Un altro immondo è possibile. Francisco-san sindaco del Biafra.

jello biafra
Nell’autunno 1979 Eric Boucher, da Boulder, Colorado, si candidò a sindaco di San Francisco. Aveva già dimostrato di avere le idee chiare, d’altronde: il giugno precedente aveva pubblicato il singolo California Über Alles con il gruppo di cui era cantante, i Dead Kennedys, aveva fondato l’etichetta discografica Alternative Tentacles e si era costruito una crescente reputazione di terrorista culturale, a cui la candidatura forniva la definitiva credibilità. Per ammissione dello stesso protagonista, la decisione era maturata dopo un commento fatto dall’allora membro del gruppo Bruce “Ted” Slesinger, che gli si era così rivolto: “Jello, sei talmente polemico che dovresti candidarti a sindaco.“. Detto, fatto: furono raccolti millecinquecento firme e novecento dollari, perlopiù con iniziative promozionali autogestite come i concerti punk, e venne formato uno staff di volontari, che comprendeva tutti i membri dei Dead Kennedys, il promoter Dirk Dirksen, il fanzinaro Mickey Creep e altri elementi della fervente controcultura cittadina. Le scelte, naturalmente, si rivelarono in linea con le intenzioni anarcoidi e situazioniste: il motto della campagna elettorale, “There’s always room for Jello“, venne mutuato integralmente dallo slogan pubblicitario della gelatina Jell-O, e il programma, vergato dallo stesso Jello Biafra su un tovagliolo durante un’esibizione dei Pere Ubu, conteneva non poche proposte di portata dirompente e causticamente sarcastiche. Tra queste:

  • obbligare gli uomini d’affari a indossare abiti da clown all’interno dei confini della città;
  • far eleggere i poliziotti dagli abitanti dei quartieri che sarebbero poi stati chiamati a pattugliare;
  • abbattere il Pier 39, centro commerciale e turistico della città, inaugurato il 4 ottobre 1978;
  • legalizzare l’occupazione di edifici vuoti o per i quali non venivano pagate regolarmente le imposte;
  • pagare i disoccupati per chiedere la carità nei quartieri ricchi;
  • vietare le automobili in tutta la città;
  • erigere statue di Dan White (il consigliere comunale che nel 1978 uccise il sindaco George Moscone e il consigliere gay Harvey Milk) e far vendere dall’amministrazione cittadina dei parchi uova, pietre e pomodori marci con cui bersagliarle.

Inutile dire quale fu la reazione dell’establishment a tali proposte, ma la campagna elettorale proseguì comunque inarrestabile, forte del supporto di uno zoccolo duro e agguerritissimo di sostenitori, che partecipò ai comizi con ilarità consapevole e slogan che denotavano condivisione del progetto (“Cosa succede se vince?“, “Se non vince mi uccido“, “Apocalypse Now” e altri ancora). Le iniziative, poche, prevedevano di indossare la t-shirt della precedente campagna elettorale del rivale Quentin Kopp e in un’occasione Jello si presentò a spazzare le foglie nel giardino della ricca avversaria, nonché consigliera comunale uscente, Dianne Goldman Berman Feinstein, in polemica con la di lei precedente iniziativa di farsi fotografare a pulire le strade di un quartiere degradato di San Francisco. Il culmine fu una marcia in cui Jello Biafra provvide a fare ciò che fanno i politici in campagna elettorale, ossia “shaking hands and kissing babies“; anzi no, “shaking babies and kissing hands“, e quindi coerentemente agitò neonati e baciò mani davanti agli sguardi dei media stupefatti e degli astanti divertiti. E poi venne il 6 novembre 1979, il giorno delle elezioni.

Allo spoglio, la sorpresa: gli oltre seimilacinquecento voti racimolati dal lider dei Kennedy Morti, pari al 3,79% del totale, costrinsero la Feinstein e Kopp al ballottaggio, poi vinto dalla prima, che rimase sindaco della città per dieci anni, fino a quando venne eletta in Senato (prima donna della California), dove tuttora siede, il più anziano senatore attualmente in carica e, dovesse riuscire a completare il mandato in corso, la donna che più a lungo ha ricoperto un seggio in Senato nella storia degli Stati Uniti. Superlativo. Superlativi.

Jello Biafra non se la prese a male: nel 1980 era fuori “Fresh Fruits For Rotting Vegetables”, uno dei dischi fondamentali del punk, e la vicenda Dead Kennedys iniziava la sua ascesa, finendo per schiantarsi nel 1986 e aprendo ulteriori spazi per un’intensa attività controculturale del nostro (musicale, editoriale e politica, con il comizio durante le proteste contro la WTO a Seattle nel 1999 e la candidatura alla presidenza nel 2000 con il Green Party) che prosegue intatta fino ad oggi, in particolare con l’ultimo progetto musicale, eloquentemente intitolato Jello Biafra & The Guantanamo School Of Medicine. L’idea di diventare sindaco non si è mai più materializzata, ed è valutazione rimessa al singolo se si tratti di volontà di incidere su un bacino più ampio in forza di un’ottenuta maggiore visibilità o di opportunismo misto a perdita di contatto con la collettività di riferimento.

Sono passati quarant’anni da quell’esperimento, e non ne constano emulazioni altrettanto emulative in alcuna parte del mondo. Resta, quell’esperienza, a memoria di un decennio, che, nelle una volta di più mirabili, definitive persino, parole del solito ineguagliabile Eddy Cilìa, ha avuto il merito di caratterizzarsi per “un’irriverenza di fondo che, a partire più o meno dal giro di boa degli ’80 e irrimediabilmente dai primi ’90, la prevalenza del “politicamente corretto” ha interdetto per sempre. Non c’erano vacche sacre negli anni ’70 – potevi sfottere i Beatles, irridere la Regina e appropriarti magari con orgoglio di parole come “nigger” o “queer” (persino battezzare la tua band Pistole del Sesso, oppure Mogli Abusate) – e di proibita, in quanto disdicevole, c’era solo l’ipocrisia. Quella che ci fa chiamare “non vedente” un cieco e a me, se fossi cieco, a sentirmi chiamare “non vedente” girerebbero i coglioni“. Ma anche come monito, a svegliarsi prima che sia troppo tardi, a provarci seriamente a prendere in mano il nostro destino, a non aver paura di dire che il re è nudo, magari su Re Nudo.

Ma noi no, siamo pigri. Pigri di Mompracem. E ci manca solo che ci governi Sandokan.

It’s tough, kid, but it’s life.

Per me si va tra la perduta gente: Perturbator – Dangerous Days

PERTURBATOR - Dangerous Days - Artwork by Ariel Zucker Brull
Ci apprestiamo a bombardare la Libia. Con i russi ci guardiamo di nuovo in cagnesco. Un ultraconservatore tenta la scalata alla Casa Bianca. L’Intifada vive nella lotta. I jeans sono di nuovo stretti ed elasticizzati. Le scarpe da ginnastica arrivano alla caviglia. L’ultimo film di Rocky è uscito a gennaio. Cosa manca?

Manca Perturbator. Al secolo James Kent, e quelli più addentro alle cose di rock e dintorni dovrebbero avere inferito un’ascendenza illustre del nostro dal cognome che porta: lo stesso di Nick Kent, firma di punta del NME negli anni Settanta; una sorta di Lester Bangs inglese, poi avviluppato nelle maglie della tossicodipendenza ed infine riparato a Parigi, dove ha messo su famiglia con una collega, dando vita, appunto, al nostro uomo. Che, spinto dall’emulazione verso quell’ingombrante lascito avito, si è inoltrato con convinzione nella creazione musicale, dapprima come chitarrista in formazioni black metal, quindi in proprio, sotto la sigla Perturbator, dietro una tastiera (in ambo le accezioni). La produzione che ne risulta è frutto di una passione che si indovina intensa per le atmosfere oscure di certa produzione cinematografica, musicale e letteraria degli anni Ottanta, di area fantascientifica e horror: William Gibson, Blade Runner”, le colonne sonore (e i film) di Stephen Carpenter, Harold Faltermeyer, Jan Hammer, i Goblin, i Daft Punk. E senza dubbio molto altro, le cui individuazione ed elencazione mi sono precluse dalla limitatezza delle conoscenze in materia. Il coefficiente di nerdismo va aumentato.

Dal 2012 Perturbator ha prodotto quattro EP e tre LP, tutti orientati verso il suono synthwave, come viene ora definito, nell’ennesima rincorsa al sottogenere che tanto piace a noi irrinunciabili del discorso musicale. Con risultati più che egregi, lungi dall’effetto nostalgia fine a se stesso e calati invece nell’attualizzazione di coordinate stilistiche ed estetiche sì tipiche di un’epoca, ma latrici di uno scenario (quello di un futuro distopico di tecnocrazia imperante ed assortite miserie umane) sempre attuale ed, anzi, vieppiù concretizzabile. In altre parole: non è Perturbator ad essere nostalgico di Terminator, è il futuro che continua a non essere più quello di una volta. Anzi, ad esserlo sempre meno.

“Dangerous Days”, uscito nel 2014, è l’ultimo lavoro in ordine di pubblicazione: il prossimo, “The Uncanny Valley”, vedrà la luce (facciamo l’ombra) a maggio. Non è forse il miglior disco di Perturbator, ma è difficile dire quale lo sia, vista la sostanziale omogeneità stilistica e qualitativa del corpo d’opera considerato. Senz’altro, però, “Dangerous Days” è uno dei più affascinanti viaggi possibili nei bassifondi della megalopoli globale, dove i neon rischiarano la pioggia perenne e i cyborg si rottamano alla stessa velocità di un portatile. Un viaggio denso di insidie melodiche (non può piovere per sempre; lo sappiamo da ormai ventidue anni) ma comunque senza speranza. Insieme un sospiro di nostalgia con lo sguardo volto indietro e un brivido di inquietudine, quando non una smorfia di terrore, che colora la fissità delle pupille nell’innanzi. Musica immaginifica per macchine umanoidi con organizzazione sociale stratificata.

Perturbator è una scoperta recente. Mi è stato suggerito da un amico di lunga data, che ha così saldato il suo debito, contratto quando, sui banchi di scuola, primamente lo introdussi alle maraviglie della chitarra distorta (si partì da Kiss e Megadeth, innescando una valanga che finì per travolgere anche me). Fedele al suo spirito di condivisione, ho fatto ciò che consiglia un utente della AllMusic Guide: “Just give it a listen. If you like it, tell your friends, and listen to it again.“. Dai destinatari del mio suggerimento ho ricevuto risposte contrastanti, che vanno da “Humans are such easy pray Verso la fine Mi son sborato in braga Tanto tanto Con le cuffie nuove che ho È meglio di una sega” a “Sembra un po depeche mode Dai, non è male se ti fai di droghe sintentiche È una specie di jean michael jarre per alternativi“; io stesso devo ancora capire come la penso in materia.

Nel dubbio, lo dico ai miei amici: andate qui e fatevi un’opinione (notare, oltre lo streaming gratuito, la vendita ad offerta libera e senza limiti minimi). Io torno ad ascoltare il futuro. Che non è più quello di una volta. Anzi no, lo è.

E i falò elettrici: Tuxedomoon – Half-Mute

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Rimango mezzo muto, Luna in smoking:
riflette il tuo pallor gelo meccanico,
spettrali dissonanze cacofoniche
e battiti di cuore artificiale.

Non sentimenti nobili rimanda
il suono del satellite elegante,
né estatiche visioni colorate
o d’armonie divina congruenza.

Ma scricchiolii sinistri ed elettronici,
frammenti lancinanti di sassofono,
volteggi di violino tenebroso
e lugubri ritocchi di campana.

Distante monocorde recitato,
sghemba intonazione ïl suo esoscheletro,
diffonde litanie ossessive e asettiche,
squarci del conurbato formicaio.

E pare un resoconto della vita
in una megalopoli spietata,
palazzi di metallo senza vetta
e asfalto nero che ricopre i vicoli.

Da un neon insufficiente rischiarati,
mentre i bidoni colmi di rifiuti
fa sibilar nel buio il vento freddo
e in lontananza il traffico ruggisce.

Eppur non c’è violenza in questi solchi,
ma solo astratte forme e linee fratte,
d’acmi geometrie e di ellissi e cerchi:
Piet Mondrian commensale a Brian Eno.

Da trentaquattro anni mezzo muto
e stupefatto lascia chi s’arrischia
nella diversità, laddove il nero
della cravatta fonde in quello cosmico.

E a splendere continua questa Luna,
vinile nero che nel ciel si staglia
auricolare a rischiarar le terre
dell’abito elegante ormai dimentiche.

Sei piena ad ogni giro, Luna in smoking,
né mai consunto è il sobrio raso tuo
ed ogni volta che dischiudi note
rimango nuovamente mezzo muto.

Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare: H.R. Giger (1940-2014)

È notizia di oggi che Hans Ruedi Giger è morto in ospedale, in conseguenza delle ferite riportate da una caduta. Avevo questo articolo pronto da qualche tempo, e la sua pubblicazione in data odierna, prima ancora di venire a conoscenza della grave notizia, mi pare un segno del destino. Valga, quindi, come tributo all’opera del grande artista svizzero.

hrgiger

Con quella faccia, come minimo ti fa sobbalzare sulla sedia al primo sguardo. Lineamenti duri e irregolari, sguardo fisso e quasi ossessivo, espressione spietata. Non parliamo del nome, poi: non bastava il cognome che richiama un altrettanto celebre contatore per misurare la radioattività (per destino e non per caso, mi piace pensare); ci si mettono anche le iniziali dei due nomi, due consonanti tipicamente teutoniche che, poste una di fianco all’altra, aumentano il sentore glaciale che già permea l’aspetto del nostro. H.R. Giger: leggete e dite se non sembra un classico caso di nomen omen. Ebbene, lo è.

Nato nel Cantone dei Grigioni nel 1940, Hans Ruedi Giger è uno dei più importanti artisti visuali del Ventesimo secolo. Probabilmente i critici non lo riconosceranno come tale, ma la sua influenza sulla percezione della civiltà industriale, dello sviluppo tecnologico e delle loro implicazioni in rapporto all’essere umano è profondissima: l’introduzione e l’esplorazione in campo artistico del concetto di “biomeccanico” (termine coniato da Giger stesso) fa capo a lui solo, e le sue personalissime visioni hanno interessato la totalità delle arti figurative: pittura, disegno, scultura, architettura, cinema, design; persino tatuaggi e illustrazione aerografata di automezzi. Non c’è aspetto della creazione artistica che Giger non abbia toccato in maniera personale ed immediatamente riconoscibile, mantenendo alcuni tratti salienti del suo stile, che permeano l’intero corpo d’opera: l’atmosfera cupa ed oppressiva, asettica e gelida; il ricorrente senso di morte (intesa come assenza di vita, non come sua cessazione) e alienazione industriale; la fusione inestricabile, e in un certo senso inevitabile, tra corpi e macchine, tra βίος e μηχανή, fino al completo annientamento di ogni essenza naturale, nella forma come nelle funzioni; una sessualità feticistica e perversa, a metà tra un ennesimo processo produttivo e un’estrinsecazione della volontà di dominio; il sarcastico simbolismo cristiano, che disvela il guasto nevrotico celato dietro la fede apodittica.

Spesso qualificato come surrealista, in realtà lo svizzero è esattamente l’opposto: un iperrealista. Solo un cieco, d’occhi o d’animo che sia, può infatti non vedere che gli incubi su tela/carta/metallo di Giger altro non sono che uno specchio nitido ed atterrente del mondo moderno: la testa allungata dell’Alien creato nel 1979 per l’omonimo film di Ridley Scott non è forse riconducibile alle malformazioni craniche dei nati in aree contaminate da radiazioni atomiche? E quei feti seriali dalle immense orbite vuote e con un cacciavite in pugno, racchiusi in proiettili pronti per essere introdotti nell’assurdità del mondo con uno sparo, raffigurati in “Birth Machine” (la prima versione, disegno su carta, è del 1967), non esemplificano al meglio l’asettica, replicante natalità in vitro che la moderna biotecnologia consente? Non è Giger che spaventa e inquieta: è la realtà.

Naturale che una proposta così radicale e innovativa, ma anche personale (frutto di una sensibilità distorta, pare, da disturbi del sonno e ricorrenti incubi), suscitasse riprovazioni ma anche ampia ammirazione e ispirazione per altri artisti; per i musicisti, in particolare, che nelle spietate raffigurazioni gigeriane hanno trovato un perfetto contraltare grafico per le atmosfere suscitate dalle loro associazioni di note (o anche solo un contenitore cool per i propri dischi). Visti i sentimenti di segno negativo che la sua opera è mediamente in grado di suscitare, sembrerebbe ovvio che si siano rivolti al nostro uomo principalmente, se non esclusivamente, musicisti dediti a sonorità cupe e violente; non è stato necessariamente così, perché le opere di Giger si ritrovano sulle copertine di molti album di diversa natura: dal magniloquente sinfonismo prog degli Emerson, Lake and Palmer al monolite metallico dal sapore ossianico dei Celtic Frost, dalla levità pop con sonorità sintetiche di Debbie Harry all’hard rock tecnico e policromo da Steve Stevens e i suoi Atomic Playboys.

Visto che questo blog tratta essenzialmente di musica e che la sua filosofia è quella di fornire al lettore alcuni elementi in grado di stimolarne la curiosità e spingerlo ad approfondire personalmente (e preso atto che la preparazione dell’autore in materia di arti figurative rende un’esaustiva trattazione di vita e opere di Hans Ruedi Giger quantomeno velleitaria), mi limito a segnalare alcuni dei lavori più significativi dell’artista elvetico in ambito discografico, equamente divisi tra opere realizzate su commissione e adattamenti di opere preesistenti. Lavori significativi tout court, perché molti di essi sono divenuti vere e proprie pietre miliari dell’illustrazione di area musicale, nonché uno dei motivi per cui, in certi casi, l’LP è preferibile al CD (ed entrambi al formato digitale).

walpurgis

Walpurgis – Walpurgis; LP con copertina apribile (1969)

brainsaladsurgery
Emerson, Lake and Palmer – Brain Salad Surgery (1973)

kookoointernal

Debbie Harry – Koo Koo; interno copertina (1981)

frankenchristposter

Dead Kennedys – Frankenchrist; poster allegato all’edizione in vinile  (1985)

tomegatherion

Celtic Frost – To Mega Therion (1987)

freedomforthe slaves

Pankow – Freiheit Fuer Die Sklaven (1987)

atomicplayboys

Steve Stevens – Atomic Playboys (1989)

hallucinations

Atrocity – Hallucinations (1991)

heartwork

Carcass – Heartwork (1994)

somewhereinnowhere

Dr. Death – Somewhere In Nowhere (1999)

melanachasmata

Triptykon – Melana Chasmata (2014)

Il Divo e il campione: Teho Tehardo & Blixa Bargeld – Still Standing

Immagine

Avant-garde is French for bullshit” John Lennon

Anche i geni sbagliano: anche l’avanguardia non è sempre “stronzate”. Non sempre la ricerca deve essere ostica alle orecchie; anzi, lo spessore compositivo sta proprio nel coniugare risultati insieme innovativi e apprezzabili al di fuori della ristretta cerchia di cultori della sperimentazione fine a se stessa. Ma riesce solo ad alcuni talenti eccezionali (Laurie Anderson, LaMonte Young, Philip Glass e John Cale sono quelli che mi vengono subito in mente, ma non sono certo gli unici), gli altri finiscono inevitabilmente da un lato o dall’altro della barricata: avanguardia o successo, élite colte o grande pubblico.

Potrebbe rompere questa rigida dicotomia il nuovo disco di Teho Teardo e Blixa Bargeld, già acclamato come la migliore uscita italiana del 2013 al Meeting delle Etichette Indipendenti. A ragione. Merito, a mio avviso, dello spessore delle personalità coinvolte, di estrazione simile ma a loro modo complementari.

Il primo, pordenonese classe 1966, è da sempre dedito alla ricerca musicale, vanta svariate collaborazioni con personaggi diversi come Scott McCloud dei Girls Against Boys e Mick Harris dei Napalm Death ed è un pluripremiato autore di colonne sonore (particolarmente notabile quella per “Il Divo” di Paolo Sorrentino).

Il secondo, berlinese classe 1959, incarna il concetto stesso di avanguardia: fondatore degli inveterati sperimentatori, e per decenni primattori del fermento culturale che caratterizza la capitale tedesca, Einstürzende Neubauten, chitarrista nei Bad Seeds di Nick Cave, solista di rara poliedricità (nel suo catalogo una raccolta di letture delle poesie erotiche di Bertold Brecht siede a fianco di una riscrittura musicale del romanzo “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq), regista, autore. Un’autorità, in due parole.

Insieme partoriscono un album stupefacente in più di un significato: quegli archi carezzevoli e scostanti, quegli arrangiamenti deliziosi e struggenti, quelle atmosfere ovattate e irrequiete sono alla portata di tutti, capolavori di sintesi tra pop, minimalismo e ricerca, ma possiedono un potere ipnotico, che esercita una presa totale sull’ascoltatore, assuefacendolo irrimediabilmente come il più efficace narcotico. Ambientazioni interiori di sapore cinematografico ma nessuna concessione allo stereotipo, nessuno scivolone nell’ovvio. Su tutto (ma forse sarebbe meglio dire “sotto tutto”) il recitativo profondo, baritonale di Blixa, di intensità emotive a stento sostenibili, distillato di un’anima che sa di essere condannata e irredimibile, che ha visto troppe cose e sa già come andrà a finire, tanto per cambiare. Italiano, inglese e tedesco mescolati insieme, senza soluzione di continuità; parole sulla musica e musica dalla parola. Anche per questo, richiedendo all’ascoltatore di padroneggiare tre idiomi, i testi non sono il primo aspetto che balza all’orecchio, ma ogni volta che l’attenzione si focalizza sul contenuto di quelle parole è un elettroshock, un richiamo ai nostri doveri di cogitantes (ergo entes). Un titolo su tutti: “Come Up And See Me” e il suo impietoso resoconto del palinsesto televisivo e dei suoi effetti.

Raro esempio di copula tra piacevolezza pop e ricerca sperimentale, “Still Standing” potrebbe davvero essere IL disco dell’anno, persino dal punto di vista di chi, come me, è aduso a ben altri ascolti e dell’avanguardia musicale sa punto o poco. Commentando un video del duo, un utente di YouTube ha osservato che “è come se mischiassi Deus e Captain Beefheart con una forte dose di Velvet Underground“: non saprei fornire definizioni migliori. Taccio, dunque, e ascolto.