Disc-oboli

Resoconto delle ultime acquisizioni orgesche.

BAD COMPANY – COMPANY OF STRANGERS
Per tutti o quasi i Bad Company sono quelli di Paul Rodgers. Di più, quelli dei primi due LP. Di più, quelli del debutto omonimo, oggettivamente uno dei migliori album di tutto il rock anni Settanta. Quelli degli anni Ottanta, del cantante Brian Howe e della svolta AOR sono scansati come la peste o, al più, visti come un male necessario in quella decade critica per il rock classico, in attesa del ritorno, nel nuovo millennio, della formazione originale.
Lungi da me l’apologia della Cattiva Compagnia a conduzione Mick Ralphs-Simon Kirke, ma non ho tema di affermare che c’è della qualità, e non poca, anche nelle uscite post-Settanta. Questo LP, ad esempio; pubblicato nel 1995, “Company Of Strangers” smentisce il suo nome riprendendo il sound più veracemente hard dei primi Bad Company, dopo anni di sbornie patinate, ed aggiungendovi una punta di radici americane, a creare un’atmosfera western, nonché l’ottima voce del carneade Robert Hart, clamorosamente simile a quella di Paul Rodgers (e quindi eccelsa). Non un capolavoro, ma, vista l’assenza di pezzi realmente deboli, nemmeno un fiasco. Anzi, un buon modo per rendere piacevole un viaggio automobilistico, reale o immaginario.

CREATION – OUR MUSIC IS RED WITH PURPLE FLASHES
creation

Spesso considerati alfieri di seconda fascia della psichedelia britannica, i Creation in realtà si esercitarono con un sound che richiamava il beat e il rhythm & blues secondo l’approccio mod dei primi, contemporanei Who, con giusto qualche coloritura corale e strumentale a sancire che ci si trovava nel bel mezzo della Swingin’ London. E si adoperarono in maniera assai egregia, se si deve dar credito all’aneddoto che vuole lo stesso Pete Townshend chiedere al chitarrista Eddie Phillips di entrare nel suo gruppo. Nonostante qualche singolo promettente e due LP (pubblicati solo in Germania), alla qualità delle uscite non corrispose un riscontro di fama altrettanto intenso, e nell’ottobre del 1967 i Creation “classici” erano già storia (ma, con qualche assestamento di formazione, il gruppo sopravvisse sino all’anno seguente). Questa eccellente antologia raccoglie ventiquattro brani che ricostruiscono la parabola sfortunata ma esaltante del quartetto, in bilico tra freakbeat da ballo (Making Time, Try And Stop Me, Cool Jerk) e affreschi psichedelici (Painter Man, Nightmares, Can I Join Your Band), con alcuni omaggi ben assestati (la rilettura di Hey Joe è lì-lì con la versione hendrixiana, e Like A Rolling Stone si conferma delizia anche in elettrico). Un documento imperdibile della vitalità del rock anni Sessanta, che pure a distanza di decenni mantiene inalterate vitalità e godibilità.

ROGER MCGUINN – BACK FROM RIO
roger mcguinn- back from rio
Jim “Roger” McGuinn sa cantare piuttosto bene ed è un chitarrista ineguagliabile; praticamente colui che ha importato l’elettrica a dodici corde nel rock, cavandone un suono immediatamente riconoscibile, l’inimitabile ed imitatissimo “jingle-jangle”. L’uomo, però, non ha mai brillato come autore di canzoni, e infatti la grandezza dei Byrds si deve alla penna di altri, suoi sodali (Crosby, Clark e Hillman) o meno (Dylan) che fossero. Consapevole dei suoi limiti compositivi, all’alba dei Novanta McGuinn ha radunato alcuni songwriter prestigiosi (Tom Petty, Jules Shear, Mike Campbell), dei turnisti d’eccezione (Michael Thompson alla chitarra), vecchi colleghi volatyli (David Crosby e Chris Hillman danno una mano con i cori ed in fase di scrittura) e qualche ospite di rango (oltre a Petty anche Elvis Costello, Dave Stewart, Stan Ridgway e Timothy Schmit), per partorire una raccolta di dieci canzoni che, col senno di poi, si rivelerà il suo miglior album solista. Di primo acchito, “Back From Rio” sembrerebbe il divertissement di una rockstar annoiata e in crisi di mezza età, e invece il dondolio argentino della Rickenbacker, calato nell’era della globalizzazione e della contaminazione sonora – e confezionato di conseguenza – funziona ancora egregiamente (King Of The Hill, tipico sound byrdsiano a cura di McGuinn e Petty, finì persino al numero due dei singoli nell’inverno 1991, mentre l’intero album arrivò al n. 44 di Billboard) e costituisce una forse inaspettata ma riuscita dimostrazione di vitalità da parte del chitarrista. E proprio questa esibita capacità di McGuinn di aggiornare il proprio classico sound senza snaturarlo rende “Back From Rio” un disco senza il quale si può senz’altro vivere, ma si vivrebbe peggio.

LOS EXPLOSIVOS – SATISFACTION WOMAN
los explosivos - satisfaction woman

Il garage messicano è una delle mie perversioni da quando ho scoperto i Los Infierno, quintetto dal sound volutamente deragliante e stonato ma irresistibilmente caotico e festoso come solo il miglior rocanrol può e deve essere. Senza contare che il suono della lingua spagnola si presta particolarmente all’efficacia di questo tipo di proposta musicale. Della piccola ma agguerrita scena del Paese norteamericano i Los Explosivos sono una delle realtà più note e longeve, dato che pubblicano dischi dal 2007 e suonano regolarmente in Europa. “Satisfaction Woman” è il loro quinto LP, uscito nel 2012 e registrato, come si legge in seconda di copertina, “da qualche parte vicino Lubiana, Slovenia“. Sembra una stranezza ma, in realtà, è solo la conferma che il rock ‘n’ roll è ormai linguaggio globale: e allora ecco la rilettura in lingua della classicissima Action Woman dei Litter, ecco una A Toda Velocidad che pur essendo manifesta sin dal titolo deve qualcosa anche alla Scandinavia anni Novanta, ecco una No Hay Vuelta Atras che unisce fuzz e sitar, ed altri otto brani traboccanti di energia, distorsione e amore per quel suono che riesce a trascinare anche i punk sulla pista da ballo. Continuo a preferire i Los Infierno (che chicca il loro “Salvaje”!), ma i Los Explosivos tengono fede al nome che si sono scelti.

LINK PROTRUDI 6 THE JAYMEN – THE BEST OF
link protrudi & the jaymen

Quando al mondo il nome di Link Wray era materia per pochissimi cultori, uno di questi era Rudi Protrudi, rock ‘n’ roll animal se mai ce n’è stato uno. E nel 1987, durante una pausa dei suoi Fuzztones, il nostro concepisce l'(allora) inconcepibile: un trio chitarra-basso-batteria che suona brani  di rock ‘n’ roll strumentale della durata di due minuti e neanche sempre. Adesso, dopo “Pulp Fiction” e tutto il resto, sembra ovvio, ma all’epoca un’idea del genere non era venuta nemmeno ai Cramps. Progetto partito un po’ per gioco, un po’ per scherzo, un po’ per passione e un po’ per tedio, Link Protrudi & The Jaymen (già nel monicker si coglie l’intento di omaggiare il pioneristico chitarrista) pubblicano il primo LP, “Drive It Home!” (un misto di brani di Wray e di originali sulla stessa lunghezza d’onda stilistica e anche qualitativa) in quello stesso 1987, mandandogli dietro altre due uscite: “Slow Grind”, pensato appositamente come colonna sonora per il burlesque, nel 1990 e “Seduction”, ispirato dalla musica tradizionale turca e dalla danza del ventre, nel 1994. Poi più nulla di nuovo a livello discografico, nonostante le sporadiche riapparizioni live (anzi, sono in tour per l’Italia proprio in questi giorni). Questa raccolta, meritoriamente pubblicata dalla Go Down Records, assembla venticinque episodi che spaziano lungo tutta la carriera del trio, con una prevalenza per le prime deraglianti prove (cinque i brani da “Slow Grind” e sei da “Seduction”, oltre a un paio di selezioni da compilation). Per chi è interessato al lato più sensuale ed animalesco del rock, nome imprescindibile.

RAMONES – ANTHOLOGY HEY HO LET’S GO!
ramones

Mi piaceva l’idea di avere tutto ciò che di essenziale hanno pubblicato i finti fratelli del Queens in un unico disco (ok, due). E, quando ho letto la tracklist (cinquantotto canzoni che spaziano lungo tutta la carriera del gruppo; non manca nulla di rilevante) e ho visto che si trattava dell’edizione con anche il libretto di ottanta pagine con foto e un saggio di David Fricke, non ho saputo resistere. So di non essere l’unico.

 


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