Streaming for vengeance: The Dirt

The_Dirt_Movie_Poster

Atteso lungamente e infine realizzato quando Netflix ha acquistato i diritti sull’omonimo libro, “The Dirt” ha visto la luce ieri, 22 marzo, portando la biografia dei Mötley Crüe all’unico vero grado di fruizione nella quale avesse senso, quello audiovisivo, nonostante il libro non mancasse di charme e si ponesse, in ragione delle incredibili vicende capitate ai quattro (spesso, viene da pensare, esagerate o amplificate per ragioni narrative), come un vero e proprio romanzo. Ma l’aspetto visuale è sempre stato cruciale per la faccenda Crüe, e quindi sarebbe stato limitativo e forse persino ingenuo pensare che la pur potentissima arma dell’immaginazione riuscisse a rendere compiutamente un’estetica e un periodo storico che più di ogni altro all’infuori della contemporaneità ha fatto del look e del glamour il proprio elemento distintivo. Godiamoceli con gli occhi non meno che con le orecchie, i Mötley Crüe, ché la mente non serve veramente. Anche se ci piacciono dalla A alla Z, è all’incirca verso la R che danno il meglio di sé.

Confesso subito: temevo che il film sarebbe stata l’ennesima produzione coeva di biopic musicali, prona sui dettami ideologici della contemporaneità e dunque capace di distorcere la realtà e le sue pur sgradevoli o persino orribili implicazioni in nome dell’onnipresente e in apparenza invincibile politically correct. Una soluzione del genere avrebbe ucciso un film de(l) genere, e anche un annacquamento ideologico avrebbe avuto effetti devastanti sulla narrazione, perché nulla di ciò che ha riguardato i Mötley Crüe è mai stato improntato alla correttezza, politica, ideologica o di altra natura; poteva funzionare – e ha infatti funzionato – per i Queen, ma non per Vince, Mick, Nikki e Tommy. Sono quindi sollevato nel constatare che del politically correct non c’è tutto sommato traccia in “The Dirt”: i protagonisti e il loro entourage erano bianchi, e come tali sono stati ricostruiti, senza posticce interpolazioni nel nome dell’equità razziale; il sesso, anche nelle sue componenti più selvagge e decadenti, era una componente essenziale del modo di essere del gruppo, e anche su nudità e simili non ci sono stati tagli significativi (anche se, trattandosi dei Mötley Crüe e di sesso, the more the better è sempre un’opzione); la droga, tutta, anche quella pesante e nelle sue peggiori implicazioni, c’è e pervade tutta la parabola narrativa, come è probabile che sia successo davvero e come si ricava dal libro e dalle altre fonti, orali (!) o scritte, a disposizione; il maschilismo e la violenza ci sono e si vedono; il decadentismo c’è e si vede e si sente, insomma. E già questo è un successo.

Ma se la sceneggiatura si dimostra fedele al libro, e la sua realizzazione non si distacca particolarmente dalla realtà, ottima risulta anche la scelta del cast: Douglas Booth è davvero simile a Nikki Sixx, l’aura maledetta e pericolosa di Iwan Rheon (basta ricordarselo nei panni di Ramsey Bolton in “Il Trono di Spade”) si attaglia perfettamente al taciturno Mick Mars e il tatuato Colson Baker riesce a rendere in maniera adeguata l’esuberanza adolescenziale di Tommy Lee. Senza parlare delle protagoniste femminili, sostanzialmente in secondo piano nella narrazione ma tutte perfettamente calate nella parte a ciascuna assegnata e, per così dire, esteticamente conformi. Neanche gli effetti speciali deludono, limitandosi a ricostruire e, beh, riprodurre lo show ultrapirotecnico del gruppo senza strafare, come sembra invece un must in quest’epoca di grafica computerizzata. L’ambientazione, poi, è perfetta: l’immaginario della California meridionale degli anni Ottanta è restituito alla perfezione, con il suo carico di palme, spider sportive, vestiti attillati di cuoio e animalier, feste, ville e blonde bombshells, e solo a voler fare i feticisti si può muovere alla produzione qualche piccolissimo appunto (l’auto in cui Vince e Razzle fanno l’incidente era una De Tomaso Pantera del ’79, non una Chevrolet Corvette; ma trovala tu, nel 2019, una De Tomaso Pantera…). E anche la regia risulta incredibilmente misurata nell’uso degli espedienti narrativi, limitandosi a una ricostruzione piana e cronologica della vicenda (ulteriore dimostrazione della bontà della sceneggiatura e, prima ancora, del libro da cui è tratta in maniera sostanzialmente pedissequa) che sa valorizzare gli elementi più spumeggianti senza per questo evitare di soffermarsi sui momenti più tragici della storia; il regista, Jeff Tremaine, viene da produzioni seriali improntate alla frenesia narrativa, ma “The Dirt” lo trova, in maniera forse sorprendente, consapevole del suo ruolo e delle esigenze di copione. Sulla scelta musicale, poi, non mi dilungo, rilevando come anche in questo caso abbia prevalso un self-restraint tanto incredibile quanto efficace (simile, in questo, allo stile chitarristico di Mick Mars) e come la versione trip-hop di Live Wire funzioni davvero bene, sia di per sé che per gli scopi narrativi a cui è adibita; per il resto spero prevalgano la curiosità e il desiderio di divertimento del pubblico.

Insomma, un prodotto magistrale, realizzato per divertire con stile e pienamente riuscito nei proprio intento. Perché, obiettivamente, fare un film sui Mötley Crüe nel 2019, oltre che vellicare gli istinti ludici degli oramai non particolarmente giovani fan, serve solo a intrattenere piacevolmente, stampando un sorriso sulle labbra (scegliete voi quali) degli spettatori e implicitamente rilevando la distanza tra lo show biz che fu, in cui comportamenti eccessivi di ogni sorta erano tollerati e in un certo senso considerati parte del rischio d’impresa, e quello odierno, in cui è ancor più vero di allora che il profitto è tutto e i tempi di realizzo non consentono di creare immaginari, suggestioni e circhi capaci di catturare durevolmente la fascinazione del grande pubblico. Questo hanno fatto, i Mötley Crüe; hanno catturato l’attenzione del pubblico, ed è difficile competere con loro in questo campo, anche oggi, anche in video.

Immagino che consigliare la visione di “The Dirt” a chi si interessa della materia (rock, ma anche divertimento) risulti, a questo punto, forzato. Ma forzato è stato anche il successo dei Mötley Crüe a fronte degli effettivi meriti musicali, e quindi ci può stare. Un ultimo appunto: siccome produce Netflix, il film è stato pubblicato solo su tale piattaforma, e non nei cinema (a quanto consta); pertanto, profittarne in streaming è l’unico vero modo di fruirne, puro divertimento e poi via a farsi distrarre da altro. ‘cause I’m a live, live wireless.

Streaming for vengeance, ecco come dobbiamo fare. Ecco cosa ci resta.

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