Gimmick danger: The Morlocks – Bring On The Mesmeric Condition

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I Morlacchi sono tornati, cremosi e rustici come sempre. Li capitana, al solito, Leighton Koizumi, un metro e novanta per forse settanta chili di nippo-americano con capelli a fungo e apertura orale che Steve Tallarico lèvati. Tornato alla vita e ormai residente europeo dopo essere sparito dalla circolazione per un decennio ed infatti dato da più parti per morto. Si scoprì poi che, nel momento più grave della sua dipendenza da eroina, aveva sparato ad uno spacciatore in Messico durante l’acquisto di una partita di droga e aveva trovato alloggio decennale nelle locali galere, e ditemi voi se non sembra la trama di un film di Tarantino o Rodriguez. Leggenda metropolitana o meno che sia, aggiunge al fascino inquietante di un personaggio che, tra i prime movers del revival garagista degli anni ’80, prima con i Gravedigger V e poi proprio con i Morlocks, si candida ora a plausibile successore di Iggy Pop nel ruolo di rettile del rock ‘n’ roll, e pazienza se la fama sarà una frazione di quella dell’originale. Iguana no, lucertola meno ancora; facciamo camaleonte, un leone che striscia a terra, che sa cambiare colore per adattarsi all’ambiente e che all’occorrenza stende la preda aprendo fulmineamente la bocca. Sì, il Camaleonte ci sta.

Tutto questo preambolo per dire che Leighton Koizumi è i Morlocks, e che i Morlocks sono tornati. Rompendo un silenzio discografico decennale (“Easy Listening For The Underachiever”, stampato per i tipi della nostrana Go Down Records, una faccenda del 2008) e con una formazione completamente rinnovata che sembra una barzelletta (chitarrista e bassista tedeschi, altro chitarrista italiano e batterista olandese) ma il cui modo di suonare non ha nulla di risibile, il 31 agosto scorso il gruppo ha pubblicato “Bring On The Mesmeric Condition”, il suo sesto LP, se accogliamo la teoria per cui “Submerged Alive” sarebbe in realtà un disco di studio con posticce grida del pubblico. La forma è quella dei tempi migliori (?), e la linfa portata dai quattro nuovi membri, alcuni facenti parte del gotha della scena garage europea, ha galvanizzato la ditta Morlocks, che, tra la furia MC5 di Bothering Me, l’omaggio alla tradizione di No One Rides For Free (dal vivo presentata con l’eloquente chiosa “ass, grass or cash“) e la torbida pantomima stoogesiana di Heart Of Darkness, produce l’album stilisticamente più vario ma musicalmente più coeso della sua lunga carriera. Chiaro, un disco del genere (in tutti i sensi) non cambierà la vita a nessuno, e la sensazione di pericolo che potevano suscitare “Emerge” o “Submerged Alive” è da lungo svanita, ma è bello sapere che i Morlacchi sanno ammorbare ancora come si deve. Invero un ascolto, anche solo distratto (complimenti se ci riuscite), sarebbe un ottimo modo per omaggiare un uomo e una formazione che più credibilmente e ostinatamente di altri e altre hanno fatto del rock ‘n’ roll la propria ragione di vita. Sempre che non vi innamoriate anche voi della op art in copertina, e allora sarà l’inizio di un tête-à-tête a dodici pollici e trentatré giri.

Dal vivo, ovviamente, la resa del materiale è decuplicata: la combinazione chitarra pulita-chitarra fuzzolente (il vero asso nella manica dei Morlocks) potentissima ma in grado di consentire articolazioni sonore senza affogare i brani in un marasma  ultradistorto che li rende indistinguibili l’uno dall’altro (uno dei problemi principali dei gruppi dell’underground); la batteria una perversa scarica di adrenalina e, all’occorrenza, un motore di morboso groove; la voce di Leighton Koizumi un urlo ferino e ferito ma anche un sensuale rantolo da corteggiamento bestiale. Esperienza ovviamente consigliata (a me è capitata una settimana fa e devo ancora riprendermi), ma questo si poteva immaginare. Ma, al netto dei consigli, senza la condizione mesmerica da portare sul palco, a gente de(l) genere non resta nulla, neanche una ragione di vita. E dunque una volta di più la si faccia entrare, questa maledetta condizione mesmerica. Ce la meritiamo, razza di animali da salotto che siamo diventati.

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