The Brutish Empire: Whitesnake – Flesh & Blood

whitesnake - flesh & blood

Volevo davvero scrivere qualcosa di buono su “Flesh & Blood”, il nuovo album degli Whitesnake, uscito oggi stesso, per cercare di salvare il salvabile e vedere il bicchiere mezzo pieno. Avevo anche iniziato a buttare giù qualche riga di introduzione, quando mi ha colto la sensazione di star prendendo in giro in primis me stesso. E quindi vado al punto subito.

Un disco al solito cerchiobottista da parte di una vecchia volpe del music business (e pur sempre un gentiluomo, bisogna dire), alle prese con un monicker ingombrante e una voce che sempre più sconta i limiti fisici che l’età presto o tardi impone a tutti o quasi. Cerchiobottista perché cerca di accontentare un po’ tutti, i fan del periodo hard blues (Shut Up & Kiss Me; Get Up; Good To See You Again) e del boom di metà anni Ottanta (Well I Never; When I Think Of You (Color Me Blue)), chi ha i Deep Purple nel cuore (Heart Of Stone) e chi vuole le chitarre spesse e i volumi tipici della loudness war era (la title-track; Hey You (You Make Me Rock)), e peraltro ci riesce senza difficoltà, forte di una formula ormai collaudata e di un cast di musicisti davvero notevole (alla chitarra è giunto ad affiancare l’ormai stabile Reb Beach l’ex Night Ranger e Trans-Siberian Orchestra Joel Hoekstra, abilissimo sul piano tecnico e compositivo, mentre alle tastiere e alla seconda voce c’è un talento puro come il nostrano Michele Luppi e alla batteria nientemeno che il rientrante Tommy Aldridge). Ne esce un album ruffiano, gradevole ma anodino nel suo ripetere pavlovianamente una formula collaudata per racimolare qualche soldo (ma davvero ce n’è ancora bisogno?) e avere un motivo per intraprendere il solito tour mondiale (serve dunque un disco del genere per salire sul palco a cantare per l’ennesima volta Is This Love o Still Of The Night?). Esecuzione perfetta, produzione granitica, copertina asettica: carne e sangue sono un’altra cosa, insomma.

Piacerà ai fan di qualsiasi età e ai cosiddetti “vecchi rocker”, gente che seguita a mascherare la calvizie con capelli lunghi tirati indietro fino allo spasmo e raccolti in un bozzo retrocranico ovvero con la bandana d’ordinanza, perfetto pendant per la catena che unisce il portafoglio a uno dei passanti anteriori dei jeans, la quale, a sua volta, è metafora più o meno inconsapevole della cedevolezza gravitazionale che causa travagli poco più sopra. Gli altri magari ascolteranno – chi distrattamente, chi attentamente e, oy gevalt!, ripetutamente – e, una volta intrattenuti, passeranno oltre, probabilmente per sempre e senza remora o rimpianto alcuno. E va bene così, con buona pace di Coverdale, che resta uno dei primattori del rock di ogni tempo e una persona intelligente e lucida. Anche troppo, a sentire “Flesh & Blood”.

Buon divertimento.

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