Nor was he deceived in his expectation, that the senate and people would submit to slavery, provided they were respectfully assured that they still enjoyed their ancient freedom: NOFX – The Decline

nofx - the decline
He’s got his/And I got mine/Meet the decline“. Già queste parole del lungo testo basterebbero a tracciare una mappa concettuale del thema probandum, commettendo, però, l’imperdonabile errore di tralasciare la musica che a quell’apparato concettuale fa da comple(ta)mento. Musica che costituisce un unicum, se non stilistico, quantomeno ideologico; un esperimento a tutt’oggi ineguagliato di crasi tra forma e contenuto tra loro antipodici, e forse proprio in questa secchezza del ramo innestato dall’idea sottostante a questo EP sul tronco del punk risiede una porzione magari piccola, ma significativa ratione materiae, del declino di cui il brano tratta.

Era il 23 novembre 1999 quando i NOFX davano alle stampe un disco che resterà negli annali come una mosca bianca: un EP costituito di un’unico brano di oltre diciotto minuti di lunghezza. Sì, esatto, diciotto: una delle formazioni più significative dell’hardcore melodico californiano, che tanto aveva spopolato in quegli anni Novanta, regalando peraltro soddisfazioni commerciali agli stessi NOFX, si produceva in una composizione sostanzialmente progressive, piegando un genere musicale, il punk, che di concisione e immediatezza aveva fatto le sue credenziali stilistiche, alle esigenze di un’articolata suite divisa in più parti e costruita su cambi di tempo e di atmosfera. Un suicidio, sulla carta; impensabile, infatti, tenere insieme i riff essenziali e i tempi spesso parossistici dell’hardcore con le esigenze di evoluzione e sviluppo espresse da un brano così lungo, o anche solo di mantenere l’interesse dell’ascoltatore per l’intero arco di un simile minutaggio. Già sono rarissimi i brani hardcore che sfondano la barriera dei quattro minuti, figurarsi di crearne uno lungo oltre quattro volte tanto. Ma, come si dice, le grandi imprese fanno i grandi uomini (pagandoli troppo, solitamente), e quindi il cimento di Fat Mike, bassista, cantante e compositore principale del gruppo, nonché prototipo di giullare che ha fatto del punk uno stile e una ragione di vita, vale come monito che, volendo, ce la si può fare, ad abbattere le barriere. Il problema è cosa si trova al di là, e Fat Mike e i suoi si premurano di farcelo sapere a modo loro, con sarcasmo pungente e critica estesa, senza per questo dimenticare le loro radici sonore, ossia le velocità serrate, le minute e spesso affilate sequenze di power chord, le melodie vocali accattivanti ma pur sempre porte con la necessaria sciatteria e l’inusuale apertura ad altre sonorità, in particolare quelle garantite dalla tromba suonata dal chitarrista El Hefe e, in questo caso, dal trombone, affidato a Lars Nylander dei defunti Skankin’ Pickles.

Il risultato, come detto, poteva essere disastroso, e aveva tutti gli elementi per esserlo. Ne esce, invece, un capolavoro, non tanto in senso qualitativo rispetto alla componente musicale – cosa che probabilmente non è, nonostante l’indubbio spessore della composizione – quanto, piuttosto, sul piano innovativo, ponendosi, appunto, come un capo d’opera, che per primo traccia una nuova via rispetto a sentieri esistenti e tra loro sostanzialmente paralleli, aprendo ulteriori possibilità espressive più sofisticate sul piano lirico, se viste dal lato del punk, e di maggiore impatto, se apprezzate avendo come riferimento stilemi più articolati. Restare piacevoli o persino interessanti per oltre diciotto minuti suonando, sostanzialmente, hardcore melodico non è da tutti, perché richiede inventiva melodica, consapevolezza armonica e abilità strumentale; caratteristiche, queste, non di ogni gruppo punk che si incontra per strada, nemmeno nella California di fine Ventesimo secolo, dove i candidati abbondavano e sempre nuovi ne spuntavano come funghi. Occorrono delle capacità superiori sui piani compositivo ed esecutivo per riuscire nell’impresa, e con questo disco i NOFX hanno dimostrato di possederle, ad onta dei detrattori e dei critici (posizioni, purtroppo, quasi sempre coincidenti), che li hanno intruppati nel cosiddetto corporate punk, più o meno artatamente dimenticandone la lunga militanza (sono sulle scene dal 1983) e la costante scelta di indipendenza discografica (affiliati alla Epitaph di Brett Gurewitz fino al 2000, passeranno poi a pubblicarsi i dischi in proprio con la Fat Wreck Chords, fondata da Fat Mike con la allora moglie Erin), nonché le posizioni spesso scomode assunte rispetto a tematiche religiose (Blasphemy (The Victimless Crime)), politiche (Murder The Government), sessuali (Liza And Louise), patriottiche (Franco Un-American), musicali (Eddie, Paul And Bruce). Una fedeltà alla linea, quella del “nel cazzeggio impegno”, che The Decline ribadisce ulteriormente, calcando particolarmente la mano sul lato socio-politico, come il testo si incarica di dimostrare con florilegio di tematiche, riferimenti e artifizi: citazioni storpiate di America The Beautiful, accuse aperte di imbecillità ai compatrioti, caustici neologismi (greediocracy), sagaci calembour (“Add the Bill of Rights, subtract the wrongs“), domande retoriche (se non si fanno domande, come si può imparare dal passato?), reprimende contro le armi, denuncia dell’insensatezza del sistema penale, inventario delle armi di distrazione di massa, confessioni di impotenza di fronte ad un sistema oppressivo, tentazioni di ottundimento autoindotto per fronteggiare una realtà insostenibile, menefreghismo più o meno consapevole e altro ancora. Una vasta riflessione sui mali del sistema America – ma non solo – e nel contempo un pungolo a reagire, cercando in se stessi la consapevolezza e la volontà di non farsi omologare in vacue coazioni a ripetere azioni, pensieri e parole o, almeno, avendo l’onestà intellettuale di ammettere la scelta qualunquista e la conseguente necessità di ricorrere ad artifici biochimici per fronteggiarne le conseguenze. Il declino dell’impero in diretta, insomma.

Dal canto suo, la musica sottolinea i cambi tematici con occasionali rallentamenti e altrettante esplosioni di rabbia, in un continuo ricambio tra tensione e rilascio, a volte improvviso e talvolta all’esito di un crescendo, come quando fa la sua comparsa per la prima volta il trombone. Il tutto senza sacrificare impatto e melodia e, soprattutto, l’identità stilistica punk, fondamentale per il gruppo ma altrettanto per dimostrare la propria tesi, che poi è la stessa di Nazi Punks Fuck Off: non sei hardcore solo perché ti fai i capelli a punta. Sicché non sembrano neanche passati i 18 minuti quando il riff finale svanisce in fade, e uno si chiede se davvero non ha assistito al più lucido commentario del disfacimento dell’Occidente prima dell’era dell’Internet ubiquo, quando bastava un abisso individuale o collettivo di serotonina per dichiarare il tramonto della Terra della Sera. Il dubbio rimane; come il declino, del resto.

Di “The Decline”, stampato a tiratura limitata in dodici pollici di vinile (sul lato B un pezzo trascurabile e già edito, di cui al momento mi sfugge il nome) e su un sorprendente CD per la metà trasparente (l’unico di tal fatta in cui mi sia imbattuto finora), si persero  praticamente subito le tracce, per varie cause: stranezza, complessità e scomodità dell’opera; ipertrofica produzione discografica del gruppo; inizio del declino del punk melodico a partire dal nuovo millennio. Gli stessi NOFX ne hanno riprodotti dal vivo solo brevi stralci, e sempre in medley con altri brani, come sancito anche dal disco dal vivo “They’ve Actually Gotten Worse Live” del 2007. Tuttavia, un simile sforzo creativo non poteva passare totalmente inosservato, e infatti nel 2015 un giovane direttore d’orchestra francese, Baz, ha creato degli arrangiamenti orchestrali per The Decline, facendoli poi eseguire da un’orchestra di oltre cinquanta persone al Conservatorio di Nancy; il filmato ha raggiunto quindi i NOFX, che hanno infine ritenuto di eseguire il brano per intero dal vivo, affidandolo quasi interamente all’orchestra diretta da Baz, il 30 giugno 2018 al festival olandese Jera On Air, per un risultato che ha lasciato tutti, in primis il disincantato Fat Mike, visibilmente commossi.

Fare per fermare il declino, diceva quello. O forse era “bere”. O forse, chissà, “suonare”.

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