peraltro senza scordare il rockabilly e i primordi più distorti della psichedelia. Perseveranza encomiabile e fruttuosa, perché, dopo tre anni di gavetta e la naturale confluenza a 7″, i quattro riescono infine a debuttare a trentatré giri con “Underworld Shakedown”, opera che cattura subito le attenzioni dell’ubiquo ed esigente pubblico del garage revival, movimento che proprio allora vive il suo apice qualitativo (in Europa certamente; basti pensare che in quello stesso 1986 escono anche gli stupendi esordi di Sick Rose e Creeps), con la sola forza del suo contenuto, essendo al tempo la Hitch-Hyke Records, l’etichetta per i cui tipi il disco vede la luce, una minuscola indipendente ateniese con a stento un anno di vita e risorse risicate ed inadatte ad un’adeguata promozione internazionale. Eppure a “Underworld Shakedown” i riscontri non mancarono, e per scoprirne i motivi basta procedere all’ascolto.

Apre l’album uno strumentale surf-punk come Me ‘N My Wings, dalle parti dei Dead Kennedys, e si prosegue, attraverso la malinconia di Valley Of Death, come dei Rain Parade adombrati, e la concitazione garagistica di Poison, verso la versione calligrafica ma esaltante del classicissimo surf Misirilou. E poi, quando anche l’irsuto rhythm & blues di This Fire Inside è trascorso e tutto sembra scontato, ecco l’inattesa svolta: Blue Moon, scritta nel 1934 da Richard Rodgers e Lorenz Hart e già proposta da una lista di musicisti che include Billy Eckstine ed Eric Clapton, i Mavericks ed ovviamente Elvis, viene riletta in una versione sbalorditiva di oltre sette minuti, sorretta da chitarre sferraglianti che coniugano drive e jangle, pop e psichedelia, R.E.M. e Hüsker Dü, con un risultato non tanto distante, per coordinate sonore e qualità, dagli Screaming Trees, all’epoca debuttanti anch’essi. Ma dura poco, perché Sidewalk Stroll e The Shade Of Fever fanno irrompere nuovamente dagli altoparlanti il rock ‘n’ roll più osceno e malsano, i cui suoni scarni sono annegati nel riverbero e il cui beat vellica i più bradi istinti, come da lezione Cramps. E’, quindi, ancora una rilettura a stravolgere le carte del disco: stavolta si tratta di Every Night, cover delle meteore americane The Human Expression, pura foschia policroma di matrice psichedelica che si acconcia alla foggia doorsiana mercé un organo lugubre e una voce dimentica dell’usuale sguaiatezza per farsi improvvisamente ambasciatrice dell’altro lato della coscienza. Un gioiello, ma, a questo punto, l’ascoltatore è navigato e sa che con i Last Drive la ruvidezza rock ‘n’ roll è sempre dietro l’angolo, e infatti The Night Of The Phantom, prestata dagli oscuri Larry & The Blue Notes, non fa mistero della sua origine texana, lo Stato della Stella Solitaria essendo risaputamente la patria ultima del cosiddetto Sixties punk. A chiudere, infine, il caos di Repulsion, che effettivamente suscita in parte ciò che il titolo promette affidando i primi due minuti e mezzo a distorsioni pungenti e feedback chitarristici latenti, che sferzano senza ragione il brano impedendogli di trasformarsi subito in un valido stomp che congiunge, una volta di più, eccitazione rhythm & blues e cavernosità surf. E quando anche l’ultimo bending è sfumato, il display segna nuovamente 43:06: minutaggio sufficiente per delineare un progetto stilistico senza gravare inutilmente l’ascoltatore. Merito anche di una produzione asciutta ma perfettamente calibrata e dalla dinamica sufficientemente ricca per far emergere le molteplici sfumature ed influenze sonore; risultato poco meno che incredibile per un disco proveniente dal circuito indipendente e ancor più encomiabile se si considerano i precari mezzi della scena greca del periodo.

Aggiunge poco sul contenuto di “Underworld Shakedown” il fatto che i fermenti da esso suscitati consentirono ai suoi autori di girare l’Europa (Germania, Olanda, Francia e persino Italia) all’inizio del 1987, a fianco di grandi nomi come Fuzztones, Creeps e Stomachmouths, ottenendo persino l’interessamento dell’importante etichetta di settore Music Maniac Records e la produzione di Peter Zaremba dei Fleshtones per l’album successivo, “Heatwave”, uscito nel 1988 e già discosto dalle più tipiche influenze Sixties in favore di un approccio quasi psychobilly, mentre il successivo “Blood Nirvana” (1990) sposterà ancora l’asse, stavolta verso un rock più saturo e quasi hard, come degli ultimi Miracle Workers con una distinta vena Velvet Underground.

In una discografia di livello (i primi tre LP sono tutti validissimi; dei successivi ammetto di non avere contezza, ma il fatto che il gruppo sia ancora in attività sia concertistica sia discografica depone nel senso della sostanza più che dell’apparenza), il debutto dei Last Drive assume forse il maggior valore simbolico, ed infatti è l’unico album del gruppo che, sia per la qualità intrinseca della musica sia per il fanatismo e il proselitismo degli adepti del Sixties sound (al quale era essenzialmente rivolto), ha da subito assunto la qualifica di “disco di culto”. Qualifica che, però, è in uno riconoscimento e condanna: riconoscimento del potenziale tellurico dei solchi, ma condanna a dispiegarlo nel mondo sotterraneo. Poco male, perché l’inferno è un posto pieno di amici, e, soprattutto, è in grado di mettere paura ai vivi. E i Last Drive, come tutti i Greci, lo sanno bene.