Nella stanza dei bottoni: Keith Olsen (1952-2020)

keith olsen

Qualche giorno fa avevo deciso di soprassedere a ricordare McCoy Tyner, morto ottantaduenne recentemente, che fu pianista jazz di immensa influenza e, tra il resto, membro dello storico quartetto con cui John Coltrane incise i suoi lavori più significativi da bandleader. Oggi, però, non posso tacere alla notizia della dipartita di Keith Olsen, uno dei più grandi produttori della storia del rock.

Nativo del Midwest e presto interessatosi alla musica, Olsen si trasferì in California per lavorare ai celebri Sound City Studios di Los Angeles, finendo per entrare nei Music Machine come bassista e con loro licenziando almeno un capolavoro epocale, quella Talk Talk che dal 1966 è un instant classic del garage, oltre a un album, “(Turn On) The Music Machine”, di peculiarissimo folk-rock psichedelico e oscuro. Interrottasi poco dopo la collaborazione con il gruppo di Sean Bonniwell, sarà quindi la produzione musicale ad occupare la sua vita, con una crescente reputazione, culminata nell’assistenza sonora al demo di una coppia di promettenti cantante (lei) e cantante e chitarrista (lui), tali Stevie Nicks e Lindsay Buckingham, che, messi in contatto con il batterista inglese Mick Fleetwood, daranno vita alla nuova incarnazione californiana dei Fleetwood Mac e ad un LP, quello omonimo, uscito nel 1975, da milioni di copie vendute. Da lì la reputazione di Olsen e della sua capacità di amalgamare un’enorme quantità di tracce audio in maniera fluida, con una dinamica invidiabile e in funzione servente del brano, si diffuse a macchia d’olio, scatenando richieste da ogni dove per l’orecchio fino e la mano fatata di quel produttore pacato e professionale, che sa sempre cosa fare, all’occorrenza suonando strumenti o aiutando nella composizione, come deve saper fare un produttore degno di questo nome. Il rock (e a volte anche il pop) degli anni Settanta e Ottanta è disseminato di dischi che recano la fatidica dicitura “produced by Keith Olsen“, e la lista dei nomi di coloro che si sono avvalsi dei suoi servigi lascia stupefatti: James Gang, Fleetwood Mac, Grateful Dead, Foreigner, Santana, Pat Benatar, Babys, Rick Springfield, Sammy Hagar, Heart, Madonna, Joe Walsh, Bad Company, 38 Special, Whitesnake, Ozzy Osbourne, Scorpions e molti altri ancora. I suoni mainstream di qualità, quelli che passano alla radio ancora a distanza di decenni, gli devono più che qualcosa, e facciano fede a riguardo i sei Grammy Award guadagnati e i moltissimi milioni di copie vendute di dischi che includono il suo nome fra gli artefici.

Creatore di un suono radiofonico e carezzevole, progettato minuziosamente, ottenuto con fatica e impeccabilmente rilegato, dalla prima metà degli anni Novanta Keith Olsen aveva diradato le sue attività di produzione, impegnandosi in altri progetti, mantenendo sempre un contegno di riserbo ben poco comune nel music business e tuttavia non negando interviste calorose, colme di dettagli, a quanti fossero curiosi di ca(r)pire i metodi di uno dei più cristallini talenti che si sia mai applicato allo studio di registrazione e al banco del mixer. Per il resto, ben poco era noto della vita personale dell’uomo Keith Olsen, e infatti la notizia del suo decesso ieri, 9 marzo, è giunta a ciel sereno, nel mezzo di una situazione dove si tende a parlare di tutt’altro. Sobrio anche nel congedo, in quasi paradossale contrasto con il suono lussureggiante dei “suoi” dischi. Non se ne trovano mica tanti così.

Ciao Keith. Chapeau.

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