…bisogna farsi gli italiani: The Backdoor Society – The Backdoor Society

Mentre tutto il mondo neo-Sixties guarda lontano, all’America o alla Francia, io focalizzo lo sguardo su Piacenza, e il perché è presto detto.

Innanzitutto perché è vicina a Salsomaggiore. E a Pisa. E poi perché ci sono i Backdoor Society. Quattro individui che, assunta la più classica testudo rock (voce-chitarra-basso-batteria), si studiano di ricreare il più selvatico suono del rhythm & blues nella concezione che ne avevano i gruppi europei a metà anni Sessanta, dopo l’esplosione del fenomeno Rolling Stones, con particolare riguardo a quella ruspante versione delle declinazioni più esuberanti della British Invasion (Pretty Things, Animals, Birds) emersa nei Paesi Bassi ad opera di formazioni come Het, Q’65, Motions e Outsiders e ribattezzata “Niederbiet”. Riuscendoci peraltro egregiamente, come è spesso proprio dei gruppi italiani che si cimentano nel genere, e dunque ottenendo riscontri, prima concertistici, in patria e all’estero, quindi discografici, ad opera dell’attivissima Area Pirata, che ad aprile ha pubblicato il loro primo LP, l’omonimo la cui copertina si può vedere sopra, sagace riassunto di stilemi nella sua mistura di op art prettamente Sixties e tinte da Honey Bee che ronza sulle acque fangose; blues e psichedelia insieme, una volta di più.

Se si dovesse credere al “Dutch Beat album of the year” con cui la rivista inglese Shindig, una delle voci più autorevoli in materia di suoni dei Sessanta, ha incoronato “Backdoor Society”, il risultato degli sforzi dei nostri piacentini in studio di incisione dovrebbe essere eccellente. Ma alla stampa è meglio non credere più di tanto, preferendo, in materia, l’orecchio all’occhio. E a verifica aurale l’album non delude, confermandosi una forza della natura, una scarica di energia in dodici tracce che trasporta nel mezzo della Pianura Padana il jungle beat di Bo Diddley come riletto dagli zeekapers del Mare del Nord, riuscendo a suonare sincero pur nell’evidente derivatività della proposta musicale. Perché, obiettivamente, come si fa a restare fermi davanti al tarantolame di Story No. 2, o al battito animale di Go On Home? O a non volersi far risucchiare nel powwow malsano di What’s On Your Mind, tra Dead Kennedys e il garage più ruspante? A dire il vero ci sarebbero anche un paio di ballate, giusto per riprendere un minimo di fiato, ma sono a fondo corsa, come Better Than Me, e comunque evolvono sempre da arpeggi jangly a convulsi due quarti di elettricità e blues con gli amplificatori Vox a palla. E la malia di “Backdoor Society” è, alla fine, proprio questa: che è un album di puro rock ‘n’ roll, suonato con le attenzioni melodiche dei medi anni Sessanta ma pur sempre puntato sugli istinti bradi dell’ascoltatore, e in questa sua miscela fa un ottimo lavoro, tenendo insieme più che egregiamente i due elementi, la melodia e l’impeto, non da ultimo per la prova dei musicisti e per la produzione, filologica senza estremismi e dunque funzionale a una efficace resa fonica.

Davvero una sorpresa, questo album; una bella sorpresa. O forse no, non si deve parlare di sorpresa, perché qui da noi le condizioni ambientali vi sono tutte affinché le realtà musicali autoctone possano dimostrare quanto valgono (quando valgono, naturalmente), supportate da etichette parimenti nostrane e credibili sul piano internazionale, e infatti tanto è successo in questo caso. Però noi italiani siamo bravi a sabotarci da soli, e quindi vale la pena di ribadire che in quest’ambito, in particolare quello del Sixties revival, non siamo secondi a nessuno; al massimo amari, e senza ghiaccio.

Io, comunque, spero di vederla dal vivo, la Backdoor Society. Anche solo per comprare una maglietta che esibisca il logo della sua ragione sociale. Maglietta da vestire con scopo scaramantico e premonitorio non meno che lubricamente predatorio. Perché nella Primogenita lo sanno che, fatta l’Italia, bisogna farsi gli italiani.

Andergraund Sound 7

MISCREANCE – FROM AWARENESS TO CREATION
Continua la serie dedicata al sottobosco musicale nazionale, con una puntata di sapore metallico. Stavolta tocca ai giovanissimi Miscreance, quintetto di Mestre che dalle ceneri dei thrasher Atomic Nightmare ha tratto lo scorso aprile questo demo di quattro canzoni (un breve intro e tre brani effettivi), che rifanno il verso al miglior death metal americano dei primi ’90 attraverso contorsioni strumentali ad alto tasso tecnico alternate a sfuriate a tutta velocità memori del thrash, in una sorta di connubio tra i Death di epoca “Symbolic”, i Cynic e i Watchtower. Nulla di nuovo sotto o dietro il sole, ma tutto fatto come si deve, e chissà che un pizzico di personalità di scrittura in più e un accordo discografico permettano a questi ventenni di fare un meritato salto di popolarità. Ultima notazione: se della perizia strumentale dei musicisti riferiscono i brani, la devozione dei metalhead emerge dal fatto che il demo sia disponibile solo in digitale o in cassetta. Qui ci sono le prove.

MUON – GOBI GOMOG
muon - gobi domog

Restiamo sempre nella Laguna Veneta, ma dall’altra sponda. La musica dei Muon, quintetto veneziano, trasuda umidità e pesantezza come la canicola estiva che investe la palude quando il cielo è color d’alluminio e la cappa attenta a benessere e raziocinio. Breve intro e quattro brani, il più breve dei quali supera i nove minuti, in un abisso di lentezza catacombale e sfibrante, riff pantagruelici e caracollanti, percussioni ossessive e spietate, senza che, però e miracolosamente, l’ascolto si trasformi in tortura. Ottimi i suoni, merito della beneventana e benemerita Karma Conspiracy, e riuscita appieno l’evocazione delle atmosfere di fangosa (Sarah)palingenesi suggerite già dalla copertina. A metà del guado tra Eyehategod e Yob, i Muon confermano che, quale che sia la sponda dell’oceano, una palude è una palude. Da qui in poi si resta impantanati.

Andergraund Saund 6

bee bee sea - sonic boomerang

BEE BEE SEA – SONIC BOOMERANG
Balza subito all’occhio che il nome del gruppo, tradotto letteralmente, significa “ape ape mare”, ma, foneticamente, anche (molto) altro. Questo trio mantovano ama i calembour e non ne fa mistero in “Sonic Boomerang”, uscito nel 2017 e zeppo di titoli accattivanti come “D.I. Why Why Why” o “Chum On The Drum“. Ma non sono solo i nomi dei brani o la caleidoscopica copertina a catalizzare l’attenzione, perché le otto canzoni di cui si compone questa seconda fatica discografica del gruppo costituiscono un gioiellino di rock che si districa tra ruvidezza garage, psichedelia della più accessibile e pop di ascendenza mod. Un frullato di Ramones, Jam, Mojomatics, Libertines, White Stripes e primi Stereophonics, si può dire. Non che tutto ciò non sia mai stato fatto prima e/o meglio, ma questo “Sonic Boomerang” resta grazioso, piacevole, coinvolgente e di consistente qualità per tutta la sua non eccessiva durata, ed ottiene proprio l’effetto che il suo titolo si prefigge: finito il giro si torna indietro e si ricomincia da capo. Scoperta sorprendente e certificazione del buono stato di salute del sottobosco italico, i Bee Bee Sea sono in tour per la penisola in questi giorni, e se vi capitano sotto tiro fare loro visita potrebbe rivelarsi un’idea migliore di quanto questo scritto non suggerisca. Per fugare i dubbi ci si rechi qui.

trick or treat - reanimated

TRICK OR TREAT – RE-ANIMATED
Il power metal è intrinsecamente musica da réclame degli gnomi che impacchettano i wafer, e i cartoni animati giapponesi contengono sigle che rimandano al medesimo senso di pacchianeria over the top, melodicamente accattivante, ritmicamente avvincente ed intrisa di un’epicità d’accatto ancorché irresistibile. E quindi era solo questione di tempo prima che questi due mondi si incontrassero, attesa anche l’abbondante sovrapponibilità tra i due pubblici di estimatori. Di questa chiusura del cerchio si incaricano i modenesi Trick Or Treat, che, forti di solide capacità tecniche, realizzano un progetto che non potrà non far sorridere i millennials cresciuti con il peggio (o forse il meglio) delle importazioni televisive di due-tre decenni addietro. E, nonostante alcune scelte “populiste” (Jem e le Olograms che ok però; Ken il Guerriero, quando al genere e all’operazione avrebbe maggiormente giovato la scelta della sigla in giapponese della seconda serie; Jeeg Robot d’acciaio), il disco funziona, tra soluzioni indovinate (Batman con chitarre maideniane in relativa e l’ottimo duetto tra Alessandro Conti e Roberto Tiranti; David Gnomo amico mio, già pubblicata in passato), una ricca messe di ospiti (oltre al citato Rob Tyrant, il guru del genere Giorgio Vanni, Michele Luppi, Steva Deathless dei Deathless Legacy, Michele Luppi, Damnagoras degli Elvenking e altri ancora) e, in generale, un’atmosfera di divertimento puro, tanto nell’intento quanto nella realizzazione. Ovviamente si possono avanzare mille obiezioni sulla scelta dei brani (ad esempio, io avrei incluso He-manConan – il barbaro, non il detective – ma sono gusti), però il senso e la riuscita dell’operazione non si sposterebbero di molto. Per una metà maideleine proustiana e per l’altra fanciullino pascoliano, “Re-Animated” funziona proprio per questa tensione tra nostalgia e passione, comunque filtrata attraverso il sano approccio ludico di cui si è detto, il quale, tuttavia, impedisce al disco di diventare qualcosa di più di un transeunte divertissement, obiettivo che forse nemmeno si poneva (e la realizzazione mediante crowdfunding sembra deporre in questo senso). Perché è vero che “mai, mai scorderai”, ma è anche vero che “il tempo passa per tutti, lo sai; nessuno indietro lo riporterà, neppure noi”. Coerentemente, non c’è un “qui” a cui in conclusione rimandare. (Ri)animatevi.

Andergraund Saund 5

NEW CANDYS – BLEEDING MAGENTA

new candys - bleeding magenta

Di realtà interessanti nel sottobosco musicale nazionale ce ne sono svariate, e dunque portarle all’attenzione dei lettori è solo questione di disporre del tempo necessario per scovarle, sviscerarle e scriverne. Ma quando all’orizzonte si palesa una scoperta, inattesa quanto folgorante, poterne far propaganda è un piacere prima ancora che un dovere morale. Per chi vi scrive, i New Candys sono questa scoperta.

Quartetto veneziano attivo dal 2008 e con un paio di singoli, un EP e due LP all’attivo, i New Candys si muovono nel variegato universo sonoro del rock indipendente con sicurezza e molto talento, e non è un caso se la loro mistura di Jesus And Mary Chain, shoegaze, grunge, Velvet Underground e certa psichedelia di ascendenza britannica (qualcuno, a ragione, ci sente i Black Rebel Motorcycle Club) ha attirato l’attenzione di una prestigiosa etichetta del settore come la londinese Fuzz Club. Proprio per i tipi di quest’ultima, infatti, ha visto la luce, il 6 ottobre scorso, “Bleeding Magenta”, terzo album e definitiva consacrazione della formazione. Non bastasse la stilosa copertina, in uno tenera e inquietante, le undici tracce che compongono il disco dimostrano una piena maturità compositiva e una totale padronanza strumentale, in cui i referenti sonori sopra citati sono amalgamati in maniera personale e, soprattutto, accattivante: le melodie non difettano mai, gli arrangiamenti fanno ottimo governo dell’alternanza dinamica e favoriscono la differenziazione dei brani, la produzione (opera del Fox Studio di Andrea Volpato) sottolinea ove necessario senza per questo comprimere la gamma dinamica e la resa fonica complessiva. Il risultato è un disco che avvolge l’ascoltatore in spire oniriche, trascinandolo in introspezioni qui dolci e là ruvide, ora torpide ora chiazzate di magenta color del rumore. E non se ne ha mai abbastanza.

Dire che è incredibile (massì, stupefacente) scoprire di avere un gruppo della qualità dei New Candys sotto casa senza che ce ne sia accorti prima (degli altri) è molto probabilmente banale, ma anche indicativo del torpore e del livellamento al ribasso tipici della contemporaneità. Qui si può evitare di commettere lo stesso errore per il futuro.

Andergraund Saund 4

DESTROY ALL GONDOLAS

destroy all gondolas - laguna di satana

Dopo una demo di quattro pezzi in cassetta nel 2013 e un 45 giri con lo stesso numero di brani (e qualcuno identico) nel 2015, ecco infine i veneziani Destroy All Gondolas tagliare il traguardo del primo LP, inciso lo scorso inverno e uscito il 22 aprile per Macina Dischi in una essenziale quanto stilosa edizione vinilica con confezione semi-gatefold. E il passo avanti qualitativo si sente, perché la produzione di Maurizio Baggio ha reso i suoni più curati e definiti, aumentandone l’ottimo impatto e anche l’efficacia dei brani già noti (vale a dire tre dei quattro presenti sul 7″). Nessuna sorpresa musicale, però, perché la proposta del trio continua a ricondursi a ciò che i musicisti stessi hanno appropriatamente definito black-surf-punk, definizione che può precisarsi solo aggiungendo che “Laguna di Satana” si trova da qualche parte tra “Surfin’ Safari” e “Surf Nicaragua”, tra i Dead Kennedys e i Ventures, ma l’umore bilioso e i miasmi pestilenziali  che lo pervadono sono senza dubbio peculiari, siccome (o forse proprio perché) provenienti da una laguna che sotto apparenze affascinanti e acque placide (mal)cela in realtà poteri demoniaci difficilmente governabili. Consigliato per quando c’è il sole, ma in realtà colpisce sempre. Ci si infetta qui.

Andergraund Saund 3

Ed eccoci alla terza puntata di Andergraund Saund, rubrica che tenta di segnalare alcune realtà nazionali che si agitano nel sottobosco nondimeno meritevoli di ascolto e supporto. È questa una puntata a ranghi ridotti, ma la qualità delle proposte è così alta da compensare la penuria dei nomi. Giudicate voi.

GAME OVERGame Over - Crimes Against Reality
Il quartetto ferrarese è ormai al terzo LP, dopo anni di gavetta nell’underground metal nazionale (sono stati tra gli organizzatori delle due edizioni del Maelstrom Metal Fest, tenutosi anni fa nella città estense) ed internazionale (hanno suonato al festival tedesco Bang Your Head). Ma chi la dura la vince e, forti di un contratto con la Scarlet Records, i Game Over hanno man mano raffinato il loro classicissimo thrash metal, curando le melodie (vocali ma anche chitarristiche) e i suoni ma cercando nel contempo di mantenere l’impatto brutale che il genere richiede. Dopo “For Humanity”, un debutto notevole per scrittura ed esecuzione ma forse ancora grezzo nei suoni ed acerbo nei referenti, il secondo album “Burst Into The Quiet”, uscito nel 2014, vedeva il gruppo allungare i brani ed aggiungere tecnicismi, perdendo in foga ed impatto laddove guadagnava in produzione e in cesello. Ebbene, con questo nuovo lavoro, “Crimes Against Reality”, che uscirà il prossimo 15 aprile, i Game Over maturano definitivamente come musicisti e compositori: infatti, se il genere di riferimento è sempre il thrash della vecchia scuola, la scrittura si è fatta complessa ed articolata, a tratti decisamente progressiva, e la raffinatezza melodica ha raggiunto un livello davvero raro nell’underground metallico, specialmente di area thrash. Come se i quattro avessero tirato fuori le loro copie di “Somewhere In Time” e “Act III” e le avessero fatte girare ripetutamente prima di entrare in studio. E il risultato è davvero eccellente: se Neon Maniacs deve più di qualcosa ai Metallica di “Kill’em All”, With All That Is Left incrocia Megadeth, Testament e Metallica anni Novanta in un’avvincente semi-ballad, se Fugue in D Minor è la solita facezia breve dei thrasher, la title-track è un’avventura di oltre sette minuti che cita, fra l’altro, i Sacred Reich (il titolo, ma anche qualche passaggio) e il techno-thrash, senza scordare tempi dispari, arpeggi puliti e il sintetizzatore Moog, strumento quantomeno inusuale per il genere. Impeccabili i suoni, merito ancora una volta di Simone Mularoni e del suo Domination Studio (ma, ad ascoltare questo netto stacco stilistico rispetto al passato, c’è da pensare che Mularoni, che è anche il chitarrista dei progster DGM, abbia influenzato i Game Over pure dal punto di vista compositivo), e la copertina, illustrata da Mario Lopez (grafico cult in ambito metal), a sancire una stupefacente progressione qualitativa del gruppo, che lascia ben sperare per una sua affermazione anche a livello internazionale. Con ogni probabilità la scena underground thrash nostrana griderà al tradimento, ma c’è da dire che per avventurarsi sopra la superficie ci vogliono coraggio, determinazione, talento e vitalità, e di possedere tutti questi elementi, senza per questo snaturare la propria essenza sonora ed estetica, i Game Over stanno dando un saggio ulteriore ed esemplare. Nell’attesa di capire fino a dove possono arrivare, godiamoceli con un ottimo disco e uno show irresistibile dal vivo. Il mosh parte da qui.

GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS
general stratocuster and the marshals - dirty boulevard
Con un bassista italoamericano (Richard Ursillo) reduce da alcune rinomate avventure prog negli anni Settanta (i Sensation Fix, gli Sheriff e i Campo di Marte), un cantante (Jacopo Meille) mattatore metallico con i redivivi Tygers Of Pan Tang, un chitarrista (Fabio Fabbri) sessionman da decenni e un tastierista (Federico Pacini) e un batterista (Nuto) presi in prestito dalla Bandabardò, i fiorentini General Stratocuster And The Marshals sono al tempo stesso un supergruppo “all’uccelletto” e un divertissement per musicisti maturi senza più nulla da dimostrare. L’attitudine scanzonata, però, non significa certo sciatteria sonora o compositiva, e infatti il terzo LP “Dirty Boulevard”, uscito il 19 febbraio scorso, trova il gruppo in ottima forma sotto entrambi gli aspetti. Ma se il primo non conosce innovazioni, ché si tratta del solito rock blues che più classico ed analogico non si può, il secondo appare particolarmente brillante: Built To Last rotola lungo un’ipotetica highway come…beh, come cinque Pietre, Thank You Bob è un tributo a Dylan (nel testo) e Knopfler (nel suono), Going Down To Velvet Underground ha un ritornello memorabile e non sarebbe strano saperla dei Bad Company, Little Sparrow è fangosa e pesante come certo grunge; senza farsi mancare indovinati momenti di maggiore atmosfera, come l’introspettività elettroacustica di Piece Of Mind o il soul agrodolce di Hold Back The Tears. E poi tutto il resto (gli altri sei brani, la produzione raffinata ma “saporita” e la prova strumentale e vocale), che vale a porre “Dirty Boulevard” una spanna (leggasi “rilevantemente ma non troppo”) al di sopra dei suoi due predecessori e dimostra la vaglia del Generale Stratocuster e dei suoi Marshal (giudizio che un qualunque loro concerto amplificherà esponenzialmente, giacché questi sono musicisti nati per stare sul palco e intrattenere, e lì danno il meglio di sé). Non si tratta di un gruppo propriamente underground, data la visibilità degli altri progetti dei suoi membri ed anche la sua (la partecipazione al Pistoia Blues Festival del 2012, ad esempio), ma si ha sempre la sensazione che i cinque raccolgano meno di quanto meritano. E dunque il tentativo di dare loro secondo i meriti passa anche da qui. E, soprattutto, da qui.

Andergraund Saund 2

“Mentre parliamo fugge il tempo invidioso”, sentenzia il satiro, e anche il rock ‘n’ roll non è che stia proprio lì ad attenderci. Le cose si muovono persino qui da noi, dove tutto sembra perennemente afflitto da un immobilismo secolare: infatti, il sottobosco musicale partorisce a getto continuo valide realtà, che provano a riproporre o ad aggiornare certe sonorità ormai consolidate, in taluni casi riuscendoci con personalità e competenza. Ecco, quindi, un altro piccolo resoconto dal fermento musicale italico, anche stavolta senza pretesa alcuna di completezza, ma solo per segnalare proposte meritevoli di ascolto ad avviso dell’autore. Come sempre, l’invito è ad attenersi al principio support your community, perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno, e tutto cadrà. Pensateci. Buon ascolto.

MONDO NAIF
Mondo-Naif-Turbolento
Il trio di Montebelluna (TV) ha già all’attivo due album in pochi anni, l’ultimo dei quali, “Turbolento”, è uscito esattamente un anno fa, a gennaio 2015. Il suono si orienta decisamente verso lo stoner, che, però, è qui non filologico ma personale, per merito di due distinti accorgimenti: gli efficaci ed evocativi testi in italiano, di evidente ascendenza “onircotica”; gli inserti prettamente psichedelici e spaziali (il sax avvicina Aquilone agli Hawkwind, e le orchestrazioni curate da Nicola Manzan, a.k.a. Bologna Violenta, rendono Belfegor ancor più puteolente di zolfo), che plasmano la nera e monolitica materia in senso maggiormente creativo, dal punto di vista sia sonoro sia concettual-tematico. Gruppo da tenere d’occhio, perché interessante già ora e comunque in crescita. Sinceratevene qui.

FAZ WALTZ
Faz Waltz - Move Over
I Faz Waltz sono un effervescente trio comasco, guidato dal compositore, cantante, chitarrista e tastierista Faz La Rocca, che guarda agli anni Settanta come all’età dell’oro e infatti si propone di riportare in auge il più ridanciano e festaiolo glam rock inglese dei Settanta (quello di Sweet, Slade, T.Rex e Gary Glitter), aggiungendovi una punta di saturazione hard rock (AC/DC) senza, però, scordare la melodia del power pop più robusto (Cheap Trick). Ad oggi hanno all’attivo tre album e alcuni singoli, nonché concerti in ogni angolo d’Italia, anche di spalla a nomi prestigiosi. L’ultimo lavoro, “Move Over”, data 2014 e, pur senza rilevanti scarti qualitativi rispetto alle uscite precedenti, è forse il più completo in termini di compiuto amalgama delle influenze, anche se un degenere genere del genere si apprezza meglio dal vivo, con una bionda/rossa/scura (birra o altro) in mano e in bocca. È qui la festa.

ISAAK
isaak - sermonize
Questi genovesi sono una delle eccellenze nel brulicante panorama nazionale stoner-doom, e per averne conferma basta ascoltare il loro ultimo album (ad oggi il terzo) “Sermonize”, uscito a dicembre 2015: un suono possente e tossico, partorito da quattro barbuti individui che si prefiggono il solo scopo di sciogliere la faccia dell’ascoltatore a suon di decibel, nel mentre assestandogli pure qualche martellata sul cranio con una clava d’ossidiana. Dodici brani di minutaggio contenuto (mai sopra i cinque minuti) suonati con gli amplificatori che fumano e i denti digrignati (non sempre, però, perché la fame chimica è esigente), sorretti da riff e ritmiche imponenti come un menhir di basalto. E non tragga in inganno l’approccio lievemente psichedelico (alla maniera dei Dead Meadow) che filtra qui e là, perché le radici e le intenzioni degli Isaak sono racchiuse nelle cover che completano gli ultimi due album: Wrathchild su “The Longer The Beard, The Harder The Sound”, Yeah dei Kyuss su “Sermonize”. Autentica eccellenza italiana, da gustare (oltreché live, ovviamente) qui.

THE SWEDE
the swede - rock n roll is undead
Questi cinque astigiani hanno la fregola del rock ‘n’ roll più elettrico ed elettrizzante, quello che germina spontaneo o quasi nelle cantine e nelle autorimesse del mondo. Ne è testimonianza il loro debutto discografico, uscito nel 2015 per l’attiva Go Down Records e costruito su una trascinante e coinvolgente mistura di garage, punk e hard rock, debitore alla Scandinavia tanto quanto a Detroit e New York. L’apertura con Sea Of Blood è già a rotta di collo, e anche il resto mantiene ritmo ed adrenalina ad alti livelli. Ad onta di un’originalità scarsa o nulla, i The Swede hanno partorito un LP solido e godibile anche per ripetuti ascolti, inserendosi perfettamente nella scena hard ‘n’ roll italiana e contribuendo (assieme ad altre solide realtà come King Mastino, Small Jackets e Diplomatics) al suo ottimo stato di salute. Passate a trovarli qui.