Pietà e paura sono l’uomo, non c’è altro: Alice In Chains – Jar Of Flies

alice in chains - jar of flies

Da settimane dormo poco e come risultato mi ritrovo due occhiaie da Alice Cooper. Ma le somiglianze non si fermano qui, perché anche io non ho ricordi di avere inciso quattro album; forse perché non ho mai inciso alcunché. Ma questo non è importante, quando è fuori da qualche mese un disco, quello dei Ghost, che sembra un “Trash” o un “Hey Stoopid!” del terzo millennio, concepito, composto, suonato, cantato, inciso e prodotto con gli stessi orizzonti e obiettivi. Ma nemmeno questo è importante ora.

Mi sfuggi, Musa, eppur ti cerco ancora
E all’emistichio già ne affido improvvido
La ïntima cagion: poiché trascorro.

Una volta sapevo scrivere, o almeno mi sembrava. Adesso non più, e ne sono certo. I tre versi di cui sopra sono l’ultima creazione, e risalgono ormai a…già, a quando? Un anno fa? Otto mesi? Sei mesi? Chissà. A molto tempo addietro, comunque. Li vergai in una biblioteca dove mi trovavo per tutte altre ragioni; a matita, sul retro candido di un volantino abbandonato sul tavolo, che invitava a partecipare ad una manifestazione di protesta ormai coperta da oblio, dallo sfondo verde bosco con inevitabili sprazzi di colore e l’immancabile rosso in cospicua presenza. Consegnati ad una persona che pensavo potesse apprezzare e chissà che ne è stato di loro, a parte il fatto d’essere ad oggi l’ultima stesura di una qualche rilevanza per l’autore. La cui vena sembra essersi da allora esaurita, obbligando la corsa all’ore a svolgersi altrove. Né stavolta basta la fola autoingannatrice della potenza creatrice del dio che si deve manifestare attraverso di me con scoppio repentino ed inatteso, solitamente conciso, perché la durata e la sensazione fanno deporre per epoca chiusa, chiodo nella bara, chiudo nella gara, chioso nella tara.

Stasera qui vicino suonano gli Alice In Chains e, anche se hanno un nuovo cantante, fuori piove. Per qualche ragione la tentazione di uscire, ivi recarsi e pagare una cifra spropositata per banchettare su e con due cadaveri, uno in scarne e fossa e l’altro nientepopodimenoché un genere musicale, fa capolino, ma devo tenerla a bada per ragioni insieme kantiane e selliane su cui sarebbe inelegante diffondersi. E allora rimango qui seduto con un pugno di mosche, anzi, un copioso barattolo, e mi tocca fare con ciò che ho, ma non in quel senso. Ci arrivo.

La mia copia di “Jar Of Flies” viene dal Colorado, e mi è stata regalata diciotto anni fa da un allora diciottenne. Era sua; ma, in quanto dj, di quelli che fanno scratch, la sua musica era il rap e il suo formato era il vinile; eppure, in qualche modo ne era venuto in possesso e donarmela gli era parso un buon modo per rafforzare i nostri rapporti in occasione di una visita. Da allora mi fa compagnia sugli scaffali, e la rispolvero ogni tanto (ogni tanto). Oggi è uno di quei tanto. Forse perché fuori piove. Forse perché dentro piove. Forse perché non piove davvero ma sembra che. Forse ché sì, forse ché no. E dunque ecco il fantasma di un uomo tormentato che si manifesta nel mio salotto, il ciuffo biondo a singolar tenzone di lerciume con il mio, e mi spiega col suo tono peculiare perché siamo qui stasera una volta di più lui e io, coi ragazzi che ci fanno da sottofondo come se fossimo in un’arena con i muri di amplificatori, le luci e tutto il resto. Anche lui ha l’aria di dormire poco, nel suo guscio di noce, ma non vale la pena di chiedergli notizie in merito, visto quanto poco ci si vede. Vediamoci, per ora, e al resto penseremo dopo.

Anzi, già che ci siamo, potremmo fare tutti così: vederci, ora che siamo qua, e al resto pensarci dopo. Poiché trascorriamo e poi voliamo via, come mosche da un barattolo che qualcuno ha finalmente aperto.

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