The Blizzard of Oz: Dallas Frasca – Sound Painter

dallas frasca - sound painter
Se vi proponessi un trio australiano portatore di un nome che in italiano suona obiettivamente ridicolo e composto da una cantante oversize coi capelli rosa e un vocione che, spiegato mentre si accompagna a scarni accordi su modernariato a sei corde giapponese, non è peregrino definire soul, da un chitarrista col cappellino a visiera piegata stile thrash-core e il barbone da hipster che si atteggia da Albert King, l’arma d’elezione una Flying V suonata da mancino con le corde all’incontrario e un tocco sì intenso da farla sembrare una slide, e, infine, da un batterista giovane e grondante groove, sudore e piercing, cosa mi rispondereste?

I Dallas Frasca (vi avevo avvertito) sono proprio l’improbabile accozzaglia sopra descritta, e prendono il nome dalla loro frontwoman, che esattamente così presentandosi va in giro per il mondo. Sembrerebbe una sorta di progetto solista, e invece l’apporto dei musicisti è determinante nella riuscita. Perché il progetto è, appunto, riuscito: dal 2009, con qualche assestamento di organico (il batterista), il trio gira per l’Australia e per il mondo, allestendo un sound dal groove difficilmente resistibile, rock ‘n’ roll a bassa fedeltà e dall’andamento stompin’ con le giuste dosi di melodia e anima offerte dal vocione di Dallas. Punk-soul, lo chiamerebbe qualcuno, e non per nulla in questi giorni i nostri sono in giro per la penisola con i redivivi BellRays, nemmeno peregrino, peraltro, il paragone tra la cantante Aussie e la mesmerica Lisa Kekaula. Schematizzando il giusto, si potrebbe dire che i Dallas Frasca suonano come farebbe la Jon Spencer Blues Explosion se fosse una formazione di blues explosion.

“Sound Painter” è il terzo LP del gruppo ed è uscito nel 2012. Me lo sono accaparrato al volo al banchetto del concerto, appena finito il set del gruppo, constatato che in esso alberga All My Love, proposta a fondo scaletta e qui non casualmente sistemata in apertura; archetipo di brano che vale una carriera, ché quel ritmo prende di peso fianchi e spalle e li dimena a suo piacimento e anche contro la volontà del loro possessore, mentre il ritornello è puro mastice aurale che si installa nei padiglioni dal primo ascolto e in sempiterno. Il resto non cattura altrettanto istantaneamente, ma è particolarmente efficace nel tenere vivo lo spirito di quel suono pulsante e fisico con altri dieci brani di elefantiache pentatoniche e ritmi stuzzicanti (ma ascoltare le raffinatezze della soul ballad conclusiva Ain’t No Fury per vedere minate le certezze sui Dallas Frasca maturate durante il trascorrere del disco). E l’effetto è di grande impatto, magari anche perché, come orgogliosamente la seconda di copertina rivendica, il gruppo ha registrato il tutto dal vivo e in presa diretta dentro un capannone di Brooklyn. Impatto di per sé già ottimo e coinvolgente, ma persino superiore al seguente e ad oggi ultimo LP “Love Army” (2015).

Ma, se preferite verificare di persona, e io vi incoraggio a farlo, andate qui e giudicate direttamente. Anche se, a dirla tutta, per giudicare correttamente dovreste andare anche qui. Che è sempre meglio che andare in Australia. O forse no, ma è comunque peggio che andare a Dallas. Frasca.

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