Clash with reality: Vinnie Paul (1964 – 2018)

vinnie paul

Non c’è molto da aggiungere, rispetto alla massa di informazioni reperibili un po’ dovunque, su Vincent Paul Abbot, batterista texano congedatosi ieri in età non esattamente avanzata, se non che è stato uno dei simboli del metal, globalmente inteso, per personalità e per capacità musicali. Il suono compresso della batteria e della cassa che è praticamente ubiquo nel metal contemporaneo e da circa vent’anni è principalmente opera sua, si potrebbe dire; anche se la colpa del successivo appiattimento non è beninteso sua, perché la colpa è raramente di chi inventa, ma di chi usa l’invenzione. A tutt’oggi i Pantera sono uno dei gruppi più amati e più odiati dell’intero genere, e questo, oltre ad essere per più di un quarto responsabilità del nostro uomo, vorrà pur dire qualcosa. Per quanto mi riguarda, vorrà dire che Vinnie Paul ci mancherà, con il suo carattere rilassato e gioviale, sempre pronto alla battuta e alla bevuta in compagnia, e l’approccio sbalorditivo a piatti e tamburi, fatto di ritmi trituranti come di complessi passaggi sincopati, fusi con le massime naturalezza ed efficacia.

Puro e semplice talento accompagnato a puro e semplice amore per ciò che si fa e ad empatia con il prossimo (quest’ultima paradossale, se si pensa alla musica realizzata; o forse no, chissà); questo è stato Vinnie Paul, né più né meno. Gli parlai una sola volta, al telefono, per intervistarlo, in occasione dell’uscita del secondo album degli Hellyeah. Fu una chiacchierata semplice ma piacevole, in cui il calore dell’uomo e del suo pesante accento texano riuscì a farmi rompere il ghiaccio del primo colloquio “professionale” con un musicista. Oggi, ché si diffonde la notizia, ripenso a quel breve dialogo, durato forse un paio di minuti, e mi dico che non ne sarebbero serviti altri per capirsi anche de visu con un uomo così, che ti offre un Black Tooth Grin senza neanche sapere come ti chiami per dimostrarti amicizia e che sul palco non si è mai risparmiato in oltre trentacinque anni di battere e levare e in cinquantaquattro di diastole e sistole e di lui non vuole che si sappia in giro altro, perché altro non c’è da sapere. Ci ripenso e non so cosa aggiungere, e quindi è meglio che vada. A farmi un Black Tooth Grin alla sua salute.

See ya yonder, Vinnie.

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