…e chiunque dorma in una casa da solo è preso da Lilith: Lucifer – Lucifer II

lucifer
Non so se vi ricordate “Live Through This” delle Hole, classe 1994 e unanimemente considerato il loro capolavoro. Di esso si è sempre malignato che fosse perlopiù farina del sacco del consorte della maggiore azionista, uomo di spiccata personalità e comprovate abilità autoriali, tale Kurt Cobain. Velenose e maschiliste insinuazioni a parte, e constatato come certe dinamiche seguitino a riproporsi identiche persino nel mondo del rocchenròll, pure (auto)dichiaratosi libertario e libertino, c’è da dire che un coevo sodalizio sentimentale e musicale tra donna e uomo può rivelarsi foriero di grande piacere anche per le orecchie. O di luce.

I Lucifer, ad esempio, sono da sempre la creatura della berlinese Johanna Sadonis, voluttuosa cantante votata al dark sound che nel corso degli anni, complice un’indubbia avvenenza, è riuscita a coinvolgere nel proprio progetto musicisti uomini di chiara fama e altrettanto preclare abilità. Il debutto omonimo, datato 2015, vedeva in formazione Gary “Gaz” Jennings, chitarrista dei Cathedral e dei Septic Tank, ed usciva per l’inglese Rise Above Records, forse l’etichetta di punta per le sonorità doom e forse anche perché il patron di essa, nonché voce dei Cathedral, Lee Dorrian intratteneva con la Sadonis una relazione non solo artistica e d’affari. E ciò tuttavia non impediva a quell’album, frutto di un lavoro di gruppo tradizionalmente inteso, di essere un valido esempio di sonorità catacombali e sinistre, ispirate dai Sabbath come dai Sabbat senza per questo scordare maledizioni sepolte da millenni nelle sabbie mediorientali e morbosità decadentiste. Ma solo quello che non c’è non si rompe, citando il titolare dell’unica Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila Tedesca giunta in terra americana (a proposito, fanno ottant’anni adesso), e dunque le strade dell’inglese e della tedesca si sono presto separate, sospingendo il Portatore di Luce nuovamente nell’oscurità, sino all’incontro con un altro mentore, tale Niklas Andersson d’Isvezia. Costui, noto alle cronache, naviga da oltre vent’anni i mari del rock con poliedrica abilità, nitido talento e genuino entusiasmo nell’intraprendere nuove spedizioni musicali, e non sorprende dunque saperlo pronto nell’offrire la sua perizia come batterista, compositore, cantante, chitarrista, bassista e produttore al debilitato progetto della bionda cantante. Cosicché, reperito il giovane chitarrista svedese Robin Tindebrink, i rinati Lucifer si sono inabissati verso nuove vette, dapprima con una formazione e un’attività live stabili (a dare manforte sono giunti da ultimo il bassista Alexander Mayr e il chitarrista degli svedesi Dead Lord Martin Nordin), quindi con un nuovo album,  “Lucifer II”, uscito il 6 luglio scorso per la Century Media. Il tutto senza contare la relazione sentimentale sorta tra la conturbante tedesca e il talentuoso svedese, lei ancora nel secondo decennio di vita e lui a vista del mezzo secolo e però spiriti affini nel corpo e nella musica, e che tenerezza vedere lui con l’espressione imbambolata, tipica dei primi sussulti di un nascente amore, quando, durante il concerto berlinese degli Imperial State Electric il 7 dicembre 2017, si inginocchiò ai bordi del palco, nell’intermezzo tra una canzone e l’altra, per baciare brevemente ma appassionatamente la sua bella che assisteva all’esibizione in prima fila.

Vista la forte personalità musicale di Andersson, era quasi ovvio che la sua presenza avrebbe influenzato il nuovo corso sonoro della formazione, ed infatti così è stato, e basti a conferma raffrontare le melodie vocali del disco con quelle di Hellacopters e Imperial State Electric. Non si può tuttavia parlare di scippo del monicker ovvero di un suo snaturamento, trattandosi, piuttosto, di evoluzione, perché gli elementi fondativi del dark sound sabbathiano, che costituivano le coordinate essenziali del progetto, sono rimasti al loro posto, mentre gli aspetti più pesanti e metallici sono stati smussati in favore di un approccio più tradizionalmente legato a ciò che oggi passa sotto il nome di “classic rock dei Seventies“, in primis mutuato dai Blue Öyster Cult, da sempre grande amore di Andersson, i quali hanno prestato l’approccio intelligente alla scrittura e alcune soluzioni sonore, come i fraseggi chitarristici sovrapposti; emblematico sul punto, già dal titolo, un brano come Reaper On Your Heels. Lo spirito cupo del progetto Lucifer continua però ad incombere, incarnato dalla prestazione vocale della Sadonis, che stavolta imbizzarrisce il suo timbro in maggiori modulazioni bluesy rispetto al passato ma che nondimeno si mantiene un contralto dalla resa emotivamente grave e seriosamente sacerdotale. Non così le trame strumentali, che, proprio a causa della presenza di Nicke Andersson, guadagnano in ariosità e brio, conferendo sfaccettature interessanti ad un album che rischiava di essere affossato in partenza dal fatto di iscriversi in un revival settantiano ormai sin troppo affollato: che sia dovuta alle sfumature di pianoforte e tamburelli in un pezzo pure morbosamente sepolcrale come Dreamer, allo spazio sincopato e alla linea vocale prettamente kissiane di Phoenix, alle dinamiche e alle stratificazioni sonore di Eyes In The Sky, la varietà, pure restando chiaramente in ambito settantiano, non manca. Ne risulta un disco che ha molti punti di forza: un suono pieno, atavico come i suoi referenti ma chiaramente coevo, come denunciano i bassi in eccessiva evidenza all’interno dello spettro sonoro; una lunghezza adeguata (attorno ai quaranta minuti), ideale per ascolti plurimi senza noia; una scelta dei brani oculata, tra cui spicca una rilettura davvero notevole di Dancing With Mr. D dei Rolling Stones, resa quasi una outtake di “Volume 4” senza sacrificarne la natura freak e il lucore che la firma Jagger-Richards garantisce all’originale. Qualche punto debole c’è (soprattutto Before The Sun, semi-ballata alla foggia degli Scorpions di epoca Uli Jon Roth non appieno convincente), ma l’esperienza complessiva è più che positiva anche per chi, come lo scrivente, fatica a relazionarsi con la voce, ma solo quella, di Johanna Sadonis. Particolari non irrilevanti nel promuovere (?) a pieni voti (?) “Lucifer II” sono, poi, la copertina, summa settantiana di artefatte semplicità e autenticità, con tanto di espressioni diversamente acute dei musicisti, e il fatto che la stampa in vinile includa per lo stesso prezzo anche l’album in formato CD, riconoscendo esigenze senza per questo rinunciare a  sancire gerarchie.

Meno Cathedral e Danzig, più BÖC e Sabbath ’75-’79, insomma. Meno Dorrian, più Andersson. E nel mezzo lei, la bionda Johanna, a ribadire la sua personalità per schivare frusti stereotipi di genere ed etichette da “Courtney in tunica”. A ribadire che sono i Lucifer a portare la luce nella vita degli uomini che vi si accostano, e non il contrario. E che, in questo caso, c’è pure l’happy ending. Potenza di Lucifero.

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