Indie per cu(l)i. Un tumore ti devasta la vita, ma anche l’entropia non scherza.

Diceva Orson Welles che l’Italia conta oltre cinquanta milioni di attori, e i peggiori stanno sul palcoscenico. Non so se sia vero o meno, ma posso apportare sul punto la mia esperienza, in particolare di quando, nemmeno lontanamente ventenne, mi trovai ad assistere, in contesto carnascialesco, a un’esibizione dei Tre Allegri Ragazzi Morti e, facendo supplire a una non invidiabile distanza dal palco una sobrietà ormai inesistente, domandai loro tra un brano e l’altro, con voce tonante e calata vernacolare, se un’eventuale condotta sodomitica perpetrata nei loro confronti li avrebbe resi più allegri o più morti. Spacconerie alcoliche adolescenziali, ma pur sempre valide per confermare  oggi il giudizio, magari sbrigativo ma già allora fondato, sul trio pordenonese. Che, con l’ultima trovata pubblicitaria (della quale si può apprendere dalla foto di cui sopra o qui), è riuscito a smentire clamorosamente l’autore di “Quarto Potere” e, nel contempo, a svelare con massima chiarezza lo stato odierno della musica italiana che si fa vanto di galloni di autenticità, autonomia artistica e intellettuale nonché – tenetevi forte – indipendenza. In dipendenza. Indi pendenza.

E comunque li ringrazio, i Tre Allegri Ragazzi Morti, per avermi rivelato, a distanza di tutti questi anni, che la risposta allo spiazzante dilemma era: “più morti”.

Morti.

MoRTI.

Che poi sta per “Movimento di Rinnovamento del Teatro Italiano”.

O magari per “Mo’ RTI”.

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