…in the free world.

Alcuni dischi usciti quest’anno meritevoli di ascolto. Perché il rock ‘n’ roll, al contrario delle persone che lo ascoltano, non muore mai, ma senza ascoltatori nemmeno comincia a vivere. Siategli sostegno e genitori anche in questo funesto 2015.

GIUDA – SPEAKS EVIL Dal 2011 i romani Giuda sono una garanzia di rock ‘n’ roll di qualità, una qualità che ha ottenuto riconoscimento persino da parte della influente quanto campanilista stampa musicale britannica. Merito della scelta stilistica dei cinque: un rock duro ed essenziale, votato all’impatto ritmico ed al coinvolgimento corale del pubblico, che ha i suoi unici referenti nel glam inglese anni Settanta e nel boogie versione Status Quo, con giusto una spruzzata di hard rock classico. “Speaks Evil”, terzo LP in quattro anni, ribadisce la fortunata formula del quintetto, affiancando al classico hard boogie punteggiato da cori e battiti di mani (la title-track, You Can Do Everything) qualche maggiore sottigliezza melodica (It Ain’t EasyMy Lu), probabilmente dovuta alle registrazioni in Svezia. Il che non fa che aggiungere un ingrediente di varietà di sicuro giovamento alla formula altrimenti a rischio irregimentamento dei Giuda. Terzo centro consecutivo per una delle poche realtà rock ‘n’ roll italiane credibili a livello internazionale.

BACKYARD BABIES – FOUR BY FOURSette anni di pausa. Tanto ci è voluto ai Backyard Babies per sopravvivere a se stessi dopo l’ultimo album omonimo, uscito nel 2008. Nel frattempo, Dregen e Nicke Borg hanno intrapreso carriere soliste riesumabili in qualsiasi momento e gli altri due hanno vivacchiato ma, ad un certo magico punto, i quattro hanno realizzato che il mondo non era pronto per sopravvivere senza i Backyard Babies. E così ad agosto ha visto la luce questo “Four By Four”, che trova la formazione svedese in splendida condizione, consapevole dei propri mezzi e capace di mediare tra impatto e costrutto melodico nel l’edificazione di brani hard ‘n’ roll trascinanti ma in grado di suscitare interesse per ben più di un ascolto: Th1rt3en Or Nothing cita il loro album più famoso nel titolo e picchia altrettanto nella sostanza, I’m On My Way To Save Your Rock ‘N’ Roll è senz’altro costruita sulle esigenze dell’odierna programmazione della “wock weidiou” ma possiede un ritornello al mastice e chitarre splendidamente affilate, White Light District unisce punk e hard nella migliore vena scandinava del tempo che fu, Bloody Tears, con quelle acustiche e il pianoforte, è una ballata tanto ruffiana quanto riuscita e ad ascoltarla si direbbe di trovarsi in un album degli Warrant, Wasted Years è sfizioso pop-punk alla MxPx, Mirrors (Shall Be Broken) potrebbe legittimamente stare su “Definitely Maybe”. Unica pecca la finale Walls, sette minuti inconcludenti punteggiati di contrabbasso e fiaccati da una coda strumentale dispersiva: quando arriva, pigiate il tasto “skip” e garantitevi il ritorno di uno dei migliori dischi rock dell’anno. Bentornati, Babies.

BLACK TRIP – SHADOWLINE Ancora Svezia per l’ennesima promessa circa lo stato di salute del rock più spinto e coinvolgente. I Black Trip sono un giovane quintetto che ad agosto ha mandato nei negozi la sua seconda prova sulla lunga distanza, questo “Shadowline” senz’altro degno del gotha delle uscite hard ‘n’ heavy di quest’anno. Merito di una scrittura potente ma mai dimentica dell’elemento melodico, soprattutto nella forma di chitarre armonizzate, la cui copia d’utilizzo sugggerisce richiami al suono dei Thin Lizzy e, soprattutto, degli Iron Maiden del periodo d’oro. Ma non solo, perché l’approccio dei nostri non è quello quadrato e possente dell’heavy metal tout court, ma quello più dinamico e sferragliante degli Hellacopters, e l’influenza della band di Nicke Andersson emerge vistosamente non solo da alcune linee vocali, ma anche dai suoni delle chitarre, e ben donde, dato che la produzione di “Shadowline” è stata affidata proprio al mastermind di Entombed, Hellacopters e Imperial State Electric. Chiunque abbia a cuore il futuro della distorsione satura ma analogica troverà qui ampie ragioni per confermare la propria Weltanschauung.

ENFORCER – FROM BEYOND Spesso la riproposizione in epoca successiva di schemi sonori caratteristici di uno stile riconducibile ad un periodo storico ben definito assume caratteri di integralismo, costruito sull’intransigenza nella scelta dei referenti sonori ed estetici e nel loro amalgama, in vista della presentazione al pubblico di una formula che denoti una qualche parvenza di personalità. E queste dinamiche si sono esplicate in maniera particolarmente intensa in ambito metal, dove l’ingente e variegato patrimonio pregresso del genere è stato saccheggiato dalle giovani generazioni, desiderose di tenere viva la fiamma di questo o quel sottogenere. Dei giovinastri del Ventunesimo secolo dedito al recupero degli stilemi della New Wave Of British Heavy Metal, gli svedesi Enforcer sono sempre stati tra i più rispettati: il debutto “Into The Night” (2008) era a suo modo un capolavoro di revivalismo del metallo forgiato sotto la Union Jack nel periodo 1978-1983, e la credibilità così guadagnata era stata consolidata con i successivi lavori, all’insegna di un arrembante heavy melodico d’antan (come una riedizione di “Shout At The Devil”, per capirsi). Questo “From Beyond” è il quarto album e vede i quattro svedesi tornare sui loro passi, cercando nuovamente di costruire pezzi più articolati e parti strumentali più classicamente prone sull’eredità NWOBHM, a partire dalle twin guitars, senza però scordare l’impianto melodico che aveva caratterizzato le uscite intermedie. Il risultato è un lavoro ampiamente godibile, forte di un amalgama sonoro che si potrebbe definire “della maturità”, se solo i suoi ascendenti non fossero così manifesti. Non cercate originalità in  “From Beyond”, ma impatto e atmosfera; ne sarete, così, entusiasti, e non delusi.

TWIN GUNS – THE LAST PICTURE SHOW
twin guns - the last picture show
Ai tamburi c’è l’ex percussionista (“batterista” mi pare eccessivo) dei Cramps, al basso una bella figa dall’aria vampiresca che sembra Tura Satana, alla chitarra e voce un italoamericano qualunque. Ma è la musica che conta, e su “The Last Picture Show”, terzo LP, uscito a settembre (solo in vinile), conta eccome: una pestilenziale ribollita di garage oscuro, surf deragliante e colonne sonore di vecchi film noir, con l’ombra lunga della storica formazione che fu di Lux Interior e Poison Ivy e un risultato finale descrivibile come i Mudhoney che suonano brani di Franco Micalizzi con l’aiuto vocale di Johnny Cash. Ecco il suono del buio dell’autunno, ecco il suono dei vicoli della metropoli, ecco il suono del pericolo che attende dietro l’angolo, nell’oscurità.

6 thoughts on “…in the free world.

    • Attendo tue impressioni 🙂
      Ma soprattutto, se riesci, vai a vederli dal vivo! Sono fortissimi, trascinanti e compatti molto più che su disco.

      • Spero ripassino di qui perché l’ultima volta mi è spiaciuto non poter partecipare!

      • Te lo auguro e lo auguro anche a me stesso. Perché, senza esagerare, con uno sforzo di varietà (e qualità) compositiva, i Giuda potrebbero diventare i nostri Vintage Trouble.

      • Il primo, a mio avviso, è uno dei più bei dischi degli anni Dieci di questo secolo. Il secondo recente è stato incensato ovunque ma secondo me cede un po’ in termini di impatto senza essere controbilanciato dalla giusta quantità di feeling che il marchio Blue Note dovrebbe garantire. Ma io sono di parte, preferisco il rock ‘n’ roll.
        Nel dubbio tu ascoltali entrambi… 🙂

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