Per me si va tra la perduta gente: Perturbator – Dangerous Days

PERTURBATOR - Dangerous Days - Artwork by Ariel Zucker Brull
Ci apprestiamo a bombardare la Libia. Con i russi ci guardiamo di nuovo in cagnesco. Un ultraconservatore tenta la scalata alla Casa Bianca. L’Intifada vive nella lotta. I jeans sono di nuovo stretti ed elasticizzati. Le scarpe da ginnastica arrivano alla caviglia. L’ultimo film di Rocky è uscito a gennaio. Cosa manca?

Manca Perturbator. Al secolo James Kent, e quelli più addentro alle cose di rock e dintorni dovrebbero avere inferito un’ascendenza illustre del nostro dal cognome che porta: lo stesso di Nick Kent, firma di punta del NME negli anni Settanta; una sorta di Lester Bangs inglese, poi avviluppato nelle maglie della tossicodipendenza ed infine riparato a Parigi, dove ha messo su famiglia con una collega, dando vita, appunto, al nostro uomo. Che, spinto dall’emulazione verso quell’ingombrante lascito avito, si è inoltrato con convinzione nella creazione musicale, dapprima come chitarrista in formazioni black metal, quindi in proprio, sotto la sigla Perturbator, dietro una tastiera (in ambo le accezioni). La produzione che ne risulta è frutto di una passione che si indovina intensa per le atmosfere oscure di certa produzione cinematografica, musicale e letteraria degli anni Ottanta, di area fantascientifica e horror: William Gibson, Blade Runner”, le colonne sonore (e i film) di Stephen Carpenter, Harold Faltermeyer, Jan Hammer, i Goblin, i Daft Punk. E senza dubbio molto altro, le cui individuazione ed elencazione mi sono precluse dalla limitatezza delle conoscenze in materia. Il coefficiente di nerdismo va aumentato.

Dal 2012 Perturbator ha prodotto quattro EP e tre LP, tutti orientati verso il suono synthwave, come viene ora definito, nell’ennesima rincorsa al sottogenere che tanto piace a noi irrinunciabili del discorso musicale. Con risultati più che egregi, lungi dall’effetto nostalgia fine a se stesso e calati invece nell’attualizzazione di coordinate stilistiche ed estetiche sì tipiche di un’epoca, ma latrici di uno scenario (quello di un futuro distopico di tecnocrazia imperante ed assortite miserie umane) sempre attuale ed, anzi, vieppiù concretizzabile. In altre parole: non è Perturbator ad essere nostalgico di Terminator, è il futuro che continua a non essere più quello di una volta. Anzi, ad esserlo sempre meno.

“Dangerous Days”, uscito nel 2014, è l’ultimo lavoro in ordine di pubblicazione: il prossimo, “The Uncanny Valley”, vedrà la luce (facciamo l’ombra) a maggio. Non è forse il miglior disco di Perturbator, ma è difficile dire quale lo sia, vista la sostanziale omogeneità stilistica e qualitativa del corpo d’opera considerato. Senz’altro, però, “Dangerous Days” è uno dei più affascinanti viaggi possibili nei bassifondi della megalopoli globale, dove i neon rischiarano la pioggia perenne e i cyborg si rottamano alla stessa velocità di un portatile. Un viaggio denso di insidie melodiche (non può piovere per sempre; lo sappiamo da ormai ventidue anni) ma comunque senza speranza. Insieme un sospiro di nostalgia con lo sguardo volto indietro e un brivido di inquietudine, quando non una smorfia di terrore, che colora la fissità delle pupille nell’innanzi. Musica immaginifica per macchine umanoidi con organizzazione sociale stratificata.

Perturbator è una scoperta recente. Mi è stato suggerito da un amico di lunga data, che ha così saldato il suo debito, contratto quando, sui banchi di scuola, primamente lo introdussi alle maraviglie della chitarra distorta (si partì da Kiss e Megadeth, innescando una valanga che finì per travolgere anche me). Fedele al suo spirito di condivisione, ho fatto ciò che consiglia un utente della AllMusic Guide: “Just give it a listen. If you like it, tell your friends, and listen to it again.“. Dai destinatari del mio suggerimento ho ricevuto risposte contrastanti, che vanno da “Humans are such easy pray Verso la fine Mi son sborato in braga Tanto tanto Con le cuffie nuove che ho È meglio di una sega” a “Sembra un po depeche mode Dai, non è male se ti fai di droghe sintentiche È una specie di jean michael jarre per alternativi“; io stesso devo ancora capire come la penso in materia.

Nel dubbio, lo dico ai miei amici: andate qui e fatevi un’opinione (notare, oltre lo streaming gratuito, la vendita ad offerta libera e senza limiti minimi). Io torno ad ascoltare il futuro. Che non è più quello di una volta. Anzi no, lo è.

Voce dal senex fuggita: cronaca di un funerale elettrico.

Gente che appoggia lo smartphone sulle corde della chitarra e fa partire un video, cosicché l’audio, colto dai pickup, passi attraverso l’amplificatore e arrivi, debitamente distorto ma ancora intelligibile, al pubblico. Nel contempo schiacciando tutti i numerosi pedali degli effetti per ulteriormente filtrare i suoni e creare straniamento con auspicio psichedelico (ipotizzo).

Questi fanno sta roba con gli effetti perché non sanno scrivere un riff come quello di Iron Man”, mi dico mentre osservo e ascolto. È mezzanotte passata di un giorno lavorativo e ho all’attivo tre medie bionde, una pizza farcita e mezz’ora di pisolo durante il gruppo di apertura, per il cui post-rock l’abbandono dormiente di uno spettatore non può che costituire una forma di apprezzamento. “Il solito stronzo“, mi dico anche, ma poi mi accorgo che c’è qualcosa di più, una sorta di abbacinante verità: questi comunicano ciò che hanno da dire -e qualcosa hanno – con mezzi che non sono più i loro, con mezzi obsoleti, di altre generazioni. Mezzi che però sono gli unici che conoscono e sentono propri. Come quelli di ogni altra generazione. Ma allora, mi rivelo, è chiaro che non potranno mai riuscire bene quanto i loro predecessori. Sarebbe come chiedere a un diplomato d’accademia di usare la biacca: potrà anche farcela, e bene, ma difficilmente riuscirà bene come Tiziano. Ecco. E quindi potrai usare tutti gli effetti che vuoi, ma difficilmente, o con ottima probabilità mai, suonerai come Tony Iommi. Ragion per la quale, inquietante rivelazione, tutto ciò che lui ha avuto, e tu dichiaratamente o meno cerchi, lui se lo merita e tu no; o almeno non ancora.

E quindi, in ultima analisi, perché sono qui, nella notte tardo-invernale che avvolge la ruralità recondita ad ascoltare tre quasi esordienti? Perche compro il loro disco al banchetto a fine concerto? Perché continuo a farlo? È già stato fatto tutto, dopotutto. E usare accorgimenti tecnologici nuovi non lo rende nuovo. Iommi ti domina; stacce, alla capitolina. Perché, quindi? Boh. Però lo faccio, da quando mio malgrado mi conosco. E, temo, continuerò a farlo (e infatti stasera mi tocca perdermi i texani Duel, da poco autori di un debutto coi fiocchi su Heavy Psych Records). D’altronde lo fanno anche loro, quelli dall’altro lato del palco; io sono solo metà del problema.

Tutto già fatto, già visto, già sentito. Pure quello che scrivo. Da quando mio malgrado mi conosco.

E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro: Montage Of Heck

 

Ho un rapporto difficile coi Nirvana. Edipico, più che altro: fu con loro che iniziai la lunga e interminabile discesa negli inferi del rock ‘n’ roll, e furono  loro il gruppo che mi cambiò la vita in termini di percezione dell’impatto di questo suono e della portata del messaggio che è in grado di veicolare. E però inizialmente li odiai. Li odiai perché i miei compagni di classe delle medie (in realtà due compagni e una compagna) non facevano che parlare di questo trio americano con un cantante strafigo (soprattutto la compagna) e tutto il resto, e, siccome sono bastian contrario di natura, e comunque avevo già sentito nominare quel gruppo qualche mese addietro, durante una vacanza sulla neve con ragazzi di un paio d’anni più grandi (anni che a quell’età pesano, specie se sei il più piccolo; e infatti ricordo ancora la vacanza come un incubo), mi fu facile liquidare il tutto come “cazzate” e tornare alla mia prima e prediletta cassettina, registratami da un amico e contenente un improbabile mistura di suoni molto diversi, dai Blur di Song 2 agli Iron Maiden di Aces High, passando per Deeper Underground dei Jamiroquai e persino Io No di Vasco Rossi. Era il 1997, d’altronde, e io avevo dodici anni; e che ne sa uno del rock ‘n’ roll, a dodici anni?

Poi, però, accadde qualcosa. Iniziai ad ascoltare, e non solo a criticare, quel gruppo tanto chiacchierato, e allora capii. Oddio, capii…diciamo che mi colpì. Ecco, sì, mi colpì subito. La forza espressiva di quel suono fatto di elementi essenziali – una voce martoriata, chitarre come unghie sulla lavagna e un batterista che pesta come se piatti e tamburi gli dovessero dei soldi (questa l’ho presa da Rolling Stone; ma ci arriviamo) – mi entrò dentro e marchiò indelebilmente la mia sensibilità, additandomi la via (che poi sarebbe “una delle vie”, ma lo scopri dopo; se lo scopri) e imprimendomi nel DNA quel bisogno di eccitazione ritmata e viscerale, quell’amplificatore emotivo che dal Ventesimo secolo chiamiamo rock ‘n’ roll. Eccitazione ma anche disperazione, perché nella musica dei Nirvana non c’era traccia dell’esuberanza erotica così tipica del rock, ma un senso di straniamento dalla realtà, che richiede l’omologazione e uccide la diversità, che è, a sua volta, una spinta alla creatività. Kurt Cobain cantava che era contento perché aveva trovato i suoi amici nella sua testa, sottintendendo che altrove non ce ne fossero. Era facile credergli, specialmente se hai dodici anni e tutto il mondo ti sembra incomprensibile, ostile ed ostico nel suo comprimerti tra spensieratezza fanciullesca e nuove esigenze adolescenziali. Io, che ero figlio unico e passavo molto tempo con i miei genitori e i loro amici, venendo, così, troppo presto a contatto con diverse ansie tipiche della vita adulta, la politica in testa, ci credetti.

Iniziai così una caccia compulsiva a qualsiasi materiale (fra cui diversi libri, uno dei quali contente proprio la raccolta di tutti gli articoli di Rolling Stone) che parlasse dei Nirvana e di quel loro leader tanto magnetico, finendo per racimolarne ed assimilarne parecchio nei successivi tre-quattro anni, fino a quando, cioè, le costanti e vorticose scoperte di altre sonorità ebbero il sopravvento su quella iniziale passione. Che, però, non si sopì mai fino in fondo e, soprattutto, aveva già lasciato i suoi strascichi in termini di approccio alla realtà circostante e di irrimediabile scollamento tra mondo esterno e aspirazioni interiori: l’inadeguatezza, il disgusto di sé, il sentirsi incompreso e alieno dal qui e ora (che poi era un minuto numero di coetanei in due o tre scuole superiori di una città piccola e urbanisticamente favorevole alla socializzazione), come pure dalle coordinate spazio-temporali che avevano originato quella disperazione così musicalmente feconda, divennero parte integrante del mio vocabolario emotivo. Tipico passaggio adolescenziale, d’accordo, e però amplificato da un’ipersensibilità scoperta tramite quel pugno di dischi dei tre di Seattle. Adoravo i Nirvana, e particolarmente Kurt Cobain, perché non solo mi avevano mostrato degli stati d’animo così pregni di significato, ma che quegli stessi stati emotivi potevano essere usati per produrre qualcosa di rilevante, di sublime, capace di elevare chi ne avesse fatto esperienza e lo avesse riconosciuto come proprio al di là del sillogismo ormonale della massa dei coetanei, omologati nelle esigenze e nella condotta. Il tutto senza dimenticare lo spirito punk rock, fatto di caustica dissacrazione e settarismo strutturato, di critica apodittica e nichilismo apatico. Insomma, per me quella camicia a quadrettoni bianchi e rossi e quei jeans stinti erano un manifesto ideologico; contraddittorio, perché la camicia era un regalo materno proveniente dal mercato e i jeans erano stati stinti dalla domestica, su mia precisa richiesta, immergendoli in candeggina (“mamma non stirarmi la giacca di pelle, sono un ribelle“; mi manchi, Roberto), ma pur sempre partecipato, perché, avevo e ho la presunzione di ritenere, compreso e, quindi, accettato con tutte le sue implicazioni, in primis l’estraniazione autoimposta dal mondo, a causa di quella passione totalizzante per il rock, per quel rock ‘n’ roll così semplice ma così vitale ed autentico, che nessuno poteva, o quantomeno sembrava poter, condividere. Kurt Cobain ce l’aveva fatta, perché non avrei potuto farcela io? Tanto più che mi sarei salvato, perché avevo il suo esempio, un sacrificio che non si era consumato invano.

È con l’animo agitato dalla commistione tra la rimembranza di questa “purezza ideologica” giovanile e il sospetto – dettato dalla maturità e dalla consapevolezza che dovrebbe portarsi dietro – che essa non sia servita ad altro che a plasmare una personalità in senso problematico e incline all’autosabotaggio sulla via della realizzazione personale, che mercoledì mi sono recato alla proiezione, in anteprima nazionale, di “Montage Of Heck”, documentario sulla vita di Kurt Cobain prodotto dalla sua unigenita Frances Bean e diretto dal capace Brett Morgen, nome prestigioso del settore. Angosce e aspettative mascherate bene alla mia accompagnatrice e solo in parte esplicitate nel tipico chiacchiericcio di commento post-visione. Nel mezzo, centoquarantacinque minuti di proiezione cinematografica sulla vita dell’uomo che forse maggiormente ha dato un imprinting alla mia.

Il documentario carino, con tecniche miste (immagini di repertorio, riprese amatoriali private della famiglia, nuove interviste a poche e selezionatissime persone strette a cobain, animazione, lyric video) e canzoni sia originali sia manipolazioni di demo. A tratti noiosetto e sorvola su alcune cose secondo me importanti. Ma valeva la pena vederlo.” Così recensivo a caldo, via sms, l’opera. Un giorno di riflessione non mi ha ancora permesso di capire se, in realtà, il me a freddo concorda con quel giudizio, e condanna quindi senza appello la mancata audizione di persone vicine al protagonista e importanti nella sua vita (Dave Grohl, ad esempio; ma anche Buzz Osborne, Chad Channing, Dan Peters) o di altri colleghi a lui variamente legati (Mark Lanegan, Curt e Chris Kirkwood, Michael Stipe; magari persino Axl Rose), qualche incongruenza narrativa (decisamente sfumato è il passaggio dagli inizi del gruppo alla pubblicazione di “Nevermind”) e qualche mancata doverosa riflessione di più ampio respiro (Kurt Cobain come “l’uomo che sbriciolò le barriere erette dai media statunitensi intorno al punk”, per dirla con Eddy Cilia, e la sua consapevolezza di questo ruolo e delle relative implicazioni e possibilità; consapevolezza che Cobain aveva eccome, dato il suo ripetuto spendersi in battage pubblicitario, in forma di interviste o concerti congiunti, a favore di alcune delle più ispirate realtà del rock indipendente americano, dai Meat Puppets alle Breeders, dai Flipper ai fIREHOSE), o se, invece, il documentario era bello, toccante (specialmente i filmati familiari che vedono i coniugi Cobain interagire, nel loro modo peculiare, tra loro e con la figlioletta neonata) e ben riuscito nell’intento di mostrare al pubblico che dietro ogni rockstar, persino quella più antitetica e recalcitrante alle convenzioni che lo status le impone (significativo che Cobain citi più volte i Guns ‘n’ Roses, al tempo il gruppo più famoso del mondo e a tutt’oggi gli ultimi eredi della tradizione di “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, vera e propria antitesi musicale e comportamentale rispetto ai Nirvana), si cela un essere umano, magari dalla personalità ingente ed equivoca, con tutti i suoi limiti connaturati, e io sono il solito stronzo a cui non va mai bene niente. Questa seconda, probabilmente. Però c’è da dire che un conto è lo spettatore fan, che conosce a memoria anche più dei fondamentali della vicenda e si sente, perciò, legittimato a nutrire elevate aspettative per un’opera ampiamente postuma (sono venticinque giorni dal ventunesimo anniversario del decesso) e quindi debitamente ponderata, anche nella ricerca del materiale (e qualcosa mi dice che tale categoria di spettatori o ha schivato completamente la proiezione, subodorando una subdola operazione commerciale o, al più, un’irrilevante agiografia stile “Last Days”, o, vedendo il film, ha giudicato insufficiente il risultato), e un altro il quivis de populo attratto dal titolo altisonante e dal glamour che la vicenda biografica di una stella del rock promette, e tale spettatore senz’altro avrà trovato soddisfazione nell’indubbia carica emotiva (ma per nulla retorica) della pellicola e nella natura curiosa delle immagini presentate, senza stare troppo a domandarsi perché in apertura e in chiusura dell’opera viene posta Territorial Pissing progressivamente privata delle parti strumentali e ridotta al solo urlo angoscioso, né quale sia il senso ultimo del testo di Smells Like Teen Spirit, ma contento di poter raccontare all’aperitivo che ha visto il film su “Kart Cobèn”. Ecco, ferma questa dicotomia degli astanti in sala, se avete letto i primi tre paragrafi, sapete che tipo di parere è il mio e, dunque, quanto è attendibile per la vostra sensibilità. Here we are now, entertain us: d’altronde, Brett, te lo dovevi aspettare da qualcuno.

Ultima annotazione: stringe il cuore una mano gelida nel vedere un uomo così intelligente e dotato, ma per colpe non sue troppo fragile e bisognoso di amore, affidarsi ad una donna il cui unico intento, punto o poco celato,  sembra quello di entrare nella dorata prigione del jet set hollywoodiano, in quello stesso humus da cui sono germogliate le spore che hanno mortalmente avvelenato il più grande talento musicale degli anni Novanta, alfine riuscendoci ed abbracciandone i riti, innanzitutto i connotati resi deformi e mostruosi da chirurgia plastica e trattamenti estetici. Stringe, la mano, e la sua presa si fa ancor più ferrea e ghiacciata quando sovvengono memorie dei diffusi accrediti alla suddetta di influenza nell’emancipazione femminile in ambito rock. Sic transit Gloria (Steinem) mundi.

E piove in petto una dolcezza inquieta: Out Of Time – Stories We Can Tell & More

 One More Chance reclama il riconoscimento della sua filiazione da “Sweetheart Of The Rodeo”. Brian’s Black Night omaggia il più talentuoso e sfortunato Rolling Stone con un’armonica pacata e un cantato tenerissimo. Take My Time esce a reti inviolate dal confronto con i R.E.M. più veraci, quelli di “Murmur” e “Reckoning”. I Can Ride dondola scampanellante come dei Byrds da honky tonk. Solo per citarne alcune.

L’Italia è periferia dell’Impero, però il Ricky ‘n’ roll le è sempre venuto bene. Chissà perché. Dopotutto non era musica di origine provinciale: a parte l’isolato caso dei R.E.M. e della sparuta pattuglia georgiana, la maggior parte dei profeti del jingle jangle e del country-rock proveniva dalla solatia e glamourous L.A., che non solo aveva dato i natali al gruppo di David Crosby e Roger McGuinn e ai Flying Burrito Brothers, ma anche ai principali epigoni in ritardo di decenni (i Dream Syndicate, i Long Ryders e tutta la scena Paisley Underground). Persino in Europa (Smiths) e in Australia (Go Betweens) la versione rediviva di questo sound era una faccenda urbana. Perché, dunque, da noi no?

Bra, provincia di Cuneo. Trentamila anime all’estremo Occidente d’Italia. Inizio degli anni Ottanta. Qui, in questo spazio e tempo, cinque giovani uomini decidono di incrociare i loro interessi musicali già parzialmente sovrapposti e di vincere la monotonia della provincia suonando e componendo sulla falsariga dei prediletti modelli dei Sixties (Byrds innanzitutto, ma anche Flying Burrito Brothers, Buffalo Springfield, CSN&Y e, in generale, il meglio della scena West Coast), confortati dal ritorno che quelle sonorità stanno all’epoca conoscendo a livello mondiale, sia pure nell’underground. E, un po’ come nel Nord-Ovest americano dello stesso periodo (mutatis mutandis, ovviamente), accade che l’essere distanti dal centro dalle tendenze del momento permette ai musicisti la massima libertà creativa, partorendo una delle più convincenti prove di ispirazione folk-rock nell’ambito del Sixties revival europeo (l’Italia, del resto, produsse autentiche eccellenze di quella stagione). E fu così che uno studente, due artigiani e due impiegati, accomunati dalla passione per certo rock classico (al punto da battezzarsi come uno dei brani migliori di “Aftermath”; curiosamente non a firma di Brian Jones, bensì della premiata ditta Jagger-Richards) e stanziati in un’anonima cittadina piemontese, divennero gli autori di uno dei più memorabili e dimenticati dischi del rock italiano negli anni Ottanta.

Suonato e cantato benissimo, prodotto per stare al passo con le migliori uscite internazionali (c’entra l’intervento di Ricky Mantoan, collaboratore di Flying Burrito Brothers e Roger McGuinn, e Skip Battin, che coproduce e suona la pedal steel su One More Chance), “Stories We Could Tell” venne pubblicato nel 1985 per la minuscola etichetta Mail Records, progenie discografica ad hoc di un omonimo negozio di dischi di Cairo Montenotte (altrettanto piccolo agglomerato dell’entroterra savonese), e, pur ottenendo ottime recensioni sulla stampa nazionale, che permisero al gruppo di suonare in giro per la Penisola e financo di supporto ai Long Ryders, scivolò in un grazioso oblio analogico (paradossalmente bene addicentesi alle sue atmosfere, che su “Rockerilla” Claudio Sorge definì un “universo sonoro dipinto sovente con i colori tenui della malinconia e del rimpianto“), dal quale non riemerse più per trent’anni, complice anche l’addio del chitarrista Giancarlo Trabucco poco tempo dopo l’uscita del disco.

Lo scorso gennaio, però, l’attiva etichetta pisana Area Pirata ha sollevato la pesante cappa del tempo da questo gioiello, conferendogli dignità digitale. La ristampa assembla gli otto brani dell’LP originale e altri dieci pezzi di varia provenienza: dalla festosa e un po’ acerba Have You Seen The Light Tonight (originariamente consegnata alla storica antologia “Eighties Colours”, che nel 1985 diede l’avvio alla stagione neopsichedelica italiana) a una convincente cover del classico dei Love A House Is Not A Motel, più quattro notevoli inediti (l’allegro non troppo di Time, la psichedelica Walking In A Spanish Land, la remiana Untitled e una Untitled #2 pienamente nel solco del Paisley Underground) incisi per una seconda uscita discografica mai concretizzatasi e tre non sgradevoli ma sostanzialmente inutili versioni live di brani già editi, a conferma della solidità degli Out Of Time anche sulle assi del palco.

Un unico appunto si può fare a questa ristampa. Che, pur avendo dotato il disco di una copertina attraente e capace di suggerire le due anime Sixties, quella roots e quella psych, della musica che vi è contenuta, ha lasciato in disparte l’evocativa illustrazione dell’edizione originaria di “Stories We Can Tell”, che ancor meglio riassumeva il piccolo mondo antico evocato da questi solchi, fatto di punti fermi e solide certezze: fiammiferi tascabili e Lucky Strike ormai finite nel posacenere, spartiti ancora da completare e testi abbozzati, sognando l’America di “Easy Rider” e dei grandi trucks con l’ausilio di una sei corde Rickenbacker, ma sempre con un occhio all’Inghilterra del beat, incarnata da un santino di Brian Jones. Perché non solo la musica, anche gli oggetti possono raccontare storie; storie meravigliose e fuori dal tempo. I dischi, per esempio. Questo disco, per esempio.

“Out Of Time” mi piace, ma ve lo lascio. Voi, però, lasciatemi gli Out Of Time.

Bedtime For Democracy

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Esattamente trentacinque anni fa, il mondo è stato, una volta di più, messo in condizione di capire fino in fondo quanto potente possa essere un’utopia nella mente di chi la coltiva. Nel 1979 il regime dei Khmer Rossi, capeggiato da Pol Pot, veniva sbaragliato dai soldati vietnamiti, e con esso giungeva a termine l’esperienza della Repubblica Democratica di Kampuchea. Sul campo restavano un milione e settecentomila morti, un sesto dell’intera popolazione. Come se, in neanche quattro anni, venissero uccisi tutti gli abitanti della Lombardia.

Al tempo ci si accorse variabilmente dell’accaduto: i governi di tutto il mondo preferirono esigenze di realpolitik, ché tanto di gente nuova ne nasce sempre, mentre alcuni sguardi lucidi, in particolare quelli del giornalista Tiziano Terzani e del prete François Ponchaud, si rivolsero agli avvenimenti di questo piccolo Paese d’Indocina. Tra di essi anche quelli di taluni musicisti di fama planetaria, che organizzarono quattro “Concerts for the People of Kampuchea”, tenutisi dal 26 al 29 dicembre 1979 all’Hammersmith Odeon di Londra (e poi raccolti in un doppio LP omonimo). Vi partecipò il fiore all’occhiello del rock del tempo; rock in senso lato, peraltro, così da garantire una lodevole varietà stilistica: la pomposa teatralità dei Queen, il pastiche barricadero dei Clash, la levità pop dei Pretenders, la solarità ska degli Specials, la tradizionale novità di Elvis Costello & The Attractions e il raccordo con la generazione della contestazione garantito dagli Who e da Paul McCartney coi suoi Wings. Ma le occasioni di riflessione a sette note sull’accaduto non si fermarono qui.

A maggio dell’anno seguente, un gruppo di San Francisco dal nome sommamente politically correct dava alle stampe il suo secondo 45 giri. Sul cui lato A (poi confluito nel debutto a 33 giri “Fresh Fruit For Rotten Vegetables”, uscito ad agosto 1980 e subito riconosciuto pietra miliare del punk) i Kennedy Morti incidevano, ma sarebbe meglio dire “imprimevano a fuoco”, un j’accuse di impareggiata causticità verso l’indifferenza generale per le vicende cambogiane, un partecipato invito all’americano medio a prendersi una riposante vacanza dalla copia a stelle e strisce e a visitare quelle parti così amene; d’altronde, si era o non si era il Sudest asiatico dimostrato luogo accogliente per gli statunitensi?

Scandisce questo picco di sarcasmo rock ‘n’ roll la voce, ad uno paranoide e strafottente, di Jello Biafra, mentre la guizzante chitarra di East Bay Ray congiunge la Felix California dei ’50 e ’60 e le sue musiche, surf e psichedelia, con l’era di Jerry Brown (del quale gli stessi Dead Kennedys partoriranno un ritratto memorabile nell’eloquentemente intitolata California über Alles) e del punk. Da lì in poi si scatena un polverone, che la band saprà abilmente alimentare per i restanti sei anni della sua esistenza, con iniziative provocatorie (thought-provoking, naturalmente) di vario genere: liriche (due titoli: Too Drunk To Fuck e Nazi Punks Fuck Off!), grafiche (il censuratissimo poster firmato da H.R. Giger, allegato all’LP “Frankenchrist”, e l’eloquente copertina dell’EP dall’altrettanto eloquente titolo “In God We Trust, Inc.”), discografiche (con l’etichetta Alternative Tentacles, fondata da Jello Biafra e presto casa di un vasto campionario di progetti sonori scomodi), politiche (la candidatura di Biafra a sindaco di San Francisco nel 1979 e a Presidente degli Stati Uniti nel 2000, come pure l’adesione al Green Party e la partecipazione, con tanto di concerto in strada, al primo movimento no global, in occasione della riunione della WTO a Seattle nel 1999).

Nel frattempo, nella sostanziale indifferenza generale, i responsabili del genocidio a turno muoiono (Pol Pot nel 1998, gli altri lo seguono variabilmente), ed è di oggi la notizia che è giunto alle fasi finali il processo intrapreso dalle autorità cambogiane nei confronti degli ultimi due Khmer Rossi rimasti, l’ottantatreenne Khieu Samphan e l’ottantasettenne Nuon Chea. Che, a questo punto, pare difficile ipotizzare carcerati.

I Dead Kennedys, però, ce l’avevano detto di andare in Cambogia per tempo, prima che venisse rovinata. Che peccato! Che fregatura! Ma purtroppo è così, col turismo di massa: quello che tocca, distrugge. Toccherà rassegnarci. O forse no: che basti ripensare la destinazione? Io un suggerimento ce l’avrei…

Il Divo e il campione: Teho Tehardo & Blixa Bargeld – Still Standing

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Avant-garde is French for bullshit” John Lennon

Anche i geni sbagliano: anche l’avanguardia non è sempre “stronzate”. Non sempre la ricerca deve essere ostica alle orecchie; anzi, lo spessore compositivo sta proprio nel coniugare risultati insieme innovativi e apprezzabili al di fuori della ristretta cerchia di cultori della sperimentazione fine a se stessa. Ma riesce solo ad alcuni talenti eccezionali (Laurie Anderson, LaMonte Young, Philip Glass e John Cale sono quelli che mi vengono subito in mente, ma non sono certo gli unici), gli altri finiscono inevitabilmente da un lato o dall’altro della barricata: avanguardia o successo, élite colte o grande pubblico.

Potrebbe rompere questa rigida dicotomia il nuovo disco di Teho Teardo e Blixa Bargeld, già acclamato come la migliore uscita italiana del 2013 al Meeting delle Etichette Indipendenti. A ragione. Merito, a mio avviso, dello spessore delle personalità coinvolte, di estrazione simile ma a loro modo complementari.

Il primo, pordenonese classe 1966, è da sempre dedito alla ricerca musicale, vanta svariate collaborazioni con personaggi diversi come Scott McCloud dei Girls Against Boys e Mick Harris dei Napalm Death ed è un pluripremiato autore di colonne sonore (particolarmente notabile quella per “Il Divo” di Paolo Sorrentino).

Il secondo, berlinese classe 1959, incarna il concetto stesso di avanguardia: fondatore degli inveterati sperimentatori, e per decenni primattori del fermento culturale che caratterizza la capitale tedesca, Einstürzende Neubauten, chitarrista nei Bad Seeds di Nick Cave, solista di rara poliedricità (nel suo catalogo una raccolta di letture delle poesie erotiche di Bertold Brecht siede a fianco di una riscrittura musicale del romanzo “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq), regista, autore. Un’autorità, in due parole.

Insieme partoriscono un album stupefacente in più di un significato: quegli archi carezzevoli e scostanti, quegli arrangiamenti deliziosi e struggenti, quelle atmosfere ovattate e irrequiete sono alla portata di tutti, capolavori di sintesi tra pop, minimalismo e ricerca, ma possiedono un potere ipnotico, che esercita una presa totale sull’ascoltatore, assuefacendolo irrimediabilmente come il più efficace narcotico. Ambientazioni interiori di sapore cinematografico ma nessuna concessione allo stereotipo, nessuno scivolone nell’ovvio. Su tutto (ma forse sarebbe meglio dire “sotto tutto”) il recitativo profondo, baritonale di Blixa, di intensità emotive a stento sostenibili, distillato di un’anima che sa di essere condannata e irredimibile, che ha visto troppe cose e sa già come andrà a finire, tanto per cambiare. Italiano, inglese e tedesco mescolati insieme, senza soluzione di continuità; parole sulla musica e musica dalla parola. Anche per questo, richiedendo all’ascoltatore di padroneggiare tre idiomi, i testi non sono il primo aspetto che balza all’orecchio, ma ogni volta che l’attenzione si focalizza sul contenuto di quelle parole è un elettroshock, un richiamo ai nostri doveri di cogitantes (ergo entes). Un titolo su tutti: “Come Up And See Me” e il suo impietoso resoconto del palinsesto televisivo e dei suoi effetti.

Raro esempio di copula tra piacevolezza pop e ricerca sperimentale, “Still Standing” potrebbe davvero essere IL disco dell’anno, persino dal punto di vista di chi, come me, è aduso a ben altri ascolti e dell’avanguardia musicale sa punto o poco. Commentando un video del duo, un utente di YouTube ha osservato che “è come se mischiassi Deus e Captain Beefheart con una forte dose di Velvet Underground“: non saprei fornire definizioni migliori. Taccio, dunque, e ascolto.