Cool, Britannia: Kinks – Arthur (Or The Decline And Fall Of The British Empire)

kinks - arthur or the decline and fall of the british empire

Ma usare “America” per “Stati Uniti” è una sineddoche o un’antonomasia?“. Questo l’interrogativo che mi perseguita sin dal mattino e che provo a proporre a più persone apparentemente qualificate, con risposte tra l’irriferibile ed il vacuo. Così, riflettendo, mi rendo conto che la soluzione grammaticale prescelta dipende, in realtà, da una concezione politica sottostante, e quindi, di fatto, la risposta è di natura politica; come spesso accade, d’altronde. E avverto anche che l’attualità offre un quesito analogo e più stringente, con solo gli appellativi geografici modificati: Inghilterra e Regno Unito.

Gli inglesi, si sa, sono gente particolare, come spesso (sempre?) sono gli abitatori di isole, convinti di essere al centro del mondo e di sapere meglio degli altri come gli altri devono vivere, e poco importa se questo porta vantaggi principalmente agli isolani stessi. Però hanno anche il pregio di sapersi prendere poco sul serio, e infatti l’umore inglese ha assunto, questo indubitabilmente, valore di antonomasia comico-simpatetica. Ma qui si parla di musica, e quindi veniamo al dunque: nessun musicista mai ha descritto gli inglesi, il loro carattere nazionale, le loro abitudini, il loro costume, come Ray Davies. L’uomo dei Kinks ha infatti “inglesizzato” il rock più di quanto avessero fatto i Beatles, legati lungamente a modelli d’oltreoceano, o qualsiasi altra formazione del periodo della British Invasion o successiva (due soli nomi: i Jam e i Blur): ascoltare quadretti spiazzanti e al tempo stesso nitidissimi di vita albionica come Waterloo Sunset o l’emblematica Afternoon Tea, e non sono che due titoli, per credere. Ma, soprattutto, ascoltare “Arthur”. Classe 1969, settimo LP in cinque anni, “Arthur” si confessa già dal sottotitolo, che pure non appare in copertina: “o la caduta e il declino dell’Impero Britannico“. Eppure la citazione gibboniana non basta ad inquadrare completamente le coordinate di origine dell’opera. Vediamole.

All’inizio di gennaio del ’69 la casa di produzione televisiva Granada Television si accorda con il romanziere Julian Mitchell e Ray Davies per un progetto ambizioso ed innovativo: una sceneggiatura per un film scritta a quattro mani, con tanto di colonna sonora originale dei Kinks. In quei giorni, però, il gruppo sembra in procinto di andare in pezzi, poiché il precedente “The Village Green Preservation Society” non è entrato in classifica né di qua né di là dell’Atlantico e il bassista Pete Quaife, membro fondatore, se n’è andato quasi all’improvviso; ma, con tenacia prettamente britannica, i due Davies e Mick Avory fanno quadrato, chiamano John Dalton in sostituzione di Quaife e il primo maggio, quando Ray è tornato dalla California, dove ha prodotto “Turtle Soup” dei Turtles (sì, quelli di Happy Together; alzi la mano chi l’ha ascoltato) e ha infine risolto con il sindacato americano dei musicisti il contrasto che ha tenuto i Kinks lontani dai palchi d’oltreoceano per quattro anni (anni, rammentiamolo ancora una volta, in cui un gruppo, per restare in vista, doveva pubblicare due LP l’anno), il quartetto si mette all’opera. Ed in maniera frenetica, se è vero che i comunicati stampa del tempo davano l’album pronto per la pubblicazione già a luglio 1969, senza contare che nel frattempo il gruppo aveva inciso un altro disco (il debutto solista di Dave Davies) e suonato al celebre Melkart Hotel di Beirut, mentre la stesura a quattro mani della sceneggiatura tra Mitchell e Davies procedeva a gonfie vele e giungeva a compimento in tempo per l’inizio delle riprese, programmato per il principio di settembre. Ma la ripetuta dilazione di tale inizio doveva infine svelare agli autori l’amara verità: bambole non c’è un penny, grazie e arrivederci. A quel punto il disco, ormai completo, non poteva più aspettare, e veniva quindi pubblicato il 10 ottobre 1969 con una copertina di surrealismo casereccio e una lussuosa edizione gatefold completa di testi ed ulteriori illustrazioni. È un trionfo di critica negli Stati Uniti, dove i peana di firme prestigiose (“il miglior album britannico del 1969”, “Pete Townshend ha ancora mondi da conquistare e i Beatles molto a cui mettersi in pari”) si sprecano, mentre in Patria l’accoglienza è più, come dire?…British. Perché va bene ridere di se stessi, ma su certe cose non si scherza, soprattutto l’Impero e la Regina Vittoria.

“Arthur” è uno dei primi concept album della storia del rock, ma è ancora scevro dalla verbosa ridondanza che renderà il disco di concetto uno dei feticci del progressive; anzi, le canzoni, ancorché legate da una trama di fondo facilmente intuibile, sono sostanzialmente pertinenze del disco, autonomi quadretti lirico-musicali godibili singolarmente (e faccia fede per tale affermazione il maggior successo di vendite ottenuto dai tre singoli estratti rispetto a quello dell’album). In esso alberga piuttosto il gusto melodico da music hall che è la cifra distintiva della scrittura di Ray Davies unito ad una grinta rock non dimentica degli esordi, il tutto incentrato sulla canzone e le sue esigenze, e tale equilibrio e self-restraint fa sì che gli episodi migliori costituiscano alcuni degli apici della carriera ormai ultracinquantennale dei Kinks: Victoria è un roboante rock-blues dal ritornello irresistibile, che non a caso ha conosciuto le zone alte delle classifiche del Commonwealth e non solo, Drivin’ marcia dinoccolata in tono minore e nuovamente fulmina l’ascoltatore all’altezza del coro, mentre Australia è un giro intorno al mondo, da Abbey Road ai pet sounds californiani via Haight-Ashbury, con tanto di ostinati pianistici, jam chitarristiche e starnazzante funk di ottoni. Senza per questo scordare il cimento beatlesiano Some Mother’s Son, una Brainwashed scalciante di garagismi, il melodramma danzereccio di She Bought A Hat Like Princess Marina, che non è peregrino ipotizzare abbia insegnato qualcosa ai Queen, e le ruvidezze bluesate della title-track, vicine alle intuizioni dei Rolling Stones coevi.

Nonostante l’assoluto spessore musicale, il vero punto di forza del disco è, però, la parte lirica, che assomma il meglio della sensibilità del giovane vecchio di Fortis Green, attento ed acuto osservatore della realtà sociale che lo circonda e capace come forse nessun altro di tradurla in musica e testi attraverso le lenti apparentemente antitetiche, ma in realtà pienamente convergenti, della nostalgia (a 25 anni!) per la tradizionale British way of life e del sarcasmo per le evidenti distorsioni personali e collettive che tale modello comporta. Dicevamo che si tratta di un concept; la storia, come spesso accade con Ray Davies, è ispirata dalla vita reale, in questo caso quella di sua sorella maggiore Rose, emigrata in Australia con il marito Arthur Anning nel 1964 (e infatti omaggiata da Rosy Won’t You Please Come Home, collocata su “Face To Face”), ed è facilmente evincibile dalle note di copertina (vergate, per l’edizione inglese, proprio da Julian Mitchell): Arthur Morgan è un tappezziere che vive in un sobborgo londinese, in una casa chiamata Shangri-La, con un giardino, un’auto, una moglie di nome Rose e un figlio di nome Derek, che è sposato con Liz e insieme hanno due bei bambini, Terry and Marilyn. Derek, Liz, Terry e Marilyn stanno emigrando in Australia, in cerca di una vita migliore. Arthur aveva anche un altro figlio, Eddie, chiamato così in onore di suo fratello, morto nella battaglia della Somme; e anche Eddie figlio è morto in guerra, in Corea. Arthur è sopravvissuto alle trincee della Prima Guerra Mondiale, ha vissuto le difficoltà della Seconda e della ricostruzione post-bellica e ora che vede la sua sicurezza tremare sotto i colpi della situazione economica, che spinge la famiglia di suo figlio a trasferirsi dall’altra parte del pianeta, si chiede cosa sia successo, perché l’Impero sia svanito e la dea Britannia non riesca più a garantire ai suoi fedeli nemmeno il pane per sfamare sé e i congiunti. Si chiede se il mondo abbia ancora senso o se, dopo avere gioito per Vittoria regnante su Canada e India, su Australia e Cornovaglia, su Singapore e Hong Kong indifferentemente, dopo aver obbedito anche troppo ciecamente sotto le armi ed avere visto figli di mamma giacere per sempre sul campo di battaglia, dopo essersi piegato con sacrifici allo sforzo richiesto da Churchill e avere scambiato la dignità per vezzi piccoloborghesi e dopo avere infine realizzato che il passato ha azzerato definitivamente la spensieratezza della gioventù e la comunicazione con i figli, non abbia subito un enorme inganno, dovuto ad un lavaggio del cervello collettivo volto a preservare in uno disuguaglianza e pace sociale. La risposta dell’anarco-tradizionalista Davies, affidata – forse per contrappasso – al brioso rock ‘n’ roll di Arthur è terribile: “Arthur, il mondo è andato e ti ha superato/Non lo sai?“; e ancora: “Come vanno la vita e la tua Shangri-La?/E la tua terra dell’Alleluia da tempo perduta?/E le tue gloria e speranza ti hanno superato/Non vedi cosa ti sta facendo il mondo?/E ora vediamo i tuoi figli/Che salpano nel tramonto/Verso un nuovo orizzonte/Dove c’è abbondanza per tutti/Arthur, potrebbe essere che il mondo avesse torto?/Arthur, potrebbe essere/che tu avessi sempre avuto ragione?“. E anche se la chiusura è di segno positivo (“Arthur, ti leggiamo e ti capiamo/Arthur, ci piaci e vogliamo aiutarti/Oh! Ti vogliamo bene e vogliamo aiutarti“), gli inquietanti quesiti rimangono senza risposta; espressa, quantomeno. Perché poi cala il silenzio, e l’unica possibilità è ritornare alle sicurezze, false ma pur sempre tali, di Victoria.

Chissà quanti Arthur ci sono oggi nel Regno Unito. E chissà se “Inghilterra” invece di “Regno Unito” è una sineddoche o un’antonomasia.

Annunci

5 thoughts on “Cool, Britannia: Kinks – Arthur (Or The Decline And Fall Of The British Empire)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...