Sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie: Flamin’ Groovies – Fantastic Plastic

Flamin' Groovies - Fantastic Plastic

Pensavo di essere troppo giovane per assistere alla pubblicazione di un nuovo album dei Flamin’ Groovies: troppo tempo, venticinque anni, è passato da quel “Rock Juice” che li vedeva ormai ben instradati sul viale del tramonto, canzoni sovente imbarazzanti a sancire il declino del gruppo di culto più “di culto” che il rocchenròll abbia mai prodotto. E invece sono contento di essere stato smentito. Felice, persino.

Dei Groovies dovreste già sapere, ma, se così non fosse, ecco una sinossi. Nati a San Francisco a metà anni Sessanta dalle ceneri di due formazioni folk, i nostri hanno la singolare caratteristica di avere sempre, intendo sempre, sbagliato la scelta dei tempi: con il trentatré giri di debutto, “Supersnazz”, anno 1969, si professavano apologeti del rock ‘n’ roll anni Cinquanta e della grafica anni Trenta quando tutti inseguivano la psichedelia e le utopie allucinate; con i seguenti LP provavano quindi ad allinearsi alle lancette della contemporaneità musicale, ma nemmeno il qualitativamente gigantesco “Teenage Head” (1971), che qualcuno icasticamente descrisse come “il modo in cui avrebbero suonato i Rolling Stones se avessero giurato fedeltà alla Sun Records anziché alla Chess” e che, pare, lo stesso Mick Jagger abbia definito superiore al contemporaneo ed osannato “Sticky Fingers”, riuscì a risollevarne le quotazioni. Col risultato di vedere la formazione sfaldarsi e riassestarsi (al posto di Roy Loney subentra il chitarrista e cantante Chris Wilson) e quindi ricomparire in Inghilterra a metà dei Settanta, sintonizzata su un suono debitore della British Invasion e delle sue risposte americane e pronta a farlo sapere al mondo con l’aiuto del gallese Dave Edmunds, produttore e spirito affine (suoi i Rockfield Studios, per i quali passeranno anche gli Stray Cats debuttanti). Ma anche stavolta il tempismo è pessimo, perché “Shake Some Action”, secondo lavoro qualitativamente gigantesco in carriera nonché vero e proprio classico del rock anni Settanta (o forse del rock in generale), esce nel 1977, quando infuria la tempesta punk e di una raffinata ma non sufficientemente energetica miscela di suoni inglesi del decennio precedente (“Il migliore album dei Beatles mai inciso dai Rolling Stones. O il contrario, non si è mai capito“, lo definì acutamente un critico di casa nostra) nessuno o quasi sa che farsene. Né miglior sorte ebbero i seguenti due dischi, datati ’78 e ’79 e calanti in qualità, al punto da spingere la formazione in ibernazione durante gli anni Ottanta (quando, cioè, il revival del garage e dei Sixties avrebbe potuto conferire al gruppo una qualche notorietà; ennesima errata scelta di tempo), salvo poi riemergere con il citato, e francamente scadente, “Rock Juice”, restando quindi una piccola attrazione concertistica per nostalgici nel corso del nuovo millennio. Sino ad oggi, 22 settembre 2017. Sino a “Fantastic Plastic”.

Tutto nasce quando, nel 2013, Cyril Jordan, leader indiscusso della formazione già dagli anni Settanta, nuovamente incontra a Londra il vecchio compare Chris Wilson, con cui non si parla da decenni. In qualche modo l’alchimia si ricrea, e i due, oltre a riprendere l’avventura Groovies insieme sul palco, entrano in studio alla fine di ogni tour per fissare su disco le idee compositive che la compresenza suscita loro. Quattro anni dopo, ecco il risultato. Appreso tutto ciò è legittimo lo scetticismo sulla qualità di detto risultato, e quindi l’unico modo per capire se questo pezzo di plastica suona giustappunto fantastico come da titolo è porlo nel lettore e premere il tasto con il triangolo disegnato.

Ebbene, “Fantastic Plastic” funziona. Eccome se funziona. Ovviamente si parla di un album di vecchie glorie (glorie…) che ritornano, e dunque nihil sub sole novum è la doverosa cautela in questi casi, ma la ricapitolazione stilistica è sufficientemente ispirata da suscitare piacere e sollievo per un rientro che sulla carta presentava ampi margini di incognita. Non tutto è ineccepibile, ad onor del vero: Don’t Talk To Strangers dei Beau Brummels si rivela graziosa ma prescindibile, Let Me Rock, vecchio arnese scritto nel ’72 e inciso per la prima volta quarantacinque anni dopo, appare un restauro riuscito a metà, Crazy Macy è un rockabilly un po’ dozzinale di cui non si sentiva particolare necessità e la strumentale I’d Rather Spend My Time With You ha il giusto twang nelle chitarre ma è anonima o poco meno. E però, ad onta di una scaletta inutilmente caricata di brani (dodici), i lati positivi prevalgono: l’apertura con What The Hell Is Going On, pietra dura della miglior cava stonesiana, riscalda cuori e corpi e invita a proseguire il tragitto, End Of The World trasmette in diretta da quel bilico tra melodia ed energia che furono i Settanta della band, She Loves You racchiude in un titolo scarafaggesco un ottimo esercizio di calligrafia parimenti made in Liverpool, I Want You Bad degli NRBQ risplende della migliore grazia jingle-jangle e fa il paio con l’altrettanto ottima e byrdsiana Cryin’ Shame (l’arpeggio iniziale, ovviamente di Rickenbacker a dodici corde, è persino sottratto per metà a Mr. Tambourine Man). Dovendo rendere in percentuale i “pro” e “contro” della musica in esso contenuta, “Fantastic Plastic” totalizzerebbe un ipotetico 65-35. Ma se aggiungiamo il miglior suono che i Flamin’ Groovies abbiano mai avuto in un disco di studio, un amalgama in cui le chitarre rilucono nitide quanto necessario senza sacrificare l’energia rock ‘n’ roll, le armonie vocali avvolgono senza farsi melense, ogni strumento ha una precisa collocazione nello spettro sonoro e, in generale, nel comporre il quadro d’insieme i dettagli sono valorizzati anziché sacrificati, e se altresì consideriamo il valore aggiunto di una copertina accattivante, dal meraviglioso fascino retro, opera dello stesso Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis (famoso illustratore americano degli anni Cinquanta e Sessanta), allora il rapporto tra “contro” e “pro” è destinato a sbilanciarsi ulteriormente in favore dei secondi.

Un pezzo di storia del rock ‘n’ roll alza nuovamente la testa, e, vista la condizione delle sue vertebre cervicali, non si può che gioire per l’invidiabile forma dimostrata. Bentornati Groovies, goodbye foglio azzurro che siedi nel portafoglio inane.

5 thoughts on “Sarebbe peggio che ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie: Flamin’ Groovies – Fantastic Plastic

  1. Pezzo bello davvero, complimenti; sei talmente bravo a raccontare le storie minime di rock e dintorni che leggo anche i post dedicati a gruppi che non conosco (nè in tutta sincerità voglio conoscere), ma stavolta ci incrociamo anche con i gusti. Continua così!

    • Grazie Alfonso! Questo commento significa per me più di quanto ti possa trasmettere questo scarno ringraziamento. Se, poi, le parole ti spingono a sperimentare ascolti “inusuali”, beh, a quanto pare qualcosa di queste parti funziona: motivo sufficiente per continuare a provarci 🙂
      Qual è la tua opinione del dico dei Groovies?
      A presto, spero.

  2. Figurati grazie a te, al di là dell’aver scoperto musica nuova mi sono goduto da morire certi tuoi racconti, come quello del post dell’altro 92 sul negoziante israeliano, stupendo. Quando al disco dei groovies, she loves you mi ha girato nella testa dal primissimo ascolto. Non per intero un capolavoro assoluto (ce ne hanno già regalati) ma avercene di dischi nuovi così nel 2017!

  3. Pingback: Anno ucciso, uomo lagno. Il 2017 musicale di Note in Lettere. | Note In Lettere

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