(2017:2) x 4 dB

Istantanee dal 2017 musicale.

HAREM SCAREM – UNITED
Harem Scarem - United

Sono in giro da oltre venticinque anni ma non si sente più di tanto, o anzi sì, perché Harry Hess, pur avendo mantenuto intatte le abilità vocali, ha avuto l’accortezza di tagliare le frequenze più alte e ridicole, mentre la chitarra di Pete Lesperance guizza come sempre, capace di tecnicismi senza scordare le ragioni, primarie, della composizione. Nel corso degli anni i canadesi hanno variato parzialmente lo stile, spostandosi dal puro AOR degli esordi (anno 1991) verso un hard rock più squassante e poi, tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, recuperando un certo approccio pop, servito beninteso in chiave power. Ora che tutto è crollato e si va avanti tutti per ordine sparso, anche gli Harem Scarem rempairano all’ovile del rock melodico e dimostrano di avere ancora da dire in un genere ormai esausto stilisticamente e martoriato da produzioni che puntano, riuscendoci, a venderlo al pubblico del metal. “United” trova il quartetto in gran forma, sia strumentale che compositiva, e forte di una maturità probabilmente inaspettata, ma piena: le ballad struggenti, doverose nel settore, vengono opportunamente limitate alla sola One Of Life’s Mysteries, che, asciugata com’è d’ogni pompa e romanticismo d’accatto, riesce a suonare sorprendentemente contemporanea e classica insieme, mentre la title-track, Sinking Ship e No Regrets sono hard melodico vecchia scuola, Bite The Bullet punta in maniera credibile e godibile alla fetta di mercato di gente come Nickelback e Shinedown, Gravity funkeggia meravigliosamente e The Sky Is Falling dispiega un non comune talento pop da far invidia a numerosi copisti scarafaggeschi e post-scarafaggeschi. Gli Europe un disco così non lo fanno dal 1991, se non dall’88.

STYX – THE MISSION
Styx-The Mission
Premessa: se mi si chiedesse di scegliere tra l’ascolto degli Styx e il quarantuno bis, mi troverei in difficoltà. Ragion per la quale mi sono approcciato a questo nuovo disco (il primo, leggo, di materiale originale dal 2003) con la necessaria cautela e il consueto scetticismo. E fu sorpresa: i brani funzionano tutti e tutti insieme, forti di melodie carezzevoli, chitarre ora spinte ora opportunamente dimesse (ricordo che parliamo del gruppo pomp rock per antonomasia), sintetizzatori ovviamente presenti ma non troppo invadenti e arrangiamenti studiati nel dettaglio per arricchire senza sovraccaricare. La storia narrata dai testi (trattasi, infatti, di concept album su una spedizione spaziale) si perde ed è giusto così, ma i minimi interludi sparsi senza regolarità all’interno della scaletta aumentano la varietà tra i brani e fluidificano l’ascolto, rendendolo piacevole da capo a piedi e giustificando persino una nuova pressione sul tasto con il triangolo. E fungano da esemplificative coordinate stilistiche  da un lato la spinta Gone Gone Gone, due minuti di boogie profondo viola, e dall’altro Time May Bend, crescendo di sintetizzatori, cori e chitarre coi piedi saldi nell’era di Ford e Carter ma la consapevolezza della maturitàLa perizia dei musicisti non è in discussione, beninteso, ma la qualità di “The Mission” si conferma stupefacente ad ogni passaggio, specialmente considerata la nicchia di attrazione concertistica per canizie nelle arene del Midwest in cui il gruppo si è confinato da decenni, legittimante riedizioni di greatest hits o poco più. Cappello.

CHEAP TRICK – WE’RE ALL ALLRIGHT!
Cheap Trick - We're All Alright!

Vista l’età dei musicisti, avere rassicurazioni sul loro stato di salute fa senz’altro piacere. Ma, più che il titolo, parla il contenuto dell’album: a neanche un anno dall’ultima uscita, i Cheap Trick accantonano temporaneamente le sottigliezze del loro stile per concentrarsi sul nocciolo duro e puro del loro rock. In breve: secondo senza contorno (quasi). Ma l’alterazione quantitativa dell’ormai classica miscela sonora non nuoce alla salute del gruppo e degli ascoltatori: otto tracce su dieci (lodevole il self-restraint anche nel minutaggio: un solo brano sfora i quattro minuti e solo altri tre che superano i tre minuti e mezzo) scalciano e saltano e sudano con in mente solo il divertimento esuberante e “sano” a cui questa formazione ha abituato i suoi adepti con gli episodi più strettamente rock ‘n’ roll, mentre le influenze pop restano limitate al piacevole power pop elettroacustico di Floating Down (più Firehouse che Knack, a onor del vero) e ad una She’s Alright tra Sud e California. Immaginate un disco fatto perlopiù di He’s A Whore e avrete un’idea di cosa vi aspetta. Non aspettate voi, però.

CHUCK BERRY – CHUCK
Chuck Berry - Chuck

Come tutti i testamenti, fa litigare chi rimane. E, come tutti i testamenti, è un’occasione per ripercorrere la vita del testatore. Della quale sappiamo che basta, a questo punto, ma sentire il vecchio rocker che ancora una volta strizza furbescamente l’occhio ai piaceri della vita secondo i desiderata del secolo americano non può che far nuovamente sollevare gli angoli della bocca. Come tutti i testamenti, una lettura è sufficiente. Ciao Chuck, grazie ancora.

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