Se hai culo, la sfiga è lì che te lo guarda. Colazione con i Plimsouls.

Questa musica non mi piace, è un po’ sfiga. Possiamo mettere qualcos’altro?“, mi fa la bionda stamattina a colazione. Mi alzo, vado allo stereo e metto su “Enemy Of God”. Lei bofonchia qualcosa di incomprensibile, perché è già in bagno a lavarsi i denti, e neanche tempo di finire la prima canzone è già fuori di casa. Però la domanda iniziale mi rimane in mente, con tanto di giudizio tranchant: questa musica “è un po’ sfiga“. Ha ragione eh, però mi secca ammetterlo, tutto qua. Per inciso, nello stereo c’era il primo dei Plimsouls.

I Plimsouls, dunque. Musica “un po’ sfiga“. Come dissentire, in effetti? Come altro definire quella soluzione in dosaggio volta per volta variabile tra grinta rock e dolcezza pop che va usualmente sotto il nome di power pop (stile del quale i Plimsouls sono considerati tra gli esponenti di spicco) e il cui insuccesso causa perplessità ad ogni ascolto, vista l’enorme accessibilità della proposta? Musica “un po’ sfiga” ci sta da dio, a pensarci bene; anche perché i testi e le atmosfere sonore esprimono sempre, dietro un’invitante glassa melodica, quel non so che di insoddisfazione e frustrazione, principalmente amorosa, e quel desiderio di rimandare potenzialmente all’infinito il rendez-vous con i problemi, nella migliore concezione adolescenziale della vita sociale. Power pop, quindi apologia zuccherosa della sfiga sentimentale, peraltro con pessimi riscontri commerciali; non c’è da stupirsi che non piaccia alle donne.

Eppure i Plimsouls avevano davvero tutto per farcela: il look, vintage ma non troppo; la capacità strumentale, presente ma non invadente; l’impatto dal vivo, primum movens dell’interesse dei contemporanei; e soprattutto le canzoni, per merito di un compositore talentuoso come Peter Case, capace di scrivere gioielli di pop-rock, ma perlopiù viceversa, che si fanno ricordare sol che si abbia la fortuna, o la voglia, di ascoltarli. Certo ce ne hanno messo anche del loro per finire come sono finiti, ma andiamo con ordine.

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Peter Case nasce a Buffalo, nello stato di New York, e nel 1976, a stento ventiduenne, è già a San Francisco, dove suona e vive per strada. Qui conosce Paul Collins, batterista, e Jack Lee, bassista, essi pure compositori devoti al rock dei Sessanta, principalmente alla British Invasion ed alla cruda risposta americana detta garage: formano così i Nerves, e il primo gennaio 1977 si spostano a Los Angeles in cerca di fortuna, suonando nei locali di quella metropoli e venendo lambiti dal clamore che investe punk e musiche collaterali, al punto da guadagnarsi ingaggi di apertura per Mink DeVille e Pere Ubu e un tour di spalla ai Ramones. Anno risaputamente frenetico, il ’77, e  così anche per i Nerves, che dopo l’EP omonimo (gioiello nascosto se mai ce n’è stato uno; anzi, mica troppo nascosto: chiedete ai Blondie di Hanging On The Telephone) si sfaldano: Jack Lee se ne va (diverrà songwriter di grande successo), mentre Case e Collins provano a mettere insieme i Breakaways, che però durano lo spazio limitato d’un mattin, e il primo dei due si trova costretto – Collins nel frattempo inventatosi bandleader dei Beat – a ripensare alla propria carriera. Trascorre così un anno, finché Case incontra due teppistelli locali con i quali comincia a provare assiduamente, lui alla chitarra e voce e i due, Dave Pahoa e Lou Ramirez, rispettivamente al basso ed alla batteria. Il calendario batte già il 1979 e la morte del punk quando il trio, battezzatosi The Plimsouls, inizia a battere il circuito dei club della Città degli Angeli, non facendosi mancare comparsate sulla scena del delitto (i famosi “templi” punk Oki Dog e Madame Wong’s) a sancire il collegamento con l’intento, proprio di quel movimento, di recuperare al rock la sua matrice “‘n’ roll” mercé quanto accaduto medio tempore. Nel frattempo, però, si è aggiunto alla formazione il chitarrista Eddie Muñoz, originario del Texas, e l’impatto dal vivo del sound del gruppo è ulteriormente aumentato. I responsi che ne vengono sono entusiastici e il passaparola degli spettatori frenetico, così sembra quasi naturale il materializzarsi di un manager, il fido Danny Holloway, e di un contratto discografico con la minuscola Beat Records. Siamo già ad agosto del 1980 quando esce l’EP “Zero Hour”, cinque canzoni dai suoni acerbi ma brillanti nel tenere insieme l’onda nuova di quegli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta e l’eredità Sixties: ritmi sostenuti e armonie vocali, power chord e jingle jangle, il tutto con una coerenza anche qualitativa impeccabile e una gioiosa versione di I Can’t Turn You Loose di Otis Redding a ribadire l’attaccamento alle radici ultime della musica popolare americana. Nel frattempo l’attività live prosegue indefessa ma la stampa non manca di far sentire la propria penna acuminata, ignorando le salde radici rock ‘n’ roll e persino soul del quartetto e liquidandolo sbrigativamente come un’altra power pop band con il cravattino, da accantonare come un reflusso collaterale dell’esposizione goduta in chiusura dei Settanta dai Knack (quelli di My Sharona, beninteso) e da un pugno di altri gruppi di area sia sonora che geografica. Per il momento il dissenso è tenuto sotto controllo e le aspettative sono alte, e infatti alla fine del 1980 il talent scout Michael Barackman conduce i Plimsouls alla Planet Records, sussidiaria della major Elektra.

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L’album di debutto vede la luce il 20 febbraio 1981, è nuovamente prodotto da Danny Holloway e segna un notevole passo in avanti per la formazione: il maggior budget per la registrazione ha permesso di rifinire i dettagli rispetto all’EP (dal quale, peraltro, è qui ripresa la sola Zero Hour, che la nuova produzione addomestica appena e nel contempo rende più incisiva), inserendo anche alcuni dettagli che colorano apprezzabilmente il sound, come le tastiere, suonate dallo stesso Case, vero e proprio trait d’union tra gli organi del garage e i synth della new wave, e soprattutto gli ottoni, che riannodano i fili che legano anche musicalmente i Plimsouls al soul: emblematica sul punto la versione funkeggiante di Mini Skirt Minnie, già nel catalogo di Wilson Pickett, mentre il resto è tutta farina del sacco di Case, a parte una Women scippata agli Easybeats e ricettata da una banda di punk. E che farina! Lost Time se non sono gli Stones all’apogeo, quelli dei primi Settanta, poco ci manca; NowNickels And Dimes vestono un’impeccabile sartoria power pop made in L.A., e chissà che sorte avrebbero avuto fossero state su altri dischi; Hush, Hush si fa strada insidiosa con una melodia chitarristica infestante e un ritmo quasi glam lato Gary Glitter; Want What You Got può qualificarsi “hard mansueto” ed è straniante non meno che invitante; I Want You Back parte rockabilly ed Everyday Things muove da Eddie Cochran, ma entrambe quasi sconfinano nel punk via Buddy Holly, confermando il fil rouge che lega attraverso i decenni e le epoche il rock ‘n’ roll nelle sue declinazioni più esuberanti.

Un discone, detta così. Per taluni lo fu, lo è stato e lo è, ma al tempo il pubblico si accorse a stento della sua pubblicazione, poiché “The Plimsouls” non arrivò oltre la posizione 153 della classifica di Billboard. Forse perché una proposta così “passatista” non era (più) in linea con lo spirito dei tempi e con il rinnovamento sociale, estetico e musicale che l’alba reaganiana prometteva all’America e al mondo. Come che sia, la performance commerciale del disco (e dei due singoli che da esso furono estratti, Zero HourNow) si dimostrò ben poca cosa, soprattutto a fronte degli entusiastici riscontri di chi assisteva ad un’esibizione dal vivo dei Plimsouls, definita unanimemente un concentrato di sudore, elettricità, ritmo e melodia come pochi altri gruppi erano in grado di apparecchiare. Il disinteresse discografico spinge allora il gruppo ad una mossa curiosa ma vincente: si inventa un’etichetta, la Shaky City, e per i suoi tipi dà alle stampe un sette pollici contenente un brano scritto da Case tempo addietro e da subito principe delle scalette live. Million Miles Away fa la sua comparsa fonografica nel 1982 e sbalordisce immediatamente: riff a dodici corde minaccioso ma invitante, ritmica compatta, andamento spedito ma dondolante, ritornello irresistibile; un capolavoro che vale una carriera senza nemmeno sforzarsi di apparire tale. Dev’essere per questo che la regista di “Valley Girl” (in italiano “La Ragazza di San Diego”), un film adolescenziale a basso budget (nel cast anche un esordiente Nicholas Cage), si accorge della sua esistenza e inserisce non solo la canzone nella colonna sonora, ma anche i Plimsouls che la suonano nella pellicola, facendoli esibire davanti alle telecamere e dunque valorizzandoli nella dimensione in cui rendono meglio. Il film, uscito a fine aprile del 1983, conosce rapidamente un successo inaspettato, ed anche il singolo ne beneficia, finendo al numero 82 di Billboard e riaccendendo sul quartetto i riflettori della discografia che conta: si fa allora avanti la Geffen, convinta di poter convertire in una band da classifica quel quartetto così inspiegabilmente recalcitrante al successo, nonstante le indubbie doti compositive ed esecutive fino a quel momento dimostrate.

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Ad “Everywhere At Once”, anch’esso classe 1983, i Plimsouls affidano quindi il compito di rompere il muro di indifferenza discografica che li circonda, forti di un’etichetta major, di adeguati mezzi, di un produttore, Jeff Eyrich, giovane ma già discretamente esperto ed empatico  verso il loro sound (in quello stesso periodo lavora con T-Bone Burnett), e, soprattutto, di un pugno di canzoni potenzialmente vincenti. Non solo A Million Miles Away viene recuperata ed inserita in scaletta, ma anche altri brani, alcuni da lungo collaudati sul palco, hanno le carte in regola per insegnare alle radio e alle orecchie d’America (e non solo) qualcosa su come si fa il pop a base di chitarre: Play The Breaks, scritta con l’aiuto di Eyrich, riluce di chitarre cristalline ed eccitazione corale; How Long Will It Take?, resuscitata dall’EP “Zero Hour”, beneficia della produzione più curata, che le restituisce in impatto mettendone nel contempo in risalto il nitore power pop, e così anche la conclusiva title-track, a cui gli abbellimenti pianistici e l’afflato epico conferiscono un sapore quasi springsteeniano. Riferimento non casuale, ché nella scrittura di Case, a ben guardare, si possono rintracciare gli stessi referenti spazio-temporali (mutatis mutandis, ovviamente) di quella del Boss, e traspare quindi una maggiore attenzione compositiva ai modelli tipicamente roots, come l’andamento quasi bluegrass di Play The Breaks o il dinoccolato rock ‘n’ roll di Magic Touch. Ma questo richiamo alle radici, oltre ad arricchire parzialmente la tavolozza, cozza con i suoni lucidi e radiofonici che la produzione si prefigge (dopotutto siamo ancora in era new wave), e produce quindi un disco che, pur di grande spessore, non è all’altezza del debutto, se non per certi apici che lo superano, complici anche alcuni brani non completamente all’altezza delle aspettative (Shaky City scivola via facilmente ma difetta di una melodia veramente incisiva, la cover di Lie, Beg, Borrow And Steal smarrisce l’eccitazione garagista dell’originale di Mouse & The Traps e Oldest Story In The World è una ballad con aromi surf che, al di fuori del ritornello, non convince più di tanto). “Everywhere At Once” soffre, insomma, il suo stesso titolo. Ma le sue pur veniali manchevolezze diventano insormontabili in un ambiente commercialmente e musicalmente avverso, e dunque l’album riesce persino a peggiorare il piazzamento del suo predecessore, assestandosi ad un numero 183 che sancisce, di fatto, la fine dei Plimsouls: nonostante un tour prolungatosi per tutto il 1984, anche con qualche minimo riassestamento di formazione, all’inizio del 1985 il gruppo ha finito la sua corsa. Case sarà solista di area Americana essenzialmente in acustico (imperdibili i primi due LP, l’omonimo del 1986 e The Man With The Blue Postmodern Fragmented Neo-Traditionalist Guitar del 1989), gli altri sopravviveranno in formazioni locali e in più occasioni il gruppo si riformerà per suonare dal vivo, dando alle stampe anche il dignitoso “Kool Trash” (1998), con il batterista dei Blondie Clem Burke in formazione.

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A memoria della vigoria live dei Plimsouls (dimensione che essi stessi hanno sempre privilegiato e identificato come prevalente nel loro approccio alla materia musicale, lamentandosi che le incisioni di studio non sono mai riuscite a riprodurre su nastro l’eccitazione dei concerti) restano oggi tre dischi dal vivo, dei quali “One Night In America”, registrato in un luogo imprecisato, forse Cleveland, in una serata del 1981 e pubblicato già nel 1989 dalla francese Fan Club, si pone come documento definitivo, sfoggiando una scaletta di soli classici (anche A Million MIles Away e altri pezzi poi finiti sul secondo LP) e una serie di riletture (Time Won’t Let Me degli Outsiders, One More Heartache di Marvin Gaye, Come On Now dei Kinks, Dizzy Miss Lizzy e Sorry degli Easybeats) che disvela l’intento di non farsi rinchiudere nel recinto power pop (ma poi, è mai esistito consapevolmente, quantomeno allora?) e di portare al pubblico solo una dose da cavallo del buon vecchio rock ‘n’ roll, sia esso garage, rhythm & blues, beat, folk rock o tutte queste cose insieme, al punto da farne, con buone probabilità, il miglior disco dei Plimsouls. Non inferiori per impeto e trasporto, tuttavia, sono anche “Live! Beg, Borrow And Steal”, che documenta la serata di Halloween 1981 allo storico Whiskey-a-go-go con scaletta non dissimile da quella di “One Night In America”, e “Beach Town Confidential (Live At The Golden Bear 1983)”, che restituisce l’atmosfera frizzante di un’esibizione angelena del tour di supporto a “Everywhere At Once”, con scaletta incentrata su tale album ma con interessanti variazioni sul tema cover, viste le riuscite riletture di Making Time (Creation), Jumpin’ In The Night (Flamin’ Groovies) e Fall On You (Moby Grape). E forse partire dai dischi dal vivo per esplorare l’universo Plimsouls non è poi una cattiva idea.

Si può dunque riassumere la vicenda Plimsouls con “sfiga”? Anche, ma non solo. Perché la sorte avversa non basta a spiegare una parabola di difficile comprensione; occorre considerare anche il periodo storico, quell’inizio degli anni Ottanta in cui si  intendeva tagliare di netto con il passato, non solo a livello musicale, e dunque era difficilmente pensabile reperire gran copia di orecchi e portafogli disposti ad aprirsi ad una riproposizione  – aggiornata e modificata, ma sempre riproposizione – di stilemi a quel punto vecchi di un quindicennio, specialmente in un’epoca di costante susseguirsi di novità musicali anche dirompenti e di vivo interesse per le stesse. Né, e dispiace rilevarlo, ha giovato il tentativo di “tenere il piede in due scarpe”, non contestando l’assimilazione al fenomeno power pop quando esso sembrava ancora commercialmente rilevante (anche se la sovrapposizione tra tale rilevanza e la carriera dei Plimsouls è stata minima a livello temporale) e a livello di produzioni nei dischi di studio, ma al tempo stesso cercando di smarcarsi dall’etichetta new wave – ché in tale fenomeno perlopiù il power pop veniva ricondotto –  per rimarcare le radici rock ‘n’ roll quando ciò è apparso preferibile. In ultima analisi, sfiga sì, ma anche errori. Ma più sfiga. Molta più sfiga. A me, però, i Plimsouls hanno portato bene: ora so che la colazione è il pasto più importante della giornata.

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