Suum cuique tribuere. Teena Marie e la Brockert Initiative.

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Il 17 settembre cade un anniversario non usualmente celebrato nel mondo musicale o altrove, eppure a suo modo importante. Un anniversario che, forse, meriterebbe maggior fortuna, investendo due aspetti della vita piuttosto importanti, ossia la musica e la giustizia. Proviamo, dunque, a stimolare una riflessione sul punto spiegando, per quanto possibile, le ragioni della meritevolezza di tale ricorrenza.

Era, infatti, il 17 settembre 1984 quando il Secondo Distretto della Corte d’Appello della California, con sede nella contea di Los Angeles, decideva una causa di appello dal nome apparentemente insignificante, “Motown Record Corp. v. Brockert“, ma dopo la quale nulla sarebbe stato più lo stesso. Prima, però, è doveroso un antefatto.

Brockert è il cognome di Mary Christine Brockert, classe 1956, un’avvenente ragazza bianca dalla voce intensa, duttile ed emozionante, che nella vita ha sempre e solo voluto cantare, e infatti, dopo lo svezzamento canoro dovuto all’educazione religiosa, all’età di dieci anni è già in grado di esibirsi al matrimonio del figlio di Jerry Lewis. Ma la consapevolezza definitiva della portata espressiva di quella voce e dello stile con cui utilizzarla al meglio è probabilmente sorta dall’essere la sua proprietaria cresciuta a Oakwood, una frazione di Venice a tal punto abitata da neri da essere stata ribattezzata, nel gergo losangeleno, “Venice Harlem” (in assonanza, beninteso, con la celeberrima Spanish Harlem, portata al successo da Ben E. King): qui la giovane Mary scopre i propri talenti e già durante la scuola partecipa ad audizioni per musical, divenendo anche la frontwoman di un gruppo composto da compagni delle superiori, i Truvair, che durano solo il biennio 1974-75. Ma non importa, perché tale esperienza cattura l’attenzione di chi ha il potere di fare la differenza nel music business, ed è infatti nel 1976 che le cose entrano nel vivo: un provino per un film musicale con il produttore della Motown (una delle grandi griffe del soul) Hal Davis viene accantonato, ma il patron dell’etichetta, Barry Gordy, resta talmente impressionato dal carisma vocale della giovane da decidere di ingaggiarla come artista solista. Viene quindi predisposto un contratto a tre parti (la giovane Brockert, la Motown e la sua controllata Jobete, gestore dei diritti d’autore spettanti ai songwriter) che, tra le altre cose, prevede una clausola di esclusività in base alla quale la cantante si obbliga a non eseguire, a favore di altri datori di lavoro, prestazioni identiche a quelle dedotte nel contratto per tutta la durata del vincolo contrattuale, inizialmente fissata in un anno ma con l’opzione, per la Jobete e la Motown, di un rinnovo della durata annuale, fino ad un massimo di sei rinnovi; inoltre, viene pattuita la clausola secondo cui la predetta opzione, esercitabile dalle due aziende in qualunque momento nel corso del periodo di validità del contratto, avrebbe dato luogo all’obbligo di pagare la Brockert un compenso non superiore ai seimila dollari l’anno, limite previsto dalla vigente legislazione californiana, introdotta nel 1919, come equo per l’ingaggio di professionisti dell’intrattenimento. Condizioni forse stringenti, ma per una debuttante un contratto con la Motown non è qualcosa cui rinunciare a cuor leggero. E quindi sorrisi, strette di mano, firme e via al lavoro. Le cose cominciano a muoversi.

Forte di tale supporto manageriale e discografico, Mary registra subito alcuni demo di brani propri (la ragazza, infatti, non è solo cantante, ma anche autrice; rara avis tra le donne del soul), che catturano l’attenzione del bassista e compositore, nonché compagno di etichetta, Rick James, all’epoca già musicista affermato in ambito funk. Colpo di fulmine (musicale, sulle prime), tanto che il nostro molla Diana Ross, con la quale si era in precedenza accordato per la produzione di un LP, e si chiude in studio con la giovane virgulta, la Stone City Band (la di lui formazione di supporto) e il coproduttore Art Stewart. Il risultato è “Wild And Peaceful”, uscito nel 1979 a firma Teena Marie (nom de plume che da quel momento in poi caratterizzerà l’intera carriera della Brockert) ed espressione di un errebì non ancora guarito dalla febbre disco, tra funky precipuamente danzereccio, qualche ballata seducente e una strizzata d’occhio alla tradizione rivista alla luce dei tempi nuovi (Don’t Look Back dei Temptations; confrontatela con la rilettura di Peter Tosh e Mick Jagger per cogliere la differenza di approccio). Il singolo I’m A Sucker For Your Love, in duetto vocale con Rick James, vende bene, installandosi al numero otto della classifica black; forse anche grazie al fatto che sulla copertina non c’è alcuna foto della cantante, e a nessuno passa per la mente che la proprietaria di una voce del genere possa essere altro che nera, cosicché le radio “di area” non si fanno problemi a passare il disco, in quell’America dove il settarismo, musicale e non, è ancora ben vivo; potete quindi immaginare lo stupore con cui il pubblico accoglie la bianca e bionda Teena Marie quando si presenta sul palco con Rick James nel programma TV black only “Soul Train”. A quel punto il sipario è calato, e la carriera sotto l’egida Motown prosegue a ritmo frenetico: tra febbraio e luglio 1980 escono “Lady T” e “Irons In The Fire” (sulle cui copertine Teena Marie è infine ritratta in tutta la sua avvenenza), che consolidano reputazione e piazzamenti in classifica (diciottesimo nella classifica black e quarantacinquesimo in quella generale “Lady”, rispettivamente nono e trentottesimo “Irons”) in forza di un disco-funk sostanzioso ma di enorme appeal (come nel primo album, anche qui le lunghe opener, Behind The Groove e I Need Your Lovin’, finiscono alte nella classifica dei singoli) e di una maggiore cura del dettaglio nelle ballate, felici sintesi di slow jam sapientemente appollaiate sul crinale tripartito che separa il pop dal soul e questo dal jazz (monumentale, ad esempio, Can It Be Love). Ma ormai la ragazza è inarrestabile, e a maggio 1981 vede la luce il quarto LP, “It Must Be Magic”, interamente prodotto e per dieci dodicesimi composto dalla stessa Teena Marie,  che sale al ventitreesimo posto di Billboard (ma nientemeno che al secondo della classifica R&B), confermando l’attitudine seducente della cantante e la sua propensione ai brani lunghi (ciò che rende ancor più sorprendente il successo dei suoi dischi) ed inserendo elementi innovativi, come il proto-rap di Square Biz, forse il primo esempio discografico di fusione tra errebì e rap (la canzone contiene anche una citazione di Rapper’s Delight dei Sugarhill Gang, che nel 1979 aveva tenuto a battesimo ufficiale il nascente genere musicale) ad avere successo (numero tre dei singoli R&B e dodici di quelli dance). Il risultato è un disco d’oro e il più alto piazzamento in classifica dal debutto. Il futuro sembra roseo per Teena Marie Brockert, ma la svolta non si fa attendere .

Dal 1976 sono ormai passati cinque anni, e altrettante opzioni di rinnovo contrattuale sono state esercitate dalla casa discografica e dal management; ne resta una, che porterebbe il contratto a scadere nel 1983. Nel frattempo il 1981 e le sue novità – non ultima un’elezione dall’esito hollywoodiano – lasciano spazio all’anno nuovo, e proprio allora si scatena il putiferio. Come ricostruito dalla Corte californiana nella sentenza, “Nel maggio 1982, Teena Marie informò la Motown e la Jobete che non avrebbe più adempiuto ai contratti, manifestando per iscritto la volontà di recedere. Nell’agosto 1982, la Motown e la Jobete fecero causa a Teena Marie per violazione del contratto, chiedendo, tra le altre cose, un’ingiunzione. Il mese seguente, dopo più di sei anni da quando ella aveva iniziato ad eseguire i contratti, la Motown e Jobete esercitarono l’opzione di pagare Teena Marie al tasso di seimila dollari l’anno. Nel novembre 1982, Teena Marie informò la Motown e la Jobete di avere firmato un contratto discografico con un’altra casa discografica e di essere intenzionata ad incominciare ad esibirsi per quell’etichetta nel corso di quello stesso mese. Apprendendo tale intenzione, la Motown e la Jobete chiesero un’ingiunzione giudiziaria preliminare che, riconoscendo le clausole di esclusiva nei loro contratti, impedisse a Teena Marie di eseguire prestazioni per un altro datore di lavoro fino a che i suoi contratti con loro non fossero scaduti nel 1983. La Corte adita emise un’ingiunzione preliminare che, in sostanza, impediva a Teena Marie di esibirsi come cantante o autrice di canzoni per ogni soggetto diverso da Motown e Jobete fino al 9 aprile 1983, data di presunta scadenza dei suoi contratti. Ha fatto seguito tale appello.“. Una grossa partita giudiziaria, dunque, che vede contrapposte una musicista affermata ma ancora relativamente fragile, quantomeno a livello economico, e due società consolidate e dalle ingenti risorse finanziarie ma anche legali. Cosa avrebbe spinto la cantante ad una scelta così deflagrante, in grado di compromettere gravemente una carriera che sembrava lanciata verso plurime soddisfazioni? I soldi, ovviamente. Pagare seimila dollari l’anno una debuttante nel 1976 è un conto, retribuire altrettanto una piccola  star nel 1982 (quando, come ricorda la Corte nella sentenza, il reddito medio pro capite è di oltre ventimila dollari) è un altro. E quindi la previsione della clausola di pagamento del minimo di seimila dolari in unione alla clausola di esclusività  della prestazione dell’artista (combinazione al tempo divenuta, in ambito discografico, una diffusa prassi cautelativa, derivante da ripetute decisioni giudiziarie in senso sfavorevole, una delle quali, peraltro, resa nella causa intentata dalla MCA ad Olivia Newton-John) vale ad escludere ogni forma di equilibrio tra le prestazioni contrattualmente dovute dalla casa discografica e dall’artista: infatti, come osserva la Corte d’appello, “mentre l’obbligo di un compenso di almeno seimila dollari era inteso per bilanciare le prestazioni, la clausola dell’opzione di rinnovo a fronte del pagamento di seimila dollari è pensata per consentire alle case discografiche di evitare di pagare il compenso minimo mantenendo il potere di coercizione economica sull’artista. Ciò è ottenuto in due modi. In primo luogo, la clausola di opzione dà all’etichetta il potere coercitivo di una credibile minaccia di un’ingiunzione giudiziaria senza dover garantire o pagare alcunché all’artista. La minaccia di un’ingiunzione giudiziaria proibitiva potrebbe essere efficace quanto l’ingiunzione stessa nello scoraggiare l’artista dal cercare un impiego più lucroso. In secondo luogo, in pratica, la casa discografica eserciterà l’opzione di pagare il compenso minimo solo quando è certo che l’artista intende violare la clausola di esclusiva esibendosi per un altro e, anche allora, solo quando l’esercizio dell’opzione serve alla casa discografica per affermare in giudizio che il contratto comunque prevede il compenso minimo previsto dalla legge. Naturalmente, a quel punto, il consenso dell’etichetta a pagare all’artista un minimo di seimila dollari l’anno è privo di significato: se l’artista non sta già guadagnando molto di più di tale somma dalle royalties, il valore dell’artista per l’etichetta non giustificherebbe le spese per portare la questione in sede giudiziaria. Nei fatti, la casa discografica sta meramente “scegliendo” di pagare ciò che comunque dovrebbe pagare in ogni caso, a titolo di royalties derivanti dalle vendite“. Perciò, conclude la Corte, la clausola di opzione prevista nei contratti con la Motown e la Jobete, determinando un’evidente sproporzione di diritti tra artista-lavoratore e casa discografica-datore di lavoro, non può essere considerata un fondamento equo e legittimo per l’emissione di un’ingiunzione che impedisca a Teena Marie di esibirsi per altre etichette discografiche. Di qui l’enunciazione di quella che passerà alla storia come “L’Iniziativa Brockert” (The Brockert Initiative), poi trasfusa espressamente in  una legge: una casa discografica non può tenere sotto contratto un musicista senza pubblicare sue opere. Non c’è clausola di esclusiva che tenga: la sproporzione di forze in campo tra i due contraenti, in evidente favore della label, impone di ricondurre ad equity le prestazioni di ciascuno, senza, perciò, gravare l’artista di un contratto-capestro che può minarne definitivamente le possibilità e le ambizioni.

Teena Marie ha vinto, dunque. Ma il calendario segnava ormai il 1984 inoltrato e, come saggiamente nota un critico, un gap discografico di un anno negli anni Ottanta equivale ad uno di cinque negli anni Duemila. In realtà, la determinatissima cantante non si era fatta intimidire dalla causa pendente,  e nel settembre ’83, ormai libera dalle opzioni di rinnovo della Motown/Jobete e già sotto contratto con la Epic già in tasca (nonché titolare di una prole azienda di publishing, la Midnight Magnet), aveva pubblicato “Robbery”, nel cui titolo è difficile non cogliere il rancore verso la precedente etichetta (e verso Rick James, con il quale Teena aveva appena concluso una breve quanto burrascosa relazione sentimentale). E queste coerenza, caparbietà e coraggio, oltre alle indubbie doti canore e compositive, permetteranno alla cantante di incrementare il proprio successo anche nel nuovo corso in casa Epic (basti pensare all’inclusione  nella colonna sonora di “Top Gun” con il brano Lead Me On, composto da Giorgio Moroder) pur senza perdere la grande umanità (non solo è stata madrina di Maya Rudolph – figlia di Richard Rudolph, produttore di “Lady T”, e della cantante soul Minnie Ripperton – nonché di Nona Gaye, secondogenita di Marvin, ma si è anche presa cura del figlio di Rick James, trovando pure tempo e denaro per garantire, a fine anni Ottanta, alloggio e supporto ad un debuttante squattrinato ma promettente, tale Lenny Kravitz) che l’ha contraddistinta fino alla fine. Fino, cioè, a quando la figlia la rinvenì senza vita nel letto, il 26 dicembre 2010; giorno, purtroppo, non casuale: quello in cui si celebra il primo martire. Come il 17 settembre.

2 thoughts on “Suum cuique tribuere. Teena Marie e la Brockert Initiative.

  1. Estremamente interessante. Non conoscevo questa storia giuridica che ha segnato una svolta… grazie

    • Grazie di averla letta. È un tassello spesso dimenticato ma,in realtà, determinante nella storia delle relazioni contrattuali in ambito musicale.

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