Progrom: Locanda delle Fate: Forse Le Lucciole Non Si Amano Più


La psichedelia sta al progressive come Nietzsche sta al nazismo: il secondo ha radici inevitabili nel primo, ma ne costituisce al tempo stesso un’estremizzazione, derivante dalla distorsione ad usum delphini di alcuni suoi architravi concettuali. E come nella Germania degli anni Trenta la dottrina superomistica ed antirazionalista del baffuto filologo venne presa a pretesto per imporre un ordine politico totalitario, con le ben note implicazioni, così, nel mondo musicale di inizio anni Settanta, l’empito libertario del decennio precedente fornì la base giustificativa e lo stimolo per numerosi tentativi di creare un rock “definitivo”, che unisse l’imponente tradizione musicale classica (soprattutto europea, ma non mancarono sperimentazioni con il patrimonio sonoro indiano, africano e mediorientale) ai nuovi modi della cultura giovanile, con risultati mediamente tronfi, dimentichi del punto di partenza (“Roll over Beethoven, tell Tchaikowsky the news“, aveva ordinato Chuck Berry) e chiusi nell’elaborazione di un linguaggio musicale inutilmente astruso e sostanzialmente fallimentare rispetto all’obiettivo iniziale, dichiarato o meno che fosse. Certo, non tutto il prog ha prodotto risultati da accantonare velocemente, e paragonarne le nefandezze a quelle della croce uncinata è senz’altro eccessivo, ma resta l’idea di un utilizzo distorto dell’approccio di rottura insediato dalla stagione psichedelica, fatto di superamento della struttura armonica del blues, dilatazione dei tempi (e della coscienza), uso di strumenti atipici per il rock (flauto, sitar, theremin, percussioni, eccetera), gusto per l’improvvisazione, ambientazioni oniriche, richiami letterari nei testi, impianti scenografici (talvolta persino di carattere multimediale) a corredo delle esibizioni musicali, ampia varietà grafica nel confezionamento dei materiali fonografici. Di tutto ciò il prog si impossessò e, travisandone le intenzioni iniziali (creare un linguaggio nuovo e un ordine del mondo parimenti diverso, all’occorrenza pescando nelle parti più vive della tradizione), finì per rovesciare addosso al pubblico pantagruelici album doppi (meglio rammentare che questa vicenda si svolge interamente nell’era del vinile) sorretti da astrusi concept fiabeschi o politico-fantascientifici evocati dai pomposi testi, con una facciata del disco quasi immmancabilmente occupata da un solo brano, spesso interamente strumentale, di durata superiore ai dieci minuti e infarcito di citazioni di reconditi compositori classici. Era troppo, e infatti la stagione progressiva non durerà più di un lustro, declinando a metà Settanta per poi sparire nel sottobosco quando l’avanguardia del rock ‘n’ roll verrà riportata all’approccio “questo è un accordo, questo è un altro, questo è un terzo. Ora forma una band” (o, ad essere onesti fino in fondo, all’approccio “haircut and an attitude“) dal punk.

Chissà se il prog avrà mai il suo Processo di Norimberga. Probabilmente no, e probabilmente sarebbe farsesco come l’originale, anche se per motivi in un certo senso opposti, perché la sovrabbondanza numerica e stilistica della contemporaneità avvolge il passato e i suoi lasciti nel manto distorcente della nostalgia, che impedisce di soppesare criticamente meriti e demeriti dei caduti. O magari è il contrario, e il decorso temporale permette di rendere giustizia a meriti che al tempo non poterono trovare allori a cagione dell’avverso Zeitgeist. E, Norimberga o meno, è quest’ultima speranza che mi induce a soffermarmi sul disco in questione.

La Locanda delle Fate nasce ad Asti nel 1977 come un settetto intenzionato a portare avanti l’aureo filone del rock progressivo nazionale. Non è, infatti, mistero per alcuno che, nel lustro 1971-1976, l’Italia ha prodotto una delle più vive ed influenti scene prog in assoluto, che forse costituisce l’unico apporto realmente rilevante dello Stivale al rock mondiale. E se non è difficile rintracciare gli antecedenti della sua nascita e della sua eccellenza, senz’altro riconducibili all’enorme peso della tradizione classica, sia letteraria sia musicale, nel patrimonio artistico nazionale, più arduo è scorgerne le radici più prossime, in assenza dell’acclarata mancanza di un’autoctona elaborazione psichedelica in Italia. Ma tutto ciò non dipende dai nostri sette piemontesi, che intrapresero la loro avventura musicale con il solo intento di mettere a frutto una notevolissima preparazione strumentale e una passione per le trame sonore complesse e la musica immaginifica, nonché una felice vena compositiva. Elementi, soprattutto quest’ultimo, che non dovettero sfuggire alla divisione nazionale della Polygram, se già nel corso del 1977 il gruppo pubblicò il proprio LP d’esordio per tale etichetta major.

“Forse le lucciole non si amano più” è magnifico già dalla copertina, un’illustrazione algidamente evocativa in stile Roger Dean (nome di punta della grafica prog, in ragione del suo lavoro per gli Yes). Ma siamo solo agli inizi, perché il contenuto soddisfa le aspettative anche del pubblico più ostile. Autorevoli commentatori lo hanno definito “prog sinfonico”, ma, ad ascoltarlo bene, questa definizione ha senso solo se raccordata al significato letterale dell’aggettivo “sinfonico”, e cioè “che suona assieme”. Forse è stata attribuita perché il gruppo ha in formazione due tastiere e un flauto, ma anche questa variegata composizione sonora non rende sensata la qualifica. Nei sette brani del disco si respira, piuttosto, un’aria corale, ecumenica: ci sono le chitarre acustiche tipo Genesis e le divagazioni tastieristiche riconducibili alla scuola di Canterbury, assoli di elettrica sufficientemente pirotecnici per richiamare gli Yes e una voce evocativa e poliedrica non distante dal timbro di Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso (ed è noto che i cantanti sono sempre stati il tallone d’Achille del prog tricolore). Ecco, la definizione giusta è “prog ecumenico”: qualcosa da ognuno, qualcosa per ognuno, in una miscela che riesce a risultare, abbastanza miracolosamente (non si dimentichi che nel ’77 il genere era già ben oltre il nadir), originale e coinvolgente assieme. Originale perché, come la nave di Teseo, oggetto di dispute tra i filosofi ateniesi di cui riferisce Plutarco, è in contemporanea nuova e vecchia, grazie ad elementi nuovi (l’uso del flauto, così diverso dal canone fissato da Ian Anderson) che si innestano su qualcosa di preesistente, mantenendone, tuttavia, l’identità. Coinvolgente perché, come detto, l’ispirazione compositiva è somma: il tema tastieristico che muta in riff chitarristico e che funge da canovaccio per la costruzione di A Volte Un Istante Di Quiete, ad esempio. Ma anche il clima di inizio autunno del brano che battezza il disco, diviso tra il delicato spirare della brezza della malinconia, che porta le foglie ingiallite dei ricordi, e le sferzate pungenti del vento della coscienza, che spariglia ordini e scoperchia illusioni oniriche; è questa un’atmosfera evocata dalle musiche e dai testi (apparentemente surreali o persino nonsense, ma in realtà delicato porgersi in forma cantata di una sottile inquietudine interiore) ricorrentemente nel corso  dell’album, ed è anzi mirabile l’effetto immaginifico raggiunto dai sette musicisti, risultato che denota una padronanza somma dei modi  compositivi e un suo sfruttamento accorto.

Prevedibilmente, “Forse le lucciole non si amano più” non andò distante: troppe cose, musicali e non, accadevano e cospiravano contro, in Italia e non, in quel 1977 particolarmente rimasto negli annales novecenteschi. E, altrettanto prevedibilmente, l’originale stampa vinilitica divenne  presto merce per collezionisti di rock progressivo italiano, scambiata con somme considerevoli per anni; sino, cioè, al 1988, quando l’interesse crescente del mercato asiatico (soprattutto giapponese: nell’Impero del Sol Levante l’album era uscito in formato LP già nel 1982) renderà profittevole una ristampa in disco compatto, da quel momento ciclicamente riproposta. Cosicché un gioiello con l’unica colpa di essere apparso in un tempo sbagliato può infine brillare al cospetto dei posteri secondo i suoi meriti. Come il diario di Anna Frank.

2 thoughts on “Progrom: Locanda delle Fate: Forse Le Lucciole Non Si Amano Più

  1. Già, Orgio, …
    magnifico articolo, complimenti. La tua cultura fornisce un ricco retroterra al tuo gusto, alla tua sensibilità ed alla tua capacità espressiva.
    Si impone ora il riascolto dell’oggetto della tua riflessione
    🙂 ciao

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