Perché non parli?: Rocha – Unum

Rocha - UnumUna delle domande più ricorrenti tra chi si interessa di musica è se abbia senso catalogare le proposte sonore per generi e sottogeneri, in tal modo limitando in actis ciò che nasce per colpire la fantasia di potenzialmente qualunque ascoltatore, ossia la musica. Il tema è vasto e una soluzione univoca sul punto è forse impossibile, ed è dunque assistito da tale consapevolezza che fornisco il mio giudizio: le etichette sono un male necessario, perché la catalogazione, se compiuta secondo un criterio oggettivo (ossia basato su elementi stilistici bene individuati, e dunque applicabile in un numero indeterminato di casi), consente una sistemazione non solo su base cronologica delle proposte musicali e l’individuazione tra queste ultime di radici comuni, continuità o scarti stilistici. D’altronde, la conoscenza passa proprio per la categorizzazione, anche se quest’ultima rischia di ingessare in definizioni potenzialmente astratte la musica, che nella realtà si presenta eterea e plasmabile in molte diverse declinazioni, come tale sfuggente ad incasellamenti apodittici, ed è proprio per evitare tale rischio di disancoramento tra generi musicali e musiche che occorre basare l’ascrizione delle seconde ai primi su criteri oggettivi ed altresì mantenere costantemente la consapevolezza che le categorie sono anch’esse passibili di mutamenti, come la musica e come la realtà stessa.

L’occasione di questa preliminare digressione metodologica è data da un disco. Non perché esso sia di difficile incasellamento dal punto di vista stilistico; tutt’altro. Anzi, esso si esaurisce in un esercizio di manierismo talmente esibito da porre l’interrogativo circa l’utilità di una proposta musicale che riproponga pedissequamente un filone stilistico, decidendo in partenza le coordinate sonore di riferimento ed in tal modo costringendo la creatività compositiva entro queste ultime, che pure sono, come sopra esposto, necessariamente mutevoli. In altre parole, ha senso suonare musica che riproduce le proposte di ben individuate coordinate spazio-temporali senza alcuna innovazione, se tanto esistono già i dischi da cui si prende ispirazione? Da un punto di vista razionale, una risposta negativa apparirebbe la più sensata. Tuttavia, sempre sul medesimo piano, è agevole replicare che ulteriori proposte, emulative di quelle provenienti da altre epoche musicali, non riprodurranno mai esattamente le sonorità prese a modello, perché si collocano in un contesto storico-sociale diverso e, non secondariamente, proprio perché possono rifarsi alle altre più risalenti proposte che hanno codificato il genere riproposto, sicché un minimo contenuto di originalità, quantomeno nella scelta e/o nel dosaggio degli elementi emulati, deve riconoscersi anche all’opera del più ottuso copista. Da qui si potrebbe ulteriormente discutere della dignità di uscite puramente riproduttive di un genere del passato, ma la popstalgia che da ormai quasi due decenni impregna larghi settori della discografia sembra avere decretato che l’operazione è apprezzabile e apprezzata; d’altronde, tale soluzione si attaglia ad una situazione di mercato frammentata, in cui moltissime realtà settoriali, di grandezza variabile ma tutte accomunate dalla penuria di mezzi finanziari, convivono fianco a fianco cercando di sopravvivere e quasi mai intersecando le rispettive traiettorie. Molte parrocchie e nessuna cattedrale, insomma. Tale assetto, d’altronde, non necessariamente produce risultati negativi; anzi. Vediamo un esempio virtuoso.

I Rocha sono un recente progetto del tastierista e compositore portoghese Rui Rocha, proprietario di studio e anche dell’etichetta lisboneta Raging Planet, e rientrano perfettamente nella descrizione di qualche riga fa, perché la musica della formazione si rifà in maniera schietta e pedissequa al cosiddetto Westcoast AOR, ossia la frangia più levigata e pacata del rock adult oriented, ispirata giustappunto dalle sonorità radiofoniche prodotte in California indicativamente nel decennio 1973-1983. Genere un tempo popolarissimo a livello di vendite e di programmazione e da tempo caduto in disgrazia, al punto da essere sovente scambiato con il pop tout court (e in diversi casi l’equivoco è giustificato). Ma non tutte le disgrazie eccetera, perché ciò ha fatto sì che il costo di ingaggio dei migliori professionisti del settore, autori di canzoni, turnisti e produttori, sia divenuto sostenibile anche al di fuori della ristretta cerchia delle major discografiche, che hanno ridotto drasticamente il budget per la realizzazione di dischi in ragione di un’aspettativa di profitto dalle vendite modesta se non nulla. Ecco quindi che per personaggi settoriali e “minori” come l’intraprendente Rocha si apre la possibilità di costruire e pubblicare un album con la collaborazione di gente dalla professionalità inattaccabile, responsabile, quasi sempre da dietro le quinte, di praticamente tutto ciò che ha fatto la storia del pop e del rock da classifica, nonché dei loro variegati dintorni, dagli anni Ottanta in poi. Basta leggere i crediti, d’altronde: alla composizione il nostro uomo è stato affiancato da Jeff Paris (che ha aiutato anche con chitarra, tastiere e cori), mentre la batteria è stata suonata da Dave Weckl, Vinnie Colaiuta, Marco Minnemann e Gary Novak, la chitarra da Michael Thompson, Michael Landau, Tim Pierce e Paul Pesco, il basso da Matt Bissonette e Jimmy Haslip e le tastiere, oltre che dallo stesso Rocha, da Richard Baker e Jeff Lorber, mentre alla voce solista troviamo il capace Jeff Pescetto e ai cori Alex Ligertwood, Dan Reed e Terry Ilous. E se uno o più di tali nomi non comunica alcunché al lettore, basti sapere che si tratta del più impressionante palmares di curriculum vitae mai assemblato in un unico progetto di studio (eccetto, forse, il Million Dollar Quartet), e al curioso/scettico/puntiglioso una breve ricerca telematica chiarirà che i predetti sono autori o esecutori di musiche finite in album venduti in decine di milioni di copie, e sono quindi garanzia più che assoluta di professionalità. Tuttavia, i critici musicali ci hanno ab immemore istruito che la professionalità con il pentagramma e con lo strumento non è necessaria garanzia di qualità del risultato, e dunque resta da valutare se “Unum”, uscito a febbraio 2017 e ad oggi parto unigenito d(e)i Rocha, sia all’altezza delle aspettative. Valutiamo, con una premessa.

Questa musica fa della perfezione formale la sua stella polare, per non dire la sua ragion d’essere: sono brani fatti per passare in radio e per risultare accattivanti per il più ampio numero di ascoltatori possibile, una platea che va dal fruitore casuale (la casalinga che ascolta la radio stirando, il guidatore che tiene un sottofondo gradevole ma non distraente) al consumatore compulsivo, e che quindi fanno della ricercatezza melodica e dell’orecchiabilità “innocua” il loro punto di forza. Su queste premesse si può concludere che i nove brani di “Unum” costituiscono uno dei caposaldi (fuori tempo massimo, ma valga il discorso di cui ai primi due paragrafi per riconoscere che, sostanzialmente, non esiste un “tempo massimo” nella musica popolare) dell’AOR di matrice West Coast (non lo è anche il Portogallo, dopotutto?): non una sbavatura, ma nemmeno una sorpresa; non un’imperfezione, ma nemmeno un’invenzione. Uno scambio tra una walk on part in the war e un lead role in a cage, sostanzialmente; nulla di male in questa scelta opportunistica (che pure fanno molti altri, senza avere un elettrone del talento dei musicisti qui presenti), basta essere consapevoli. Che questa musica non sarà mai cool, non finirà mai sulle riviste, quali che siano, e non permetterà mai a nessuno di ottenere gli scopi per cui la pop music è stata concepita e tuttora ha così ampia diffusione. Ma, se valida, questa proposta sonora sarà sempre, sin dal primo ascolto ed ogni volta come in  occasione di quello, affidabile, un conforto magari di nicchia (altro paradosso, considerata l’accessibilità di tali sonorità e la loro ubiquità come sottofondo delle più disparate attività del quotidiano, dagli ascensori ai documentari) ma pur sempre tale.  E “Unum” è proprio questo tipo di valido, anzi validissimo, Westcoast AOR: che lo si ascolti in cuffia camminando o lo si piazzi di sottofondo mentre si cucina, che lo si diffonda tenue durante un relax serale o lo si scelga come colonna sonora di elaborazioni multimediali, non si sgualcisce mai, non perde mai la sua consistenza lieve, il suo sentore sofisticato e la sua atmosfera carezzevole. Certo, qualche pezzo spicca (Fallin’, impreziosita dal sax di Eric Marienthal; The Other Side Of Paradise, la cui linea vocale omaggia quella della scarafaggesca Here Comes The Sun e nondimeno prossima assai ai Journey; Back Into My Heart), mentre altri restano sottotono (la scialba I’ll Keep Holdin’ On), ma nel complesso il disco mantiene un’impeccabile consistenza stilistica e qualitativa, e se i tempi poco sostenuti e l’interpretazione sempre melliflua del cantante possono produrre un senso di monotonia, concentrandosi sui brani (e ancor più sugli arrangiamenti) si coglierà una coinvolgente raffinatezza che non potrà non lasciare ammirati e, beh, coinvolti. Insomma, “Unum” è come un tubino nero: non delude mai, sta bene con tutto ed è tanto elegante quanto tale si sente chi lo indossa. Merito anche dei sarti Jeff Lorber e (soprattutto) Keith Olsen, che in fase di produzione rilegano i brani con suoni perfettamente strutturati e di cristallino nitore, come il genere richiede e come da loro ci si aspetta(va). Se poi si aggiunge il mastering a cura di un esperto del settore come Brian Foraker, è difficile pensare di ottenere di meglio.

Non è indifferente segnalare, in chiusura, che il vinile e una versione limitata in CD di “Unum” prevedono un’elegante copertina intagliata, che crea un effetto neoplastico simile a certi quadri di Theo van Doesburg; motivo in più per sostenere lo sforzo creativo (si può farlo qui), considerato che il disco non è reperibile nei più frequentati luoghi dello streaming e che al link indicato si trova ogni necessario assaggio di questo inaspettato Tubinar Bells. Vedremo se il tempo sarà galantuomo.

5 thoughts on “Perché non parli?: Rocha – Unum

  1. ti si legge sempre con grande piacere, ma… riflettendo sulla sistematica di riferimento, esiste ancora la categoria , caro Orgio? 😉

    • Sei sempre gentile oltremodo. Grazie.
      Quanto alla categoria, non so se esista ancora; era, il mio, un riferimento ad una categoria in un certo senso archetipale, vale a dire quella di chi tiene la musica di sottofondo, solitamente la radio, mentre svolge attività ripetitive e a basso impegno concettuale. In questo senso parlavo di “casalinga che stira”. Dici che il riferimento non è appropriato?

      • Non saprei, caro Orgio. Dovrei chiedere alla mia consulente esperta di categorizzazione, la signora che vende giornali, al volo, lungo la stretta, e ripida, via che dalla collina scende al mare, qui nei pressi del mio attuale domicilio. Lei sa. E non si confonde mai. A ragion veduta, quando mio marito mi precede, a piedi giù per la strada, e si ferma da lei a comprare il giornale, la signora lo avverte del mio arrivo, alla guida della nostra auto.
        Con sicurezza, lo richiama all’attenzione: guardi -gli dice – sta arrivando suo marito!

  2. non so perchè, il blog abbia cancellato la categoria in prima battuta… forse davvero si rifiuta di accettarne l’esistenza?

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