Movesi il vecchierel canuto e bianco: Monkees – Good Times!

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Seriamente: ha senso parlare del nuovo album dei Monkees nel 2016? Seriamente no, in special modo se il disco in questione si intitola “Good Times!” ed è il primo da vent’anni esatti (l’ultimo, “Justus”, data 1996). Sembra uno scherzo, l’ennesimo tentativo di un branco di dinosauri del pop di capitalizzare sul fattore nostalgia, reale tra i coetanei (quelli rimasti, quantomeno) e sintomo della “sindrome dell’età dell’oro” tra i posteriori. E invece ad oggi è uno dei più seri contendenti al titolo di miglior album del 2016, circostanza incredibile quasi quanto il permanere in formazione di tutti e quattro i membri originali (ma Davy Jones, dipartito nel 2012, in realtà si rende autore di un mero quanto morboso “ritorno dalla tomba”, comparendo in Love To Love, composta per il gruppo da Neil Diamond e registrata nel 1967 per le sessioni di “Headquarters”, poi dimenticata e quindi riscoperta e qui riproposta con le voci di Micky Dolenz e Peter Tork reincise per l’occasione).

Non ho idea di quanta familiarità con i Monkees possa avere gente italofona che legge blog di musica nel 2016. Senz’altro li avrà sentiti nominare per via di quella Bugiarda che Caterina Caselli prelevò dalla loro I’m A Believer impiantandola in sempiterno nel DNA nazional-popolare, ma poco altro. Li conoscerà al più come uno dei nomi storici del beat anni Sessanta, ascrivendoli a quella miriade di gruppi sorti sulla scia dei quattro di Liverpool che cercava di emularne le gesta e le vendite. Tutto giusto, ma manca comunque un tassello importante, e cioè che i Monkees sono stati il primo prodotto di talent show della storia della musica popolare; questa affermazione sembrerebbe bastare a porli definitivamente in un’irredimibile cattiva luce, ma un equilibrato giudizio sulla loro vicenda musicale dovrebbe tenere in considerazione come, selezionati in principio per le loro doti estetiche ed attoriali, col tempo Nesmith, Dolenz, Tork e Jones seppero reclamare ed ottenere una propria individualità artistica, conquistata – non senza fatica – grazie ad una reale ispirazione e ad un indubbio sostrato di talento, ed è viceversa dubbio che le odierne starlette canore designate alla discografia dai programmi televisivi posseggano sufficienti capacità e pari coraggio per affrancarsi dal sistema che le ha generate al solo scopo di prodursi profitti per una stagione e via. Ovunque conduca un simile parallismo, meglio restare sul pezzo m, e all’uopo, nell’interesse di tutti, mi risparmio la fatica di tentare una ricostruzione efficace ed accattivante della vicenda Monkees e rimando a questa per una prima infarinatura, aggiungendo solo che, dopo i fasti del periodo 1966-68, la formazione si ridusse ad un trio e, pubblicati un paio di LP, si sciolse quasi simbolicamente nel 1970, salvo ritornare timidamente ma con successo a metà degli anni Ottanta e poi ancora, con alterne vicende, negli anni Novanta, scontando tuttavia i costanti in & out di Michael Nesmith (l’unico dei membri ad essersi costruito una rilevante carriera musicale come solista), da ultimo interrotti con il disco in commento.

“Good Times!”, uscito il 27 maggio scorso, è il primo album dei Monkees in cui la formazione originale non potrà mai fare capolino se non mediante perversi accorgimenti elettronici come i duetti post mortem, di cui talvolta si è servita un’industria impermeabile agli scrupoli come quella musicale ma qui encomiabilmente limitati alla sola Love To Love sopra citata. Ed invero la tentazione di utilizzare ammodernandoli vecchi brani rimasti fuori dalle sessioni dei tempi d’oro è stata senz’altro fortissima,  se si considera che, delle dieci canzoni in scaletta, quattro sono modernariato tirato a lucido per l’occasione; con risultati, peraltro, egregi, ché, oltre al jangle vincente di Love To Love, la title-track, a firma di Harry Nilsson e posta in apertura, ancheggia frizzante alla maniera di 19th Nervous Breakdown degli Stones, Gotta Give It Time invita a danze beat rese discinte da giusto un alone di ruvidezza garage e Wasn’t Born To Follow, non a caso targata Gerry Goffin-Carole King, arreda di fiori policromi e profumati ogni ambiente mercé un folk rock acustico come non se ne fanno più. Ma la carta vincente di “Good Times!” è, in realtà, un’altra.

comeback album delle vecchie glorie rischiano sempre di essere patetiche richieste di attenzione in un mondo indifferente, e ciò per la mancanza di raccordo con ciò che di musicale è venuto dopo il periodo di giustappunto vecchia gloria; e quindi, per disinnescare il rischio, tocca ai veterani avvalersi di autori esterni e più giovani, la cui ispirazione sia in grado di aggiornare il classico sound dell’artista ai modi della contemporaneità senza snaturarlo. Solitamente si tratta di songwriter professionisti, ma accade talvolta che l’influenza della vecchia gloria sia stata tale da indurre delle celebrità, che hanno acquisito fama in proprio per autonomi meriti musicali, a prestare i propri talenti autoriali, e sono questi i casi più promettenti, perché lo stimolo per l’ascoltatore è doppio: da un lato appurare se la vecchia gloria è ancora artisticamente viva, dall’altro sentire compositori di indiscussa statura che si misurano con una cifra stilistica “classica”, essendo chiamati ad offrirne una rilettura personale ma non troppo. E come già accaduto al celebrato “Don’t Give Up On Me”, che nel 2002 ammonì il mondo di non incasellare definitivamente il catalogo di Solomon Burke tra gli oldies but goldies, anche “Good Times!” si rivela vincente proprio per gli apporti esterni di musicisti di fama. E che apporti! A leggere la lista dei nomi c’è da rimanere stupefatti: Rivers Cuomo, Andy Partridge, Adam Schlesinger (che qui funge anche da produttore), Ben Gibbard dei Death Cab For Cutie, persino Noel Gallagher e Paul Weller. Un pedigree autoriale di massimo rispetto che copre quarant’anni di pop (all’incirca dal primo scioglimento dei Monkees; una coincidenza?), accorso a tributare onori ad una delle formazioni di maggior successo, e dunque influenza, della popular music. E quindi? E quindi la freschezza melodica e l’ispirazione compositiva sono all’apice, anche perché la soluzione di affidare ogni brano a singoli autori permette a ciascuno di costoro di dare il meglio di sé sulla breve distanza. Ecco, allora, una You Bring The Summer sciantosa e fresca come la brezza estiva evocata dal titolo, e sconcerta pensarla nelle mani degli XTC. Ecco una She Makes Me Smile che distilla il meglio del power pop nel suo apparire singolo spaccaclassifiche che mai sarà, atmosfere soavi, coretti sha-la-la e Rickenbacker dodici corde che lasciano in realtà un magone così, e infatti è farina dello stesso sacco da cui sono stati impastati gli Weezer. Ecco una Our Own World che conquista subito con quell’andamento a balzelli e il clima sornione, che si direbbe British fino al midollo, in ipotetica continuità con la traiettoria che congiunge Kinks e Travis, e invece è firmata dal nativo dell’Oklahoma Schlesinger. Ecco la ballata Me & Magdalena, toccante ma non struggente e comunque sorprendente, aromi jazz che si fondono a profumi West Coast per creare essenze idilliache ed insperate. Ecco una Birth Of An Accidental Hipster proveniente da un ipotetico giro di boa tra 1966 e 1967, tra jingle-jangle e psichedelia, e però abbastanza incredibilmente sorta dagli sforzi congiunti di Paul Weller e Noel Gallagher. E altro ancora.

“Good Times!” parla di tempi felici e lo fa, felicemente, con gli occhi di tre anziani (il più giovane è classe 1945) che, guardandosi indietro, si accorgono che, a conti fatti, gli è andata piuttosto bene; che si sono tolti grosse soddisfazioni, a vivere in quel periodo irripetibile che li vide acquisire grandissima fama (e non solo) e bene esemplificato dalla congerie di oggetti effigiati in copertina, praticamente tutti assurti nell’immaginario collettivo a simboli di quegli anni Sessanta del Novecento verso cui, nel bene e nel male, si continua a guardare in maniera non oggettiva. L’atmosfera che regna, quindi, è di divertimento pacato ma intenso, e anche quando si sceglie di percorrere la via dell’intimismo il clima resta sempre sereno, come se l’inizio del tramonto della vita avesse definitivamente portato ai Monkees pace e consapevole accettazione della propria condizione, passata ma anche presente, vissuta ottimisticamente come piacevole ora e (non “per”) allora, pur nella consapevolezza dei propri fisiologici limiti: in questo senso, paradigmatico sin dai titoli si dimostra il dittico finale I Know What I KnowI Was There (And I’m Told I Had A Good Time), la prima una When I’m 64 per l’anzianità ormai entrata e la seconda uno shuffle irriverente sulla falsariga di I’m The Walrus. Perché, “Four” o meno, “Pre-Fab” lo si resta sempre, e tanto vale esserlo al meglio.

Tredici canzoni (un altro paio è rinvenibile sulle edizioni deluxe e giapponese, ma è meglio non strafare e lasciarle al loro destino, ché dopotutto l’età è quella che è) e nessuna meno che ottima. Suoni perfetti nel bilanciare tradizione e contemporaneità. Prove vocale e strumentale adeguate e mai sottotono. Come ha notato Stephen Thomas Erlewine, se si guarda l’età dei protagonisti e si considera che sono passati vent’anni dall’album precedente, è assai probabile che con “Good Times!” cali definitivamente il sipario sulla discografia inedita dei Monkees; e, in tutta onestà, è difficile immaginare un modo migliore per congedarsi dalla vita registrata. Perché non è da tutti, e meno che mai da tre ultrasettantenni, mettere in un disco il giusto love e nel contempo additare la summer. Ora spetta a noi trovare entrambi, in questo primo scorcio di giugno (reale o metaforico che sia) ancora indeciso se sbocciare, tramutandosi in estate, o restare gemma primaverile, carica di attese meravigliose ma ancora potenziali. I Monkees, il loro, l’hanno fatto.

5 thoughts on “Movesi il vecchierel canuto e bianco: Monkees – Good Times!

  1. …e come diceva Celentano: mi dispiace per gli altri, che sono tristi e che non sanno andare oltre l’idea preconcetta che i Monkees sono pessime copie dei Beatles.

    • E’ stata, in un certo senso, la loro massima sfortuna e il loro punto di forza. Però concordo con te, c’è molto da perdersi perdendosi i Monkees. L’ultimo album, ad esempio.

  2. Pingback: 🎼20/17 Presto – coda | Note In Lettere

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