Tesi di aprile: Napalm Death – Harmony Corruption

È con il cuore pieno di napalm, come recita l’immortale primo verso di Search And Destroy, che da giorni faccio girare questo album, con un’ossessione ripetuta che i miei ascolti non conoscevano da non so neanche più quanto tempo. Non saprei spiegare il perché di tale ossessione. Forse per le rocambolesche circostanze dell’acquisto, il disco l’obiettivo principale della spedizione e tuttavia quasi scippato da altro interessato sopraggiunto poco dopo di me, che lo aveva estratto a colpo sicuro dagli scaffali e lo aveva accantonato per comprarlo, spingendomi a maledirmi interiormente per la leggerezza nel non averci pensato subito, ma che poi, dopo una rapida occhiata scrutatrice, lo aveva rimesso al suo posto con fare deluso e un “questa stampa si trova a cinque euro su discogs” mormorato a mezza bocca prima di lasciare il negozio, lasciandomi padrone del campo e deciso a non indugiare oltre. Più probabilmente, però, per il contenuto. Musicale, innanzitutto, ché “Harmony Corruption” marcava il distacco dei Napalm Death dal grindcore dei primi due album abbracciando, complice il profondo riassestamento della formazione, il death metal di matrice floridiana che a quel tempo, nel 1990, costituiva l’avanguardia del suono estremo. Suoni più lenti e brani più articolati, dunque, a formare un putrido pantano sonoro scandito con precisione strumentale chirurgica, grazie anche alla eccellente resa sonora assicurata dall’incisione ai Morrisound Studios di Tampa e dalla produzione di Scott Burns, coordinate che – per chi non lo sapesse – stanno al death metal come Abbey Road e George Martin stanno al pop. Ma soprattutto testi (che la voce pur in growl dell’allora nuovo cantante Barney Greenway rende intelligibili sol che uno voglia soffermarvisi) furiosi come le sonorità richiedono e però non adagiati sui facili truculentismi lirici del genere ma anzi tesi, come da tradizione di casa Napalm Death, a risvegliare la coscienza su problemi individuali e sociali. E se qui manca una You Suffer di impareggiabile incisività sonora e lirica (inobliable il lapidario testo: “you suffer but why?“), nessuna testata dell’arsenale verbale del gruppo di Leeds viene risparmiata: paraocchi autoimposti, volontà autolesionistica, integralismi sottoculturali e censure sociali, false promesse, distruzione ambientale, menzogne escatologiche. E un senso di furore spietato che aleggia sull’intero lavoro, rendendolo uno dei più riusciti LP del death americano “classico” ancorché uno dei meno considerati.

La mia copia vinilica salta un paio di volte su Circle Of Hypocrisy e Mind Snare, ma questo non fa che aggiungere furore e confusione a ciò che nasce come esigenza espressiva di furore e confusione. Ecco, probabilmente per questo non riesco a smetterne l’ascolto, perché mette in musica ciò che viviamo (anche) in questo periodo storico, una poltiglia indistinta di spinte centripete e la rovina di ogni certezza, vera o falsa che fosse, accompagnate dalla distinta percezione che il viaggio sia appena agli inizi e la meta obbligata ancorché non particolarmente definita e punto o poco promettente. L’armonia, ammesso che ci fosse, è corrotta. Il sistema implode, crollano i vecchi schemi e i nuovi non si preannunciano molto più rassicuranti o equi, specialmente per chi può nutrire una ragionevole aspettativa di prolungata permanenza sul pianeta (nel suo lato rapace, ovvio). O così sembra, perlomeno. Come nel passaggio dal grindcore al death: dalla violenza cieca e spiritata all’assalto meditato ma pessimisticamente spietato. E un unico comune elemento: la furia indomabile. L’armonia è corrotta, la furia indomabile.

Mi piace l’odore del napalm al mattino. Odora di…di sconfitta.

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