La città è urbs, struttura fisica, è civitas, società, ed è polis, governo – Gerardo Iacoucci, Mario Vinciguerra – Urbanistica

Negli anni d’oro del cinema italiano, i Sessanta e i Settanta, era prassi degli studi e dei produttori commissionare ai compositori brani musicali da usare a commento delle pellicole. Questi brani, spesso anonimi, dovevano servire a scene ricorrenti nei prodotti cinematografici di genere (scena nel nightclub, scena romantica, inseguimento, duello, ecc.), e dunque venivano composti in serie, a formare vere e proprie librerie sonore, da cui i registi potevano attingere per le loro esigenze filmiche. Vista la natura seriale dell’operazione, spesso questi componimenti restavano anonimi, senza che i reali meriti di ciascuno potessero essere resi noti, e tuttavia queste condizioni consentirono ai compositori e ai musicisti una libertà creativa inimmaginabile in altri contesti di edizione musicale massiccia: basti pensare che i primi timidi abbozzi, all’inizio dei Settanta, dell’uso del sintetizzatore in Italia avvennero proprio in questo settore; per non dire dell’assorbimento delle più recenti tendenze d’oltreoceano (come il funk, che si stava impossessando delle colonne sonore dei film blaxploitation), recepite appieno e declinate secondo un gusto melodico in linea con la tradizione nazionale, o degli esperimenti con strutture armoniche ostiche, vicine a certe elaborazioni del jazz più avanguardistico e allora inaudite in campo cinematografico. Insomma, la library music, come venne battezzata da coloro che nei decenni successivi, in Italia e all’estero, si dedicarono alla sua riscoperta e divulgazione, aveva molto da offrire in termini di creatività, godibilità e potenziale immaginifico; caratteristiche che mantiene tuttora, e per la definitiva consacrazione le manca solo una versione musicale di Quentin Tarantino.

Tra le varie uscite, che ormai si susseguono ininterrotte ad opera di etichette specializzate, dedite al recupero dei master tape originali e alla loro rimasterizzazione e pubblicazione (spesso per la prima volta in assoluto, a decenni di distanza dall’incisione), va segnalata “Urbanistica”, opera del compositore romano Gerardo Iacoucci, con l’aiuto di Mario Vinciguerra (qui sotto lo pseudonimo M. Fusciati), uscito originariamente nel 1971 per la Octopus Records, etichetta specializzata nella library music, e riportato sul mercato con una ineccepibile ristampa su vinile (180g, busta antistatica e confezione in cartone spesso) dalla romana Four Flies Records. I brani di “Urbanistica” erano stati pensati come commento musicale di un documentario omonimo sullo sviluppo incontrollato delle città italiane, e infatti si trattava di “stacchetti”, ognuno denominato in base al luogo urbano oggetto di descrizione e di durata raramente superiore ai due minuti, e si può dire che per essi l’obiettivo del compositore di realizzare brani dall’alto potenziale immaginifico-descrittivo sia pienamente raggiunto: la mistura di funk sornione, aperture armoniche di jazz elettrico e soluzioni più classicamente cinematografiche a base di strumenti acustici disegna un paesaggio urbano ben leggibile nei suoi elementi principali, punteggiandolo nel contempo di dettagli visivi (per l’occhio della mente, beninteso) nitidi e caratterizzanti, realizzando la funzione forse più alta della musica, ossia il trasporto mentale. Ne esce un disco godibilissimo, in continuo movimento come la moderna metropoli e però reso disincantato dall’osservazione dei guasti prodotti dall’impetuoso sviluppo, economico e urbano, dei decenni postbellici sino ad allora. Perché i problemi che la città in espansione poneva già al tempo (inquinamento, sovraffollamento, scarsa qualità edilizia, mancanza di pianificazione territoriale, mancata previsione di spazi pubblici e, più in generale, di elementi identificativi e identitari) sono per molti aspetti gli stessi che odiernamente ci affliggono, a volte con significativi miglioramenti, altre con stasi o persino peggioramenti. Un brano come Speculazione Edilizia, che si direbbe uscito dalla penna di Henry Mancini, è emblematico sul punto sin dal titolo.

Insomma, un piccolo classico italiano dimenticato, che dell’Italia espone bene virtù, la creatività, e vizi, l’autolesionismo, e ci ricorda cos’è la città: luogo magnifico e terribile, fonte di identità e di alienazione, spazio di edifici e individui. Urbs, civitas e polis contemporaneamente, come ricorda la definizione di Edoardo Salzano che intitola l’articolo. Dedicato a lui, nel giorno del trasloco in un’altra area del PRG, la fascia di rispetto cimiteriale. Chissà se ha mai conosciuto quest’opera musicale, peraltro di un autore di sensibilità a lui vicina (Iacoucci, sopraffino pianista jazz, fu tra i fondatori, negli anni Settanta, della Scuola Popolare di Musica di Testaccio); ormai è troppo tardi per scoprirlo, però non per noi che, ascoltatori e cittadini, siamo ancora qui.

Tutta nostra la città. E la sua scienza.

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